Respusta a Lucio Porcu: berus est ca sa limba non portat votos?

Lucio Porcu nd’at pesau un’argumentu de importu e ki donat una respusta a is criticas ki deo fatzo a is partidos sardos (“sardistas” e italianos).

Lucio scriet: “Magari la lingua sarda è un tema che non premia dal punto di vista elettorale? Oppure la lingua sarda come è stata affrontata fino ad ora non premia (molto più probabile secondo me). Perchè ti assicuro che nei partiti indipendentisti se ne discute eccome (almeno in quelli che ho frequentato io). Ma un altro problema irrisolto è l’immagine. Purtroppo elettoralmente il sardo in berritta e gambales non paga, anche se parla un italiano fluente e ha una cultura sopra la media. Paga l’immagine rassicurante del politico in giacca e cravatta, paga la comunicazione classica, pagano le promesse di posti di lavoro.”

Giustamente Lucio pone la questione come domanda: in effetti non sappiamo neppure se il tema della limba paghi o non paghi dal punto di vista elettorale.

Infatti mai nessuno si è mai avventurato su quel terreno, almeno in campagna elettorale.

Renato Soru è quello che si è spinto più lontano a favore della limba, ma l’ha fatto in modo incostante.

Dopo lo slancio iniziale e soprattutto simbolico, con il varo della LSC, le presentazioni di Paulilatino, le poche occasioni in cui ha parlato in sardo in pubblico e la promessa di una legge organica sulla limba, a quanto pare ha perso il suo innamoramento per il tema.

La legge non l’ha fatta–anche se ha rinnovato la promessa di farla, durante la campagna elettorale–e con l’amministrazione Soru, l’Assessorato ha continuato a spendere per la limba quel miserabile 1% del suo bilancio.

Soru è quello che si è spinto più avanti di tutti, ma possiamo dire che sia stato poi sconfitto alle elezioni per questo motivo?

L’unico a rimproverargli la cosa, a posteriori, è stato Alessandro Aresu, in un articolo commissionatogli dai giacobini italiani di Limes: “Durante la campagna elettorale, Renato Soru tenne alcuni comizi in sardo. Il suo avversario Ugo Cappellacci non parlò mai in sardo, ma i suoi comizi vedevano spesso la presenza di Silvio Berlusconi.” (Un Italiano di serie B )

Il tema della limba, da un punto di vista elettorale, è un terreno inesplorato: nessuno si è mai azzardato ad affrontare gli strali delle università italiane di Sardegna e dei giornali sardignoli.

È chiaro a tutti che la Nuova Sardegna si scatenerebbe contro gli incauti sostenitori della limba, come ha sempre fatto.

Ma dall’altro canto, abbiamo le ricerche delle università (di Edinburgo e Cagliari, sull’identità dei Sardi, e di Cagliari e Sassari, sugli usi linguistici) che ci dicono chiaramente che esiste una chiara domanda di identità e di limba.

A me sembra che in tutti i partiti sardi prevalgano le correnti economicistiche: insomma quelli che con il loro “Abbiamo altro a cui pensare” ci hanno portato esattamente al punto in cui siamo.

Così rimaniamo nella situazione di una delle minoranze linguistiche maggiori d’Europa che, unico esempio, non vede rappresentati i suoi bisogni e diritti di minoranza nei programmi politici dei partiti sardi, arrivando al paradosso di quegli indipendentisti che teorizzano l’assunzione della lingua nemica delle lingue sarde tra le lingue nazionali dei Sardi.

Se da un lato questa situazione ha permesso al movimento per la limba di rimanere trasversale–non esiste alcun “partito della limba”–dall’altro i Catalani sono lì a dimostrarci che la trasversalità è possibile anche all’opposto: in Catalogna tutti i partiti sono a favore della lingua.

Io, quindi, mi limito a constatare ancora una volta che le classi dirigenti sarde–inclusi i partiti sardi e variamente “sardisti”–sono impregnati dell’economicismo che ha sempre contraddistinto la sinistra italiana e la cultura italiana in generale e che permette loro di non mettere in discussione il fatto di essersi formate nelle scuole e nelle università italiane, dove hanno assorbito il disprezzo razzista verso la propria lingua e cultura.

Quello che Lucio esprime con le seguenti parole: “il sardo in berritta e gambales”. Questa è l’eterna associazione della limba a un mondo arcaico ed economicamente non competitivo.

Se questa associazione ancora una parte dei Sardi l’effettua–ma a vedere quello che succede in Internet e i risultati della ricerca sociolinguistica, viene da dubitarne–la colpa è soltanto di quegli intellettuali che ancora si rifiutano di lavorare per l’ammodernamento della limba.

Eccola qui la nostra tragedia: gli intellettuali sardi–in generale–vogliono essere definiti nella loro sardità unicamente dalla geografia, non dalla lingua e dalla cultura della Sardegna. (Due identità sarde o dialogo tra sordi?)

E i più coerenti in questo senso sono proprio quelli di ProgReS: da parte loro proprio non si capisce cosa sarebbe a definire la nazione sarda, oltre al territorio della sognata “Repubblica”.

Io in tutto questo continuo a vedere i sintomi della sistematica distruzione dell’identità sarda effettuata dallo stato italiano tramite di tutti i mezzi che ha a disposizione.

E questi intellettuali sardi li vedo come le vittime compiaciute e compiacenti di questa distruzione.

Io mi limito a constatare che quel 36% di ragazzi che–grazie alla negazione del problema linguistico–non sono in grado di leggere neanche un testo di bassa difficoltà, continua a non essere rappresentato da alcun partito sardo: né “sardista”, né “democratico”.

Quel 80% e passa di Sardi che vuol vedere la limba nella scuola continua a non ricevere nessuna rappresentanza politica.

A quella grande maggioranza di Sardi che si sente più sarda che italiana continua a mancare la voce della maggioranza degli intellettuali e della quasi totalità dei mass media.

E anche i partiti sardi brillano per la loro viltà intellettuale e progettuale.

Un programma politico centrato sullo sviluppo della Sardegna come nazione–e non solo della sua economia–quanti voti riceverebbe?

Domanda inutile, fino a quando i politici sardi continueranno a concepire come possibile un’economia senza tecnologia, una tecnologia senza scienza, una scienza senza cultura e una cultura senza lingua.

Perché questo significa sognarsi uno sviluppo economico senza limba.

Significa tornare all’incubo petrolchimico.

Ecco dove gli economicisti di tutti i partiti ci vogliono condurre.

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