E su libbru puru est creschende

 

Unu libbru est che unu fillu: cando est prontu, non bies s’ora de nche ddu bogare dae domo.

2. Sociolinguistica della Sardegna: una situazione normalmente complessa

2.0 Introduzione

In Sardegna troviamo una situazione sociolinguistica relativamente complessa. Accanto al sardo propriamente detto, cioè l’insieme di dialetti locali che costituiscono il macrosistema linguistico sardo, troviamo anche altre lingue non sviluppatesi direttamente dal latino in Sardegna, ma introdotte, a partire dal Medioevo, da immigranti provenienti da altre aree linguistiche: il sassarese, il catalano di Alghero, il Gallurese e il Tabarkino  (per resoconti aggiornati dell’introduzione di queste lingue in Sardegna si vedano Maxia (1997, 1999, 2002) per il sassarese e il gallurese; Simon (2009) e Chessa (2011) per il catalano di Alghero ; Sitzia (1998) per il Tabarkino). A queste lingue presenti in Sardegna ormai da secoli, vanno aggiunti anche il veneto e—sia pure in modo marginale—il friulano, introdotti ai primi del Novecento ad Arborea e l’emiliano e l’istriano, introdotti a Fertilia durante il fascismo dai “coloni” importati dal Nord Italia per effettuare la bonifica di quella parte della Nurra. A quanto mi risulta da esperienze personali e non sistematiche, per quanto riguarda questi idiomi introdotti di recente, soltanto nel caso del veneto si può constatare una certa vitalità.

A questa situazione linguistica già articolata, si è poi sovrapposto a partire dal 1760 l’italiano, in quanto lingua ufficiale lingua dell’istruzione, prima, e poi anche dello stato. Le varie lingue presenti da secoli in Sardegna hanno sempre convissuto, una a fianco all’altra, ciascuna nella propria enclave etnico-territoriale, con l’unica eccezione della graduale espansione del gallurese a una serie villaggi fino ad allora sardofoni (Maxia (1997, 1999, 2002, 2006). A partire dal secondo dopoguerra, l’italiano, invece, ha cominciato a penetrare tutti gli aspetti della vita sociale di tutta l’isola e a sostituirsi alle lingue autoctone, superando gli schemi e le situazioni prescritti fino ad allora per il suo uso dalla vigente situazione di diglossia. Mentre fino a quel punto, l’italiano aveva anch’esso convissuto con le lingue autoctone dell’isola, rimanendo, data la situazione di diglossia, relegato alle occasioni e situazioni ufficiali e formali, a partire dagli anni ’60 e ’70 del secolo scorso (a seconda delle situazioni urbane o rurali: Loi Corvetto, 1983), la lingua dello stato ha cominciato a invadere anche la vita privata dei Sardi. Questa nuova situazione ha prodotto una crisi interna a tutte le altre lingue presenti in Sardegna e ha anche fatto entrare in crisi i rapporti tra le diverse varianti del sardo. I Sardi gradualmente hanno acquisito un’identità linguistica non più (approssimativamente) monodimensionale—quasi esclusivamente basata, cioè, sul dialetto locale e con l’italiano a fungere da lingua “estranea”—ma complessa e articolata su vari livelli.

La situazione di diglossia, esistente fino a quel punto, si è modificata in una di dilalia: l’uso del codice linguistico dominante (l’italiano) ha cominciato a penetrare, anche se pesantemente influenzato dal sardo, anche in quei contesti e situazioni fino ad allora riservati esclusivamente al sardo (e alle altre lingue sarde nelle loro enclaves). Come vedremo in particolare al Cap. 4, l’adozione dell’italiano da parte dei Sardi di tutte le classi sociali ha comportato modifiche consistenti alle strutture della lingua di nuova adozione, dando origine a una varietà specificamente sarda: l’Italiano Regionale di Sardegna (Loi Corvetto, 1983).

A questa situazione, le comunità linguistiche della Sardegna ci sono ovviamente arrivate in modo graduale, attraverso i secoli, e le lingue autoctone dell’isola hanno, prima che con l’italiano, convissuto con le varie lingue dei vari dominatori succedutisi nel tempo.[1]


[1] Si veda Bolognesi & Heeringa (2005) per un’analisi del contatto linguistico in Sardegna dal Medioevo ai nostri giorni.

2 Comments to “E su libbru puru est creschende”

  1. O su professo’, ma custu liberu ‘e bostè inue at a essire? In Oxford o in Cambridge?

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