Archive for August, 2012

August 30, 2012

Perché non sto dalla parte dei minatori

Il nuraghe di Seruci

Cosa c’entrano i minatori con la lingua e la cultura della Sardegna?

Leggetevi il magnfico intervento di Emiliano Deiana su FB:

“siamo tutti minatori” e la retorica del potere [E] (http://emilianodeiana74.blogspot.com/)

L’anno scorso era l’anno del “siamo tutti pastori”.

La fine del 2012 si annuncia come l’anno del “siamo tutti minatori”. Basterebbe certificare che la condizione del mondo agro-pastorale è la medesima di sempre e, senza essere nè voler essere particolarmente profetici, la condizione dell’impresa mineraria sarà quella che si trascina da vent’anni per dire che non mi iscrivo a queste banalità.

Nonostante il Presidente e i ventriloqui locali del Quirinale.

Sono stati vent’anni nei quali un’intera classe politica, lo dico senza avere nessuna tendenza grillesca – di destra, di centro, di sinistra e sindacale – ha costruito le proprie fortune e i propri soggiorni nelle stanze del potere.

Il dato, prima ancora che le considerazioni sui minatori e sulle miniere, è questo.

Sulle disperazioni riconosciute e riconoscibili si sono costruite carriere inossidabili e posizioni inattaccabili all’interno di un complesso – ma anche facilissimo da ri-conoscere – sistema di sospensione democratica.

Perchè sapete, non è credibile che chi da venti e più anni fa analisi, gestisce situazioni, tratta coi governi nazionali e gestisce quelli regionali e locali non l’abbia saputo riconoscere l’assurdo che si è costruito in Sardegna in questi decenni.

Questa roba della Carbosulcis, a conoscerla, diventa il paradigma del sottosviluppo della Sardegna.

La semplifico di molto perchè in rete trovate dati, considerazioni e ricerche.

La Regione detiene il 100% della Carbosulcis. Dal 1996 ad oggi ha speso – abbiamo speso – circa 600 milioni di euro per mantenere in vita un’azienda che nel 2011 ha avuto una perdita di 25/26 milioni di euro. La Regione aveva stanziato 35 milioni, dalla vendita del carbone se ne sono introitati 9 milioni soltanto.

Ma a chi si vende questo carbone? Alla centrale Enel di Portovesme che però funziona al 30% della propria capacità produttiva.

Ma il carbone prodotto a Nuraxi Figus ha caratteristiche così mirabolanti da essere preferito a tutti gli altri tipi di carbone? Affatto. Il carbone prodotto nel Sulcis ha un contenuto di zolfo di molto superiore alla media (6,5% rispetto alla media dello 0,5%). Cosa significa? Che il carbone sulcitano va miscelato con altri tipi di carbone per evitare fenomeni di autocombustione. Il carbone del Sulcis non solo è qualitativamente peggiore ma costa pure di più.

Basterebbe questo per definire l’avventura carbonifera regionale fallimentare e fa specie che la pubblica opinione – scarsamente informata da una stampa in servizio soporifero permanente – queste cose le ignori.

Basterebbe se non fossimo in Sardegna. Ma in Sardegna, siamo.

Ed allora, certificato questo fallimento, si vorrebbero investire 1,6 miliardi di euro TREMILA-MILIARDI-DI-LIRE di soldi pubblici per realizzare – non si sa da chi nè come – una nuova tecnologia che consenta di utilizzare il carbone prodotto a Nuraxi Figus, Texas.

Se avessimo una classe politica degna di questo nome si direbbe: scusate, abbiamo sbagliato, ce ne stiamo andando a casa tutti, perdonateci se potete.

Chi fosse restato – ma siamo nell’ambito puro dell’irrealizzabilità – avrebbe avuto l’onere, dettato dall’onestà intellettuale, di dire che in sardegna carbone non se ne estrarrà mai più. Ed avrebbe l’onere, certo più esaltante, di immaginare e realizzare un futuro diverso per quei lavoratori.

Intervento pubblico per intervento pubblico preferirei – restando nel terreno minato dell’emergenza – che quei lavoratori e quei 35 milioni di euro annui di soldi pubblici se ne andassero a pulire tutte le cunette della Sardegna.

Per fare un esempio molto banale.

O a piantare alberi o realizzare fasce antincendio e parafuoco. Almeno i risultati sarebbero pubblici.

Adesso, non è il momento della proposta, ma della conoscenza e della protesta.

Perchè dire queste semplici ragioni di verità significa davvero stare di fianco a quei minatori, ma non un affiancamento di maniera, alla Napolitano. Ma una vicinanza che serve la verità ed impone alla politica di immaginare e realizzare un diverso metodo di sviluppo.

Perchè sapete – a meno che non mi sia sfuggita la cosa – non è perchè estraiamo minerale sulcitano e lo bruciamo in Sardegna la nostra bolletta è più leggera e non, invece, il solito salasso bimestrale.

Perchè se ci fosse un vantaggio “pubblico” forse ci avremmo potuto pensare.

Invece la bolletta, per ritardi decennali e imposizioni neocoloniali, la paghiamo il 30/40% più salata rispetto al Continente.

E qui si innesta l’ultima considerazione non certo tecnico-tattica, ma politica.

La vicenda delle miniere – non dei minatori ai quali dedicherò la conclusione – si innesta in una politica di sostanziale sottosviluppo della Sardegna. Una politica – locale e nazionale – che ha ritagliato per la nostra terra il posto per il saccheggio nazionale. Di risorse pubbliche, di beni pubblici, di proprietà pubbliche.

E questo saccheggio ha determinato il permanere in una condizione di sostanziale sottosviluppo della nostra isola.

Il paradigma “sociale” del sottosviluppo è dato, senza dubbio, dalla condizione dei trasporti in Sardegna.

Perchè ogni sardo, prima o poi, per una malattia, un lutto, una carcerazione di un parente o la mai arrestata migrazione una nave la prende. E viaggiare nei carri bestiame, a tariffe folli, dei potentati marittimi racconta più e meglio della miniera la condizione di sottosviluppo della nostra terra.

La mia paura e non ho nessuna paura ad esplicitarla è la seguente.

I trentacinque milioni diventeranno, dopo estenuanti trattative e commistioni fra politica e sindacato, quaranta o cinquanta per certificare un fallimento che solo i ciechi non possono vedere.

Il carbone ad alto contenuto di zolfo si continuerò ad estrarlo per qualche anno ancora di modo che ai prossimi appuntamenti elettorali quei lavoratori disperati saranno merce di scambio della politica, voti da riconsegnare al potente di turno che nulla ha fatto per risolvere il problema, ma di tutto fa per mantenere vivo il bubbone.

Per il lavoro non si venda la dignità e la libertà. La lotta deve essere per un cambio di strategia nelle politiche pubbliche nel Sulcis. Politiche che mettano davvero al centro il lavoratore e non l’elettore che è dentro ogni minatore.

Perchè la storia di questa terra è la storia di un’immensa commistione fra detentori di poteri pubblici e sudditi ed è, purtroppo, la storia di una politica senza idee, di una società civile inesistente, di un sindacato che si accontenta di mangiare dal trugolo.

Poi ci sono loro, dentro i pozzi.

E spero con tutta la forza che ho che riescano a maturare una coscienza collettiva che li allontani dai predatori di oggi e di domani.

Che poi sono gli stessi di ieri. “

I minatori di Nuraxi Figus stanno conducendo una lotta che non è soltanto persa in partenza, ma anche e soprattutto sbagliata.

Sbagliatissima negli obiettivi e ancora più sbagliata nei modi.

I minatori di Nuraxi Figus ci stanno ricattando emotivamente: hanno centinaia di chili di esplosivo con sé e dicono “Est s’ora de sa bruvura!”

Ieri un sindacalista della UIL si è tagliato un polso davanti alle telecamere (Il gesto estremo del sindacalista: si taglia il polso per protestare contro l’ipotesi di uno stop all’attività di Elvira Serra).

Non si capisce bene da dove provenga tutto questo interesse, ma i minatori (o chi per loro) sono riusciti a mobilitare l’interesse dei media internazionali: ho visto un servizio perfino su CNN e francamente non riesco a credere che agli Americani gliene importi qualcosa di 400 minatori sardi.

Sono riusciti a incassare perfino la solidarietà generica e ipocrita di Napolitano e, a quanto sembra, sono riusciti a ottenere il rinvio di una sentenza comunque inevitabile: Sulcis, governo: «Chiusura? Forse no» Napolitano: sono vicino ai minatori

DECIDE LA SARDEGNA – De Vincenti ha precisato che tocca alla Regione, proprietaria al 100% della Carbosulcis, deciderne la chiusura, ma che per il governo Monti «sono possibili soluzioni alternative. Ci aspettiamo che la Regione venga con una proposta più realistica. È la Regione che deve chiarire».”

Quale può essere la proposta più realistica per l’utilizzo di un carbone, anzi LIGNITE, di pessima qualità (“Zolfo con un basso tenore di carbonio” lo definivano quando io studiavo all’ITI per periti chimici di Cagliari).

La proposta attuale è di investire oltre un milione di euro per ognuno dei 1500 posti di lavoro che si creerebbero.

Investimenti che dovrebbero effettuare la RAS e il Governo italiano.

Soldi nostri.

Cosa direste se io andassi in Piazza Sella, a Iglesias, e mi puntassi una pistola alla tempia, urlando che se non mi date un milione di euro mi sparo?

Ma come? Non mi dareste il milione e chiamereste l’ambulanza?

E Napolitano mi darebbe la sua solidarietà?

E la CNN verrebbe a filmarmi?

In ogni caso sono sicuro che Mauretto Pili non verrebbe a farsi fotografare con me: lo sanno tutti che io non voterei mai per lui!

I minatori di Nuraxi Figus vogliono che noi paghiamo un miliardo e mezzo di euro per garantire loro il posto di lavoro.

I minatori di Nuraxi Figus sono dipendenti  dall’assistenzialismo e vanno curati, come dovrei essere curato io se andassi in Piazza Sella, con la pistola alla tempia, e pretendessi un milione di euro.

I minatori di Nuraxi Figus non vogliono e non sanno uscire dalla logica suicida–ma anche criminale–che ha portato al disastro che vediamo oggi in Sardegna: effettuare investimenti enormi in settori non concorrenziali e fondamentalmente estranei alla cultura e al territorio della Sardegna–rubando e sperperando risorse che porterebbero allo sviluppo di altri settori–in cambio di poche centinaia di posti di lavoro.

Posti di lavoro–io sono di Iglesias–distribuiti in modo clientelare.

I minatori di Nuraxi Figus  esigono che risorse economiche fondamentali vengano dirottate da quei settori (turismo intelligente, agricoltura di qualità, trasporti) che hanno un futuro e garantirebbero un numero molto più alto di posti di lavoro.

Paradossalmente, sarebbe più conveniente regalare quel miliardo e mezzo agli abitanti del Sulcis, ma con l’obbligo di spenderlo in loco.

Se dovesse andare avanti il progetto della gassificazione della LIGNITE e di stoccaggio sotterraneo della CO2, la maggior parte di quel mare di quattrini finirebbe alle imprese NON SARDE che realizzerebbero gli impianti.

Ammesso che qualcuno voglia vivere sopra un serbatoio di CO2, necessariamente, ad alta pressione: chi conosce il Sulcis sa benissimo che dal punto di vista ambientale lì, tutto quello che poteva andare storto è andato storto. E sullo stoccaggio della CO2, leggetevi quest’articolo: l gemello malefico del fracking. Cosa ruota attorno alla miniera di Nuraxi Figus | Blogeko.it

I soldi finirebbero immediatamente fuori dalla Sardegna.

Al Sulcis rimarrebbero 1.500 posti di lavoro pagati un milione di euro l’uno con soldi sottratti ad altri investimenti più vantaggiosi e che mai, comunque, potrebbero essere garantiti, visto che il mondo va nella direzione di eliminare i combustibili fossili e che il carbone del Sulcis rimane una LIGNITE di scarso pregio e perfino più cara dell’ANTRACITE cinese.

Cosa c’entrano la lingua e la cultura?

I minatori di Nuraxi Figus stanno dimostrando per intero la loro incapacità culturale di concepire uno “sviluppo” differente da quello che il colonialismo italiano ha imposto alla zona: sfruttamento coloniale delle risorse e successivo abbandono della zona, lasciando agli indigeni il disastro sociale e ambientale.

Ragionano completamente all’interno delle logiche colonialiste e non riescono a concepire uno sviluppo della Sardegna basato sulle risorse umane, ambientali e culturali già esistenti.

E come potrebbero, visto che la scuola, i media e i politici non fanno altro che insegnare il disprezzo per tutto ciò che è sardo?

Lo “sviluppo” è solo quello che viene da “fuori”. Lo “sviluppo” è solo quello dell’industria pesante, finanziata con i soldi dei contribuenti.

Lo “sviluppo” che produce sottosviluppo: nell’immediato sottraendo risorse preziosissime ad altri settori e nel lungo termine distruggendo l’ambiente naturale e sociale.

Quanti abitanti di Portoscuso lavorano nelle industrie dell’alluminio e a Nuraxi Figus?

E quanti abitanti di Portoscuso lavorerebbero nel turismo se la presenza di quelle industrie non avesse distrutto il suo grande potenziale nel settore?

Siete mai stati a Portoscuso quando  lo scirocco porta sul paese i fumi della LIGNITE  bruciata nella centrale di Portovesme?

I minatori disperati di Nuraxi Figus sono appunto il sintomo del disastro sociale in cui le miniere e le industrie slegate dal territorio hanno lasciato il Sulcis.

I minatori disperati di Nuraxi Figus vanno aiutati ad accettare la realtà, non sostenuti nella loro lotta folle per continuare in un’attività non sostenibile.

Oltretutto, a chi servirebbe l’elettricità prodotta con la LIGNITE?

La Sardegna, con l’eolico e con il fotovoltaico ne produce già più di quella che le occorre.

Dovremmo sborsare un miliardo e mezzo di euro per produrre energia per gli altri?

August 25, 2012

La cultura della diversità

La diversità costa.

Sergio Rizzo, nel suo articolo che ripropongo (summa di stereotipi), ha scoperto l’acqua calda.

Quello che Rizzo, nel suo furore efficientista–oddío, e chi gli crede? Qui siamo in clima di piena restaurazione di un mondo in cui i deboli (lavoratori, minoranze) non hanno alcun diritto–dimentica di dirci è che l’uniformità costa ancora di più.

Sia direttamente: l’uniformità va contro le tendenze naturali e culturali alla diversificazione e richiede continui investimenti per essere imposta;

sia indirettamente: la diversità comporta una maggiore capacità di adattamento alle condizioni, naturali, sociali ed economiche di una data situazione.

Tanto maggiore è la diversità interna a un dato sistema, tanto più grande è la sua capacità di adattamento al mutare delle condizioni.

In questa fase di grandi cambiamenti occorre pìu diversità, non meno!

Rizzo–l’ennesimo liberista travestito da liberale–“dimentica” che la sua foia centralista e uniformista nega il principio liberale della libera concorrenza.

Ma Rizzo non è un liberale.

È semplicemente uno dei tanti restauratori del bel mondo che fu.

Quel mondo in cui, prima della Rivoluzione di Ottobre, a comandare erano pochissimi e questi pochissimi non venivano intralciati dai cosiddetti “diritti” dei lavoratori e delle minoranze.

Finita, con il tracollo dei mercati finanziari, l’illusione di poter vivere tutti a credito, è venuta meno anche l’illusione delle oligarchie di poter mantenere la pace sociale per mezzo del debito pubblico–risultato del mancato pagamento delle tasse da parte dei ricchi–e della concessione di carte di credito e di mutui facili ai poveri.

“Tutti ricchi!” profetizzava la reaganomics.

In Italia il fenomeno ha preso, con Berlusconi, forme ancora più grottesche.

Oggi, gli stessi ceti che hanno sostenuto Berlusconi per 20 anni hanno capito che i deboli non si possono più prendere in giro e gli hanno dichiarato guerra.

Non ci sono più margini per trattare la pace sociale.

Tutto il potere deve tornare ai ricchi e potenti.

Prima è toccato ai lavoratori e adesso tocca alle minoranze, rappresentate politicamente dalle regioni a statuto speciale.

Rizzo usa gli sprechi della Regione Sicilia come pretesto per il suo attacco alle autonomie.

Ma la Sicilia , con i suoi milioni di elettori in grado di condizionare gli equilibri politici centrali, fa storia a sé.

Come fanno storia a sé tutti i privilegi che Roma ha concesso alla Sicilia.

La Sicilia è sempre stata coccolata non per via della sua autonomia, ma grazie all’intreccio di poteri tra Roma e Palermo.

E da questo intreccio è anche derivata la capacità della mafia di condizionare il governo centrale.

L’inchiesta di questi giorni.

L’attacco di Rizzo, quindi, è un’attacco alla diversità, in preparazione di uno stato ancora più centralista, in cui a comandare su tutto e su tutti sia una manciata di oligarchi milanesi e torinesi.

Come 100 anni fa.

E–ma guarda tu!–come fa il governo Monti.

L’attacco di Rizzo è un’episodio di quella guerra di classe che è in atto in tutto il mondo, per riportarci tutti alla Belle Epoque.

In Italia qualcuno sta cercando di reagire: Altro che Cosa Bianca: facciamo la Cosa Seria

Ma, se si esamina questo documento politico, vediamo che anche esso è viziato dagli stessi limiti che denotano tutta la cultura italiana.

Quando si parla di diritti civili, non si va oltre questa generica affermazione: “Nella Cosa Seria i diritti civili non sono più negoziabili con nessuno, né rinviabili, né assoggettabili a compromessi al ribasso o a diktat provenienti da chi fa della propria fede un elemento di divisione e non di fratellanza.”

In tutto il documento non si fa alcun riferimento all’esistenza delle minoranze etnico-linguistiche comprese nel territorio dello stato italiano.

Zero!

Come sempre.

Non ho mai trovato, nei programmi dei “progressisti” italiani, un solo riferimento ai diritti linguistici delle minoranze interne.

Mai!

La cultura della diversità, in Italia, si ferma al riconoscimento della diversità dei gay, e anche a questo ci sono arrivati con decenni di ritardo.

Per il resto il deserto: gli italiani sono anarchici, ma così fottutamente conformisti.

Se non succederà un miracolo in tempo breve, non vedo come perfino un’inter-nazionalista come me possa continuare a negare l’evidenza dell’impossibilità di coesistenza di Sardi e Italiani nella stessa entità statale.

L’articolo di Rizzo è una vera e propria dichiarazione di guerra alle minoranze della stato italiano.

Hanno già moltissimo, ma vogliono tutto.

Noi abbiamo pochissimo e vogliono portarci via anche quello.

August 24, 2012

Prepariamoci al peggio

Leghide-bosi s’articulu de Adrianu Bomboi e su de Sergio Rizzo (articolo)

Corriere della Sera: Sergio Rizzo, profeta dell’incultura centralista

Is Italianos si sunt preparende a nos pigare fintzas su pagueddeddu ki nosi ant donadu: “L’autonomia si è rivelata talvolta un comodo paravento per dissipare denaro pubblico, senza che lo Stato possa mettere in atto contromisure.”

August 21, 2012

Doddore o non Doddore, è questo il problema?

Mi sembra di essere tornato indietro di 35 anni, ai tempi di “Né con lo stato, né con le BR!”.

Con Doddore o contro Doddore?

Nel suo blog, Vito Biolchini prende atto dell’imbarazzo, negli ambienti indipendentisti, a parlare della vicenda Doddore: Solo Borghezio difende Doddore! Ma l’indipendentismo sardo, ora in imbarazzo, avrebbe dovuto sconfessare già da tempo il ciarlatano di Malu Entu

Ora, io non sono esattamente un indipendentista–anche se gli Italiani mi stanno convincendo sempre di più che qualunque alternativa sia meglio che restare con loro–ma qualcosa voglio dirla lo stesso.

Premetto anche che, come l’esperienza ci insegna, considero lo stato italiano al di sotto di ogni sospetto. Anzi, mi aspettavo che succedesse, prima o poi, anche se non pensavo a Doddore come eventuale vittima, piuttosto a quell’organizzazione, l’IRS, che allora sembrava la più promettente di tutta l’area.

Negli interventi sul blog di Biolchini mi ha colpito soprattutto questo:

” massimeddu zollo

20 agosto 2012

doddore è sotto attacco da parte del potere coloniale, rappresenta la nazione sarda oppressa: è calunniato e contemporaneamente impossibilitato a difendersi perchè in carcere, a 70 anni dopo averne gia scontato 9. Oltre che sul piano dell’ annientamento carcerario ha subito da anni un attacco alle sue proprietà da parte della finanza. PAVAROTTI e tutti gli altri personaggi conosciuti, e che ostentano richezza, non hanno mai varcato il carcere per questioni fiscali, mentre doddore i soldi che guadagnava gli impegnava per la liberazione della Sardegna, nella logica gandiana dello sciopero fiscale contro il colonialismo, cioè stornare i soldi delle tasse, utilizzati dallo stato per reprimerci, e deviarli nel finanziamento anticolonalista per la lotta. Questo è un tipo di lotta efficace e non violento questa lungimiranza di azione anche politica, per la sua novità, paragonata alla INDUSTRIALIZZAZIONE VELENOSA di Moratti e Quirra, ha scatenato la reazione annientante delle forze reppressive. Il fatto che sia stato vittima di un proveddimento di annientamento sarebbe, nella logica inquisitoria, un aggravante della sua posizione. Se, viste le sue condizioni di salute dovesse stare peggio e morisse i molti che gioiscono per il suo arresto sarebbero felici. Questo attacco a doddore dà la misura della inciviltà e brutalità dello stato italiano e dei suoi lacchè degni dei miserabili processi della inquisizione.
Visto che Doddore è stato arrestato in un momento di debolezza organizzativa, oltre che di esposizione alla reppressione, ci aspettiamo da parte degli altri indipendentisti di non essere attaccati. I pettegoli, o diffusori di infamità, affetti da peste psichica, che criticano doddore in carcere dovranno dimostrare le loro trasparenza.
visto che doddore è dentro e per me lo è per motivi politici, e non c’ è un difensore ufficiale, a dimostrazione della sua buona fede e fragilità, come nel 1980, quando era accusato, desaparecido, e morente per lo sciopero della fame, penso che come allora con Bainzu Piliu eravamo in 2 o tre a supportarlo per le solite accuse ben più insidiose e pesanti di sovversione internazionale in nome della indipendenza della Sardegna, oggi sarò tra quelli che lo appoggiano. Oggi il panorama non è desolato come allora e ne a me ne a Doddore impensierisce. L’ indipendentismo grazie a lui è andato avanti, nel segno della lotta contro il colonialismo e i momenti peggiori affrontati ci danno la forza di proseguire, sempre tra calunnie e persecuzioni di ogni tipo.”

Il suo sostenitore dice che Doddore stava mettendo in pratica il precetto gandhiano di sciopero delle tasse.

Hmmm…

A dir la verità, le cose non stanno esattamente così: Gandhi ha guidato le masse indiane verso il mare per estrarre COLLETTIVAMENTE il sale e sfidare l’imposizione del monopolio inglese su una risorsa indiana, sulla quale gli indiani dovevano pagare una tassa.

Il suo sostenitore dice che, invece, Doddore, i soldi pretesi dallo stato italiano se li è tenuti in tasca sua–come Pavarotti–e che poi lui li ha usati come meglio ha creduto.

Se le cose stanno così, e saranno i giudici–ahimé–dello stato italiano ad accertarlo, Doddore ha scelto una “vita spericolata” e oggi deve affrontarne le conseguenze.

Ma non come Gandhi, che la sua “vita spericolata” l’ha vissuta collettivamente e pubblicamente, ma come quei compagni che ai miei tempi rapinavano le banche per “autofinanziarsi”.

Quei compagni erano degli avventurieri e–a distanza di tutti questi anni possiamo dirlo–erano molto poco interessati alla politica.

Comenti m’at nau un’amigu: “Femus piciocheddus gioghendi a bandidus.”

So poco di Doddore e solo adesso ho scoperto che viene dal MSI, cosa che non gli fa onore.

Ma la sua avventura a Maluentu l’ho sempre giudicata, appunto, un’avventura, una roba da ragazzini. Una di quelle cose che fa esaltare chi la fa, ma lascia il tempo che trova. Mi sono sbagliato?

L’accusa rivolta a Doddore è quella di essere stato “disinvolto”  con i quattrini della collettività.

Il suo sostenitore conferma e giustifica politicamente questa disinvoltura.

Se le cose stanno così, allora non mi resta che dire a Doddore: “As fatu a conca tua e immoi ti dda scroxas a solu!”

Non mi sento minimamente coinvolto dalla sua disavventura.

Fermo restando che dallo stato italiano ci si può attendere qualunque porcheria, mi riesce difficile credere al complotto.

Elettoralmente Doddore conta come l’asso di bastoni e gli indipendentisti sono bravissimi a incularsi da soli: non sono 14 le formazioni dell’area?

Forse che Doddore si presentava come il grande leader carismatico in grado di unificare tutto il fronte?

Ma siamo seri!

A far scoppiare l’IRS–e poi anche ProgReS–sono bastate le lusinghe e le attenzioni che i personaggi più in vista del movimento hanno ricevuto dai media e dalle autorità italiana.

Ve la ricordate il video della campagna elettorale di Gavino Sale sull’Espresso? E tutti i riconoscimenti dell’establishment accademico italiano a Franciscu Sedda? E i riconoscimenti e i premi, prima, la “grande visibilità”, poi, assegnati a Kelledda Murgia?

Risultato?

Si è sfasciato tutto a causa dell’ipertrofizzazione degli Ego di questi personaggi.

Complotto?

Boh? Io l’avevo proposto per scherzo in un post che non trovo più.

Tutto questo per dire che la vicenda di Doddore deve insegnarci che non esistono scorciatoie per la liberazione della Sardegna.

L’indipendenza sarda passa necessariamente attraverso la non-dipendenza dei Sardi stessi.

Solo un programma di riforme mirate alla distruzione della dipendenza politica, culturale, psicologica dei Sardi può portarci da qualche parte.

Forse l’arresto di Doddore è mirato a spaventare il movimento–ai miei tempi con le BR ci sono riusciti, eccome!–ma dipende soltanto da noi stessi se ci lasceremo spaventare.

August 20, 2012

Perché ho preso in giro le guide turistiche di Santu Antine

Mi è arrivato questo commento al post sul libro di Mulas:

“le guide turistiche
August 20, 2012 at 4:25 pm (Edit)

…………ma lei pensa davvero di essere una persona intelligente quale crede di essere? era proprio necessario offendere la preparazione della guida del santu antine per poi pubblicizzare il libro del dott.mulas ? che tra l’altro ,insieme a mauro ,è un nostro carissimo amico ed estimatore? sa…. anche noi guide sappiamo tutte le varie teorie anche quelle di mulas al quale abbiamo presentato il libro………..”

Francamente non mi aspettavo che un blogghetto modesto come questo lo leggessero anche altri, oltre al ristretto giro dei miei aficionados.

Sennò avrei evitato la battuta sulle mani sotto la gonna della signora.

Un conto è prendere in giro un’entità astratta–che i miei lettori non possono conoscere e che neanche io riconoscerei–un’altra cosa è ferire qualcuno personalmente.

Le mie scuse sincere per questo.

Io volevo prendere in giro gli esecutori della condanna al rogo/oblio, emessa dalle sovraintendenze di tutta la Sardegna, nei confronti di tutte le analisi del nostro passato che differiscono dalla “verità” ufficiale custodita dagli archeologi di stato.

Colgo nel tono usato dalla guide turistiche una specie di rimprovero per il mio “abuso di potere”.

Io sarei un potente che se la prende con dei lavoratori che fanno coscientemente il loro dovere.

Ma io non sono affatto potente: sono soltanto un rompiballe per vocazione, che già molti anni fa ha scelto di pagare tutti i prezzi possibili e immaginabili per la sua libertà intellettuale.

Anche se non sarebbe esatto dire che non conto niente, io potere non ne ho proprio, quindi le mie care guide turistiche, da quel punto di vista, non hanno niente di cui preoccuparsi.

Del resto io non ce l’ho proprio con loro: fanno il loro lavoro, che consiste nel dire esclusivamente quello che pretendono le sovrintendenze.

Ed è nei confronti degli archeologi di stato che era diretta la mia presa in giro.

So bene quanto sia difficile trovare un lavoro più o meno intellettuale in Sardegna: infatti io me ne sono andato 30 anni fa!

Tenetevi pure stretto il vostro lavoro: nessuno vi condannerà per questo.

Se mai sarà possibile, un giorno condanneremo quelli che vi costringono a umiliarvi in questo modo.

Come li condannerei, io, personalmente?

Come Pasquale Tanda sono un grande ammiratore di Dante, per cui la pena ovvia per i sovrintendenti non potrebbe che essere il contrappasso.

Li condannerei a stare inginocchiati nelle toilette usate dalle guide turistiche e, al posto della carta igienica, a leccare i loro culi.

August 18, 2012

Un altro libro gettato nello stagno della cultura sarda

Marceddí

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Siamo arrivati al nuraghe di Santu Antine verso le sei del pomeriggio.

La signora che ci ha venduto i biglietti ci ha avvertito che era in corso l’ultima visita guidata.

Le ho risposto che avevo appena letto un libro che rendeva inutili le spiegazioni della guida, certamente basate sulla dottrina standard di Taramelli/Lilliu.

–E cosa dice il libro?

–Che i nuraghi erano templi.

La signora ha fatto un cenno di approvazione e ha aggiunto con un tono da docente:

–I nuraghi hanno avuto effettivamente diverse destinazioni.

Mi son girate le balle:

–Solo templi!

E me ne sono andato.

Siamo arrivati all’interno di Santu Antine e quasi subito abbiamo incontrato lo sparuto gruppetto di visitatori (sei?) accompagnato dalla guida.

Si trattava di un gruppetto di quei famosi “turisti intelligenti” che quei coglioni degli assessori al turismo–tutti gli assessori al turismo–dicono di voler attrarre in Sardegna, ma poi fanno di tutto per far fuggire: “”Quando i primi freddi vi regalano i tipici brividi dell’influenza di stagione, allora, al primo accenno di raffreddore, presto, Sardegna”.

Ma si può?

In Sardegna si può!

Quei turisti–pochissimi turisti–di Santu Antine erano indubbiamente intelligenti. Molto intelligenti, direi.

Infatti, non solo sapevano dell’esistenza del nuraghe, 10 volte più grande del famosissimo Stonehenge, ma sconosciuto ai più, ma erano perfino riusciti a trovarlo: impresa questa che denota un quoziente di intelligenza molto alto!

Confesso con un po di vergogna’che io, che pure c’ero già stato, l’ho trovato soltanto al secondo tentativo.

E non seu brullendi!

Ma torniamo ai nostri turisti intelligenti.

Quando siamo arrivati noi, uno di loro, evidentemente impressionato dalla maestosità del nuraghe ha fatto alla guida una domanda molto intelligente:

–Avevano un alfabeto?

Davanti alla grandezza e alla complessità di questa struttura, una persona intelligente parte dal presupposto che questa abbia richiesto una pianificazione e il coordinamento del lavoro di persone distanti nello spazio e nel tempo.

Cose difficili da realizzare soltanto con una comunicazione orale.

La risposta della guida, una signora, è stata un secco NO!

Il turista intelligente non ha osato replicare. Probabilmente ha capito di averle fatto una proposta oscena.

Il tono della signora era quello.

Chissà cosa sarebbe successo se la signora avesse riferito delle diverse opinioni che esistono sulla scrittura “nuragica” e sulle discussioni e polemiche che infuriano da anni e che, naturalmente, non arrivano in Italia.

Figuriamoci!

Chissà, forse quell’uomo distinto e intelligente avrebbe perso il controllo di sé e avrebbe cominciato a infilarle le mani sotto la gonna!

Se esistesse la scrittura “nuragica”, salterebbero tutti i freni morali dei Sardi e anche degli Italiani.

LIBERO ARBITRIO! NESSUN RISPETTO PER LE AUTORITÀ E L’ORDINE COSTITUITO! CHI FERMEREBBE LA POLIGAMIA, L’INCESTO E LA PEDOFILIA?

Anche la proprietà privata sarebbe in pericolo.

Se saltasse fuori che i Sardi hanno preceduto gli “Italiani” anche in questo, si realizzerebbe la profezia dei Maya.

La guida è passata subito a un altro argomento: la riconsacrazione di uno dei pozzi del nuraghe.

Sono scappato.

Sapevo che non sarei riuscito a trattenermi e sono scappato.

Il libro che avevo appena letto parlava appunto di questo!

“Possiamo ancora parlare dei nuraghi come roccaforti erette dalle bellicose popolazioni della Sardegna preistorica? Oppure è giunto il momento di dare un´interpretazione diversa dell´utilizzo cui erano destinate queste costruzioni megalitiche?
L´enorme quantità di informazioni e di dati scaturiti negli ultimi decenni da ricerche archeologiche sempre più puntuali, condotte per la gran parte da addetti ai lavori, ma anche da validi ricercatori indipendenti, hanno provocato un laceramento nel paradigma che definisce il nuraghe come una ´fortezza´.
La sempre più frequente restituzione di contesti cultuali dall´interno e dall´esterno della struttura nuraghe ha indotto l´Autore verso l´analisi sistematica di tali risultati, inducendolo alla conclusione che il motivo fondante che spinse l´uomo nuragico a progettare e innalzare migliaia di strutture in tutta l´isola vada ricercato nell´ambito del sacro. Ne scaturisce un´ipotesi di utilizzo più orientata verso la sfera religiosa, cultuale e rituale anziché militare.
Inoltre, è riportata la recente rivelazione che presuppone la disposizione territoriale del ´Santu Antine´ di Torralba e dei nuraghi a esso limitrofi, distribuiti rispettando la posizione delle sette stelle principali dell´ammasso delle Pleiadi.

La civiltà nuragica svolse un ruolo di primissimo piano all´interno del Mediterraneo occidentale protostorico, intessendo rapporti culturali, commerciali e di scambio di conoscenze con le più progredite civiltà a essa contemporanee, raggiungendo punte di eccellenza in diversi settori quali: l´architettura, l´ingegneria idraulica, la carpenteria e l´artigianato tessile, ceramico e metallurgico. Recenti e importanti studi archeoastronomici dimostrano come i nuragici fossero profondi conoscitori dei fenomeni celesti, testimoniato dall´orientamento delle loro costruzioni secondo i più importanti punti solstiziali ed equinoziali.
Da questa ricerca emerge la visione dei nuraghi come strutture complesse, perni della vita civile e sociale di un popolo che seppe costruire, tremilacinquecento anni orsono, una singolare civiltà. Le torri di pietra, simbolo incontrastato di questa straordinaria cultura, sono interpretate dall´Autore basandosi sui risultati degli scavi condotti, come costruzioni appartenenti alla sfera della devozione: sentinelle inamovibili fra cielo e terra, ordinatori del tempo e dello spazio. Dalla densità e la dislocazione nel territorio di queste strutture ne deriva l´immagine di un´isola, segnata dal contatto simbolico tra gli elementi terreni e quelli del firmamento. Attraverso i nuraghi e i pozzi sacri, il popolo nuragico entrava in sintonia con i princìpi divini del sole, della luna e dell´acqua offrendo le ricchezze della terra e gli oggetti preziosi del quotidiano.
E forse ne sono testimonianza i versi delle ´Teogonia´ di Esiodo: «…e poi generò Telegono per l´aurea Afrodite; quelli molto lontano, in mezzo ad isole sacre, regnavano su tutti gli illustri Tirreni».”

Il libro di Augusto Mulas è noiosetto–così non dite che sto scrivendo per farne la promozione–e non dice in effetti niente di nuovo.

Ha cominciato Pittau a dire che i nuraghi erano templi–ma Pittau è un linguista!–e ha continuato Mauro Peppino Zedda–ma anche lui è un archeologo fai-da-te e parla addirittura di allineamenti astronomici! Per i nostri gloriosi archeologi a scabeciu è come se parlasse di UFO!–mentre Mulas ha completato i suoi studi in lettere classiche, ha partecipato ai suoi scavi e, soprattutto, parla dello stesso tipo di archeologia di cui parlano gli archeologi al servizio dello stato italiano.

Mulas, dottor Augusto, parla di scavi e di ritrovamenti di reperti archeologici effettuati dagli unici archeologi autorizzati ad avere un’opinione: quelli di stato.

E Mulas dice delle cose molto semplici e per dirle usa quel tono noiosetto della persona un po’ distaccata: “Se nei nuraghi si ritrovano le stesse cose che si ritrovano nei pozzi sacri, com’è che nei pozzi sacri gli archeologi di stato le considerano offerte agli dei, mentre nei nuraghi le considerano sintomo di scarsa considerazione per l’igiene?”

Se state ridendo, avete ragione!

L’umorismo involontario di chi ha venduto il proprio cervello allo stato coloniale raggiunge vertici ineguagliabili!

Mulas dice: “Se voi ammettete che, a partire da un certo periodo in poi, i nuraghi siano stati usati come luoghi di culto, dove sono le prove che prima di tale periodo fossero usati come fortezze?”

Ma non voglio aggiungere altro: leggetevi il libro!

Isola Sacra, di Augusto Mulas, edito da Condaghes, Cagliari, 2012.

Leggetevelo, perché questo è un’altro di quei libri di cui la cultura coloniale della Sardegna non parlerà mai.

Purtroppo per loro, però, la cultura marchettara e coloniale non ha più il monopolio dell’informazione.

Oggi con internet non possono più condannare i lavori scomodi degli intellettuali liberi al rogo dell’oblio.

A questo proposito leggetevi anche l’articolo di Vito Biolchini: Il giornalismo con i paraocchi: ecco come l’Unione Sarda sta perdendo l’egemonia dell’informazione a Cagliari

August 17, 2012

Chi non parla il sardo è semplicemente più stupido degli altri

Potrei formularla in modo politicamente corretto, ma perché dovrei?

linguaggio macchina: Lingue minoritarie. Il bilinguismo aumenta l’agilità mentale. Studio delle Univ

August 17, 2012

L’italiano di Oristano

In Aristanis fueddant in italianu.

Su sardu pagu e nudda dd’intendis.

Aristanis est una tzitadi e in tzitadi sa genti fueddat in italianu, lampu!

Comenti narat unu personagiu casteddaju de Vito Biolchini: “Toca, fuedda in italianu ca non t’apu fatu studiai po de badas!”

E funt prus che a totu is feminas giovunas is chi non fueddant in sardu, ca su sardu est “grezu”.

Seu bessíu a mi fumai su zigarru in foras de custa pitzería de Aristanis.

Ddoi fiat custa femina giovuna circhendi de si allui sa sigareta, ma s’acendinu non s’alluíat.

Dd’apu aporta su zigarru e issa: “E fa?”

“Gia fa!”

S’est alluta sa sigaretta.

In Sardinnia totus fueddant s’italianu.