“Quelli nati nel mio ambiente non imparano il sardo”

Le studiose americane Mary Bucholtz & Kira Hall ( “Identity and interaction: a sociocultural linguistic approach”, Discourse Studies October 2005 7: 585-614)

propongono una definizione di identità che ribalta, per molti versi, la concezione tradizionale espressa dal senso comune: “Proponiamo un quadro teorico per l’analisi dell’identità come prodotta nel corso dell’interazione linguistica sulla base dei principi seguenti: (1) L’identità è il prodotto piuttosto che la fonte di pratiche linguistiche o altre pratiche semiotiche ed è perciò un fenomeno sociale e culturale, piuttosto che principalmente interno e psicologico; (2) le identità circondano categorie demografiche di macro-livelli, prese di posizione temporanee interattivamente specifiche e ruoli di partecipazione; (3) le identità possono essere indicizzate linguisticamente attraverso etichette, implicazioni, prese di posizione, stili, o strutture e sistemi linguistici; (4) le identità sono relazionali, costruite attraverso numerosi, spesso sovrapposti, aspetti del rapporto tra se stessi e gli altri, compresi la similitudine/differenza, genuinità/artificialità e autorità/delegittimazione; e (5) l’identità può essere parzialmente intenzionale, in parte abituale e meno che pienamente conscia, in parte un risultato di una negoziazione interattiva, in parte un costrutto delle percezioni e rappresentazioni altrui e in parte il risultato di processi e strutture ideologici più vasti.”[1]

Rispetto alla realtà sociolinguistica sarda, questo quadro teorico mostra immediatamente un limite. Esso infatti non tiene conto del fatto che nella situazione sarda di bilinguismo con diglossia/dilalia, come  indicato da Alessandro Mongili (si veda il §5.1), i parlanti non hanno a disposizione un unico repertorio, costituito dai vari registri e stili di una lingua, ma un  “insieme di repertori non sempre coeso”. Questo significa che un fattore determinante per l’identità linguistica di una persona è la competenza nelle diverse lingue che costituiscono questo “insieme di repertori non sempre coeso”: chi non conosce una lingua (a sufficienza) non può usarla (a sufficienza) nell’interazione linguistica e questo fatto determina automaticamente, in modo negativo, la sua identità, sia nei confronti di sé stesso, sia nei confronti dei suoi interlocutori.

Ma visto che la competenza linguistica del sardo si può solo acquisire partecipando all’interazione linguistica, ne risulta che questa competenza—e quindi la porzione di identità che ne deriva—è riconducibile al principio (1) proposto da Mary Bucholtz e Kira Hall, confermandolo: la competenza linguistica del sardo e l’identità linguistica sarda sono effettivamente il prodotto di pratiche linguistiche e non la loro fonte.

Questa constatazione ci permette immediatamente di mettere a nudo la pretestuosità di un argomento spesso usato da quei Sardi che hanno soltanto una competenza passiva della lingua: “Io non parlo il sardo, perché a casa mia si parlava italiano.”

Queste persone considerano la loro identità linguistica—frutto della loro competenza (quasi) monolingue in italiano—come un dato psicologico immutabile, esistenziale, frutto del loro “essere” e non del loro “agire” (o, piuttosto, non “agire”). Se, da un lato, è vero che la loro esclusione durante l’infanzia dalle interazioni linguistiche in sardo ha comportato in quella fase l’impossibilità di acquisire un’adeguata competenza in questa lingua, d’altro canto è anche vero che nella situazione sarda, in cui, nell’interazione sociale al di fuori della famiglia, tutti sono continuamente esposti a produzioni linguistiche in sardo—con l’eccezione, forse, di alcuni ambienti urbani—soltanto l’autoesclusione da queste interazioni in sardo può spiegare la mancata acquisizione di una qualche competenza attiva. E una conferma di questa analisi viene dallo scarto di oltre 40 punti percentuali che esiste tra i ragazzi che dichiarano di avere una competenza attiva del sardo al momento del loro ingresso nella scuola e i ragazzi alla fine delle scuole medie inferiori: all’età di 6 anni, dichiarano di avere una competenza attiva del sardo sono il 22,5%, mentre all’età di 14 anni, la percentuale passa al 63,6 (Le lingue dei Sardi:38).

La giustificazione fornita dai non-parlanti del sardo per la loro non-competenza ricade quindi sotto il principio (5) proposto da Bucholz e Hall: “(5) l’identità può essere parzialmente intenzionale, in parte abituale e meno che pienamente conscia, in parte un risultato di una negoziazione interattiva, in parte un costrutto delle percezioni e rappresentazioni altrui e in parte il risultato di processi e strutture ideologici più vasti.”

L’ideologia sottostante a questo rifiuto di partecipare alle interazioni in sardo—e quindi ad acquisire una competenza linguistica attiva—sembra essere: “Quelli nati nel mio ambiente non imparano il sardo”. Lo stigma sull’uso del sardo—interiorizzato soprattutto grazie al terrorismo psicologico praticato nel passato dalla scuola italiana— e il rifiuto attivo del suo apprendimento vengono, in questi tempi in cui l’atteggiamento generale verso la lingua è mutato radicalmente in senso positivo, razionalizzati e contrabbandati per una supposta impossibilità a imparare il sardo al di fuori della famiglia.

Insomma, queste persone sono i figli o i nipoti di quelle mamme che negli anni ’60  e ’70 si sentivano proclamare: “Mi’ che non voglio a parlarlo in sardo a mio figlio!”

Superato il limite, più apparente che reale, dell’assenza dal quadro teorico introdotto da Bucholz e Hall delle conseguenze della diglossia/dilalia e della competenza linguistica, si può passare ad analizzare e definire le identità linguistiche dei Sardi.


[1] [We] propose a framework for the analysis of identity as produced in linguistic interaction, based on the following principles: (1) identity is the product rather than the source of linguistic and other semiotic practices and therefore is a social and cultural rather than primarily internal psychological phenomenon; (2) identities encompass macro-level demographic categories, temporary and interactionally specific stances and participant roles, and local, ethnographically emergent cultural positions; (3) identities may be linguistically indexed through labels, implicatures, stances, styles, or linguistic structures and systems; (4) identities are relationally constructed through several, often overlapping, aspects of the relationship between self and other, including similarity/difference, genuineness/artifice and authority/ delegitimacy; and (5) identity may be in part intentional, in part habitual and less than fully conscious, in part an outcome of interactional negotiation, in part a construct of others’ perceptions and representations, and in part an outcome of larger ideological processes and structures. (Mary Bucholtz & Kira Hall, “Identity and interaction: a sociocultural linguistic approach”, Discourse Studies October 2005 7: 585-614)

 

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