Archive for July, 2012

July 25, 2012

Per chi voterò alle prossime elezioni

Domani torno in Sardegna e so già che sarà un ‘esperienza deprimente.

Farò del mio meglio per passare tre settimane da turista, ma so già che per me è impossibile.

So già che troverò una Sardegna ancora più povera e depressa e deprimente di quella dell’anno scorso.

E allora mi metto a fantasticare della Sardegna che vorrei.

Vorrei arrivare domani ad Alghero e trovare tutte le indicazioni in sardo, catalano, italiano e inglese: nell’ordine.

Non sto a spiegare perché.

All’uscita dell’aereoporto vorrei trovare un cartello che indica la direzione per il nuraghe di S. Antine e sotto la scritta:

Santu Antine: ten times bigger than Stonehenge and … much more beautiful!

Perché?

Se cercate Stonehenge con Google, trovate 22.400.000 riferimenti, mentre se cercate S. Antine ne trovate 42.000, ma non tutte riguardano il nuraghe. Eppure non c’è paragone tra i due monumenti contemporanei: Santu Antine è 10 volte più grande, oltre che molto più complesso e bello.

Stonhenge è conosciuta in tutto il mondo. Come mai praticamente nessuno fuori dalla Sardegna conosce il nuraghe Santu Antine?

Come mai come unica indicazione su tutta la 131 trovi un cartello, anche abbastanza piccolo, a pochi chilometri dal nuraghe? Forse perché i cartelli li mette l’ANAS?

E perché allora la Regione Sardegna non ne fa mettere di suoi?

Mi chiedo quanti, in Sardegna, si rendano conto del fatto che Santu Antine è molto più importante, da un punto di vista archeologico, di Stonehenge.

E mi chiedo se quelli che se ne rendono conto sarebbero disposti a condurre una campagna pubblicitaria assertiva e aggressiva come quella che propongo io.

Quanti visitatori potenziali si perdono grazie alla remissività–probabilmente accompagnata da una buona dose di ignoranza–e al provincialismo dei nostri amministratori?

Quanti di quei turisti intelligenti che verrebbero anche nelle stagioni non estive, vanno invece a … Stonehenge, per via del complesso di inferiorità culturale dei nostri politici?

Quanti quattrini ci fanno perdere questi coglioni–servili con gli Italiani, ma arroganti con i Sardi–con la loro strategia del “Abbiamo altro a cui pensare! Altro che cultura sarda!”

Pensate all’importanza, in questo senso, di un’eventuale conferma dell’esistenza della scrittura nuragica.

La storia comincerebbe in Sardegna 1000 anni prima che in Italia e 1.500 prima che nel resto dell’Europa occidentale.

Le ricadute culturali e perfino economiche di una tale conferma sarebbero enormi.

Nelle Sardegna che vorrei io, i politici avrebbero già provveduto a finanziare l’istituzione e i lavori di una commissione internazionale di ricercatori indipendenti e di chiara competenza per stabilire, per esempio, se le tavolette di Tzricotu siano medievali o risalgono al periodo nuragico.

Invece si accontentano del parere di un unico “esperto” di storia dell’arte, che ha giudicato unicamente lo stile, senza che neanche mai sia stata fatta l’analisi metallurgica delle tavolette. Invece è abbastanza semplice , con l’analisi chimica e isotopica del bronzo, stabilire perfino le miniere di provenienza dei metalli che costituiscono il bronzo delle tavolette e, indirettamente, la loro età.

E che dire della storia allucinante dei “Giganti di Monti Prama”?

Com’è che si è dovuto attendere fino al 2011 per vedere una mostra dedicata a loro e che  ancora non esiste un museo dove le statue possano essere ammirate in modo adeguato ANCHE dai turisti?

Com’è che i “Giganti” non hanno avuto lo stesso destino dei Bronzi di Riace?

Eppure il loro significato storico è enormemente più grande di quello dei Bronzi. Questi ci confermano soltanto quello che già sapevamo sui Romani che hanno depredato la Grecia dei suoi tesori artistici.

Ma perfino per la valorizzazione adeguata del nostro enorme patrimonio archeologico e storico e per la trasformazione del turismo della Sardegna nel tanto auspicato turismo culturale, quello che arriva tutto l’anno e non si limita a visitare le coste e arricchisce in tutti i sensi, occorre fare una rivoluzione e cacciar via questa classe dirigente fradicia di inferiorità culturale e succube degli interessi italiani.

Come liberarci da questi coglioni?

L’ho già detto tante volte: educando i giovani in sardo, educandoli alla storia sarda, insegnando loro la geografia vera della Sardegna–centro del Mediterraneo occidentale e non periferia dell’Italia–educandoli alla letteratura sarda–quella scritta in sardo, non quella sardignola–educandoli al plurilinguismo.

Ho gia detto tante volte che è completamente inutile sprecare soldi per l’insegnamento dell’inglese–come ha fatto anche Renato Soru–quando invece quello che occorre è una televisione che trasmetta in programmi per ragazzi–almeno per loro–in lingua originale e con i sottotitoli in italiano e in sardo.

Anziché sperperare quei quattrini in improbabili programmi di insegamento dell’inglese, vadano a constatare di persona in quei paesi–Olanda, Fiandre, Scandinavia–dove quello che propongo avviene già e si renderanno conto come anche i bambini delle elementari parlano l’inglese meglio della maggior parte degli adulti italiani che hanno studiato l’inglese almeno per otto anni.

Occorre strappare i giovani al monolinguismo e al monoculturalismo isterici e provinciali degli Italiani, che tra l’altro li condannano a parlare un’italiano inadatto a funzionare adeguatamente all’interno della scuola e della società italiane.

Quando i giovani si renderanno conto di vivere in un mondo molto più vasto e più ricco–in tutti i sensi–della provincia italiana di Sardegna, la nostra terra cambierà radicalmente: sarà Sardegna e ombelico del mondo.

Del nostro mondo.

Io voterò alle prossime elezioni il partito che metta al centro del proprio programma l’introduzione del sardo nella scuola come materia curricolare, l’insegnamento della grammatica contrastiva sardo-italiano, l’insegnamento della storia e della geografia in sardo, l’insegnamento della letteratura sarda, l’istituzione di una commissione internazionale sulla scrittura nuragica, l’istituzione di un museo adeguato alla grandezza dei “Giganti di Monti Prama”, l’apertura di un canale televisivo per programmi in sardo e in inglese, questi con i sottotitoli in sardo e in italiano.

July 24, 2012

Dio esiste e ha preso la residenza a Sassari!

Spantu mannu in Tatari: su Senadu Academicu fit caminende in sa bia de Damascu e totu in una …

LINGUA SARDA: ATENEO SASSARI CONTRO DISCRIMINAZIONE GOVERNO
(AGI) – Sassari, 23 lug. – Il Senato accademico dell’universita’ di Sassari chiede il rispetto della legge 482 del 1999 che include il sardo fra le lingue di minoranza ammesse a tutela, per evitare una discriminazione prevista dalla spending review del governo in materia di personale. Il decreto prevede che non possano essere piu’ assegnati dirigenti a tempo indeterminato alle scuole con meno di 600 iscritti, soglia ridotta a 400 per le aree caratterizzate da specificita’ linguistica, in cui la Sardegna non e’ compresa.(AGI) Red-Rob (Segue)

LINGUA SARDA: ATENEO SASSARI CONTRO DISCRIMINAZIONE GOVERNO (2)
(AGI) – Sassari, 23 lug. – A segnalare la questione al Senato accademico e’ stata la commissione d’ateneo per la lingua sarda. Il danno per la Sardegna “e’ doppio”, fa sapere l’universita’, in quanto sara’ ridotto il numero dei dirigenti scolastici a tempo indeterminato e poi perche’ “si stabilisce in modo del tutto arbitrario che le aree geografiche caratterizzate dalla presenza di minoranze di lingua madre straniera (per esempio, tedesche, francesi e slovene) siano piu’ importanti di altre in cui si parla il sardo o il friulano. “Tra l’altro”, segnala l’ateneo sassarese, “il decreto legge produce anche un paradosso per la regione, perche’ la minoranza catalana di Alghero rientrerebbe tra quelle da tutelare, a differenza di quella sarda”.
In una delibera appena approvata, il Senato accademico auspica che per la Sardegna si riveda la normativa nazionale e che si riconoscano “come ugualmente meritevoli di tutela le minoranze di lingua sassarese, gallurese e tabarchina”, come previsto dalla legge regionale 26 del 1997.(AGI) Red-Rob

 

July 23, 2012

Deretos tziviles e deretos sotziales de unu populu italodipendente

Su de imparare a distingher is struturas grammaticales de su sardu dae is de s’italianu ita est, unu deretu tzivile o unu deretu sotziale?

Su de pensare a is giovanos ki oe non acabbant sa scola e cras ant a esser disocupados ita est, unu makimine romanticu o realismu?

E su de pretender una chirca manna e seria a subra de sa relata intra de “dispersione scolastica” e limba ki imperant is giovanos de sa scola? Custu puru unu makimine?

Makimine est a si spantare e a s’arrinegare ca is linguistas de is universidades italianas de Sardinnia t’ischint faer s’etimología de unu faeddu e scoberrint fintzas ca su sardu antigu benit dae su bascu (spantu ca non benit dae su catalanu!), ma non ant fatu mai una chirca pro ischire comente faeddant is giovanos sardos?

Proita est ca is linguistas italianos non bolent ischire cales sunt is resultados de s’italianizatzione linguistica de s’Italia?

Non connosco una chirca–una bastet ki siat–a subra de sa “dispersione scolastica” in Italia e sa limba de is giovanos. Epuru sa “dispersione scolastica” in Italia est una de is prus artas de Europa.

Custa kistione in Sardinnia dd’ant afrontada sceti Maria Teresa Pinna Catte e Elisa Spanu Nivola, in is annos Otanta.

Nd’essidu ca sa “dispersione” prus manna est in sa periferia e in is biddas a giru de Casteddu, non is is biddas inue su sardu est ancora biu.

De su trabballu de custas duas feminas mannas non nd’ant fatu nudda.

Nudda is politicos e nudda is linguistas. Cussos puru tenet átera cosa de faer: etimologías, sardu-bascu e áteru bascaramine.

E tando, romanticu est unu ki si spantat e s’arrinegat biende ki is partidos sardos e italianos–innoxe già sunt totus uguales–non ponent sa kistione de sa limba, sa kistione de sa “dispersione scolastica”, sa kistione de su benidore de is giovanos ke unu de is puntos tzentrales de su programma politicu issoro?

“Abbiamo altro a cui pensare!”

Eja, ke is politicos de totu su mundu, is politicos sardos non sunt bonos a pensare prus atesu de is votatziones ki benint.

Totu su ki rikedet  una bisione ki andet prus atesu de cussos tres o batos annos fintzas a is votaziones non ddu pigant in cunsideru.

Ma cale est sa cuntradditzione intra de su pensare a sa disocupatzione de oe e a sa de cras?

Cale est sa cuntraditzione intra de pensare a is probblemas de oe, pensende puru a una solutzione a is probblemas struturales de sa Sardinnia?

Su probblema struturale prus mannu de sa Sardinnia est cussu de sa formatzione de is giovanos: ita benidore boles pro sa gioventude.

Is giovanos sunt sa classe dirigente de cras.

In su benidore bolimus una classe dirigente bilingue–antzis plurilingue, ca su bilinguismu aberit sa conca pro unu muntone de áteras cosas puru–o bolimus una classe dirigente monolingue in italianu porcheddinu?

A nois nos ant pesadu in italianu porcheddinu e un pagu de sardu pro is barzelletas e is faeddos malos e nois semus sa classe dirigente de sa Sardinnia de oe.

Nois semus sa generatzione de is Sardos ki nde tenent birgungia de faeddare in sardu in pubblicu e cun is strangios e oe-in-die cumandamus nois.

Ita presente amus fraigadu?

Ita benidore amus fraigadu pro is giovanos?

Amus fraigadu unu presente de sutasvilupu e de dipendentzia: dipendentzia economica, resultada dae sa dipendentzia politica; dipendentzia politica resultada dae sa dipendentzia psicologica; dipendentzia psicologica resultada dae sa dipendentzia curturale; dipendentzia curturale resultada dae sa dipendentzia linguistica.

Semus unu populu italodipendente.

E bella merda de logu nos semus sceberados ke modellu de “progressu”!

Su ki nd’est essende a 20 annos de sa morte de Borsellino est ki sa classe politica de s’Italia–ma dd’ischiant già totus–est a mesu e pare cun sa mafia.

E nois semus dipendentes dae custa gente.

“Tontos, locos y bien unidos en la locura!”

Deus nos campet dae is Italianos, ma de prus puru dae is Sardos de sa generatzione mia!

July 21, 2012

Gay e Sardi non piacciono agli Italiani, ma ai gay italiani dei sardi non gliene frega niente

L’ultima uscita di Casin il Barbaro dimostra il grado di inciviltà degli Italiani:

Casini all’attacco: “Incivili
i matrimoni tra omosessuali”

In nessun altro paese “civile” un politico potrebbe permettersi una simile spudoratezza.

Ma la cosa che colpisce di più in questi giorni non è l’ennesima dimostrazione di inciviltà degli Italiani, bensì il fatto che che gli stessi gay e gli italiani progressisti che sostengono i loro diritti non sembrano rendersi conto che la negazione dei diritti degli omosessuali è il risultato di una generale intolleranza degli Italiani nei confronti delle minoranze.

Forse è troppo chiedere ai gay di pronunciarsi contro l’interpretazione “autentica” della legge 482/99–in effetti hanno le loro gatte da pelare–che svuota la già arretrata legge del poco che concede alle minoranze linguistiche non protette da accordi internazionali. Ma colpisce che neanche i professionisti della tolleranza, come  l’ottimo Alessandro Gilioli dell”Espresso, sentano il bisogno di parlare di quest’ennesima negazione dei diritti delle minoranze linguistiche e soprattutto che non colgano il nesso tra l’intolleranza nei confronti dei gay e quella nei confronti dei Sardi, Friulani, Occitani, ecc.: Voi

È come se l’intelligenza e la sensibilità di questi Italiani per bene–detto senza ironia–improvvisamente si volatilizzasse.

Non voglio credere che Gilioli si adatti al nazionalismo italiano propugnato dal gruppo editoriale di De Benedetti, ma se questo non è il motivo del suo silenzio, allora qual’è?

I miei amici nazionalisti e indipendentisti sorrideranno del mio dispiacere, ma a me, inter-nazionalista e uomo di sinistra, dispiace molto constatare che il progressismo degli italiani per bene si fermi davanti alla questione della lingua.

E mi sembra incredibile che questa gente non veda come negare i diritti linguistici dei Sardi e negare i diritti civili degli omosessuali sia la stessa cosa: negazione dei diritti civili delle minoranze e imposizione della dittatura della maggioranza.

E quanto ai gay: sarà anche vero che hanno le loro gatte da pelare, ma bisogna lo stesso dire che si stanno comportando come l’io narrante di quella poesia attribuita a Brecht:

Quando sono venuti a prendere gli ebrei

di Anonimo, da Friedrich Gustav Emil Martin Niemöller 

Quando sono venuti a prendere gli ebrei
Sono rimasto in silenzio perché non ero ebreo
Quando sono venuti a prendere gli omosessuali
Sono rimasto in silenzio perché non ero omosessuale
Quando sono venuti a prendere i comunisti
Sono rimasto in silenzio perché non ero comunista
Quando sono venuti a prendere gli zingari
Sono rimasto in silenzio perché non ero zingaro

Quando sono venuti a prendere me,

non c’era più nessuno che potesse parlare per difendermi.

July 19, 2012

La paranoia di Lupinu, prof. Giovanni, spiegata ai semplici

Ma qual è l’obiettivo di una parlante del sardo, appreso come L2? Quale identità vuole assumere?

Ovviamente, nel momento in cui un parlante del sardo ricorre a questa lingua—nel sistema attuale di dilalia—assume esplicitamente un’identità differente da quella che assume quando parla in Italiano Regionale di Sardegna.

Nel caso dei parlanti di sardo come L1, le implicazioni identitarie sono ovvie: “Io sono quello che sono!” e, quando questo parlante si mette a usare l’IRS, entra in un ruolo sociale che non gli permette di essere interamente se stesso. E da un punto di vista personale, individuale, non c’è niente di scandaloso in questo, come ha già chiarito abbondantemente Alessandro Mongili.

Lo “scandalo”, semmai, è tutto a livello della società sarda, che non permette, per esempio, di interloquire con uno sconosciuto in sardo. Soltanto l’8,5% degli intervistati nel corso della ricerca sociolinguistica coordinata da Anna Oppo dichiara di usare esclusivamente il sardo con gli estranei sardi, mentre il 21,6% dichiara di usare entrambi i codici. E, per salutare parenti, amici, conoscenti o estranei, soltanto il 26,8% dei parlanti attivi del sardo usa entrambi i codici. Sembra lecito ipotizzare che la percentuale delle persone che non usano il sardo per salutare gli estranei sia ancora più alta di quel 73,2 che già usa l’italiano per salutare tutte le diverse categorie di persone.

Come già notato da molti autori, il sardo è pochissimo presente nella sfera pubblica, ma la cosa che ha le conseguenze più importanti per chi apprende il sardo come L2 è il fatto che l’italiano ha occupato quasi tutti i registri e gli stili del repertorio che prima erano riservati al sardu civili (come veniva definito nel villaggio di Sestu: si veda il Cap. 5).

Chi apprende il sardo come L2, cioè fuori dalla cerchia dei parenti più stretti e quindi nel gruppo dei pari, ma in parte ormai anche chi l’apprende come L1, non ha la possibilità di acquisire una competenza pragmatica adeguata alle situazioni formali e impersonali, dato che a queste interazioni in sardo non viene praticamente mai esposto (si veda nuovamente la tabella 2.19).

Cito nuovamente l’aneddoto del venditore di angurie, già presentato al Cap. 2: “Ho visto un venditore di angurie sul ciglio della Statale 131 e mi sono fermato. Mi sono rivolto a lui in sardo e il venditore continuava a rispondermi in italiano. Io ho continuato in sardo, ma senza usare i pronomi “tui” o “fustei”. Il venditore mi guardava visibilmente imbarazzato: chiaramente non sapeva come comportarsi. Alla fine anche lui ha cominciato a usare il sardo, ma dandomi del tu!”

Quel venditore, quasi sicuramente, non aveva a disposizione in sardo il registro adatto a interagire con un cliente sconosciuto—quello che usava in italiano—ed è ricorso all’unico registro che in sardo aveva a disposizione: quello interno al gruppo dei pari e all’interno del gruppo dei pari ci si da del tu.

In questo modo, quel commerciante ha assunto un’identità linguistica inadeguata all’interazione impersonale con il cliente sconosciuto e questo lo metteva in evidente imbarazzo.

Anche l’episodio che ha coinvolto la barista di Vallermosa va interpretato in questa chiave.

A questo punto si capisce molto bene la discrepanza dei dati che riguardano la competenza attiva del sardo e di quelli che ne riguardano l’uso concreto.

Avere una buona competenza grammaticale del sardo, come affermato dal 68,4% degli intervistati, non significa averne anche una buona competenza pragmatica. Non basta produrre frasi grammaticalmente corrette per poter interagire correttamente in qualunque situazione pragmatica.

Anni fa mi divertivo con il figlio di un amico, che all’epoca aveva 8 anni. Quando telefonavo per cercare il mio amico, regolarmente era il bambino a prendere il telefono e io gli chiedevo:

–C’è tuo padre?

–Si!

E questo succedeva ogni volta. Il bambino non aveva ancora imparato che la mia non era una domanda, ma una richiesta cortese di chiamare suo padre e che avrebbe dovuto rispondere: “Si, adesso lo chiamo.”

La competenza pragmatica del bambino non era ancora adeguata a un’interazione da adulto.

Anche ammettendo che molti parlanti giovani del sardo ne abbiano una competenza grammaticale non corrispondente a quella dei parlanti anziani che hanno la limba come L1—cioè che nel loro sardo siano presenti molte interferenze dall’italiano—è chiaro che il problema è ben altro: siamo di fronte a un problema più sociale che linguistico, non differente da quello costituito dalla mancanza di un registro moderno per il corteggiamento.

Infatti, chi stabilisce cosa costituisca un comportamento pragmatico adeguato? Chi decide quali sono le forme linguistiche adeguate a una certa interazione linguistica?

Chi ha il potere per farlo e i mezzi per rendere noti i propri gusti in fatto di interazione linguistica: le classi dirigenti. Ma le classi dirigenti sarde sono latitanti rispetto alla questione linguistica.

Come nel caso dei giovani sardi che decidono di passare all’italiano quando approcciano una ragazza che vogliono corteggiare, i parlanti del sardo come L2—ma presumibilmente anche molti parlanti del sardo come L1—si trovano a corto di registri e stili adeguati a un’interazione linguistica più formale e complessa.

Siamo quindi ben lontano dalla malafede paranoicamente ipotizzata da Giovanni Lupinu per spiegare la discrepanza tra i dati della ricerca sociolinguistica: “Come si spiega, allora, quel 68,4% di persone che dicono di essere in grado di parlare una qualche varietà locale? Semplicemente attraverso un meccanismo ben noto a ogni studioso, cioè attraverso il fatto che, in certi casi, la domanda presuppone la risposta che socialmente è ritenuta più accettabile. Se si va a domandare alla gente se è razzista, le risposte si possono attendere in partenza: all’interno di un’inchiesta in cui gli intervistati hanno percepito un interesse verso le parlate locali, hanno detto di saperle parlare anche molti che in realtà non lo fanno mai, ciò che è confermato dai dati sull’uso, che vengono minimizzati dai partigiani della limba (che magari non hanno mai letto in vita loro un libro di sociolinguistica). Ogni dato, in sostanza, va contestualizzato.” (Giovanni Lupinu: http://www.altravoce.net/oldsite/2007/05/08/ricerca.html)

E si capisce allora molto bene la richiesta generale di affidare alla scuola l’insegnamento del sardo ai bambini: solo un’istituzione con un’autorità e una diffusione nel territorio cosi estese può far imparare ai bambini “le buone maniere linguistiche”, cioè fornire loro una competenza pragmatica adeguata e condivisa.

Diversamente dai linguisti delle università italiane di Sardegna, che spesso hanno rimproverato alle famiglie il fatto di aspettarsi che sia la scuola a insegnare il sardo, e non la famiglia stessa, la gente comune percepisce molto bene quale sia il problema principale della limba e si aspetta quasi all’unanimità che siano proprio le istituzioni che hanno relegato il sardo nel ghetto della diglossia a restituirgli lo status di lingua normale, cioè adeguata anche a un’interazione linguistica formale e complessa: l’81,9% dei Sardi si dichiara molto d’accordo che a scuola un bambino impari l’italiano, una lingua straniera e la lingua locale (Le lingue dei Sardi:52, tabella 6.4)

July 19, 2012

Poita is feminas non bolent a ddas fastigiare in sardu

Fastigia-mi de atesu e chi non ti biat Mamma!

Provade a cunfrontare su chi narat Anna Oppo e su chi naro deo a pitzos de cust’argumentu:

In proposito,  Anna Oppo propone la spiegazione seguente: “Ma sono soprattutto le differenze socio anagrafiche degli intervistati a pesare in modo deciso. In primo luogo a prediligere le parlate locali sono gli uomini, soprattutto se adulti. Inoltre diventa estremamente significativo il peso del titolo di studio, della posizione professionale e del ceto sociale di riferimento: la parlata locale è preferita nelle relazioni amicali dai meno giovani, i meno istruiti e coloro che hanno professioni di tipo manuale. Sarà forse in ragione della giovane età, ma all’interno delle coppie la lingua prevalentemente usata sembra essere l’italiano, e solo in una percentuale piccolissima si usa la parlata locale e entrambi i codici. Quest’ultima tendenza sembra condivisa solo per lo più da coloro che vivono nei comuni più piccoli.” (Le lingue dei Sardi: 28)

L’accademica cagliaritana Anna Oppo spiega in questo modo i motivi che porterebbero i giovani ad adottare l’italiano come lingua del rapporto uomo-donna: chi parla in sardo è vecchio e socialmente poco competitivo, insomma, poco istruito, poco abbiente e abitante di un paesino arretrato. Con la sua generalizzazione, Anna Oppo esprime i pregiudizi dei ceti dominanti sui sardoparlanti, forse interiorizzati dalle giovani donne sarde.[1]

In effetti, una serie di inchieste condotte in numerose scuole della Sardegna durante gli anni ’90 ha permesso di rilevare che il sardo e i sardoparlanti erano ancora  considerati, per usare le loro stesse parole, “grezzi” da parte dei ragazzi (Ecca & Garau 1999).

Eppure i dati sull’apprendimento del sardo da parte dei ragazzi—dati raccolti tra il 2006 e il 2007, cioè dopo il riconoscimento del sardo come lingua minoritaria–smentiscono quest’interpretazione .


[1] Un aneddoto può forse servire a rendere l’idea di quanto poco paritarie siano, in Sardegna, la pratiche linguistiche nel rapporto uomo-donna. Nel 1998 mi trovavo a un ricevimento organizzato a Sestu dall’Assessorato alla cultura, in occasione della prima conferenza sulla lingua sarda. Erano presenti anche diversi giovani, associati al gruppo folk locale. A un certo punto mi sono voltato verso un ragazzo di una ventina di anni e gli ho chiesto a bruciapelo: “E tui su sardu ddu fueddas?” Lui ha risposto: “E certu ca ddu fueddu!” Allora gli ho indicato una ragazza presente e gli ho chiesto: “E cun issa, ddu fueddas? ”E lui: “E certu ca no!”

Tab. 5.10 Lingua prevalentemente usata dai minori, per sesso, nell’interazione con:

Maschi

Femmine

Italiano Lingualocale  Entrambe Italiano Lingualocale  Entrambe
Con il padre 49,1 12,7 38,2 74,6 5,1 20,3
Con la madre 59,3 11,1 29,6 70,0 5,0 25,0
Con fratelli e sorelle 60,0 13,3 26,7 76,9 5,8 17,3
Con i nonni e le nonne 29,6 22,2 46,3 41,4 25,9 32,8
Con i cugini e le cugine 64,3 7,1 28,6 60,7 8,2 31,1
Con gli zii e le zie 61,8 14,5 23,6 74,2 4,8 21,0
Con i vicini 62,0 12,0 26,0 79,0 11,3 9,7
Con i compagni di scuola 44,6 12,5 42,9 62,9 1,6 35,5
Con i compagni di giochi 46,4 8,9 44,6 66,1 3,2 30,6

Questa tabella—per la quale non si indica con precisione l’età degli intervistati, ma dovrebbe riguardare i bambini da 6 agli 8 anni, visto che i dati, grosso modo, coincidono—mostra come, già all’interno della famiglia (allargata) e del gruppo dei vicini/compagni di giochi e di scuola, le ragazze tendano ad essere escluse dalle interazioni in sardo, molto più che non i ragazzi. L’unica eccezione è costituita dai nonni, che ormai sono diventati l’agente principale della trasmissione generazionale del sardo.

I più resoluti nell’escludere le bambine dalle pratiche linguistiche in sardo (o almeno da quelle esclusivamente in sardo) sono proprio i membri del gruppo dei pari: fratelli e sorelle, compagni di scuola e di giochi: già presto il sardo sembra delinearsi come lingua che determina un’identità prettamente maschile.

Naturalmente, occorrerebbe uno studio longitudinale per stabilire se i dati corrispondenti alle diverse fasce di età corrispondano effettivamente a diverse fasi del percorso linguistico dei ragazzi sardi (come proposto in 5.1), o se invece le differenze indichino un effettivo aggravarsi della situazione. Le piccole differenze di età tra gli intervistati sembrano comunque indicare che si tratti di fasi differenti del percorso di acquisizione del sardo da parte dei giovanissimi.

Questi dati, nel loro insieme, sembrano indicare l’esistenza di una “cospirazione” di tutta la società sarda tendente a escludere le ragazze, molto più che non i ragazzi, dalle interazioni linguistiche in sardo. Anche se le ragazze in buona parte recuperano le distanze negli anni successivi, lo stigma—non necessariamente verbalizzato: basta l’evidenza abbondantissima del “non si fa”—verso l’uso del sardo da parte delle donne sembra persistere e trovare la sua massima realizzazione nel rapporto ragazzo/ragazza: usare il sardo significa essere “grezzi” e questo può andar bene per fare dell’umorismo, per esprimere rabbia o per atteggiarsi a “duri”, ma non nel momento delicatissimo in cui si decide di corteggiare un potenziale partner o di accettarne o meno la corte. Ovviamente, una volta che il rapporto è stato impostato in una lingua, diventa poi praticamente impossibile passare a un’altra lingua.

A queste considerazioni va poi aggiunto il fatto che, evidentemente, nel sardo si è estinto il registro del corteggiamento, il linguaggio settoriale per l’approccio dei rappresentanti dell’altro sesso che suscitano interesse sessuale.

È ovvio che questo linguaggio non si può apprendere nel corso di una normale interazione linguistica, visto che il corteggiamento costituisce una delle attività più private e delicate. I modelli di corteggiamento a cui siamo normalmente esposti sono costituiti dalla produzione di autori più o meno specializzati di canzoni, film, libri, programmi televisivi in cui si rappresentano i rapporti privati tra un uomo e una donna. Nella società sarda attuale, questi modelli sono in italiano e monopolio dell’industria culturale italiana, mentre nella società tradizionale i modelli erano forniti, per esempio, dai mutos e mutetus che praticamente tutti conoscevano e cantavano. Spariti dalla vita reale quei modelli, ai giovani sardi non rimane che adattarsi ai modelli proposti dall’industria italiana della rappresentazione dei sentimenti, e lo fanno, ovviamente, in italiano.

L’analisi di questi dati, mostra come le identità linguistiche dei Sardi siano molteplici, adattabili a diverse situazioni di interazione, esattamente come stipulato dal principio (4) proposto da Bucholtz e Hall: “ le identità sono relazionali, costruite attraverso numerosi, spesso sovrapposti, aspetti del rapporto tra se stessi e gli altri, compresi la similitudine/differenza, genuinità/artificialità e autorità/delegittimazione”.

Il giovane sardo assume un’identità “grezza” (trasgressiva, umoristica, da “duro”) quando ricorre al sardo, mentre passa all’uso esclusivo dell’italiano quando gli occorre un’identità adatta al corteggiamento di una ragazza.

July 18, 2012

Una domanda alle donne giovani

La professoressa Oppo, attribuisce il fatto che il sardo non si usi all’interno delle coppie giovani ai seguenti motivi: ““Ma sono soprattutto le differenze socio anagrafiche degli intervistati a pesare in modo deciso. In primo luogo a prediligere le parlate locali sono gli uomini, soprattutto se adulti. Inoltre diventa estremamente significativo il peso del titolo di studio, della posizione professionale e del ceto sociale di riferimento: la parlata locale è preferita nelle relazioni amicali dai meno giovani, i meno istruiti e coloro che hanno professioni di tipo manuale. Sarà forse in ragione della giovane età, ma all’interno delle coppie la lingua prevalentemente usata sembra essere l’italiano, e solo in una percentuale piccolissima si usa la parlata locale e entrambi i codici. Quest’ultima tendenza sembra condivisa solo per lo più da coloro che vivono nei comuni più piccoli.” (Le lingue dei Sardi: 28)

Io vorrei proporre, a fianco a quella di Oppo, un’altra soluzione: nel sardo dei giovani non esiste più il linguaggio del rapporto tra uomo e donna.

Dato che questo linguaggio non si può apprendere dall’interazione sociale–si tratta di faccende molto private–lo si apprende dall’industria dell’informazione: le canzoni, i film, i programmi televisivi, i libri.

O, in ogni caso, le nostre aspettative rispetto al linguaggio da usare all’interno della coppia sono fortemente condizionate dall’industria dell’informazione.

Non esistendo un’industria sarda dell’informazione, non esistono modelli in sardo fruibili per la comunicazione all’interno della coppia.

Vi sarei molto grato se mi faceste sapere cosa ne pensate.

July 17, 2012

COMUNICATO STAMPA: LINGUA SARDA: ASSESSORE MILIA ACCUSA LA CGIL DI INCOERENZA SUL DIMENSIONAMENTO SCOLASTICO

 

LINGUA SARDA: ASSESSORE MILIA ACCUSA LA CGIL DI INCOERENZA SUL DIMENSIONAMENTO SCOLASTICO

COMUNICATO STAMPA

Cagliari, 17 luglio 2012 – “ Leggo con stupore e disappunto le dichiarazioni di Peppino Loddo (CGIL) sull’azzeramento della specificità linguistica della Sardegna in merito alla cancellazione del “dimensionamento scolastico agevolato” proposta dal Governo Monti con la cosiddetta “Spending Review ” e mi domando se tale leader sindacale  condivida la nostra realtà o viva in qualche dimensione onirica e fantascientifica che gli impedisca di essere serio, obiettivo e concreto. “

Lo ha dichiarato l’assessore regionale della Pubblica Istruzione Sergio Milia, in risposta ad una nota della Cgil in merito al problema del dimensionamento scolastico e della specificità linguistica della Sardegna.

“In un comunicato dai toni piuttosto allarmistici, Loddo accusa la Regione, che in realtà è vittima, di un atto unilaterale del governo che, dopo aver stabilito un “dimensionamento scolastico agevolato” per le regioni con presenza di minoranze linguistiche, ora, proprio perché regioni come la Sardegna e il Friuli hanno prospettato la possibilità di servirsene per le loro lingue regionali, fa un passo indietro e limita tale “dimensionamento ridotto” alle sole regioni nelle quali sono presenti “minoranze di lingua madre straniera“, ovvero la Valle d’Aosta, Trentino-Alto Adige e Friuli Venezia Giulia (limitatamente allo sloveno). “

“ A parte le considerazioni di tale proposta normativa fatta dal Governo, e sui suoi profili di inopportunità e anche di probabile incostituzionalità o comunque di discriminazione delle “lingue regionali”, che per il momento metto da parte, mi meraviglia molto che Loddo diventi, dopo anni di silenzio e di assenza, un paladino di quella minoranza linguistica sarda che, il suo sindacato e la sua parte politica di riferimento, hanno sempre contrastato e avversato nel mondo della scuola giungendo fino ad azioni legislative e lobbistiche che hanno sempre impedito di adempiere a una reale presenza della lingua sarda nelle nostre istituzioni scolastiche.  “

“ Questo interessamento ad intermittenza di Loddo e del suo sindacato per l’insegnamento del sardo a scuola, dopo anni di guerra silenziosa e aspra nei confronti delle forze culturali e politiche che hanno fatto questa sacrosanta battaglia, sembra alquanto sospetto. Cioè, lascerebbe intendere che, Loddo e la Cgil, intendano far finta di essere stati grandi sostenitori del bilinguismo, per raggirare le norme e salvare una manciata di posti di lavoro. Ovvero che essi intendano far finta che l’insegnamento del sardo sia a regime in tutte le scuole della Sardegna per convincere il Governo a non applicare i tagli. “

“Ebbene vorrei comunicare a Loddo- prosegue l’assessore Milia- , proprio perché ritengo che la questione della presenza del sardo a scuola sia una cosa seria e auspicabile anche in tempi brevi, che la Regione non ha voluto fin dall’inizio usare questa arma demagogica e strumentale, proprio per non svilire questa delicata materia in un uso cinico, opportunistico e paradossale così come sembrano voler fare altri.

Usare strumentalmente ora il problema della lingua, solo per ottenere qualche vantaggio normativo, danneggia sia la scuola sia la lingua. Ed è anche sbagliato eticamente, prima ancora che moralmente. Anche perché nel ministero a Roma non siedono dei baluba, ma dei funzionari che conoscono bene la realtà sarda. A chi giova far pensare che possano essere raggirati? “

“La realtà vera è che la Regione, già dal 2009, ha approvato una norma che consente di sostenere finanziariamente le istituzioni scolastiche che, a norma dell’art. 4 della legge 482/99, intendono inserire un’ora o più di sardo nell’orario curricolare.   In questi anni, i progetti che sono stati finanziati sono circa una novantina, portati avanti però, è bene dirlo, anche se con la collaborazione fattiva della Direzione Scolastica Regionale, nell’indifferenza o nell’ostracismo di un mondo scolastico, in molti suoi settori, spesso sordo alle istanze del bilinguismo. “

“Non ci è sembrato che in questi anni, Loddo o la Cgil, abbiano mai preso posizione sulla “stabilizzazione” del sardo a scuola, né abbiano spalleggiato quelle forze politico-culturali che hanno sempre sostenuto la necessità di una scuola bilingue. Sostenere ora, a distanza di anni, proprio la lingua sarda che si è demonizzata per lungo tempo, è un escamotage da sindacalismo politicante di cui francamente non si sentiva il bisogno.   Loddo dimostra perfino di non conoscere la storia del suo sindacato perché, è risaputo, che l’avversione alla lingua sarda scolarizzata nasce negli Anni Settanta ad opera di Girolamo Sotgiu, segretario regionale della Cgil e intellettuale guida di un’area molto diversa dalla mia, il quale precisò le direttive antilingua in un famoso articolo pubblicato da Rinascita il 26 giugno 1977 dal titolo “Il mito della nazione sarda“, nel quale i sostenitori del sardo venivano bollati come “devianti”. “

Fa piacere che nei decenni gli operatori della Cgil abbiano superato questi stigmi dell’ortodossia vetero marxista e si battano ora per il bilinguismo a scuola. Ne terremo conto coinvolgendo Loddo nelle iniziative istituzionali che portiamo avanti quotidianamente per la nostra lingua. Se infatti prevalesse la serietà e la coerenza, invece della strumentalità e dell’opportunismo, inviteremo Loddo al tavolo che abbiamo aperto con i parlamentari sardi in merito alla Ratifica della Carta Europea delle Lingue Regionali e Minoritarie nel quale si è parlato anche di attuare alcune iniziative per rafforzare la lingua sarda in merito alla norma contestata della “spending review” .

Chiameremo inoltre Loddo a supportare la richiesta che la Regione si accinge a fare tramite la Commissione Paritetica Stato Regione per il trasferimento delle funzioni amministrative alla Regione in riferimento agli articoli 4, 9 e 15 della legge 482/99. Siamo certi che Loddo sa di cosa si tratta e che, da vero alfiere della lingua sarda, non mancherà di darci il suo sostegno insieme al sindacato che rappresenta per salvare posti di lavoro e aprirne di nuovi. (aime)

July 17, 2012

“Quelli nati nel mio ambiente non imparano il sardo”

Le studiose americane Mary Bucholtz & Kira Hall ( “Identity and interaction: a sociocultural linguistic approach”, Discourse Studies October 2005 7: 585-614)

propongono una definizione di identità che ribalta, per molti versi, la concezione tradizionale espressa dal senso comune: “Proponiamo un quadro teorico per l’analisi dell’identità come prodotta nel corso dell’interazione linguistica sulla base dei principi seguenti: (1) L’identità è il prodotto piuttosto che la fonte di pratiche linguistiche o altre pratiche semiotiche ed è perciò un fenomeno sociale e culturale, piuttosto che principalmente interno e psicologico; (2) le identità circondano categorie demografiche di macro-livelli, prese di posizione temporanee interattivamente specifiche e ruoli di partecipazione; (3) le identità possono essere indicizzate linguisticamente attraverso etichette, implicazioni, prese di posizione, stili, o strutture e sistemi linguistici; (4) le identità sono relazionali, costruite attraverso numerosi, spesso sovrapposti, aspetti del rapporto tra se stessi e gli altri, compresi la similitudine/differenza, genuinità/artificialità e autorità/delegittimazione; e (5) l’identità può essere parzialmente intenzionale, in parte abituale e meno che pienamente conscia, in parte un risultato di una negoziazione interattiva, in parte un costrutto delle percezioni e rappresentazioni altrui e in parte il risultato di processi e strutture ideologici più vasti.”[1]

Rispetto alla realtà sociolinguistica sarda, questo quadro teorico mostra immediatamente un limite. Esso infatti non tiene conto del fatto che nella situazione sarda di bilinguismo con diglossia/dilalia, come  indicato da Alessandro Mongili (si veda il §5.1), i parlanti non hanno a disposizione un unico repertorio, costituito dai vari registri e stili di una lingua, ma un  “insieme di repertori non sempre coeso”. Questo significa che un fattore determinante per l’identità linguistica di una persona è la competenza nelle diverse lingue che costituiscono questo “insieme di repertori non sempre coeso”: chi non conosce una lingua (a sufficienza) non può usarla (a sufficienza) nell’interazione linguistica e questo fatto determina automaticamente, in modo negativo, la sua identità, sia nei confronti di sé stesso, sia nei confronti dei suoi interlocutori.

Ma visto che la competenza linguistica del sardo si può solo acquisire partecipando all’interazione linguistica, ne risulta che questa competenza—e quindi la porzione di identità che ne deriva—è riconducibile al principio (1) proposto da Mary Bucholtz e Kira Hall, confermandolo: la competenza linguistica del sardo e l’identità linguistica sarda sono effettivamente il prodotto di pratiche linguistiche e non la loro fonte.

Questa constatazione ci permette immediatamente di mettere a nudo la pretestuosità di un argomento spesso usato da quei Sardi che hanno soltanto una competenza passiva della lingua: “Io non parlo il sardo, perché a casa mia si parlava italiano.”

Queste persone considerano la loro identità linguistica—frutto della loro competenza (quasi) monolingue in italiano—come un dato psicologico immutabile, esistenziale, frutto del loro “essere” e non del loro “agire” (o, piuttosto, non “agire”). Se, da un lato, è vero che la loro esclusione durante l’infanzia dalle interazioni linguistiche in sardo ha comportato in quella fase l’impossibilità di acquisire un’adeguata competenza in questa lingua, d’altro canto è anche vero che nella situazione sarda, in cui, nell’interazione sociale al di fuori della famiglia, tutti sono continuamente esposti a produzioni linguistiche in sardo—con l’eccezione, forse, di alcuni ambienti urbani—soltanto l’autoesclusione da queste interazioni in sardo può spiegare la mancata acquisizione di una qualche competenza attiva. E una conferma di questa analisi viene dallo scarto di oltre 40 punti percentuali che esiste tra i ragazzi che dichiarano di avere una competenza attiva del sardo al momento del loro ingresso nella scuola e i ragazzi alla fine delle scuole medie inferiori: all’età di 6 anni, dichiarano di avere una competenza attiva del sardo sono il 22,5%, mentre all’età di 14 anni, la percentuale passa al 63,6 (Le lingue dei Sardi:38).

La giustificazione fornita dai non-parlanti del sardo per la loro non-competenza ricade quindi sotto il principio (5) proposto da Bucholz e Hall: “(5) l’identità può essere parzialmente intenzionale, in parte abituale e meno che pienamente conscia, in parte un risultato di una negoziazione interattiva, in parte un costrutto delle percezioni e rappresentazioni altrui e in parte il risultato di processi e strutture ideologici più vasti.”

L’ideologia sottostante a questo rifiuto di partecipare alle interazioni in sardo—e quindi ad acquisire una competenza linguistica attiva—sembra essere: “Quelli nati nel mio ambiente non imparano il sardo”. Lo stigma sull’uso del sardo—interiorizzato soprattutto grazie al terrorismo psicologico praticato nel passato dalla scuola italiana— e il rifiuto attivo del suo apprendimento vengono, in questi tempi in cui l’atteggiamento generale verso la lingua è mutato radicalmente in senso positivo, razionalizzati e contrabbandati per una supposta impossibilità a imparare il sardo al di fuori della famiglia.

Insomma, queste persone sono i figli o i nipoti di quelle mamme che negli anni ’60  e ’70 si sentivano proclamare: “Mi’ che non voglio a parlarlo in sardo a mio figlio!”

Superato il limite, più apparente che reale, dell’assenza dal quadro teorico introdotto da Bucholz e Hall delle conseguenze della diglossia/dilalia e della competenza linguistica, si può passare ad analizzare e definire le identità linguistiche dei Sardi.


[1] [We] propose a framework for the analysis of identity as produced in linguistic interaction, based on the following principles: (1) identity is the product rather than the source of linguistic and other semiotic practices and therefore is a social and cultural rather than primarily internal psychological phenomenon; (2) identities encompass macro-level demographic categories, temporary and interactionally specific stances and participant roles, and local, ethnographically emergent cultural positions; (3) identities may be linguistically indexed through labels, implicatures, stances, styles, or linguistic structures and systems; (4) identities are relationally constructed through several, often overlapping, aspects of the relationship between self and other, including similarity/difference, genuineness/artifice and authority/ delegitimacy; and (5) identity may be in part intentional, in part habitual and less than fully conscious, in part an outcome of interactional negotiation, in part a construct of others’ perceptions and representations, and in part an outcome of larger ideological processes and structures. (Mary Bucholtz & Kira Hall, “Identity and interaction: a sociocultural linguistic approach”, Discourse Studies October 2005 7: 585-614)

 

July 16, 2012

Una definizione socioculturale di identità

 

Le studiose americane Mary Bucholtz & Kira Hall ( “Identity and interaction: a sociocultural linguistic approach”, Discourse Studies October 2005 7: 585-614)

propongono una definizione di identità che ribalta, per molti versi, la concezione tradizionale espressa dal senso comune: “Proponiamo un quadro teorico per l’analisi dell’identità come prodotta nel corso dell’interazione linguistica sulla base dei principi seguenti: (1) L’identità è il prodotto piuttosto che la fonte di pratiche linguistiche o altre pratiche semiotiche ed è perciò un fenomeno sociale e culturale, piuttosto che principalmente interno e psicologico; (2) le identità circondano categorie demografiche di macro-livelli, prese di posizione temporanee interattivamente specifiche e ruoli di partecipazione; (3) le identità possono essere indicizzate linguisticamente attraverso etichette, implicazioni, prese di posizione, stili, o strutture e sistemi linguistici; (4) le identità sono relazionali, costruite attraverso numerosi, spesso sovrapposti, aspetti del rapporto tra se stessi e gli altri, compresi la similitudine/differenza, genuinità/artificialità e autorità/delegittimazione; e (5) l’identità può essere parzialmente intenzionale, in parte abituale e meno che pienamente conscia, in parte un risultato di una negoziazione interattiva, in parte un costrutto delle percezioni e rappresentazioni altrui e in parte il risultato di di processi e strutture ideologici più vasti.[1]

Su primu principiu bolet narrer ca ses su chi faes!

Si non faeddas in sardu, non ses sardu!


[1] [We] propose a framework for the analysis of identity as produced in linguistic interaction, based on the following principles: (1) identity is the product rather than the source of linguistic and other semiotic practices and therefore is a social and cultural rather than primarily internal psychological phenomenon; (2) identities encompass macro-level demographic categories, temporary and interactionally specific stances and participant roles, and local, ethnographically emergent cultural positions; (3) identities may be linguistically indexed through labels, implicatures, stances, styles, or linguistic structures and systems; (4) identities are relationally constructed through several, often overlapping, aspects of the relationship between self and other, including similarity/difference, genuineness/artifice and authority/ delegitimacy; and (5) identity may be in part intentional, in part habitual and less than fully conscious, in part an outcome of interactional negotiation, in part a construct of others’ perceptions and representations, and in part an outcome of larger ideological processes and structures. (Mary Bucholtz & Kira Hall, “Identity and interaction: a sociocultural linguistic approach”, Discourse Studies October 2005 7: 585-614)