Poita is feminas non bolent a ddas fastigiare in sardu

Fastigia-mi de atesu e chi non ti biat Mamma!

Provade a cunfrontare su chi narat Anna Oppo e su chi naro deo a pitzos de cust’argumentu:

In proposito,  Anna Oppo propone la spiegazione seguente: “Ma sono soprattutto le differenze socio anagrafiche degli intervistati a pesare in modo deciso. In primo luogo a prediligere le parlate locali sono gli uomini, soprattutto se adulti. Inoltre diventa estremamente significativo il peso del titolo di studio, della posizione professionale e del ceto sociale di riferimento: la parlata locale è preferita nelle relazioni amicali dai meno giovani, i meno istruiti e coloro che hanno professioni di tipo manuale. Sarà forse in ragione della giovane età, ma all’interno delle coppie la lingua prevalentemente usata sembra essere l’italiano, e solo in una percentuale piccolissima si usa la parlata locale e entrambi i codici. Quest’ultima tendenza sembra condivisa solo per lo più da coloro che vivono nei comuni più piccoli.” (Le lingue dei Sardi: 28)

L’accademica cagliaritana Anna Oppo spiega in questo modo i motivi che porterebbero i giovani ad adottare l’italiano come lingua del rapporto uomo-donna: chi parla in sardo è vecchio e socialmente poco competitivo, insomma, poco istruito, poco abbiente e abitante di un paesino arretrato. Con la sua generalizzazione, Anna Oppo esprime i pregiudizi dei ceti dominanti sui sardoparlanti, forse interiorizzati dalle giovani donne sarde.[1]

In effetti, una serie di inchieste condotte in numerose scuole della Sardegna durante gli anni ’90 ha permesso di rilevare che il sardo e i sardoparlanti erano ancora  considerati, per usare le loro stesse parole, “grezzi” da parte dei ragazzi (Ecca & Garau 1999).

Eppure i dati sull’apprendimento del sardo da parte dei ragazzi—dati raccolti tra il 2006 e il 2007, cioè dopo il riconoscimento del sardo come lingua minoritaria–smentiscono quest’interpretazione .


[1] Un aneddoto può forse servire a rendere l’idea di quanto poco paritarie siano, in Sardegna, la pratiche linguistiche nel rapporto uomo-donna. Nel 1998 mi trovavo a un ricevimento organizzato a Sestu dall’Assessorato alla cultura, in occasione della prima conferenza sulla lingua sarda. Erano presenti anche diversi giovani, associati al gruppo folk locale. A un certo punto mi sono voltato verso un ragazzo di una ventina di anni e gli ho chiesto a bruciapelo: “E tui su sardu ddu fueddas?” Lui ha risposto: “E certu ca ddu fueddu!” Allora gli ho indicato una ragazza presente e gli ho chiesto: “E cun issa, ddu fueddas? ”E lui: “E certu ca no!”

Tab. 5.10 Lingua prevalentemente usata dai minori, per sesso, nell’interazione con:

Maschi

Femmine

Italiano Lingualocale  Entrambe Italiano Lingualocale  Entrambe
Con il padre 49,1 12,7 38,2 74,6 5,1 20,3
Con la madre 59,3 11,1 29,6 70,0 5,0 25,0
Con fratelli e sorelle 60,0 13,3 26,7 76,9 5,8 17,3
Con i nonni e le nonne 29,6 22,2 46,3 41,4 25,9 32,8
Con i cugini e le cugine 64,3 7,1 28,6 60,7 8,2 31,1
Con gli zii e le zie 61,8 14,5 23,6 74,2 4,8 21,0
Con i vicini 62,0 12,0 26,0 79,0 11,3 9,7
Con i compagni di scuola 44,6 12,5 42,9 62,9 1,6 35,5
Con i compagni di giochi 46,4 8,9 44,6 66,1 3,2 30,6

Questa tabella—per la quale non si indica con precisione l’età degli intervistati, ma dovrebbe riguardare i bambini da 6 agli 8 anni, visto che i dati, grosso modo, coincidono—mostra come, già all’interno della famiglia (allargata) e del gruppo dei vicini/compagni di giochi e di scuola, le ragazze tendano ad essere escluse dalle interazioni in sardo, molto più che non i ragazzi. L’unica eccezione è costituita dai nonni, che ormai sono diventati l’agente principale della trasmissione generazionale del sardo.

I più resoluti nell’escludere le bambine dalle pratiche linguistiche in sardo (o almeno da quelle esclusivamente in sardo) sono proprio i membri del gruppo dei pari: fratelli e sorelle, compagni di scuola e di giochi: già presto il sardo sembra delinearsi come lingua che determina un’identità prettamente maschile.

Naturalmente, occorrerebbe uno studio longitudinale per stabilire se i dati corrispondenti alle diverse fasce di età corrispondano effettivamente a diverse fasi del percorso linguistico dei ragazzi sardi (come proposto in 5.1), o se invece le differenze indichino un effettivo aggravarsi della situazione. Le piccole differenze di età tra gli intervistati sembrano comunque indicare che si tratti di fasi differenti del percorso di acquisizione del sardo da parte dei giovanissimi.

Questi dati, nel loro insieme, sembrano indicare l’esistenza di una “cospirazione” di tutta la società sarda tendente a escludere le ragazze, molto più che non i ragazzi, dalle interazioni linguistiche in sardo. Anche se le ragazze in buona parte recuperano le distanze negli anni successivi, lo stigma—non necessariamente verbalizzato: basta l’evidenza abbondantissima del “non si fa”—verso l’uso del sardo da parte delle donne sembra persistere e trovare la sua massima realizzazione nel rapporto ragazzo/ragazza: usare il sardo significa essere “grezzi” e questo può andar bene per fare dell’umorismo, per esprimere rabbia o per atteggiarsi a “duri”, ma non nel momento delicatissimo in cui si decide di corteggiare un potenziale partner o di accettarne o meno la corte. Ovviamente, una volta che il rapporto è stato impostato in una lingua, diventa poi praticamente impossibile passare a un’altra lingua.

A queste considerazioni va poi aggiunto il fatto che, evidentemente, nel sardo si è estinto il registro del corteggiamento, il linguaggio settoriale per l’approccio dei rappresentanti dell’altro sesso che suscitano interesse sessuale.

È ovvio che questo linguaggio non si può apprendere nel corso di una normale interazione linguistica, visto che il corteggiamento costituisce una delle attività più private e delicate. I modelli di corteggiamento a cui siamo normalmente esposti sono costituiti dalla produzione di autori più o meno specializzati di canzoni, film, libri, programmi televisivi in cui si rappresentano i rapporti privati tra un uomo e una donna. Nella società sarda attuale, questi modelli sono in italiano e monopolio dell’industria culturale italiana, mentre nella società tradizionale i modelli erano forniti, per esempio, dai mutos e mutetus che praticamente tutti conoscevano e cantavano. Spariti dalla vita reale quei modelli, ai giovani sardi non rimane che adattarsi ai modelli proposti dall’industria italiana della rappresentazione dei sentimenti, e lo fanno, ovviamente, in italiano.

L’analisi di questi dati, mostra come le identità linguistiche dei Sardi siano molteplici, adattabili a diverse situazioni di interazione, esattamente come stipulato dal principio (4) proposto da Bucholtz e Hall: “ le identità sono relazionali, costruite attraverso numerosi, spesso sovrapposti, aspetti del rapporto tra se stessi e gli altri, compresi la similitudine/differenza, genuinità/artificialità e autorità/delegittimazione”.

Il giovane sardo assume un’identità “grezza” (trasgressiva, umoristica, da “duro”) quando ricorre al sardo, mentre passa all’uso esclusivo dell’italiano quando gli occorre un’identità adatta al corteggiamento di una ragazza.

3 Comments to “Poita is feminas non bolent a ddas fastigiare in sardu”

  1. Non disciu chi tenis arrexoni Robbè, ma ti pozzu narai ca in bidda,
    immoi, c’est custa moda de is piciocas de andai cun genti de attras biddas prus pitticas, e possibilmenti chi siant “felludu e cosingius” po si cumprendi.
    Penzu chi tandru, a issas, su sardu puru at a d’aggradai.

    • Deu seu arrexonendi a ptitzus de is datus de una circa manna-manna chi pigat totu sa sardinnai. E podit essi puru ca immoi–a pustis de 5 annus–is cosas siant cambiadas. is modas puru cambiant e cussa est una moda

  2. Reblogged this on Bolognesu: in sardu and commented:

    Mi paret sa die giusta pro bosi ddu torrare a proponner

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