Italiano di Sardegna e dispersione scolastica

E un’áteru arrogheddu de su libbru…

Quali sono i risultati di questa situazione in cui l’esistenza di una questione linguistica in Sardegna continua a essere negata?

Non esistono studi specifici sul rapporto tra lingua effettivamente usata dai ragazzi delle scuole medie e rendimento scolastico. Esistono però i dati impressionanti sull’abbandono degli studi prima del conseguimento di un diploma da parte dei ragazzi sardi. Nel 2010, la segretaria regionale della CISL, Oriana Putzolu,  affermava: “In particolare gli indicatori sui livelli di istruzione evidenziano che la Sardegna occupa una posizione di retroguardia all’interno dell’Italia, e ancor di più nei confronti dell’Europa e dei paesi Ocse. Tra questi ultimi il 66% della popolazione di 25/64 anni possiede almeno un diploma di scuola secondaria superiore contro il 44% dell’Italia (anno 2003, Education at a glance 2005, Ocse) e circa il 38% della Sardegna. I giovani che abbandonano prematuramente gli studi rappresentano per la Sardegna un record assoluto in Italia. Il dato relativo alla popolazione di 18/24 anni, con titolo di studio inferiore al diploma di scuola secondaria superiore, che non partecipa ad ulteriore istruzione o formazione, infatti, è pari al 32,6% in Sardegna contro il 22,1% dell’Italia e il 15,2% della UE. Tali dati evidenziano quindi che la Sardegna si ritrova ancora oggi con una percentuale di abbandono scolastico doppia rispetto alla media europea, e addirittura tripla rispetto a quella stabilita come obiettivo negli accordi di Lisbona. L’indicatore percentuale di studenti con scarse capacità di comprensione della lettura, riferito all’aggregato “Isole”, evidenzia che il 36% circa degli studenti isolani non risulta in grado di comprendere nemmeno testi che presentano un livello di difficoltà molto basso. È una percentuale estremamente elevata. Nel Nord-Est del Paese questa percentuale scende al 10,9%, nel Centro si attesta al 20% circa, mentre il dato medio europeo scende di poco sotto il 20% (l’enfasi è mia).” (http://notizie.alguer.it/n?id=32920)

Per i dati ufficiali del Ministero della Pubblica Istruzione, rispetto agli anni 2006-2007, pubblicati nel 2008 e apparentemente gli ultimi disponibili, si veda: http://archivio.pubblica.istruzione.it/mpi/pubblicazioni/2008/allegati/dispersione_2007.pdf

Colpisce in questo caso l’assenza di qualsiasi studio specifico dedicato al rapporto tra la grave situazione scolastica in Sardegna e la la situazione linguistica reale della Sardegna. E non mi risulta neppure che tali studi esistano rispetto alla situazione generale della dispersione scolastica nel territorio dello stato italiano.

Dato che, come è noto, il fenomeno si presenta gravissimo anche nel Napoletano, ho cercato su Internet degli studi sulla dispersione scolastica che mettessero in luce il rapporto tra la lingua effettivamente usata dai ragazzi napoletani e il loro abbandono degli studi, ma non ne ho trovato alcuno.

Vedete da voi una rassegna di interventi indubbiamente seri, di cui fornisco i link:

http://ospitiweb.indire.it/~natd0006/oltrelascuola/oltrelascuola%201-2007/articolo4.htm

http://www.pupia.tv/campania/notizie/0003203.html

http://www.emagister.it/corso_stategie_per_contrastare_la_dispersione_scolastica-ec2369397.htm

http://www.cilap.eu/index.php?Itemid=38&id=163&option=com_content&task=view

http://www.psicozoo.it/index.php/2009/08/11/dispersione-scolastica-un-problema-di-tutti/

http://psicologiascolastica.blogspot.com/2008/11/abbandono-e-dispersione-scolastica.html

http://www.agoramagazine.it/agora/spip.php?article8937

Ripeto: nessuno di questi studi fa riferimento ad un eventuale rapporto tra la lingua effettivamente usata dai ragazzi napoletani e la dispersione scolastica.

L’unica cosa che può aiutarci a capire è questo passaggio di Gaetano Berruto: “A Napoli e dintorni, c’è invece un’ampia zona diffusa, dai confini incerti sia quanto alle strutture che quanto agli usi, con una distinzione assai minore [rispetto a Torino] fra le varietà di lingua e varietà di dialetto, un tipico continuum con sovrapposizioni.” (“A mo’ di introduzione”, in Lingua e dialetto nell’Italia del Duemila , Sobrero, Alberto; Miglietta, Annarita, eds., 2006); http://www.archive.org/details/linguaedialetton00sobr; pag. 10).

Tradotto in termini più accessibili, il sociolinguista Berruto qui ci dice quello che un po’ tutti sapevamo già: a Napoli si parla normalmente napoletano e una forma di “italiano” distante dallo standard: una situazione simile a quella attestata in Sardegna da Ines Loi Corvetto. Ci si chiede allora quale sia il rapporto tra questa situazione linguistica e la dispersione scolastica.

Se esiste una qualche analisi che riconosce questo rapporto, io non l’ho mai incontrata. Questa assenza, comunque stabilita negli interventi che ho visto, dovrebbe suscitare almeno qualche perplessità. In Italia esistono vasti strati di popolazione autoctona che non conoscono l’italiano, almeno non l’italiano che la scuola pretende che essi conoscano. Berruto (op. cit., pag. 6) ammette indirettamente l’esistenza di questo rapporto per l’area napoletana: “Anche nella situazione napoletana, il fattore classe d’età si rivela il più rilevante per la dialettofonia e il tipo di dialetto esibito (mentre per l’italofonia risulta molto rilevante anche il grado di istruzione: l’enfasi è mia).”

Un’altra ammissione indiretta dell’esistenza del rapporto tra dispersione scolastica e situazione linguistica è la seguente: “la disoccupazione e l’ignoranza parentali” (Lucia Imperatore, http://www.psicozoo.it/index.php/2009/08/11/dispersione-scolastica-un-problema-di-tutti/). Naturalmente, il problema non è della scuola, ma dei genitori ignoranti.

Un’altro indizio importante dell’esistenza di questo rapporto viene da Le lingue dei Sardi, opera varie volte citata. Soprattutto da parte della curatrice, Anna Oppo, viene varie volte sottolineato il rapporto inverso che esiste tra competenza (attiva) del sardo e grado di istruzione: “Questa analisi conferma, inoltre, come nel declino delle parlate locali abbiano giocato e giochino un ruolo importante i processi di scolarizzazione e la residenza urbana. […] E, come si è già descritto, l’uso dei due diversi codici [sardo e italiano] sembrano segnare delle “fratture”: fra generi ed età, fra bassa e alta istruzione, fra rurale e urbano, fra ceti e classi sociali.” (LLdS: 17-18)

Quello che stupisce nell’analisi di Anna Oppo è la mancanza di qualsiasi riferimento al fatto che  i sardoparlanti coincidano in misura maggiore con  coloro che non posseggono un’istruzione superiore, perché il sistema scolastico glielo impedisce. In altre parole, un sardoparlante, nel sistema scolastico attuale che da per scontata la competenza dell’italiano standard, ha molte più probabilità di non completare il ciclo scolastico.

E, come riconosce anche la ricerca coordinata da Anna Oppo, questo avviene malgrado tutti i sardoparlanti siano bilingui in “italiano”.

Ora, dato che i “processi di scolarizzazione” interessano tutti i Sardi, per via dell’obbligo scolastico, le differenze tra bassa e alta istruzione non possono che provenire dal diverso successo scolastico dei diversi gruppi: i bilingui in sardo e in italiano hanno probabilità maggiori di non completare gli studi, mentre i monolingui in italiano risultano avvantaggiati dalla scuola.

A questo punto, è soltanto logico pensare che l’italiano dei sardoparlanti sia più ricco di interferenze dal sardo e quindi maggiormente stigmatizzato dalla scuola e quindi almeno in parte responsabile della grave dispersione scolastica attestata nell’isola.

Ovviamente, la vera responsabile del fenomeno è la scuola italiana, che si ostina a non riconoscere il fatto che l’”italiano” parlato in Sardegna non è l’italiano standard. Non sono a conoscenza di alcuna ricerca mirata a stabilire quanto questi problemi linguistici dei ragazzi sardi incidano sul loro rendimento scolastico complessivo e quindi sulla dispersione scolastica. Evidentamente alla scuola italiana il problema non interessa.

Anche per la Sardegna, quindi, è sia pure indirettamente attestato il fatto ovvio che esiste un rapporto tra dispersione scolastica (intesa come raggiungimento di un grado di istruzione speriore)  e situazione linguistica.

La questione linguistica della Sardegna si ripropone, allora, per i giovani non più tanto come conflitto tra sardo e italiano, ma come conflitto tra italiano di Sardegna e l’italiano standard che la scuola pretende  sia già conosciuto dagli studenti delle medie superiori.

2 Responses to “Italiano di Sardegna e dispersione scolastica”

  1. Infatti… e la cosa più assurda comunque rimane, come l’hai scritto anche tante volte tu, è che i sardi pensano di parlare un ottimo italiano… lo ripeto qui perché si deve ripetere in continuazione.

    I sardi sono convinti di parlare meglio l’italiano degli italiani stessi e lo scrivono da per tutto (tipo l’altra volta su facebook nel gruppo di un paese), mi hanno quasi masacrato quando ho detto che non è vero. mi hanno scritto frasi come: “Lo sanno tutti che i sardi parlano meglio l’italiano di tutti”, “è sempre stato così”, “già mia nonna parlava cento anni fa benissimo l’italiano”, e così via…

    Non so, da dove sia nato questo luogo comune. qualcuno diceva che i sardi “si fanno capire meglio”. sarà così, ma parlare bene e/o scrivere bene una lingua non significa solo “farsi capire”, certamente si capisce una frase come:

    “Se sarei andato io ierri al negozio mi avrei compratto una torta, ma pur troppo erro già mangiatto.”

    l’abbiamo capito tutti cosa vuoi dire, ma… no est de aici.
    e tutti diranno che nessuno scrive o parla così. certamente, questa frase è esagerata, ma vi dico che la maggior parte dei sardi, in una frase, almeno uno di questi errori lo fa. fatevi un giro su internet nei forum… più o meno, questo è il modo medio di come le persone scrivono in italiano. un errore ogni seconda frase.

    i sardi vivono troppo di pregiudizi e luoghi comuni sulla lingua sarda… ma pesso chi siat ora de s’ischidare.

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