l’italiano: lingua nazionale o male inevitabile?

Perché dovrebbe essere indipendente la Sardegna?

Questa è la domanda che bisogna porre agli indipendentisti.

Chi si è posto come obiettivo primario della propria azione politica l’indipendenza della Sardegna deve dare una risposta chiara a questa domanda.

Perché  i Sardi avrebbero il diritto/dovere di mettere in  piedi un’entità statale distinta da quella dello stato italiano?

Finora non ho trovato risposte a queste domande, neanche nell’ultimo intevento di Franciscu Sedda in Sardegna Democratica (La nazionale sarda per governare il presente ).

Quello che Franciscu ci propone è il BUON GOVERNO della Sardegna. Una cosa che, in linea di principio, si potrebbe raggiungere anche con il buon governo dell’Italia.

Ora, io non credo che l’Italia possa cambiare e diventare mai una democrazia autentica e quindi non credo che mai l’Italia possa concedere alla Sardegna di dotarsi di un buon governo.

Ma questo non mi rende ancora un indipendentista, nel senso di uno che si pone come obiettivo primario la fondazione della Repubblica di Sardegna.

Io sono e resto un anti-italiano, nel senso che considero l’Italia il male peggiore che sia capitato e che potesse capitare ai Sardi … oltre che agli stessi “Italiani”.

Guardatevi indietro e contate i pochissimi anni di democrazia che lo stato italiano ha conosciuto.

Contate i morti provocati dalle guerre di conquista, dalla politica dei politici e dalla politica delle varie mafie.

Contate i milioni di emigrati.

L’Italia è una repubblica basata sulla sopraffazione dei più deboli.

Ecco perché penso che i Sardi riusciranno a darsi un futuro soltanto se riusciranno a deitalianizzarsi.

Soltanto dandosi una cultura antropologica anti-italiana i Sardi potranno liberarsi dal sottosviluppo economico, culturale e morale in cui sono immersi dall’Italia e con l’Italia.

Quale cultura per i Sardi, allora?

Una cultura che sia contemporaneamente sarda, mediterranea ed europea.

Una visione del mondo che ci ricordi che siamo più vicini a Tunisi che non a Roma, A Barcellona che non a Milano, a Marsiglia che non a Genova: ombelico del Mediterraneo occidentale.

Una cultura che parta dalla conoscenza delle nostre tradizioni per poter scegliere cosa va conservato e cosa va aggiornato, scegliendo anche tra i vari modelli culturali e sociali che ci circondano, nel Meditarreneo e in Europa.

Una cultura che parte dalla tradizione per affrontare la sfida del confronto con le altre culture.

Una cultura che formi una classe dirigente culturalmente indipendente e quindi anche psicologicamente e politicamente indipendente: il modello è lí a poche ore di navigazione da Porto Torres, la Catalogna. Ma che strano che la Catalogna sia ricca!

E l’indipendenza della Repubblica Sarda?

L’indipendenza statuale, di questi tempi, non può essere più un obiettivo in se: non siamo più nell’800.

Quanto conti l’indipendenza dello stato italiano l’abbiamo visto e lo stiamo vedendo in questi giorni: vi hanno perfino imposto il presidente del consiglio!

Proporsi di fondare la Repubblica di Sardegna, senza spiegare in che modo si possano conquistare le coscienze dei Sardi a questa rottura che, è ovvio per tutti, deve avvenire in modo democratico e non violento, significa vendere illusioni, proporre un falso obiettivo.

Un obiettivo, oltretutto, ancora immerso in una visione ottocentesca dello stato (nazionale) come massima espressione dell’indipendenza di un popolo.

Mentre a me sembra che i Catalani siano più indipendenti degli “Italiani”, presi nel loro insieme.

Io la vedo così: l’indipendenza statuale della Sardegna è una delle possibili strade per arrivare all’indipendenza linguistica, culturale, economica e politica.

Non è l’unica e non mi sembra neanche quella da privilegiare, almeno se non si mette in chiaro a cosa servirebbe questa indipendenza statuale, oltre che per arrivare al buon governo.

Basta guardarsi attorno–guardate all’Italia!–per capire che l’indipendenza statuale non necessariamente porta al buon governo.

Guardate anche alla fine che hanno fatto praticamente tutti gli stati africani nati dalla decolonizzazione.

Il buon governo dipende da chi ti governa e da come costui ti governa, non dall’esistenza di un’entità burocratico-repressiva indipendente da altre entità simili.

E allora chiedo a Franciscu Sedda e agli altri di ProgReS: in che lingua volete governarci: in sardo o in italiano?

Se i Sardi hanno–come dite voi–il diritto/dovere di fondare la loro Repubblica indipendente, da cosa deriva questo diritto dovere?

Non deriva forse dal fatto che i Sardi costituiscono una nazione?

E se i Sardi sono una nazione, cosa li definisce come tali?

La loro cultura, fermo restando che una cultura sarda indipendente la stiamo ancora costruendo.

E cosa definisce meglio di qualunque altra cosa una cultura se non la sua (le sue) lingue?

In Sardegna si parlano diverse lingue: il sardo (assolutamente maggioritario), le lingue delle minoranze storiche e l’italiano (di Sardegna).

E adesso la domanda cruciale: si può costruire una cultura sarda indipendente, adottando anche l’italiano come lingua nazionale dei Sardi?

Non sottovalutate la forza simbolica della lingua: un conto è accettare il fatto che i Sardi parlino l’italiano–e quindi l’inevitabilità di assegnare a questa lingua un ruolo ufficiale–ben altra cosa è proclamare che la lingua dell’Italia–con tutto ciò che l’Italia rappresenta–è anche lingua nazionale dei Sardi, dalla quale i Sardi derivano almeno in parte la loro identità.

Vi terreste i vostri quarti di italianità. Auguri e figli maschi!

Intanto però il vostro caro italiano sta fagocitando le nostre lingue nazionali. Su questo non avete mai detto una parola.

Bene, che parlino chiaro allora gli indipendentisti: volete essere almeno in parte assimilati all’Italia, adottando come lingua nazionale una lingua le cui norme vengono dettate oltre Tirreno e simbolo di tutto quello che succede laggiù, o volete semplicemente tollerarla come male inevitabile?

Come volete convincere i Sardi ad abbandonare il monolinguismo isterico degli Italiani, se li lasciate nella convinzione di parlare una lingua “grande e prestigiosa”?

Come faranno i Sardi a scoprire di essere al centro del Mediterraneo se continueranno a guardare a Roma e a Milano, e soltanto là?

Mi è sembrato di capire che Franciscu, rispetto a questo punto, abbia avuto un’evoluzione.

È vero che parla solo una volta di “lingua” nel suo intervento, ma parla anche di “lingua nazionale”, al singolare.

Niente di questa evoluzione si trova invece nell Articolo di Alessandro Columbu  (Italiani o italofoni? » ProgReS – Progetu Repùblica).

“Sarà la Repubblica Sarda a risolvere tutte le contraddizioni!”

Beata gioventù: mi ricorda quelli di Servire il Popolo!

Apparentemente Franciscu e Columbu si contraddicono a vicenda.

Vedete un po’ di mettervi d’accordo, ragazzi!

E soprattutto, chi vuole calunniarmi per farmi pagare le critiche che vi rivolgo abbia almeno la decenza di fare il mio nome:Lingua Blu

Aici meda mi timent?

10 Responses to “l’italiano: lingua nazionale o male inevitabile?”

  1. Io non sono anti-italiano. Sono pro-Sardegna. E’ diverso.
    Le parole sono importanti, lo sappiamo bene, almeno per formazione professionale, no? Ci sono delle categorie concettuali che ci separano, questo l’abbiamo capito.
    Per esempio mi piacerebbe capire cosa intendi per “identità”.
    Poi se credi davvero e sinceramente che l’equazione nazionalista (quindi otto-novecentesca) “una lingua = una nazione” non sia ormai superata e contraddetta dalla storia e dalla situazione attuale.
    Infine mi sembra di capire che il tuo motto sarebbe “armiamoci e partite”. Io preferisco rimboccarmi le maniche e lavorare per un progetto condiviso con i sardi. Da sùbito. L’àlburu è smannendi…

    • Se non hai capito perché sono anti-italiano, beh, mi dispiace per te. A me sembra chiaro perché detesto l’Italia.
      Non sono per l’equazione nazionalista e l’ho detto mille volte.
      Il mio concetto di identità l’ho già definito “a rate” in diversi articoli e quando uscirà il mio libro potrai trovarlo in modo unitario.
      Io sono partito da molto per armarmi di strumenti culturali adeguati, strumenti che condivido nel mio blog. Abbassa la cresta!

  2. purtroppo per i complessi culturali non basta lo psicologo.
    esperienza non significa necessariamente concretezza.
    pazienza…

  3. E mi depes acrarare puru si ses de acordu cun Franciscu, candu faeddat de una “limba natzionale”. Singulare, mi! Ca innoxe mi paret ca seis faeddende unu pagu donniunu pro contu suo.

  4. Riccardo, senza voler difendere a Roberto, ma lui non ha detto niente di una nazione=una lingua. Il problema nasce quando si evince l’impressione che per Progres o il loro parlante del articolo discusso ieri, la situazione così com’è “andat bene” e che sarebbe bello se tutti parlassero anche un po’ di più il sardo (o le altre lingue/ dialetti che si parlano in Sardegna). Ma non troppo, visto che non sono così prestigiosi come la lingua italiana. e “andat bene”:

    bilinguismo con diglossia, nella quale siamo già in una fase di dilalia. Per dirlo in termini non linguistici:

    1. I sardi sono bilingui (italiano + sardo/ o X)
    2. In questo bilinguismo, una lingua è dominante (la lingua italiana)
    3. Ma non è solo dominante, sta entrando nelle case, sta diventando LA lingua dei sardi.

    E l’articolo di ieri e diciamo tutto ciò che ho letto di questo partito mi da l’impressione che “andat bene”. Questa politica linguistica, secondo me, è troppo soft. Se si parla di nazione sarda, si dovrebbe cercare di arrivare ad una situazione dove il sardo è la lingua dominante, senza vietare o togliere l’italiano a nessuno. Il bilinguismo è la cosa piú utile che possa accadere ad un bambino, ma credo che la domanda di Roberto

  5. sia giustificata! In quale lingua sarà governata la nazione sarda? In italiano, accettando che ci sono anche altre lingue o in sardo, accetando che ci sono anche altre lingue?

  6. hahaha, meglio di un crimi! sono molto curiosa di leggere la tua risposta🙂

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