Il vuoto di identità dei partiti sardi

Chiusa per ora la parentesi lirica, si torna alla dura realtà della politica culturale della Sardegna.

O meglio alla dura realtà della sua non esistenza.

Ho davanti a me la Relazione del segretario Melis al Consiglio Nazionale dei Rossomori.

Nuovamente mi trovo di fronte allo stesso dilemma: potrei sottoscrivere molto di quello che Melis dice (anzi quasi tutto, visto che sono “sardista”, socialista e liberale di sinistra/azionista),

ma non capisco perché non potrei fare lo stesso con un partito italiano.

Di nuovo, come nel caso del PSdAz, degli indipendentisti, e degli altri partiti variamente sardisti mi ritrovo davanti al programma di una specie di “lista civica” della Regione Sardegna, ma non trovo nessuna analisi sul perché noi Sardi ci ritroviamo da sempre, come sempre, per sempre (?) a dover affrontare gli stessi problemi.

È dal ’48 che si sentono sempre le stesse cose.

Ma le cose non sono cambiate e non cambiano.

Siamo di fronte al fallimento totale di alcune generazioni di classe dirigente appartenente a tutti gli schieramenti politici e nessuno che ne tragga le conclusioni.

Meglio guardare avanti che recriminare sul passato?

Sarà, ma le proposte di Melis (“E, in proposito, va condotta la battaglia per il riconoscimento a livello Europeo della protezione e salvaguardia della diversità e specificità dei prodotti di Sardegna. Dobbiamo puntare su produzioni non imitabili. Riconoscibili come tipiche sarde. Capaci di competere su tutti i mercati. E questo si può fare, con l’incentivazione alla coltura di prodotti autoctoni che abbiano la capacità di incidere sul gusto, sulla salute, sul benessere, sull’immaginario. Valorizzando le filiere controllate e tutelando le sementi. L’impatto sul Turismo di uno scenario come quello descritto sarebbe di proporzioni enormi.“) le ho già sentite sintetizzare, una decina d’anni fa,  da Pasquale Onida con lo slogan: “Dobbiamo diventare il Chianti del Mediterraneo!”

Naturalmente, neanche Pasqualone ha poi combinato una mazza.

L’idea è quella–e non è molto diversa da quello che ha cercato di fare Renatone Soru–e non ci resta che chiederci perché nessuno riesca a portarla avanti.

Mettiamo il caso che–e guarda caso sono appena tornato da un viaggio in Toscana–quello che non va siano proprio i Sardi?

La Toscana è l’unica regione italiana che io amo.

A me basterebbe che la Sardegna arrivasse ad amministrarsi come la Toscana.

Con quell’equilibrio tra natura, cultura e benessere.

Ma la Toscana è amministrata da Toscani e la Sardegna da Sardi.

Come mai questa differenza allora?

A prima vista non dovrebbe esserci nessuna differenza: le classi dirigenti toscane sono formate nelle scuole e nelle università italiane esattamente come quelle sarde. E sono formate in italiano, come quelle sarde.

La differenza consiste appunto nel fatto che i Toscani–tutti i Toscani–studiano e si formano nella loro lingua e, sara un caso, sono fieri della loro lingua e della loro identità.

Le classi dirigenti sarde sono anche loro fiere della lingua e dell’identità … dei Toscani.

Le classi dirigenti sarde sono formate nel e dal complesso di inferiorità nei confronti degli Italiani.

Quello che manca loro è l’indipendenza culturale, psicologica e politica dall’Italia.

Questo li rende ciechi alla realtà della Sardegna.

Come il cane di Pavlov, cercano automaticamente le soluzioni ai problemi sardi al di là del Tirreno: alla fonte della lingua e della cultura che li ha formati.

Qual’era il modello di Onida? Il Chianti, no?

Per me il modello è l’Olanda.

Un paese piccolo, schiacciato da sempre tra vicini possenti, ma che riesce sempre a trovare la propria strada.

Oltre non vado, perché in Olanda ci vivono gli Olandesi e non i Sardi.

La Sardegna è amministrata da Sardi italianizzati e l’Italia–tranne poche eccezioni, tra cui la Toscana–è uno dei paesi più corrotti e mal governati del mondo occidentale.

Visto dall’Olanda il problema della Sardegna è molto chiaro: il problema è costituito dai Sardi italianizzati.

Sia che si tratti delle classi dirigenti (problema macroscopico) sia che sui tratti di coloro che tollerano, eleggono, sostengono, mantengono e trattengono una classe dirigente di merda.

Soluzione?

Deitalianizzare la Sardegna.

Come?

Partendo dalla constatazione che è principalmente la lingua a definire la cultura di un popolo (nel nostro caso, alcune lingue).

A partire dalla lingua, ridefinirsi come nazione: comunità politica di individui affini per lingua, cultura, storia e ambizioni.

Fatto questo e partendo dalla constatazione della nostra non-italianità e “leggerezza” demografica ed economica, guardarci attorno per sceglierci i modelli di sviluppo che meglio si addicono al nostro territorio e al nostro “carattere”.

Obiettivo immediato: il 25% del bilancio dell’Assessorato alla Cultura dedicato alla rivitalizzazione della lingua sarda.

Mirando, ovviamente, a un futuro in cui per l’italiano (in tutte le sue sfaccettature: do you remember Ente Lirico?) si spenda l’1% del bilancio dell’Assessorato, e tutto il resto per il sardo.

Ecco tutto quello che mi manca dalla relazione di Melis (e di tutti gli altri partiti sardi).

Oltre, naturalmente, a una chiara presa di posizione sull’unitarietà del sardo–e quindi rifiuto della doppia norma–e su come fare nell’immediato per introdurre il sardo nelle scuole e per renderlo socialmente visibile in tutti i modi possibili.

P.S. Pro su chi pertocat is urtimas cosas chi naro, non aia bidu su chi bi fiat già in su situ Rossomori:

2 Comments to “Il vuoto di identità dei partiti sardi”

  1. Beh se l’ente lirico praticasse la parità linguistica, perché non finanziarlo?

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