Archive for June, 2012

June 30, 2012

Ma l’identità esiste?

Alessandro Sestu rilancia e propone di giocare a tutto campo, mettendo in discussione il concetto di identità:

“Dr Bolognesi

Il nucleo del discorso non è quello da lei riportato. Il nucleo del mio discorso è che, per me, il concetto di identità non esiste e, dove esiste, rappresenta un limite. Io guardo una persona che afferma la propria identità e ci vedo un limite. Guardo una bandiera (qualunque bandiera, quella italiana, quella francese, quella sarda, quella israeliana) è ci vedo un limite.
Questo non significa rinnegare o disprezzare se stessi: significa prendere coscienza di se come parte del tutto, invece che come parte di un gruppo. Non ho nessun disprezzo per le mie origini, per la mia storia, per la mia ascendenza: semplicemente non trovo motivo di orgoglio affermarla, nello stesso modo in cui non trovo motivo di orgoglio affermate che ho i capelli neri, gli occhi verdi ecc…
Inoltre questo non significa neanche essere avulsi dalla realtà in cui si vive: conosco i problemi della sardegna, gli errori che sono stati commessi, le possibili soluzioni alternative (su cui è bene discutere).

Quando inizio una discussione, lo faccio perché sento di dovermi chiarire le idee in merito. Sono sempre disposto a ritornare sulle mie posizioni e cambiare idea, qualora l’interlocutore mi illumini su aspetti non considerati.
La discussione con lei (e i commentatori) non è piacevole. Questo suo continuo voler inscatolare la mia personalità (“lei parla come i vecchi”, “lei pensa che essere sardi sia uguale ad essere antiquati”, “lei è la dimostrazione del complesso di inferiorità”, “lei è un esempio dei danni…”, “lei è uno di quelli del…”, “quelli come ale sestu non riusciranno mai a concepire un’economia sarda…” eccetera), oltre ad essere un po’ seccante, limita lo scambio dialettico e lo impoverisce.

Se ha voglia di continuare la discussione, parta dal presupposto che lei non mi conosce, e magari riusciremo a tirar fuori qualcosa di costruttivo.”

Non sono uno psicologo e nemmeno un’antropologo, ma da linguista qualcosa da dire sull’identità ce l’avrei.

Che gli piaccia o no, Alessandro Sestu fa parte almeno di un gruppo: la comunità linguistica italiana,  e quasi certamente fa parte del sottogruppo che usa l’italiano regionale di Sardegna.

Non so se Sestu si senta idealmente altrettanto vicino alla comunità linguistica Guaranì, ma per quanto lo volesse, non credo proprio che potrebbe farne parte: il Guaranì si parla in Paraguay.

Quindi la sua affermazione contraddittoria (” Il nucleo del mio discorso è che, per me, il concetto di identità non esiste e, dove esiste, rappresenta un limite. “) è errata nella prima parte, ma perfettamente corretta nella seconda: la sua identità linguistica guaranì viene impedita dal fatto che lei il guaranì non lo conosce.

Come vede la sua libertà di scegliersi la comunità linguistica di appartenenza esiste soltanto nella sua fantasia.

Se poi decidesse di non far parte di nessuna comunità linguistica e di farsi una lingua tutta sua, le faccio tanti auguri!

Ce l’ha presente il “Finnegans Wake” di Joyce? E chini catzu nci cumprentit cosa?

Lei appartiene alla comunità linguistica italiana e ha cominciato ad apprendere l’italiano già prima della nascita e nel giro di tre/quattro anni ha “deciso” di aderire completamente alle convenzioni grammaticali degli adulti e di abbandonare il suo approccio relativamente personale alla grammatica–quello che le faceva produrre ipercorrettismi come “Io vuolo la palla”–e di diventare un membro effettivo della comunità linguistica che lo circondava. Durante l’adolescenza avrà anche lei condotto diversi esperimenti linguistici–ma sempre all’interno del gruppo dei pari–per differenziarsi dagli adulti, ma–almeno a giudicare da come scrive–ormai se li è lasciati alle spalle.

Se lei appartiene alla comunità linguistica italiana di Sardegna, allora produrrà consonanti di lunghezza indifferenziata in parole in cui l’italiano standard distingue tra consonanti semplici e doppie: fata e fatta per lei si pronunceranno allo stesso modo, se lei fa parte della comunità linguistica italiana di Sardegna. E poi produrrà la metafonesi–cioè l’innalzamento dell vocale medio-basse a medio-alte, quando sono seguite da una vocale alta: pOlO e poli. E i suoi contorni intonativi saranno nettamente differenti da quelli dei parlanti dell’italiano standard.

Inoltre a livello sintattico, lei produrrà il cosiddetto accusativo preposizionale (“Ho visto a Giovanni”), oltre a  tutta una serie di altri fenomeni che possono arrivare al numero di 27 almeno.

Naturalmente, se lei è un Sardo medio, lei sarà convinto di parlare un italiano perfetto, mentre la scuola non è per niente d’accordo con lei e lei, allora, fa parte di quel gran numero di ragazzi che non hanno completato gli studi.

Ma lei non è un Sardo medio–lei studia Medicina–e molto probabilmente lei fa parte di quella ristretta comunità linguistica che parla l’italiano standard.

La sua identità linguistica, allora, nel nucleo, sarà quella.

In questo caso, lei non ha il diritto di parlare a nome dei Sardi, ma solo di se stesso, che poi è esattamente quello che rivendica.

E a questo punto bisogna chiedersi quanto sia interessante il punto di vista di un membro della comunità linguistica italiana standard.

Poi c’è tutto il discorso estremamente complesso sulla complessità dell’identità linguistica–anzi: delle identità linguistiche!–sul quale sto scrivendo un libro.

La sintesi brevissima: la nostra identità linguistica è come una cipolla, costituita da strati differenti e–in parte–distinti.

Possiamo scegliere–ma fino a un certo punto–l’ordine di “intimità” di questi strati, ma non la loro composizione: per me lo strato più intimo è il sardo di Iglesias, ma mi chiedo se me lo sono scelto. È lo strato in cui si esprimono le mie emozioni primarie.

Questo è quello che io in quant’anni di riflessioni e di studio ho capito dell’identità: l’identità esiste ed è un limite.

E allora?

June 29, 2012

Identità, cultura ed economia

Ale Sestu mi ha scritto:

Dr. Bolognesi

eccomi qui
io sono quello che lei ha inquadrato tra gli “abbiamo altro a cui pensare”.

Provo a rispondere alle domande che mi ha posto, anche se trovo davvero difficile riuscire a capirci. Credo perché partiamo da due punti di vista opposti: lei parte dall’idea di identità, e da li organizza il ragionamento. Per me invece l’identità non esiste. Ne deduce quindi che, per me, la lingua, non può essere espressione di identità. Per me la lingua è espressione culturale (nel senso letterario e poetico) e sociale, e in quanto tale va salvaguardata e valorizzata.
Legare la lingua all’economia è fuorviante: possiamo prendere coscienza di noi anche senza usare il sardo. Basta renderci conto che l’industria pesante non ha futuro, e pianificare uno sviluppo economico diverso, anche parlando in italiano.
Questo sviluppo economico diverso, per me, deve puntare prima di tutto sul risparmio (energetico, alimentare, dei rifiuti) e poi sul potenziamento del settore agroalimentare, caseario, vittivinicolo. Si potrebbe puntare anche sul settore informatico e sulla ricerca tecnologica/informatica. Poi il turismo, organizzato in modo tale da essere attrattivi tutto l’anno, su tutto il territorio (non solo sulle coste).

Mi chiede “Perché è nata l’Alcoa e invece non si sono investiti tutti quei soldi per razionalizzare il settore agro-alimentare rendendolo concorrenziale?”
Non conosco bene la vicenda (quando è nata l’alcoa io non ero ancora nato), ma credo per scarsa visione politica. Il punto è che adesso l’alcoa esiste, e maledire il passato non serve a niente. Dobbiamo inventarci una soluzione per tenere in piedi l’economia di quell’area.
“Perché si è scelto di investire in settori in cui il rapporto tra capitale investito e posti di lavoro è abnorme?” Idem come sopra: scarsa visione politica. Beninteso: se quei politici avessero parlato in sardo, avrebbero fatto le stesse cazzate, però in sardo. E la situazione sarebbe la stessa. Contano le persone, non la lingua che usano.

Lei si lamenta molto del fatto che la lirica prende 10 volte quello che viene stanziato per la lingua. Sono d’accordo con lei: la lingua dovrebbe essere sostenuta più della lirica. Io sono stato presidente di un’associazione culturale (la Jan palach) che ha sempre sostenuto (tra le altre cose) l’importanza della salvaguardia della lingua. Lo sa quanto viene stanziato per le associazioni culturali come la mia ? Niente.

Credo che un grosso limite, che si oppone al riconoscimento ufficiale e al sostegno del sardo, sia proprio il suo ragionamento: legare la lingua al concetto di nazionalismo e di indipendentismo, per me, ne costituisce la sua rovina, e sarà il motivo per cui si estinguerà. Per le nuove generazioni quei concetti sono vecchi e fuori dalla realtà, e lo saranno sempre di più.”

 

Prendiamo il nucleo del discorso di Ale Sestu: “Legare la lingua all’economia è fuorviante: possiamo prendere coscienza di noi anche senza usare il sardo. Basta renderci conto che l’industria pesante non ha futuro, e pianificare uno sviluppo economico diverso, anche parlando in italiano.”

Eccolo qui il problema di una parte–chissà quanto grande–delle nuove generazioni: l’illusione di poter prendere coscienza di noi anche senza usare il sardo.

L’illusione di vivere esclusivamente in un eterno presente: Sardegna come Alzheimer

E questo la dice lunga sul grado di coscienza che Ale Sestu ha di se. Non credo che direbbe la stessa cosa rispetto all’italiano.

Eccolo qui il nucleo di ciò che costituisce l’alienazione dei Sardi alienati: l’incoscienza del proprio passato, quel passato sardo rimosso, censurato, distrutto–nella peggiore delle ipotesi–dalla colonizzazione culturale italiana. Oddío, è vero che qui ci sono in gioco meccanismi molto più generali e l’illusione di vivere in un eterno presente è comune a tutte le giovani generazioni dell’occidente.

Eppure non occorre essere filosofi per capire che viviamo in effetti esclusivamente nel passato.

Nel momento stesso in cui hai  finito di pronunciare la parola “Adesso”, questa già appartiene al passato e solo il ricordo dell’averla pronunciata ti permette di darle un senso nell’attimo provvisorio del presente.

Noi siamo fatti del nostro passato e non solo del nostro.

Siamo fatti anche del passato dei nostri genitori e dei loro avi.

Nel momento in cui ci privano del nostro passato, ci privano del nostro presente–che consiste del ricordo del passato–e perciò del nostro futuro, visto che per sapere dove andrai, devi prima sapere dove sei.

Senza passato non c’è futuro.

Ecco perché per l’Italia è così importante distruggere il passato dei Sardi: compresa la scrittura “nuragica”.

Ecco perché, per la scuola italiana, la storia comincia in Egitto, ma poi, passando per la Grecia, arriva a Roma, senza mai passare per la Sardegna.

E i nuraghi sono i “misteriosi nuraghi”.

I Sardi non hanno lingua e non hanno storia.

I Sardi non devono avere un passato, perché il passato è quello che determina la tua percezione del presente, cioè quello che sei nel presente.

Ale Sestu dice: “Il punto è che adesso l’alcoa esiste, e maledire il passato non serve a niente.

Maledire il passato non serve a niente, ma comprenderlo serve a comprendere il presente.

L’Alcoa (ALSAR) nasce dalla negazione del passato, dall’illusione di poter cominciare tutto dal niente, senza tener conto di ciò che sei, cioè da dove vieni.

E i Sardi, che allora hanno approvato il progetto colonialistico di insediare a Portovesme un’industria altamente inquinante che non aveva niente a che fare con la storia della zona, vivevano nella stessa illusione di Ale Sestu di poter prescindere dal proprio passato, cioè da quello che sei.

I Sardi che hanno approvato il progetto del polo di Portovesme erano colonizzati e coglionizzati.

Chi il progetto gliel’ha rifilato sapeva cosa stava facendo.

Come mi ha detto Mialinu Pira l’unica volta che ci siamo incontrati–e abbiamo immediatamente bisticciato–“Chi sa di più ha il potere.”

Quei Sardi che hanno accettato il polo di Portovesme erano convinti che i loro colonizzatori sapessero di più e questo bastava a fidarsi di loro.

Era anche vero: quelli sapevano di più, ma si guardavano bene dal raccontare tutto a quei poveri coglioni di Sardi.

Io–perito chimico–sapevo che il carbone di Seruci era “zolfo con un basso tenore di carbonio”, cioè inutilizzabile per le centrali elettriche di Portovesme. L’abbiamo imparato a scuola e questo vuol dire che lo sapevano tutti.

La bauxite–a proposito: che fine ha fatto la bauxite di Olmedo? Già esaurita?–veniva esattamente dall’altra parte del pianeta: l’Australia.

La produzione di alluminio è una delle attività industriali più costose dal punto di vista energetico, anche senza tener conto del trasporto della bauxite dall’Australia. L’alluminio si ottiene dall’elettrolisi dell’allumina (ossido di alluminio) fusa in forni elettrici. E l’elettrolisi in sé consuma un oceano di energia elettrica.

Già dopo la prima crisi energetica del 1973, era chiaro che sia Portovesme che tutto il settore petrolchimico non avevano futuro: i paesi produttori di petrolio avevano deciso di non lasciarsi più trattare come la Sardegna.

E tutto il “Piano di Rinascita” era basato sullo sfruttamento di quei paesi e della Sardegna.

Solo la Sardegna non è riuscita a cambiare indirizzo economico e siamo ancora qui a discutere dell’Alcoa, mentre l’Alcoa non dovrebbe nemmeno esistere.

Siamo ancora qui a discutere di Ottana, mentre tutti sappiamo che Ottana è sorta “per minare alla base l’economia che produceva il banditismo sardo”.

Siamo tutti qui a constatare il fallimento dell’economia coloniale sarda, frutto della colonizzazione culturale della Sardegna.

E siamo ancora qui a spiegare che il fallimento economico è il risultato della negazione, da parte della classe dirigente sarda di destra come di sinistra, della realtà della Sardegna.

Una realtà fatta di gente che di chimica non ne sapeva una mazza, per cui i tecnici bisognava importarli dall’Italia.

Basti sapere che durante il mio unico incontro con Pira, abbiamo immediatamente litigato, perché Pira non voleva capire che quel tipo di industria comportava prezzi enormi dal punto di vista ambientale. Lui–che non sapeva che io fossi un perito chimico–mi accusava di volere la “chimica di Lodé”, la chimica del sughero al posto della plastica.

Perfino Pira…

La strada della decolonizzazione è lunga e tortuosa.

Bisogna prima lasciarsi inquinare–in tutti i sensi–prima di capire quanto valeva quello che hai ricevuto in eredità da “is antigus”.

Pira–da umanista–non capiva le conseguenze della chimica, né avrebbe potuto capirle.

Io le capivo perché ero già “inquinato” da quella cultura.

Siamo quindi lontani mille miglia dall’idea di sardità = arretratezza.

Quando sono andato via dalla sala, a Iglesias, in cui Pira aveva presentato la “Rivolta dell’Oggetto”, io e lui ci siamo scambiati uno sguardo.

Io mi considero un suo erede, ma…avevo ragione io.

Ale Sestu, 35 anni dopo, commette lo stesso errore e sul blog di Biolchini scrive: “In effetti potrei cimentarmi nella medicina tradizionale sarda: la prossima volta che le viene il raffreddore mi chiami e organizziamo un bel brodone di erbe campestri !”

La stessa identificazione tra sardità e arretratezza.

Ale Sestu non riesce a concepire un modo attuale di essere sardo.

Quelli come Ale Sestu–e sono tanti–non riusciranno mai a concepire un’economia sarda che parta dalle nostre risorse ambientali e umane per arrivare a soddisfare le NOSTRE esigenze.

Ecco a cosa serve la decolonizzazione culturale: a formare giovani che pensano da Sardi ai nostri problemi economici, politici e sociali.

E come i miei lettori sanno già, le seguenti parole di Ale Sestu sono assolutamente fuori luogo: “Credo che un grosso limite, che si oppone al riconoscimento ufficiale e al sostegno del sardo, sia proprio il suo ragionamento: legare la lingua al concetto di nazionalismo e di indipendentismo, per me, ne costituisce la sua rovina, e sarà il motivo per cui si estinguerà. Per le nuove generazioni quei concetti sono vecchi e fuori dalla realtà, e lo saranno sempre di più.

Io sono iscritto al Partito Socialista olandese, ma stando alla ricerca effettuata dalle università di Edinburgo e di Cagliari, i giovani sardi sono in maggioranza a favore di una Sardegna indipendente o almeno “sovrana”.

June 25, 2012

Literadura natzionale e politica

Chida passada, in su blog de Vito Biolchini (“Vergognatevi e tornatevene a casa”: la demagogia d’autore di Marcello Fois (a dimostrazione che gli intellettuali sono parte del problema Sardegna)), respundende a Adrianu Bomboi, unu tziu ki non at firmadu su cummentu nd’at torradu a pesare sa kistione de sa literadura sarda:

Adriano Bomboi

“Non manco mai di sperare che prima o poi il festival italiano di Gavoi divenga anche festival Sardo di Gavoi. In Sardegna abbiamo una letteratura di oltre 200 titoli scritti in Sardo ma una delle rassegne più importanti come quella di Gavoi persiste a dare spazio solo a quella italiofona…

Gentile Adriano, il festival di Gavoi è letterario e non italiano o sardo. Se tra i 200 titoli di cui parla ce n’è qualcuno buono ( e vivente, badi bene, perché servono autori vivi e parlanti) non credo che né gli organizzatori né i gavoesi abbiano nulla in contrario. Non credo che vada bene l’Iliade e l’Odissea in Sardo. Ho poi visto che è stato tradotto in sardo I dolori del giovane Werther e neppure questo credo si attagli al festival. E neppure la non esigua produzione di editoria assistita in lingua. Faccia proposte. Personalmente non sono in grado. Sono certo che verrà ascoltato. Però, quando andrà con la forza delle sue idee a sostenere un titolo e un autore, lo faccia con il suo nome, mi raccomando. Non faccia come altri.”

Custu tzieddu, s’est ofendidu ca dd’apo nadu ki fit inniorante, cando issu–in manera educada e “perfida”–ofendet a is scritores sardos nende ca, si non ddos invitant in Gavoi, est ca sa de issos non est literadura: ” il festival di Gavoi è letterario e non italiano o sardo.”

Insomma, semus torra a sa matessi kistione de duos annos faet, cando a sa Festa Manna de s’IRS ant nadu is proprias cosas (Ita casu ant tratau? ).

In Gavoi tenent su software pro distingher sa literadura dae s’aliga.

Lampu, ghetant su manuscritu digitalizadu in su computer e, in cabu de una mesoredda, cussu nde bogat su giuditziu!

E balla dimo’, mai una borta ki apat agatadu carki balore literariu in trabballos ke sos de Pintore o de Falconi o de Carlini o de Alcioni-Pala, pro nde narrer una pariga.

Nonó!

Sceti in trabballos scritos in italianu–cussa ki deo tzerrio “literadura sardinniola”–nd’essint dae su computer cun sa cualifica: “opera letteraria”.

Sa propriu cosa ki s’Olimpu mundiale de sa critica literaria–setzidu a giru de sa mesa tunda de sa Festa Manna de s’IRS–aíat acraradu duos annos faet.

Custa non est gentixedda de pagu contu, balla!

T”ischint narrer deretu su ki est literadura e su ki est aliga.

Insomma, cun callonis de aici non fait ni-mancu a nci discuti.

Cando a faeddare de literadura bi si ponet gente ca non cumprendet–o faet sa parte de non cumprender–ca sa literadura naschet dae sa complitzidade intra de scritore e letore, dae s’interatzione de testu e letura e duncas ca non podet esister una manera obbietiva de stabilire ita est literadura e ita nono, non faet prus a discuter.

Adrianu, tando, at sballiadu a pedire (mendicare) de ammitire sa literadura sarda a su festival sardinniolu de Gavoi.

Custu ddos faet intender ancora prus importantes e tando si faent prus arrogantes puru: ” il festival di Gavoi è letterario e non italiano o sardo.”

Toca tontu!

Sa definitzione de literadura natzionale sarda podet sceti esser una definitzione politica.

Comente est politica sa definitzione de natzione.

Duncas literadura sarda est cussa ki namus nois: sa literadura scrita in una de is limbas sarda, foras de s’italianu.

Carki cuntzessione si podet faer a trabballos de lacana, ke “Tzaca stradoni”, ki ammisturant italianu e sardu in manera creativa e non sceti pro acuntentare a is letores italianos a papingios esoticos.

Ma a donare una definitzione politica non bastat, si non passamus puru a s’atzione politica.

Tocat puru a dd’organizare custa Festa de sa literadura natzionale.

Tando, non est a pedire sa limosina de nosi faer ammitire  dae is strangios a sa festa issoro, ma a stantargiare sa festa nostra.

Basta cun is murrungios, est ora de si ponner a faer!

June 21, 2012

Si non cambiamus nois, non at a cambiare mai nudda

E leghide-bosi cust’articulu puru: Donne, il problema è l’autostima

Donni grupu sotziale oprimidu tenet semper–gira e rigira–is proprios probblemas.

Si cussa majoría manna de is Sardos, ki faeddat su sardu e ddu bolet bier torrende-si a limba normale, non si ponet a ddu faeddare in cale-ki-siat situatzione, su sardu–si totu andat bene–at a faer sa fine de s’irlandesu: inserradu in unu museu e at a serbire sceti a is linguistas.

Ma proita est ca is Sardos nde tenet birgungia a faeddare in sardu foras de cussu giru de parentes e amigos?

Sa pagu “autostima”, cussa est.

Totu su sistema de sa comunicatzione, in Sardinnia, trabballat contras a s’autostima de is Sardos: sa scola, is giornales, is televisiones, ma FINTZAS IS SARDOS E TOTU!

Fintzas a candu unu Sardu normale nd’at a tenner birgungia de faeddare in sardu in cale-ki-siat situatzione, s’imperu de su sardu ke limba normale at a abarrare una cosa ki “non si faet”.

Tzertu, pro a mie est fatzile a faeddare: deo bido s’Italia dae innoe e dda cunsidero unu stadu inferiore a is standards europeos, e inferiore meda.

Bosáteros castiades a s’Italia cun is ogros de sa curtura italiana ki totu su sistema de comunicatzione bosi donat.

E totu custu sistema mirat a donare s’idea ca sa Sardinnia e is Sardos sunt inferiores a s’Italia.

S’urtimu esempru benit dae su blog de Vito Biolchini.

Unu tzertu “anonimo” at scritu: “Gentile Adriano [Bomboi], il festival di Gavoi è letterario e non italiano o sardo. Se tra i 200 titoli di cui parla ce n’è qualcuno buono ( e vivente, badi bene, perché servono autori vivi e parlanti) non credo che né gli organizzatori né i gavoesi abbiano nulla in contrario. Non credo che vada bene l’Iliade e l’Odissea in Sardo. Ho poi visto che è stato tradotto in sardo I dolori del giovane Werther e neppure questo credo si attagli al festival. E neppure la non esigua produzione di editoria assistita in lingua. Faccia proposte. Personalmente non sono in grado. Sono certo che verrà ascoltato. Però, quando andrà con la forza delle sue idee a sostenere un titolo e un autore, lo faccia con il suo nome, mi raccomando. Non faccia come altri”.”

Custu tziu partit dae s’idea ca sa literadura sarda–bolet narrer, cussat scrita in sardu–non balet: “Non credo che vada bene l’Iliade e l’Odissea in Sardo. Ho poi visto che è stato tradotto in sardo I dolori del giovane Werther e neppure questo credo si attagli al festival. E neppure la non esigua produzione di editoria assistita in lingua.”

Custu tziu non ischit nudda de sa literadura sarda.

Epuru dda ponet in una luxe mala.

E non mi paret unu tziu in malafide.

Est sceti prenu de is pregiuditzios solitos ki is Sardos tenent contras a totu su ki est sardu.

E non b’at lege o decretu ki potzant cambiare custa mentalidade autocolonialista.

S’autostima de is Sardos podet crescher sceti dae is esempros ki totu donamus de su ki bolet narrer a esser Sardu.

Su trabballu mannu fatu dae is scritores nostros non bastat si nos non ddos sighimus in s’impreu de su sardu in cale-ki-siat situatzione e pro cale-ki-siat argumentu.

Est ora de cambiare, de nosi cambiare dae Italianos de seria B a Sardos de seria A.

June 19, 2012

Populismo

Che dolcezza, vero?

Basta scrivere un post (moderatamente) polemico e in italiano e subito il numero di consensi cresce, sia in termini di visite, sia in termini di “mi piace” su FB..

Se scrivo in sardo e/o ricordo ai Sardi che ad accettare questa classe dirigente di merda sono loro stessi, il numero di consensi cala drammaticamente.

Se poi aggiungo che i vari partiti e partitelli e movimentucoli indipendentisti, sovranisti, autonomisti, democraticisti, hanno–quando ce l’hanno–una politica linguistica ambigua, abarru solu che bagassa in cida santa.

Ma io non sono qui per scrivere–a gratis–quello che voi volete sentire, ma per scrivere quello che voglio dire io.

Ecco perché scrivo a gratis.

E allora ve lo ripeto: il nostro problema più grande siamo noi stessi.

Dolci quei daini sul prato.

Peccato che non siano liberi.

June 19, 2012

Mi unisco anche io al coro anti-Fois!

‘ta bellixeddu chi seu, mancai beciu! (sa beridadi est ca sa foto mi dd’at tirada sa femina)

La mia antipatia per il noto scrittore sardignolo Marcellino Fois è di vecchia data.

Eravamo entrambi nello stand della RAS alla fiera di Francoforte–ormai saranno passati dieci anni–e qualcuno ci ha presentato.

Io mi sono rivolto a lui in sardo, come faccio sempre sempre quando trovo un Sardo–almeno fuori dalla nostra terra–e lui mi ha porto la sua manina flaccida, ha arricciato le labbra in una specie di sorriso (“E aveva un solco lungo il viso…”), ha voltato le spalle e se ne andato.

Ho guardato la persona che ci aveva presentato.

–Sai è famoso…Lavora anche per la RAI…

–Bellu calloni!

Poi c’è stata tutta la polemica con gli scrittori sardignoli sulla “letteratura sarda” e Marcellino si nci fiat ammollau, paragonandomi a un’impotente che racconta delle sue scopate fasulle agli amici del bar. Per via del mio cognome io non avrei avuto tutti i geni a posto per dare lezioni di sardità a chi ci ha tutto il genoma nuragico, peloso e banditesco.

Ecco perché non volevo intervenire sul suo pamphlet “grillesco”, pubblicato su Sardegna Democratica ( “Vergognatevi e tornatevene a casa”).

Del resto ci aveva già pensato Vito Biolchini a strattallarlo (“Vergognatevi e tornatevene a casa”: la demagogia d’autore di Marcello Fois (a dimostrazione che gli intellettuali sono parte del problema Sardegna)) e adesso ci si è messo anche ZF Pintore (Guardiamoci dai “giornalisti responsabili”. Ma anche dai mistificatori).

Insomma, avevo deciso di non commentare.

Ma poi sono andato a rileggermi la sua invettiva e a guardarmi i commenti e ci ho trovato questo di Marcellino:

“È tempo per me di fare qualcosa che avrei dovuto fare molto tempo fa: mettere fine alla vostra permanenza in questo posto, che voi avete disonorato disprezzandone tutte le virtù e profanato con la pratica di ogni vizio; siete un gruppo fazioso, nemici del buon governo, banda di miserabili mercenari, scambiereste il vostro Paese con Esaù per un piatto di lenticchie; come Giuda, tradireste il vostro Dio per pochi spiccioli. Avete conservato almeno una virtù? C’è almeno un vizio che non avete preso? Il mio cavallo crede più di voi; l’oro è il vostro Dio; chi fra voi non baratterebbe la propria coscienza in cambio di soldi? È rimasto qualcuno a cui almeno interessa il bene del Commonwealth? Voi, sporche prostitute, non avete forse sporcato questo sacro luogo, trasformato il tempio del Signore in una tana di lupi con i vostri principi immorali e atti malvagi? Siete diventati intollerabilmente odiosi per l’intera nazione; il popolo vi aveva scelto per riparare le ingiustizie, siete voi ora l’ingiustizia! Ora basta! Portate via la vostra chincaglieria luccicante e chiudete le porte a chiave. In nome di Dio, andatevene!”. Oliver Cromwell, 20 aprile 1653″

Essu buginu!

Ge non ses nudda!

Nd’at bogau de a suta de terra a Cromwell, cussu chi nd’at fatu segai sa conca a su rei Carolu I.

Lampu! Cromwell su puritanu, su Savonarola britannicu!

Insomma: at fatu a collada de Paulesu.

De is duas una: o dd’est fendi dannu sa basca de custa dis–biaus, innoi est ancora proi-proi!–o bolit intrai in politica, “cavalcando la tigre dell’indignazione popolare”.

Sceti cussu s’ammancat!

Marcellino in s’articulu suu scriit: “Siete al vertice della regione più povera, meno abitata, più vessata della nazione.”

“La nazione” at essi s’Italia.

E Marcellino non at ancora cumprendiu ca propriu po cussu sa Sardinnia est sa ” regione più povera, meno abitata, più vessata della nazione.”

O Marcello, da chi è vessata la Sardegna se non dalla tua amata Italia che ti permette di vivere scrivendo cazzate?

Ma ti potzu tocai?

June 17, 2012

Sardegna psichedelica

Iglesias, 17 giugno, ore 23.15 (dal nostro corrispondente locale)

Dopo il vigoroso appello rivolto dal Presidente Cappellacci e sostenuto, a nome dell’opposizione, dall’ex-presidente Renato Soru, la popolazione iglesiente si è riversata in Piazza Sella per rivendicare al Presidente del Consiglio dei Ministri il riconoscimento dei diritti linguistici del popolo sardo.

Migliaia di persone scandivano lo slogan “Deu seu sardu e fueddu in sardu”. Colpiva soprattutto, data l’ora tarda, la presenza di tanti bambini, tenuti per mano dai loro genitori.

All’annuncio dato dalle televisioni regionali, e anche da RAI 3, che tutti i parlamentari sardi, e in particolare  i componenti sardi della Commissione esteri, avevano presentato proposte e emendamenti alla ratifica della Carta Europea delle lingue minoritarie, nei quali veniva riconosciuto il diritto dei Sardi a studiare a scuola la propria lingua e ad usarla in tutte le occasioni pubbliche, e che questi emendamenti erano stati respinti dai membri non sardi della commissione, il Presidente Ugo Cappellacci, sollecitato dall’Assessore alla cultura Sergio Milia, ha convocato d’urgenza il Consiglio Regionale e rivolto a a tutti i consiglieri l’invito a fare fronte comune contro la prevaricazione operata contro il popolo sardo: da domani tutti i Sardi degni di questo nome parleranno esclusivamente in sardo, rifiutandosi di utilizzare l’italiano anche con i forestieri.

Il Consiglio Regionale, inclusa l’opposizione, per bocca di Renato Soru, ha aderito all’unanimità all’appello del Presidente Cappellacci.

Immediatamente, dopo che la notizia è stata diffusa dai mezzi regionali di comunicazione, la popolazione dei centri sardi, grandi e piccoli si è riversata nelle piazze per testimoniare la propria soddisfazione e adesione alle scelte politiche dei propri rappresentanti.

A Iglesias, la popolazione ha anche invitato il sindaco a far demolire il monumento al ministro italiano e affamatore dei Sardi, Quintino Sella, e a sostituirlo con un monumento a Cafetera, il più grande cittadino mai espresso dalla città–una volta–mineraria: Cafetera.

June 7, 2012

Italiano di Sardegna e dispersione scolastica

E un’áteru arrogheddu de su libbru…

Quali sono i risultati di questa situazione in cui l’esistenza di una questione linguistica in Sardegna continua a essere negata?

Non esistono studi specifici sul rapporto tra lingua effettivamente usata dai ragazzi delle scuole medie e rendimento scolastico. Esistono però i dati impressionanti sull’abbandono degli studi prima del conseguimento di un diploma da parte dei ragazzi sardi. Nel 2010, la segretaria regionale della CISL, Oriana Putzolu,  affermava: “In particolare gli indicatori sui livelli di istruzione evidenziano che la Sardegna occupa una posizione di retroguardia all’interno dell’Italia, e ancor di più nei confronti dell’Europa e dei paesi Ocse. Tra questi ultimi il 66% della popolazione di 25/64 anni possiede almeno un diploma di scuola secondaria superiore contro il 44% dell’Italia (anno 2003, Education at a glance 2005, Ocse) e circa il 38% della Sardegna. I giovani che abbandonano prematuramente gli studi rappresentano per la Sardegna un record assoluto in Italia. Il dato relativo alla popolazione di 18/24 anni, con titolo di studio inferiore al diploma di scuola secondaria superiore, che non partecipa ad ulteriore istruzione o formazione, infatti, è pari al 32,6% in Sardegna contro il 22,1% dell’Italia e il 15,2% della UE. Tali dati evidenziano quindi che la Sardegna si ritrova ancora oggi con una percentuale di abbandono scolastico doppia rispetto alla media europea, e addirittura tripla rispetto a quella stabilita come obiettivo negli accordi di Lisbona. L’indicatore percentuale di studenti con scarse capacità di comprensione della lettura, riferito all’aggregato “Isole”, evidenzia che il 36% circa degli studenti isolani non risulta in grado di comprendere nemmeno testi che presentano un livello di difficoltà molto basso. È una percentuale estremamente elevata. Nel Nord-Est del Paese questa percentuale scende al 10,9%, nel Centro si attesta al 20% circa, mentre il dato medio europeo scende di poco sotto il 20% (l’enfasi è mia).” (http://notizie.alguer.it/n?id=32920)

Per i dati ufficiali del Ministero della Pubblica Istruzione, rispetto agli anni 2006-2007, pubblicati nel 2008 e apparentemente gli ultimi disponibili, si veda: http://archivio.pubblica.istruzione.it/mpi/pubblicazioni/2008/allegati/dispersione_2007.pdf

Colpisce in questo caso l’assenza di qualsiasi studio specifico dedicato al rapporto tra la grave situazione scolastica in Sardegna e la la situazione linguistica reale della Sardegna. E non mi risulta neppure che tali studi esistano rispetto alla situazione generale della dispersione scolastica nel territorio dello stato italiano.

Dato che, come è noto, il fenomeno si presenta gravissimo anche nel Napoletano, ho cercato su Internet degli studi sulla dispersione scolastica che mettessero in luce il rapporto tra la lingua effettivamente usata dai ragazzi napoletani e il loro abbandono degli studi, ma non ne ho trovato alcuno.

Vedete da voi una rassegna di interventi indubbiamente seri, di cui fornisco i link:

http://ospitiweb.indire.it/~natd0006/oltrelascuola/oltrelascuola%201-2007/articolo4.htm

http://www.pupia.tv/campania/notizie/0003203.html

http://www.emagister.it/corso_stategie_per_contrastare_la_dispersione_scolastica-ec2369397.htm

http://www.cilap.eu/index.php?Itemid=38&id=163&option=com_content&task=view

http://www.psicozoo.it/index.php/2009/08/11/dispersione-scolastica-un-problema-di-tutti/

http://psicologiascolastica.blogspot.com/2008/11/abbandono-e-dispersione-scolastica.html

http://www.agoramagazine.it/agora/spip.php?article8937

Ripeto: nessuno di questi studi fa riferimento ad un eventuale rapporto tra la lingua effettivamente usata dai ragazzi napoletani e la dispersione scolastica.

L’unica cosa che può aiutarci a capire è questo passaggio di Gaetano Berruto: “A Napoli e dintorni, c’è invece un’ampia zona diffusa, dai confini incerti sia quanto alle strutture che quanto agli usi, con una distinzione assai minore [rispetto a Torino] fra le varietà di lingua e varietà di dialetto, un tipico continuum con sovrapposizioni.” (“A mo’ di introduzione”, in Lingua e dialetto nell’Italia del Duemila , Sobrero, Alberto; Miglietta, Annarita, eds., 2006); http://www.archive.org/details/linguaedialetton00sobr; pag. 10).

Tradotto in termini più accessibili, il sociolinguista Berruto qui ci dice quello che un po’ tutti sapevamo già: a Napoli si parla normalmente napoletano e una forma di “italiano” distante dallo standard: una situazione simile a quella attestata in Sardegna da Ines Loi Corvetto. Ci si chiede allora quale sia il rapporto tra questa situazione linguistica e la dispersione scolastica.

Se esiste una qualche analisi che riconosce questo rapporto, io non l’ho mai incontrata. Questa assenza, comunque stabilita negli interventi che ho visto, dovrebbe suscitare almeno qualche perplessità. In Italia esistono vasti strati di popolazione autoctona che non conoscono l’italiano, almeno non l’italiano che la scuola pretende che essi conoscano. Berruto (op. cit., pag. 6) ammette indirettamente l’esistenza di questo rapporto per l’area napoletana: “Anche nella situazione napoletana, il fattore classe d’età si rivela il più rilevante per la dialettofonia e il tipo di dialetto esibito (mentre per l’italofonia risulta molto rilevante anche il grado di istruzione: l’enfasi è mia).”

Un’altra ammissione indiretta dell’esistenza del rapporto tra dispersione scolastica e situazione linguistica è la seguente: “la disoccupazione e l’ignoranza parentali” (Lucia Imperatore, http://www.psicozoo.it/index.php/2009/08/11/dispersione-scolastica-un-problema-di-tutti/). Naturalmente, il problema non è della scuola, ma dei genitori ignoranti.

Un’altro indizio importante dell’esistenza di questo rapporto viene da Le lingue dei Sardi, opera varie volte citata. Soprattutto da parte della curatrice, Anna Oppo, viene varie volte sottolineato il rapporto inverso che esiste tra competenza (attiva) del sardo e grado di istruzione: “Questa analisi conferma, inoltre, come nel declino delle parlate locali abbiano giocato e giochino un ruolo importante i processi di scolarizzazione e la residenza urbana. […] E, come si è già descritto, l’uso dei due diversi codici [sardo e italiano] sembrano segnare delle “fratture”: fra generi ed età, fra bassa e alta istruzione, fra rurale e urbano, fra ceti e classi sociali.” (LLdS: 17-18)

Quello che stupisce nell’analisi di Anna Oppo è la mancanza di qualsiasi riferimento al fatto che  i sardoparlanti coincidano in misura maggiore con  coloro che non posseggono un’istruzione superiore, perché il sistema scolastico glielo impedisce. In altre parole, un sardoparlante, nel sistema scolastico attuale che da per scontata la competenza dell’italiano standard, ha molte più probabilità di non completare il ciclo scolastico.

E, come riconosce anche la ricerca coordinata da Anna Oppo, questo avviene malgrado tutti i sardoparlanti siano bilingui in “italiano”.

Ora, dato che i “processi di scolarizzazione” interessano tutti i Sardi, per via dell’obbligo scolastico, le differenze tra bassa e alta istruzione non possono che provenire dal diverso successo scolastico dei diversi gruppi: i bilingui in sardo e in italiano hanno probabilità maggiori di non completare gli studi, mentre i monolingui in italiano risultano avvantaggiati dalla scuola.

A questo punto, è soltanto logico pensare che l’italiano dei sardoparlanti sia più ricco di interferenze dal sardo e quindi maggiormente stigmatizzato dalla scuola e quindi almeno in parte responsabile della grave dispersione scolastica attestata nell’isola.

Ovviamente, la vera responsabile del fenomeno è la scuola italiana, che si ostina a non riconoscere il fatto che l’”italiano” parlato in Sardegna non è l’italiano standard. Non sono a conoscenza di alcuna ricerca mirata a stabilire quanto questi problemi linguistici dei ragazzi sardi incidano sul loro rendimento scolastico complessivo e quindi sulla dispersione scolastica. Evidentamente alla scuola italiana il problema non interessa.

Anche per la Sardegna, quindi, è sia pure indirettamente attestato il fatto ovvio che esiste un rapporto tra dispersione scolastica (intesa come raggiungimento di un grado di istruzione speriore)  e situazione linguistica.

La questione linguistica della Sardegna si ripropone, allora, per i giovani non più tanto come conflitto tra sardo e italiano, ma come conflitto tra italiano di Sardegna e l’italiano standard che la scuola pretende  sia già conosciuto dagli studenti delle medie superiori.

June 3, 2012

Don Diego de la Vega

Aici dda tzerriamus: Don Diego de la Vega.

Po contu de  is mustatzus.

Immoi piciocas postas de mustatzus non si ndi biit prus.

E ni-mancu feminas.

Fintzas Mamma , candu fiat in Ferrara, iat imparau a andai a si ndi fai tirai is mustatzus.

Fintzas Tia Adelina, chi portàt is mellus mustatzus de Cordillanna e fiat prus omini chi non femina–e dda tzerriánt “Su Sindigu de Cordillanna”–una di mi dda seu agatada a innantis a murru lisu.

Ma cussus fiant atrus tempus e is feminas sardas fiant ancora postas de mustatzus.

A chini de prus e a chini prus pagu.

“Peli sulla limba”? Pagu e nudda, ma su murru de susu? Ojammommía it’arrori!

Fintzas Mamma, ca po s’atru pagu e nudda ndi portát: ni-mancu in is cambas.

E deu apu pigau de Mamma e in piturra ndi portu 13 (si legga treixi).

Ma Don Diego de la Vega bincíat a totus!

Fiat legia.

Non chi fessit legia meda, ma fiat legia a disisperu.

Non teníat nudda de bellu.

Nudda, foras de sa peddi.

Ma a sa peddi tocát a nci arribbai.

Strategía nci bolíat.

Teníat sa peddi moddi e bianca e, aundi podemus arribbai nosu, fintzas chentza de pilus.

Portát is coscias lisas-lisas.

E a arribbai a is coscias de Margot-Don Diego non fiat dificili meda.

Partemus de Iglesias e si ponemus a fai carraxu.

Pagu genti teníat s’atza o sa faci de si setzi acanta nostra.

Su trenu fiat ancora mesu sbodiu e bastát a aguantai is positzionis fintzas a Silicua.

In Biddamassargia nd’artziant atrus amigus de Carbonia e ndi pigant is atrus postus chi serbíant.

Arribbaus a Silicua, su logu po Margot ddoi fiat sempri: issa e tres mascus.

E incumentzamus a fueddai.

Margot teníat sempri calincuna cosa de fueddai e–balla!–non fiat scimpra.

Immoi mi benit mali a ddu cumprendi comenti fademu, ma fueddendi-fueddendi–e fintzas de cosa seria–incumentzamus a ddí ponni is manus asuta de sa gunnedda.

E aprapuddamus.

Asuta de sa gunnedda de Don Diego ddoi fiat totu un’atru mundu.

Passau s’oru de is mingias veladas, incumentzát unu mundu chentza de pilus.

Unu centimetru afatu de s’atru, is didus circánt a solus de artziai sempri prus a susu.

Ma sempri a parti de foras.

Margot aguantát is coscias strintas e mai una borta chi apat cuntzediu atra cosa.

E Margot sighíat a fueddai a faci seria de cosa seria e importanti.

Femus nosu chi non aguantamus.

Sa cosa funtzionát propriu po cussu.

Fatu-fatu unu si ndi pesát e sparessíat.

E un’atru pigát su postu suu.

Don Diego de la Vega fiat legia, ma teníat unu bellu pagu de piciocus bellus fastigendi-dda.

Ddis fadíat tocai cussu tanti de peddi lisa chi bolíat issa e issa fiat sa meri.

Nosu si nd’apofitamus de issa e issa si nd’aprofitát de nosu.

Atrus tempus.

Si bastát pagu.

Un’arrogheddu de coscia bianca e chentza de pilus.

A issa non nd’apu mai cumprendiu chi ddi praxíat.

Non cambiát mai sa faci.

Ma sa meri fiat issa.

June 3, 2012

Ma nosi serbit immoe una linguistica scrita in sardu?

Unu letore ki s’est firmadu “Vizio Solitario” o una cosa de aici, m’at rinfaciadu ca deo non apo scritu libbros de linguistica in sardu, mancari deo apa rinfaciadu sa matessi cosa alla signora Michela Murgia. (Su linguagiu liricu-amministrativu de Ivu, su divu, ca ddi nant Murgia a issu puru: ellus ca no? )

Apo provadu a ddi spiegare ca non est sa propriu cosa a scrier literadura in sardu o a scrier de linguistica. Pro scrier de linguistica serbit unu linguagiu tecnicu cumpartzidu: si ti ponnes a dd’imbentare a solu, riscas de non ti faer cumprender o de narrer scimprorios a tipu “cunsonantes mudongias”: custu faeddu dd’agatas in su trabballu de Mariu Puddu e in cussu de tzertos campadanos.

Su linguagiu tecnicu-setoriale bolet svilupadu impari dae sa gente ki trabballat in unu tzertu setore, ponende-si de acordiu a subra de su faeddu de imperare.

Alexandra Porcu at propostu de si ponner a ddu fare in custu blog.

Podimus provare, scriende articuleddos curtzos de linguistica e biende su ki nd’essit.

Tzertu, sa situatzione normale iat esser cussa innue sunt is universidades a ddu stantargiare custu linguagiu, ma sa Sardinnia non est unu logu normale.

Amus a bier su ki resessimus a faer.

Totu un’atera cosa est sa kistione de su linguagiu literariu.

Lassende puru su fatu ca su scritore de literadura tenet una libbertade enorme, si ddu cunfrontas cun unu ki scriet de cosa tecnica, su linguagiu literariu in sardu esistit già.

Su probblema de scrier literadura in sardu est sceti cussu de ddu boller faer.

Si unu non ddu faet est ca non ddu bolet faer.

E Michela Murgia non ddu faet.