La lingua come motore della non-dipendenza

A colpi di uno scandalo di corruzione alla settimana, adesso nemmeno il Corriere della Sera può più permettersi di negare che l’Italia è malata. Lo leggevo ieri in un editoriale di uno degli “equidistanti” intercambiabili di cui dispone la prestigiosa testata alla milanese.

Nel dicembre scorso, Eugenio Scalfari scriveva che con Berlusconi l’Italia ha subito una “involuzione antropologica”. Scalfari–che non ha la memoria corta–non ci ha ricordato che Berlusconi era già espressione del CAF (Craxi, Andreotti, Forlani) e che il CAF è stato l’apice di 50 anni di regime democristiano + alleati, con le sue stragi, la complicità con le varie mafie, la corruzione e il clientelismo che hanno coinvolto una parte determinante degli Italiani.

L’Italia non è mai stata una democrazia vera e oggi il governo Monti è lì a rappresentare l’immaturità democratica degli Italiani.

La crisi economica mondiale ha sorpreso gli Italiani con le braghe calate–vi ricordate quando Berlusconi e Tremonti negavano l’esistenza della crisi?–e oggi l’Italia è commissariata dalla UE e dalle banche. Gli Italiani–la maggioranza degli Italiani–che avevano scelto per ben tre volte di farsi guidare da Berlusconi, sono oggi sotto tutela e subiscono, assieme agli altri che già subivano l’allegro governo di Papi Silvio.

Ecco perché io mi definisco “anti-italiano” e mi chiedo se quelli che mi hanno constestato questa autodefinizione sapevano che così si era autodefinito Giorgio Bocca.

L’Italia oggi deve “rifondarsi”. Perfino il Corriere dei piccoli lo riconosce, ma io non credo che possa farcela. È già pronto il nuovo leader carismatico che offre la scorciatoia populista agli Italiani, sempre ansiosi di trovare un uomo della provvidenza che risolva i loro problemi senza che loro si mettano in discussione. Grillo prenderà il posto di Bossi e tutto ricomincerà da capo. Fino agli scandali che travolgeranno anche lui: perché dovrebbe essere diverso?

I Sardi, in quanto sudditi dell’Italia, devono rifondarsi anche loro. O affogare con i loro padroni.

I Sardi possono ancora scegliere. Possono rifiutare di continuare ad assimilarsi all’Italia e cercare una loro strada, una strada che li porti oltre l’Italia.

L’importante è sapere da dove si parte.

Per l’ennesima volta: la Sardegna è periferia dell’Italia, soltanto perché i Sardi hanno accettato questo ruolo che gli Italiani ci hanno imposto.

In effetti, la Sardegna è il centro del Mediterraneo occidentale e i Sardi hanno il diritto e il dovere di rivendicare questo ruolo. Ma occorre che i Sardi abbandonino la visione di se stessi come parenti poveri e periferici degli Italiani.

I Sardi devono rinnovare la visione che hanno di se stessi: questo è l’unico rinnovamento che ci permetterà di scioglierci dall’abbraccio mortale con il corpaccione in decomposizione dell’Italia.

Il sottosviluppo economico della Sardegna è figlio del sottosviluppo morale e culturale che l’Italia ci ha regalato con la sua corruzione endemica e generale e con il suo provincialismo (che trova la sua massima espressione nel monolinguismo isterico).

Per rinnovare la propria classe dirigente i Sardi devono rinnovare la propria cultura, sopratutto quella antropologica: devono deitalianizzarsi.

Questo significa pensare a se stessi come Sardi ed Europei, Sardi e Mediterranei.

Significa pensare a se stessi come “non italiani”: non mafiosi, non corrotti, non ammiratori di un vecchio sporcaccione, non succubi di un popolo che, come ci ha ricordato Barbara Spinelli qualche giorno fa, non si è mai liberato dal fascismo.

Pensare a se stessi come Sardi significa pensare in sardo (o algherese, sassarese, gallurese, tabarchino).

Solo considerandoci “altri” rispetto all’Italia riusciremo a sfuggire al putridume italiano.

Solo rifiutando l’assimilazione riusciremo a esprimere una classe dirigente che sappia rispondere colpo su colpo alle prevaricazioni dell’Italia: l’ultima, la sparata di Monti sulle elezioni amministrative che i Sardi dovrebbero pagarsi da soli.

Tempi di rinnovamento inaccettabilmente lunghi di fronte a una crisi immediata e galoppante?

Questo è l’argomento più vecchio che gli oppositori usano contro il sardo: “Abbiamo altro a cui pensare!”

A cosa ci ha portato questa concretezza da miopi? Appunto alla situazione attuale, frutto della dipendenza culturale politica e psicologica della classe dirigente sarda.

La dipendenza nasce dall’incapacità di concepire la propria non-dipendenza.

E questa incapacità nasce dall’essere stati formati in una scuola e in un clima culturale, le cui norme sono tutte dettate oltre Tirreno.

Pensare in sardo significa allora pensare in una lingua le cui norme provengono dalla mia stessa terra. Pensare in sardo significa considerare la Sardegna come centro e non come periferia di Milano o di Roma o di Firenze. Pensare in sardo signica rifiutare la dipendenza.

Parlare in sardo significa mettere in pratica la propria non-dipendenza culturale e psicologica nei confronti dell’Italia e significa anche offrire e chiedere la collaborazione di altri Sardi nella pratica della non-dipendenza.

Parlare in sardo come punto di partenza verso una Sardegna migliore di quella governata da Berlusconi e Monti.

Si ses Sardu e Europeu, su 28 faedda-mi in sardu!

One Comment to “La lingua come motore della non-dipendenza”

  1. Bene Robe’, d’apa a faere. Fortza paris! Custa cosa manna manna chi as iscrittu iat a tocai a da ponni in su Blog de Zua’. E in ateros meda puru! Su 28 totus sos chi iscrient in sos duos Blog depent faere cumprendere in sardu chi sa limba sarda podet essere in su primu momentu sa ruga e s’istradone pois po s’istesiare dae sa cloaca massima. Cuddu c. m’as fattu artzuddare sos pilos! D’apa a faere Robe’, d’apa a faere!

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