La paranoia di Lupinu, prof. Giovanni, spiegata ai semplici

Ma qual è l’obiettivo di una parlante del sardo, appreso come L2? Quale identità vuole assumere?

Ovviamente, nel momento in cui un parlante del sardo ricorre a questa lingua—nel sistema attuale di dilalia—assume esplicitamente un’identità differente da quella che assume quando parla in Italiano Regionale di Sardegna.

Nel caso dei parlanti di sardo come L1, le implicazioni identitarie sono ovvie: “Io sono quello che sono!” e, quando questo parlante si mette a usare l’IRS, entra in un ruolo sociale che non gli permette di essere interamente se stesso. E da un punto di vista personale, individuale, non c’è niente di scandaloso in questo, come ha già chiarito abbondantemente Alessandro Mongili.

Lo “scandalo”, semmai, è tutto a livello della società sarda, che non permette, per esempio, di interloquire con uno sconosciuto in sardo. Soltanto l’8,5% degli intervistati nel corso della ricerca sociolinguistica coordinata da Anna Oppo dichiara di usare esclusivamente il sardo con gli estranei sardi, mentre il 21,6% dichiara di usare entrambi i codici. E, per salutare parenti, amici, conoscenti o estranei, soltanto il 26,8% dei parlanti attivi del sardo usa entrambi i codici. Sembra lecito ipotizzare che la percentuale delle persone che non usano il sardo per salutare gli estranei sia ancora più alta di quel 73,2 che già usa l’italiano per salutare tutte le diverse categorie di persone.

Come già notato da molti autori, il sardo è pochissimo presente nella sfera pubblica, ma la cosa che ha le conseguenze più importanti per chi apprende il sardo come L2 è il fatto che l’italiano ha occupato quasi tutti i registri e gli stili del repertorio che prima erano riservati al sardu civili (come veniva definito nel villaggio di Sestu: si veda il Cap. 5).

Chi apprende il sardo come L2, cioè fuori dalla cerchia dei parenti più stretti e quindi nel gruppo dei pari, ma in parte ormai anche chi l’apprende come L1, non ha la possibilità di acquisire una competenza pragmatica adeguata alle situazioni formali e impersonali, dato che a queste interazioni in sardo non viene praticamente mai esposto (si veda nuovamente la tabella 2.19).

Cito nuovamente l’aneddoto del venditore di angurie, già presentato al Cap. 2: “Ho visto un venditore di angurie sul ciglio della Statale 131 e mi sono fermato. Mi sono rivolto a lui in sardo e il venditore continuava a rispondermi in italiano. Io ho continuato in sardo, ma senza usare i pronomi “tui” o “fustei”. Il venditore mi guardava visibilmente imbarazzato: chiaramente non sapeva come comportarsi. Alla fine anche lui ha cominciato a usare il sardo, ma dandomi del tu!”

Quel venditore, quasi sicuramente, non aveva a disposizione in sardo il registro adatto a interagire con un cliente sconosciuto—quello che usava in italiano—ed è ricorso all’unico registro che in sardo aveva a disposizione: quello interno al gruppo dei pari e all’interno del gruppo dei pari ci si da del tu.

In questo modo, quel commerciante ha assunto un’identità linguistica inadeguata all’interazione impersonale con il cliente sconosciuto e questo lo metteva in evidente imbarazzo.

Anche l’episodio che ha coinvolto la barista di Vallermosa va interpretato in questa chiave.

A questo punto si capisce molto bene la discrepanza dei dati che riguardano la competenza attiva del sardo e di quelli che ne riguardano l’uso concreto.

Avere una buona competenza grammaticale del sardo, come affermato dal 68,4% degli intervistati, non significa averne anche una buona competenza pragmatica. Non basta produrre frasi grammaticalmente corrette per poter interagire correttamente in qualunque situazione pragmatica.

Anni fa mi divertivo con il figlio di un amico, che all’epoca aveva 8 anni. Quando telefonavo per cercare il mio amico, regolarmente era il bambino a prendere il telefono e io gli chiedevo:

–C’è tuo padre?

–Si!

E questo succedeva ogni volta. Il bambino non aveva ancora imparato che la mia non era una domanda, ma una richiesta cortese di chiamare suo padre e che avrebbe dovuto rispondere: “Si, adesso lo chiamo.”

La competenza pragmatica del bambino non era ancora adeguata a un’interazione da adulto.

Anche ammettendo che molti parlanti giovani del sardo ne abbiano una competenza grammaticale non corrispondente a quella dei parlanti anziani che hanno la limba come L1—cioè che nel loro sardo siano presenti molte interferenze dall’italiano—è chiaro che il problema è ben altro: siamo di fronte a un problema più sociale che linguistico, non differente da quello costituito dalla mancanza di un registro moderno per il corteggiamento.

Infatti, chi stabilisce cosa costituisca un comportamento pragmatico adeguato? Chi decide quali sono le forme linguistiche adeguate a una certa interazione linguistica?

Chi ha il potere per farlo e i mezzi per rendere noti i propri gusti in fatto di interazione linguistica: le classi dirigenti. Ma le classi dirigenti sarde sono latitanti rispetto alla questione linguistica.

Come nel caso dei giovani sardi che decidono di passare all’italiano quando approcciano una ragazza che vogliono corteggiare, i parlanti del sardo come L2—ma presumibilmente anche molti parlanti del sardo come L1—si trovano a corto di registri e stili adeguati a un’interazione linguistica più formale e complessa.

Siamo quindi ben lontano dalla malafede paranoicamente ipotizzata da Giovanni Lupinu per spiegare la discrepanza tra i dati della ricerca sociolinguistica: “Come si spiega, allora, quel 68,4% di persone che dicono di essere in grado di parlare una qualche varietà locale? Semplicemente attraverso un meccanismo ben noto a ogni studioso, cioè attraverso il fatto che, in certi casi, la domanda presuppone la risposta che socialmente è ritenuta più accettabile. Se si va a domandare alla gente se è razzista, le risposte si possono attendere in partenza: all’interno di un’inchiesta in cui gli intervistati hanno percepito un interesse verso le parlate locali, hanno detto di saperle parlare anche molti che in realtà non lo fanno mai, ciò che è confermato dai dati sull’uso, che vengono minimizzati dai partigiani della limba (che magari non hanno mai letto in vita loro un libro di sociolinguistica). Ogni dato, in sostanza, va contestualizzato.” (Giovanni Lupinu: http://www.altravoce.net/oldsite/2007/05/08/ricerca.html)

E si capisce allora molto bene la richiesta generale di affidare alla scuola l’insegnamento del sardo ai bambini: solo un’istituzione con un’autorità e una diffusione nel territorio cosi estese può far imparare ai bambini “le buone maniere linguistiche”, cioè fornire loro una competenza pragmatica adeguata e condivisa.

Diversamente dai linguisti delle università italiane di Sardegna, che spesso hanno rimproverato alle famiglie il fatto di aspettarsi che sia la scuola a insegnare il sardo, e non la famiglia stessa, la gente comune percepisce molto bene quale sia il problema principale della limba e si aspetta quasi all’unanimità che siano proprio le istituzioni che hanno relegato il sardo nel ghetto della diglossia a restituirgli lo status di lingua normale, cioè adeguata anche a un’interazione linguistica formale e complessa: l’81,9% dei Sardi si dichiara molto d’accordo che a scuola un bambino impari l’italiano, una lingua straniera e la lingua locale (Le lingue dei Sardi:52, tabella 6.4)

One Comment to “La paranoia di Lupinu, prof. Giovanni, spiegata ai semplici”

  1. La paranoia di Lupinu in parte può essere compresa, nel senso che una certa percentuale di intervistati potrebbe dichiarare il falso (ma Lupinu forse non tiene conto che i questionari sono smaliziati da questo punto di vista, e ci son sempre le modalità per “sbugiardare” le risposte iperboliche); molto più serio il discorso sulla pragmatica della lingua: parlo algherese dalla nascita, e più dei miei stessi genitori riesco ad utilizzarlo i contesti formali, ma anche in algherese è scomparso il registro intimo uomo-donna, la pragmatica del corteggiamento, lo stesso utilizzo per apparire “duri” (isomma, sta messo molto peggio del sardo quanto a vitalità d’uso). Se anche la scuola dovesse “reinventare” tali codici, dovrebbe farlo con una cautela e sensibilità enormi, per evitare che appaiano troppo “stonati” rispetto alle parlate locali e corrano il rischio di trovare il rifiuto o l’indifferenza dei destinatari. Però è chiaro che proprio trovare modalità agili e socialmente condivise di utilizzo della lingua nei più disparati momenti e occasioni della vita è l’obiettivo su cui concentrarsi, superando l’esclusivismo normativo-lessicale che ha caratterizzato l’insegnamento delle lingue minoritarie fino ad ora. (conoscere mille parole “algheresissime”, saperle scrivere “bene”, cioè in grafia catalana, ma non saper che farsene non fa altro che disorientare e stancare, lasciando via libera al perpetuarsi dell’uso dell’italiano in ogni ambito e registro.)

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