Archive for May, 2012

May 24, 2012

Autocoglionizzati

A quanto pare non vi piace sentirvi dire che ancora ci stiamo autocolonizzando.

Pochissime visite al blog e pochissimi “mi piace” su FB per il post di ieri.

Eppure ho soltanto detto come stanno le cose.

Se per i nostri genitori–i miei cresciuti sotto il fascismo–era comprensibile, inevitavile pensare all’Italia come a qualcosa di infinitamente superiore alla piccola Sardegna materialmente e culturalmente stracciona–rileggetevi Le Lannou: “Questo popolo di razza piccola è sottoalimentato”–per la mia generazione già non lo è più.

Avevo 16 anni nel ’68 e come tanti ho imparato a non fidarmi più dell’informazione del regime: qualunque regime.

Non è quindi un caso che a far partire il movimento per la lingua non siano stati i vecchi sardisti del PSdAz, ma i giovani di Su Populu Sardu, tutti più o meno segnati dal ’68.

E chi non lo è stato si faccia pure sentire, così posso correggere la mia analisi.

La responsabilità del fatto che il movimento per la lingua non si sia in questi 40 anni trasformato in un movimento di massa ricade interamente sugli individui della mia generazione e di quelle successive.

Ma le responsabilità vanno anche suddivise in modo diverso tra le diverse generazioni.

I giovani di adesso si stanno formando in una situazione di ricchezza culturale e di informazione che non ha paragoni, non dico rispetto a quella dei miei genitori, ma neppure rispetto alla mia generazione.

Le nuove generazioni non posso non sapere che l’Italia, come modello da seguire per acculturarci, è il più scalcagnato che potesse capitarci.

In testa alle classifiche per la corruzione, la poca libertà di informazione, la diffusione della criminalità organizzata, la violazione dei diritti civili delle minoranze, le stragi, oltretutto impunite, l’ Italia era fino a ieri governata da un personaggio che tutti gli scrittori di satira del mondo rimpiangono, l’Italia è ancora ininterrottamente occupata dai partiti dal lontano 1922 e dalla fine della guerra, di fatto, un protettorato del Regno Vaticano.

L’Italia che, se è cambiata negli ultimi decenni, è cambiata in peggio (Falcone, Grillo, Mussolini, Capaci, Brindisi, Napolitano che piange e quella strana sensazione di déjà vu. Con l’Italia di nuovo in balìa degli eventi).

Eppure la stragrande maggioranza dei Sardi non sembra mettere in discussione quel modello culturale.

Unici tra tutte le grandi minoranze in Europa, i Sardi non sentono la necessità di esprimere in modo massiccio e diffuso la propria alterità e, molto peggio, non sentono il bisogno di esprimere il rifiuto di una cultura antropologica sanguinolenta e purulenta come quella italiana. Se il termine “sanguinolenta” vi sembra esagerato, andatevi a cercare il conto dei morti ammazzati per mafia, camorra, ‘ndrangheta che ha fatto Enrico Deaglio. Deve esistere da qualche parte, perché gliel’ho sentito fare in televisione molti anni fa. Siamo nell’ordine delle decine di migliaia.

Questo comportamento dei Sardi è, per un Sardo che da 30 anni vive in Olanda, assolutamente incomprensibile.

I Sardi si dicono fieri di essere Sardi–e non vedo proprio di cosa dovrei essere fiero, visto che non ho fatto niente per esserlo. E la fierezza è un sentimento difensivo–mentre dovrebbero essere fieri di non essere Italiani. E questo non vuol dire, ovviamente, negare le enormi differenze che esistono tra gli “Italiani”, ma significa ammettere che gli Italiani che rispetto sono una minoranza incapace di far cambiare rotta al paese: leggetevi le analisi dei politologi dopo queste ultime elezioni.

I Sardi che per il 40% sarebbero indipendentisti e per il 48% sovranisti (cherta universitària) non  sentono poi il bisogno di esprimere la propria diversità nei confronti del Bel Paese.

E soprattutto non sentono il bisogno di esprimerlo nel modo che sarebbe più naturale: attraverso il rifiuto dell’elemento cardine di ciascuna cultura, la sua lingua.

E adesso già li sento i nostri indipendentisti all’amatriciane rimproverarmi di usare io stesso l’italiano, in questo testo.

Vero!

Ma c’è un motivo: il numero di viste al blog raddoppia quando scrivo in italiano e questo post è proprio rivolto a voi, che avete fatto dell’italiano la vostra lingua.

Se il nostro 88% di nostri indipendentisti e sovranisti non si sentono Italiani, perché parlano in italiano anche quando non ce ne sarebbe bisogno?

Eppure noi intellettuali impegnati la nostra parte per liberare il sardo dal ghetto l’abbiamo fatta: Sa Die de sa Sardigna.

Oggi si può parlare in Sardo anche di linguistica, per dirne una.

Qualcuno si starà chiedendo qual’è lo scopo di questa mia menata un po’ moralistica.

È ora di cambiare strategia.

Finora tutto quello che è stato fatto per il sardo è stato fatto partendo da un punto di vista difensivo: la tutela del sardo.

Io ritengo che questa strategia difensiva abbia già dato tutti i suoi frutti.

Abbiamo ottenuto molto, soprattutto se confrontato al niente di quando abbiamo cominciato.

Ma non siamo riusciti a rivitalizzare il sardo.

La situazione della trasmissione generazionale è disastrosa.

Se è vero che i giovani (maschi) apprendono ancora il sardo dal gruppo dei pari (i coetanei), è anche vero che il sardo che apprendono è presumibilmente influenzato in modo massiccio dall’italiano. Si vedano i commenti al mio post I Sardi parlano tutti l’italiano?  e anche l’altro post Come parlano i sardi? 

Vedo con apprensione come sbocco di questa strategia difensiva–e sempre che abbia successo–la vittoria di Pirro ottenuta dagli Irlandesi.

Vedo il sardo insegnato a scuola–e studiato de mala gana dai ragazzi–e completamente scomparso dalla vita dei sardi.

Per rivitalizzare il sardo non basta vincere la battaglia politica con le istituzioni–e vendicarci delle umiliazioni passate–ma occorre vincere la battaglia culturale per far tornare il sardo alla condizione di lingua normale.

Giudico perciò gravissime le posizioni di vari esponenti di ProgReS, che teorizzano per la Sardegna la soluzione irlandese; indipendenza statuale e continuazione della colonizzazione culturale.

Le giudico gravissime perché potrebbero essere espressione del disorientamento linguistico di almeno una parte delle giovani generazioni.

Insomma, quelli che dicono: “Io non parlo in sardo perché a casa mia si parlava italiano”.

L’italianizzazione culturale di queste persone è andata talmente avanti che hanno assorbito perfino uno degli aspetti più miserevoli e miserabili della cultura italiana: il monolinguismo isterico.

Queste persone non si rendono conto di avere il dovere morale, civico, di imparare il sardo: non fosse altro che per permettere a me di parlare in sardo con loro.

Queste persone rivendicano il proprio “diritto” al monologuismo e negano il mio diritto al plurilinguismo.

Finora a questo gioco ci abbiamo giocato tutti e quest’articolo in italiano ne è una dimostrazione.

Quante volte non abbiamo detto: “Parlo in italiano, perché c’è qualcuno che non capisce il sardo”?

È successo perfino che, ancora pochi anni fa, Cristina Lavino protestasse a una conferenza regionale sulla lingua perché io e altri abbiamo parlato in sardo.

Ma è arrivato il momento di ribaltare il gioco: sono i monolingui isterici a negare i nostri diritti linguistici.

Prendiamoci il nostro diritto e usiamo il sardo anche nelle situazioni che norme sociali frutto del colonialismo culturale–e dell’autocolonialimo–giudicano non adatte.

Usiamo il sardo con gli sconosciuti, con le donne, con i bambini nostri e altrui.

Come per gli omosessuali è ora di uscire allo scoperto.

Fuori dal ghetto e dentro la società.

Fieri, non di essere Sardi, ma di non essere Italiani!

May 22, 2012

Perfino un Lupinu ha ragione due volte al giorno

Non è vero che la scuola, lo stato italiano, i mass media e la vicina non-mi-tocchete-che-mi-caghete possono restituire il sardo ai nostri figli e a noi stessi.

Solo noi stessi possiamo farlo.

A rubarci il sardo non sono stati la scuola, lo stato italiano, i mass media e la vicina non-mi-tocchete-che-mi-caghete, ma i nostri genitori.

Soprattutto la nostra carissima Mamma.

La scuola, lo stato italiano, i mass media e la vicina non-mi-tocchete-che-mi-caghete sono quelli che hanno convinto la nostra carissima Mamma a farlo.

Ripercorrere all’inverso il percorso storico e voler costringere la scuola, lo stato italiano, i mass media e la vicina non-mi-tocchete-che-mi-caghete ad accettare il sardo è comprendibile e anche utile, ma non ci toglie nessuna responsabilità.

Il futuro del sardo dipende per il 90% da noi stessi.

Il fatto che i nostri genitori o noi stessi siamo stati traumatizzati da bambini ci porta quindi ad aspettarci che siano le istituzioni sadiche che ci hanno privato del rapporto normale col sardo a restituircelo, a noi e ai nostri figli.

Ma questo è come come aspettarsi che il violentatore restituisca alla sua vittima la sua “ingenuità”.

È chiaro che anche l’ammissione di colpa da parte della scuola, lo stato italiano, i mass media e la vicina non-mi-tocchete-che-mi-caghete deve avvenire–ci serve a superare il trauna–ma alla fine quello che conta siamo noi stessi.

E non siamo più bambini.

Non possiamo delegare alla scuola, lo stato italiano, i mass media e la vicina non-mi-tocchete-che-mi-caghete il futuro della nostra lingua.

La finiremmo come in Irlanda, dove praticamente tutti–anche la scuola, lo stato , i mass media e la vicina non-mi-tocchete-che-mi-caghete “conoscono” l’irlandese, ma tuoi figli no.

Però devono studiarlo.

Mi torna in mente una storia citata da Gramsci, non ricordo dove:

“I banditi. dopo aver assaltato la casa di un possidente, sfondano la porta, raccolgono tutti gli oggetti di valore e nel mentre violentano la moglie del possidente.

Quando i banditi se ne vanno col bottino, il marito comincia a picchiare la moglie e a insultarla.

–Ma come? Mi hanno violentato e tu mi picchi?

–Si! Ma tu muovevi il culo!”

May 20, 2012

Come parlano i sardi?

Il lettore che si firma Piergiorgio giustamente fa notare: “MA SONO DAVVERO COSI’ TANTI I SARDI CHE PARLANO IL SARDO? Nella presentazione dell’intera ricerca, da parte dei vari curatori, con il termine “SARDO” si indica perciò ambiguamente qualsiasi forma linguistica che si situi tra L’ITALIANO meramente rilessificato (“SARDO…”, usato dai GIOVANI COLTI) al SARDO… parlato da almeno una parte degli intervistati con i titoli di studio MENO alti.”

Forse pensava di cogliermi in castagna (come si dice in italiano scolastico), ma non è così.

 

Peppe Luisi Pala aggiunge: “…bos devides fagher unu dziru peri sas biddas o tzitades de Sardinna,… a iscurtare su pius de sas pessonas,dzovanas,cun calicuna o pius de una classe de iscola superiore,… cando a parrer issoro allegant in “” italianu””…
Cherides intender sa traduidura letterale de sas frasias dae su Sardu a s’italicu ???
Po issos est totu normale,e si bi lis fagher notare,…adiosu…
Pustis ,cun cst’amisturu chi faghent,si proant a allegare su Sardu,…b’at de si ‘etare manos a conca,opuru,…Bi nd’at de si nde fagher una ‘entre de risu…”

In Sardegna fra tante lingue (2005) propongo un modello di continuum linguistico del repertorio che un parlante sardo ha a disposizione: un continuum che va dal sardo (locale) all’italiano letterario, passando per tutta una serie di forme intermedie, tra cui il sardo italianizzato.

Quest’ultimo si origina inevitabilmente in una situazione in cui i giovani non apprendono più in sardo dagli adulti, ma all’interno del gruppo dei coetanei, pochi dei quali hanno il sardo come L1.

Fin qui la teoria.

Ma come stanno real mente le cose?

L’ultima (e unica) ricerca sull Italiano regionale di Sardegna è del 1983. Sulle interferenze dell’italiano sul sardo esiste un’articolo di Rosita Schjerve, basato sulle sue osservazioni a Bonorva.

L’università italiana di Sardegna dorme il sonno dei giusti e i suoi necrofili si limitano a studiare il passato del sardo: il sardo come lingua dei morti.

La Regione si guarda bene dal finanziare una ricerca che sarebbe indispensabile per una pianificazione linguistica.

Detto questo, quello che è certo è che la colonizzazione linguistica della Sardegna non  ha portato ai risultati sperati dai Sardi: il 36% dei ragazzi non è in grado di comprendere un testo di bassa difficoltà. E probabilmente questi ragazzi che conoscono così male l’italiano, conoscono male anche il sardo.

Bel guadagno!

Come uscirne?

Tramite l’insegnamento contrastivo di sardo e italiano, all’interno di un programma di pianificazione linguistica che miri al plurilinguismo.

Fantascienza, insomma, con gli attuali politici.

 

May 19, 2012

I Sardi parlano tutti l’italiano?

Stando a questi dati [della ricerca sociolinguistica], l’italiano risulta essere la lingua principale per i Sardi, tranne che all’interno della famiglia e con gli amici.

Ma occorre precisare che, per il modo in cui è stata impostata la ricerca sociolinguistica, il termine “italiano” viene usato dagli intervistati per indicare ciò che gli intervistati stessi ritengono costituisca la lingua “italiana”. Non è quindi possibile sapere fino a che punto le strutture della lingua indicata come “italiano” dagli intervistati corrispondano poi a quelle dell’italiano standard. Questo limite della ricerca viene parzialmente ammesso dagli stessi curatori: “La nostra ricerca non ci permette di dire alcunché degli italiani regionali, in particolare dell’italiano regionale della Sardegna.” (Le lingue dei Sardi:12, nota 8)

Una cauta ammissione sulla vera natura del cosiddetto “italiano” parlato dai Sardi, la si trova alla stessa pagina della ricerca: “Come provvisoria conclusione si può dire che, almeno da questi ultimi dati [quelli che si riferiscono a gli uomini, i più anziani, i meno istruiti i residenti nei centri minori e coloro che sono cresciuti in una famiglia in cui si parlava una lingua locale], il dominio della lingua ufficiale sembra subire qualche incertezza, se non altro nella sua integrità. Se, come si vedrà più avanti, l’uso del codice linguistico nazionale risulta via via più dominante nel passaggio dai contesti informali a quelli più formali dell’interazione, e dai discorsi “bassi” a quelli più alti, va sottolineato come questo codice linguistico riceva una “patinatura”, più o meno accentuata, dalle parlate locali.”

In altri termini, Anna Oppo, la curatrice del capitolo e coordinatrice dell’intera ricerca, ammette che quello che lei chiama, con terminologia fortemente ideologizzata, “codice linguistico nazionale” in realtà costituisce, per molti parlanti e nell’uso concreto in molte situazioni, un ibrido linguistico che certamente non corrisponde all’italiano standard. Nella presentazione dell’intera ricerca, da parte dei vari curatori, con il termine “italiano” si indica perciò ambiguamente qualsiasi forma linguistica che si situi tra il sardo meramente rilessificato (“italiano popolare”, usato dagli anziani incolti) all’italiano standard parlato da almeno una parte degli intervistati con i titoli di studio più alti.

May 18, 2012

Le donne sarde di Anna Oppo

I fattori che hanno portato molti Sardi—ma sempre, comunque, una minoranza di essi—ad abbandonare almeno in parte la loro lingua sono fattori che si ritrovano in tutto il mondo e che in tutto il mondo stanno mettendo a rischio l’esistenza di migliaia di lingue minoritarie.

Oppo ne è cosciente e infatti cita, tra gli altri,  in una nota a pag. 10 il seguente passaggio di Labov, scritto a proposito del comportamento linguistico delle donne negli Stati Uniti: “Le donne … sono più sensibili degli uomini al modello di prestigio. Esse mostrano cioè una più netta inclinazione del mutamento di stile, specialmente all’estremo più formale dello spettro” (W. Labov, Lo studio del linguaggio nel suo contesto sociale in P.P. Giglioli (ed.) Linguaggio e società, Il Mulino, 1973, 335)”.

Ciononostante, cerca di attribuire a cause specificamente sarde il comportamento analogo delle donne isolane: “Come non capire la prontezza delle donne che, nell’impadronirsi, per prime, dell’italiano e della scuola, pensavano di liberarsi contemporaneamente dagli scialli, dal confinamento nella casa, dai gesti di deferenza quotidiana nei confronti di padri e mariti come quello di sfilare loro gli stivali e di lavargli i piedi una volta che questi rientravano a casa? E magari di non dover svolgere più il ruolo di coloro che piangono il figlio morto ammazzato?” (Le lingue dei Sardi:6)

Quante donne portano ancora lo scialle in Sardegna?

Chissà, ma le donne che parlano il sardo sono ancora il 62,6%.

Saranno quelle che non hanno mai lavato i piedi al marito?

May 18, 2012

La qualità letteraria secondo Riccardo Spiga

La portata dei pregiudizi di Riccardo Spiga è tale da impedirgli perfino di andare a verificare le affermazioni che inserisce in una pubblicazione che vorrebbe essere considerata scientifica.

La sua ricerca Spiga l’ha effettuata scorrendo “i cataloghi delle vivaci e piccole case editrici che hanno una produzione quasi esclusivamente dedicata a temi isolani”: come fa allora a sapere che gli scrittori in sardo sono “minori” rispetto a quelli in italiano?  “I libri in lingua locale sembrano perciò relativamente pochi, con scarse tirature e non destinati ad un pubblico vasto.”

Questa perla, in cui Spiga chiaramente mostra di confondere la qualità di un testo letterario con il suo potenziale commerciale, tradisce in effetti le motivazioni nascoste di tanti intellettuali sardi che ricorrono all’italiano per scrivere: chi scrive in sardo non avrà mai un successo commerciale.

May 18, 2012

Lo stupore di Riccardo Spiga

Non c’è cieco peggiore di chi non vuol vedere.

Riccardo Spiga–nel suo capitolo della ricerca sociolinguistica (http://www.regione.sardegna.it/documenti/1_4_20070510134456.pdf), dedicato a “Le parlate locali e le comunicazioni mediate”–si stupisce del fatto che “oltre il 60% degli intervistati dichiari di leggere la lingua locale, mentre il 14% dichiara di scriverla”.

Leggetevi anche questo paragrafo del mio libro e, pro praxere, segnalatemi tutti i siti web e i blog in cui si scrive in sardo:

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X.4 La risardizzazione linguistica della Sardegna

A partire dagli anni ’70 del secolo scorso, in Sardegna è cominciato a sorgere un movimento per il riconoscimento dei diritti linguistici dei Sardi.

Il seguente documento ufficiale, pubblicato sul sito della Regione Autonoma della Sardegna (http://www.sardegnacultura.it/j/v/258?s=24014&v=2&c=2480&t=7), riassume la posizione giuridica di cui gode attualmente il sardo: “L’attuale Statuto Speciale della Regione Sardegna, approvato nel 1948, non fa alcun riferimento all’identità linguistica della Sardegna. I tempi non erano forse maturi perché venisse affrontato un problema del genere.
La coscienza linguistica popolare si “sveglia” soprattutto negli anni Settanta del secolo scorso quando pone il problema a livello politico Antonio Simon Mossa. Ma una proposta di legge di iniziativa popolare del 1978, sostenuta da decine di migliaia di firme, non ottiene risposta dalle istituzioni statali e regionali che nel 1997 con l’approvazione della legge regionale 26. Intanto nel 1990, il nuovo ordinamento delle autonomie locali consente a province e comuni di riconoscere la lingua sarda quale lingua del territorio e dell’istituzione locale.
L’approvazione della Carta Europea delle Lingue, nel 1992, apre nuove prospettive anche in Italia che, nel 1999, approva finalmente la legge n. 482 che inserisce il sardo quale “lingua di minoranza storica” riconosciuta nel territorio nazionale a fianco al catalano, croato, occitano, franco-provenzale, friulano, grecanico, albanese. Ciò in attuazione dell’articolo 6 della Costituzione Repubblicana che affermava già 50 anni prima di tutelare le minoranze linguistiche.
Oggi, in Sardegna, per la tutela della lingua sarda si fa ricorso a una sorta di “combinato-disposto” tra la legge statale 482/99 che si occupa soprattutto di Pubblica Amministrazione (in minima parte di media e scuole), e la legge regionale 26 che si occupa in massima parte di progetti culturali (ma anche di media e sperimentazione scolastica).”

Con la legge regionale 26/97 e con quella statale 482/99, il sardo cessa quindi di essere un “dialetto”—almeno secondo la definizione politica—e torna finalmente a essere una “lingua”.

Le conseguenze di questa mutata situazione giuridica non si fanno attendere.

Il movimento per il riconoscimento giuridico del sardo era stato da subito accompagnato da un fiorire di iniziative volte a liberare la lingua dalla situazione di diglossia in cui era stata fino ad allora ingabbiata.

Se, fino a quel momento e tranne pochissime eccezioni, il sardo era stato quasi esclusivamente lingua orale e lingua della poesia—anche quella soprattutto orale—e veniva escluso, nella scrittura, dal trattamento di argomenti contemporanei e dalla prosa, nel 1973, con la pubblicazione del primo numero del settimanale Su Populu Sardu, comincia per la lingua della Sardegna una nuova epoca. Per la prima volta dalla perdita dell’indipendenza, si assiste in Sardegna a una produzione non episodica di testi in prosa. In pochi anni seguono i primi romanzi in sardo: S’arvore de sos tzinesos di Larentu Pusceddu (Nùgoro 1982), Sa bida est amore (Siena1982) e su Traballu est balore (Tàtari 1984) di Francesca Cambosu, Sos Sinnos di Michelangelo Pira (Casteddu 1983), Mannigos de memoria di Antoni Cossu (Nùgoro 1984).

Il sardo esce, almeno a livello della lingua scritta, dalla situazione di diglossia e da allora c’è stata una vera e propria esplosione della produzione di prosa in sardo: “Oltre [a menzionare] le duecento opere di narrativa vorrei spendere due parole sulle traduzioni dei classici in lingua sarda. Non ho dati precisi, però stimo che le traduzioni siano più di 300, forse arriviamo a 400 titoli.”  (Francesco Cheratzu, 2011:6,  in corso di pubblicazione).

Per una rassegna completa delle opere in prosa scritte in una delle lingue sarde e per una critica letteraria, si veda il libro di Antoni Arca: Benidores. Literadura, limba e mercadu culturale in Sardigna, 2008, Condaghes.

Come viene accolta questa nuova produzione di opere letterarie in sardo? “C’è una scarsità di lettori, ma c’è un mercato di nicchia che funziona. Vorrei illustrarvi un esperimento, condotto col consenso dell’autore, Gianfranco Pintore: ho ritardato la pubblicazione di un suo romanzo in sardo (Sa losa de Osana / La stele di Osana, 2009) per poterlo immettere nel mercato contemporaneamente in italiano e alle stesse condizioni editoriali: ovvero uscita nello stesso giorno in due collane diverse ma con stesso prezzo e con preghiera al distributore di fare una distribuzione uguale. Risultato: su circa 700 libri prodotti per ciascuna edizione, quelli in sardo sono praticamente terminati mentre di quelli in italiano ce ne è ancora qualche scatola… abbiamo venduto circa il 25% in più di libri in lingua sarda rispetto a quelli in italiano. Vendere romanzi è assai difficile se non hai accesso agli “spazi promozionali” dei giornali e dei media. Le vendite medie di romanzi in italiano in Sardegna, non pompato dai media locali o nazionali, non raggiungono le 500 copie. (Francesco Cheratzu, 2011:2,  in corso di pubblicazione).

Il cambiamento dello status legale del sardo, ha immediatamente comportato un aumento esponenziale del corpus di opere prodotte—la maggior parte di questi circa 200 romanzi sono state pubblicate negli ultimi 15 anni—e questo corpus ha migliorato ulteriormente lo status sociale del sardo, permettendogli di competere praticamente ad armi pari con analoghe produzioni linguistiche in italiano.

Ma a partire dalla fine degli anni ’90  del secolo scorso, c’è stata anche un’altra esplosione mediatica: la scoperta di Internet da parte dei sardo parlanti, o meglio: sardoscriventi.

A partire dalla cosiddetta “Lista di Colonia”, una mailing-list approntata nel 1999 da Guido Mensching e poi trasferitasi con lui alla Freie Universität Berlin (http://www.lingrom.fu-berlin.de/sardu/), decine di Sardi hanno cominciato, per la prima volta, a scrivere in sardo degli argomenti più disparati.

Al giorno d’oggi, esiste un numero imprecisato di blog e siti Internet in cui si usa il sardo, spesso a fianco dell’italiano. E su Facebook, almeno 7 “gruppi” sono dedicati alla lingua, cosa che implica l’uso esclusivo del sardo nelle comunicazioni tra i membri dei gruppi. Oltre a questo, si nota un uso molto esteso del sardo nelle interazioni tra iscritti al “social network”.

Risultano perciò stupefacenti le affermazioni di Riccardo Spiga, che ha curato il capitolo “Le parlate locali e le comunicazioni mediate”della ricerca sociolinguistica “Le lingue dei Sardi”, presentata nel 2007: “Prima di commentare i dati che riguardano la lettura e la scrittura in lingua locale va ricordato che la “dialettizzazione” del sardo e delle altre varietà locali ha fatto sì che la produzione di libri scritti in queste parlate sia un fenomeno minoritario, che ha ad oggetto soprattutto testi letterari, qualche volta storici ma non vi sono opere di tipo scientifico o di divulgazione scientifica. Anche i testi di tipo letterario, soprattutto poesia, racconti e romanzi hanno una divulgazione limitata a specifiche aree linguistiche, non essendoci uno standard linguistico comunemente accettato né norme di scrittura comuni. Non abbiamo dati quantitativi sulla produzione libraria nelle lingue locali in Sardegna ma a scorrere i cataloghi delle vivaci e piccole case editrici che hanno una produzione quasi esclusivamente dedicata a temi isolani si nota come questi contengano tanto testi in lingua locale quanto in italiano, con una certa prevalenza di questi ultimi. Del resto i maggiori scrittori sardi contemporanei scrivono in italiano, spesso con l’intenzione di riprodurre l’italiano regionale o connotando la loro scrittura come “sarda” con l’innesto di espressioni o lemmi delle parlate locali. I libri in lingua locale sembrano perciò relativamente pochi, con scarse tirature e non destinati ad un pubblico vasto.[1] Quanto alla stampa periodica in lingua locale, è anch’essa poco visibile, le principali riviste si occupano infatti, prevalentemente, di problemi culturali e linguistici. I dati riportati nella figura 9.1 appaiono, dunque, un poco sorprendenti risultando che oltre il 60% degli intervistati legge in una delle lingue locali e il 14% usa la scrittura.”

Quello che stupisce, in questo caso, è il fatto che Riccardo Spiga non si sia accorto della presenza di un fenomeno macroscopico come quello della letteratura in lingua sarda e della grande diffusione del sardo in Internet.


[1] Con ciò non di vuole negare la lunga tradizione letteraria in lingua logudorese e campidanese, specie la produzione poetica

o la qualità altissima della poesia di un Montanaru. Ci si riferisce più specificamente alla realtà odierna dove, nonostante una

ritrovata vivacità negli ultimi decenni, la moltiplicazione delle riviste e delle case editrici permetterebbe, in astratto, una

maggiore produzione in lingua sarda. Per l’attività letteraria degli ultimi due secoli in Sardegna si veda G. Pirodda, L’ attività

letteraria tra Otto e Novecento in L. Berlinguer, A. Mattone, La Sardegna, cit.1084-1122. Per la poesia utile il testo di C.

Sole, La poesia in lingua sarda del Novecento in M. Brigaglia (ed.) La Sardegna, I. Arte e letteratura, Cagliari, Della Torre,

1982, 70-92.

 

May 17, 2012

Nel mio piccolo

Nel mio piccolo, anche io sono un divo.

Kelledda–o era un suo amico?–mi ha definito “guru” su FB!

E allora leggetevi questo articolo: Divismo l’altra faccia dell’opportunismo

E allora mettiamoci d’accordo: o mi fate a divo come si spetta–con tutti i quattrini che mi competono–o me la smettete di delegare a me il compito di fare a gratis quello che potreste benissimo fare anche voi: a manigiai su sardu che lingua normali!

Io scrivo da anni le stesse cose (Sa vindita de Tziu Paddori. è del 2008!), voi continuate a leggere quello che scrivo–e siete sempre di più–ma poi voi continuate a parlare italiano quando potreste e dovreste parlare in sardo e io continuo a scrivere gratis per voi, così voi vi sentite gratificati.

E mi arrivano i “mi piace” su FB.

Io vi piaccio a voi, ma voi non mi piacete a me!

A fare il divo è come a fare la bagassa: a gratis non c’è gusto!

Ita bagassa ses si non nci guadangias nudda e ni-mancu gosas?

May 17, 2012

Si ses educadu, faedda-mi in sardu

Bosi propongio un’áteru  arrogheddu de su libbru innue analizo unu fatu chi m’est sutzediu una dexina de annos.

Forsis cun una pariga de aneddotus si podit cumprendi unu pagu ita est sutzediu a su sardu in custus urtimus trinta o coranta annus.
Una dexina de annus a oi, m’est capitau de intrai in unu bar de Biddermosa. Doi fiant un’omini e una femina de sa bidda—genti de s’edadi mia—fueddendi in sardu e insaras deu apu ordinau a buffai in sardu e mi seu postu a fueddai deu puru. S’omini m’at castiau unu pagu e a pustis m’at arrespundiu in sardu, ma sa femina—sa meri de su bar—m’at arrespundiu in italianu de s’inghitzu a sa fini e mi castiát mali totu s’ora.
Deu custa cosa non dd’apu cumpréndia e apu domandau a is feminas chi fiant fendi su cursu de linguistica cun mei in Ghilartza ita ndi pensant de cussa scena. S’arrespusta issoru fiat: “Cussa femina at pensau: ‘E ita est totu custa cunfiantzia?!’”
Chi custa analisi est giusta, a fueddai in sardu a unu chi non connoscis est unu pagu comenti a ddi nai de tui: s’usu de su sardu abasciat su livellu de formalidadi de s’interatzioni linguistica fintzas a unu puntu ca po cussa femina de Biddermosa non andát prus beni. Ca femu maleducau, issa non mi dd’at nau, ma ge mi dd’at fatu cumprendi.

Un’atra cosa ca m’est sutzédia unus dexi annus fait cunfirmat s’interpretatzioni de su sardu che lingua de sa cunfiantzia.
In s’oru de sa “Carlo Felice” apu biu a unu bendendi sindria e mi seu firmau. Mi seu postu a fueddai in sardu cun s’omini—su messaju?—chi bendíat sa sindria e issu m’arrespundíat in italianu. Deu apu sighíu in sardu e non ddu naramu ni de tui ni de fustei. Issu mi castiát sempri prus nervosu e si bidíat ca non sciíat comenti si depíat cumportai. A sa fini non at aguantau prus e m’at fueddau in sardu issu puru, ma … nendi-mi de tui!
Custu, chi nci pensais, est unu cumportamentu stranu, poita “non est de personi educada” a nai de tui a unu clienti disconnotu: non m’est sutzédiu mai in atru logu.
Deu fueddendi-ddu in sardu apu postu in cunflitu duas arregulas “pragmaticas” de s’interatzioni linguistica in Sardinnia: (i) s’interatzioni tra cummercianti e clienti disconnotu est impersonali; (ii) su sardu est sa lingua de sa “cunfiantzia”.
Po si cumprendi, sa “pragmatica” est cussa disciplina de sa linguistica chi studiat s’usu de sa lingua.
Issu iat potziu sighiri sa primu arregula fueddendi-mi in sardu e nendi-mi de fustei, ma a su chi parit sa segundu arregula fiat tropu forti po issu e m’at nau de tui.

Dal momento in cui i membri di due comunità dialettali diverse cominciano a comunicare in un terzo codice, la loro esposizione alle altre varianti del sardo diminuisce radicalmente. Ovviamente, in questo modo diminuisce anche la possibilità di familiarizzare con la variante dell’interlocutore. Si è instaurato perciò un circolo vizioso: l’uso dell’italiano come lingua franca fra parlanti di dialetti sardi differenti ha ulteriormente allontanato i sardi dai dialetti diversi dal proprio e ha finito per diventare “insostituibile” ai fini di una comunicazione efficiente. A questo fattore strettamente comunicativo va poi aggiunto che un atteggiamento linguistico positivo è fondamentale per l’apprendimento/comprensione di un’altra lingua (o varietà) e il campanilismo (linguistico e non) in Sardegna è ancora molto forte: l’uso di varietà del sardo diverse dalla propria viene solitamente stigmatizzato.

Con l’insorgere di questa situazione, l’uso dell’italiano è diventato praticamente obbligatorio nell’interazione linguistica con interlocutori sconosciuti, come segno di cortesia e di rispetto. Una situazione attestata anche al di fuori della Sardegna, nel territorio dello stato italiano: “I parlanti bilingui hanno a disposizione opzioni aggiuntive per comunicare cortesia e rispetto. Le due lingue parlate da una comunità linguistica bilingue non necessariamente godono dello stesso status o prestigio, cosa che implica che le due lingue non sono necessariamente entrambe adeguate in tutti i contesti. Come conseguenza, la scelta della lingua può essere impiegata come strategia per comunicare cortesia e rispetto.”[1]

Duncas po ndi essire dae custa situatzione, tocat ki nosi ponimus a faeddare in sardu in manera “rispetosa” puru cun gente disconnota.

Su benidore de su sardu est in manu nostra puru.


[1] “Bilingual speakers have additional options to convey politeness because they have two languages to choose from. The two languages spoken by members of a bilingual speech community do not necessarily enjoy the same status or prestige, which implies that both languages may not be appropriate in all contexts. As a result, language choice may also be used as a strategy to convey politeness.” (http://www.linguistics.stonybrook.edu/files/undergrad_theses/romanello.pdf)

 

May 15, 2012

Respusta a Lucio Porcu: berus est ca sa limba non portat votos?

Lucio Porcu nd’at pesau un’argumentu de importu e ki donat una respusta a is criticas ki deo fatzo a is partidos sardos (“sardistas” e italianos).

Lucio scriet: “Magari la lingua sarda è un tema che non premia dal punto di vista elettorale? Oppure la lingua sarda come è stata affrontata fino ad ora non premia (molto più probabile secondo me). Perchè ti assicuro che nei partiti indipendentisti se ne discute eccome (almeno in quelli che ho frequentato io). Ma un altro problema irrisolto è l’immagine. Purtroppo elettoralmente il sardo in berritta e gambales non paga, anche se parla un italiano fluente e ha una cultura sopra la media. Paga l’immagine rassicurante del politico in giacca e cravatta, paga la comunicazione classica, pagano le promesse di posti di lavoro.”

Giustamente Lucio pone la questione come domanda: in effetti non sappiamo neppure se il tema della limba paghi o non paghi dal punto di vista elettorale.

Infatti mai nessuno si è mai avventurato su quel terreno, almeno in campagna elettorale.

Renato Soru è quello che si è spinto più lontano a favore della limba, ma l’ha fatto in modo incostante.

Dopo lo slancio iniziale e soprattutto simbolico, con il varo della LSC, le presentazioni di Paulilatino, le poche occasioni in cui ha parlato in sardo in pubblico e la promessa di una legge organica sulla limba, a quanto pare ha perso il suo innamoramento per il tema.

La legge non l’ha fatta–anche se ha rinnovato la promessa di farla, durante la campagna elettorale–e con l’amministrazione Soru, l’Assessorato ha continuato a spendere per la limba quel miserabile 1% del suo bilancio.

Soru è quello che si è spinto più avanti di tutti, ma possiamo dire che sia stato poi sconfitto alle elezioni per questo motivo?

L’unico a rimproverargli la cosa, a posteriori, è stato Alessandro Aresu, in un articolo commissionatogli dai giacobini italiani di Limes: “Durante la campagna elettorale, Renato Soru tenne alcuni comizi in sardo. Il suo avversario Ugo Cappellacci non parlò mai in sardo, ma i suoi comizi vedevano spesso la presenza di Silvio Berlusconi.” (Un Italiano di serie B )

Il tema della limba, da un punto di vista elettorale, è un terreno inesplorato: nessuno si è mai azzardato ad affrontare gli strali delle università italiane di Sardegna e dei giornali sardignoli.

È chiaro a tutti che la Nuova Sardegna si scatenerebbe contro gli incauti sostenitori della limba, come ha sempre fatto.

Ma dall’altro canto, abbiamo le ricerche delle università (di Edinburgo e Cagliari, sull’identità dei Sardi, e di Cagliari e Sassari, sugli usi linguistici) che ci dicono chiaramente che esiste una chiara domanda di identità e di limba.

A me sembra che in tutti i partiti sardi prevalgano le correnti economicistiche: insomma quelli che con il loro “Abbiamo altro a cui pensare” ci hanno portato esattamente al punto in cui siamo.

Così rimaniamo nella situazione di una delle minoranze linguistiche maggiori d’Europa che, unico esempio, non vede rappresentati i suoi bisogni e diritti di minoranza nei programmi politici dei partiti sardi, arrivando al paradosso di quegli indipendentisti che teorizzano l’assunzione della lingua nemica delle lingue sarde tra le lingue nazionali dei Sardi.

Se da un lato questa situazione ha permesso al movimento per la limba di rimanere trasversale–non esiste alcun “partito della limba”–dall’altro i Catalani sono lì a dimostrarci che la trasversalità è possibile anche all’opposto: in Catalogna tutti i partiti sono a favore della lingua.

Io, quindi, mi limito a constatare ancora una volta che le classi dirigenti sarde–inclusi i partiti sardi e variamente “sardisti”–sono impregnati dell’economicismo che ha sempre contraddistinto la sinistra italiana e la cultura italiana in generale e che permette loro di non mettere in discussione il fatto di essersi formate nelle scuole e nelle università italiane, dove hanno assorbito il disprezzo razzista verso la propria lingua e cultura.

Quello che Lucio esprime con le seguenti parole: “il sardo in berritta e gambales”. Questa è l’eterna associazione della limba a un mondo arcaico ed economicamente non competitivo.

Se questa associazione ancora una parte dei Sardi l’effettua–ma a vedere quello che succede in Internet e i risultati della ricerca sociolinguistica, viene da dubitarne–la colpa è soltanto di quegli intellettuali che ancora si rifiutano di lavorare per l’ammodernamento della limba.

Eccola qui la nostra tragedia: gli intellettuali sardi–in generale–vogliono essere definiti nella loro sardità unicamente dalla geografia, non dalla lingua e dalla cultura della Sardegna. (Due identità sarde o dialogo tra sordi?)

E i più coerenti in questo senso sono proprio quelli di ProgReS: da parte loro proprio non si capisce cosa sarebbe a definire la nazione sarda, oltre al territorio della sognata “Repubblica”.

Io in tutto questo continuo a vedere i sintomi della sistematica distruzione dell’identità sarda effettuata dallo stato italiano tramite di tutti i mezzi che ha a disposizione.

E questi intellettuali sardi li vedo come le vittime compiaciute e compiacenti di questa distruzione.

Io mi limito a constatare che quel 36% di ragazzi che–grazie alla negazione del problema linguistico–non sono in grado di leggere neanche un testo di bassa difficoltà, continua a non essere rappresentato da alcun partito sardo: né “sardista”, né “democratico”.

Quel 80% e passa di Sardi che vuol vedere la limba nella scuola continua a non ricevere nessuna rappresentanza politica.

A quella grande maggioranza di Sardi che si sente più sarda che italiana continua a mancare la voce della maggioranza degli intellettuali e della quasi totalità dei mass media.

E anche i partiti sardi brillano per la loro viltà intellettuale e progettuale.

Un programma politico centrato sullo sviluppo della Sardegna come nazione–e non solo della sua economia–quanti voti riceverebbe?

Domanda inutile, fino a quando i politici sardi continueranno a concepire come possibile un’economia senza tecnologia, una tecnologia senza scienza, una scienza senza cultura e una cultura senza lingua.

Perché questo significa sognarsi uno sviluppo economico senza limba.

Significa tornare all’incubo petrolchimico.

Ecco dove gli economicisti di tutti i partiti ci vogliono condurre.