Salvare le miniere o salvare i minatori?

Monte S. Giovanni, con la miniera in cui ha lavorato mio padre.

Caro Marino, mi trovo in difficoltà a risponderti, perché l’altro post sui minatori è stato letto da oltre 20.000 persone.

Io l’avevo scritto per il mio giro di poche centinaia di lettori e non immaginavo certamente di fare opinione a quei livelli.

Non era mia intenzione scrivere un saggio, ma soltanto dare, a caldo, la mia opinione su un argomento che–è chiaro–mi coinvolge molto.

E quindi molte cose le ho scritte in modo affrettato.

E quindi tu non hai potuto cogliere il mio pensiero, non per incapacità tua, ma per imprecisione mia.

Mai pensato che l’identità dei minatori sia meno sarda di quella dei pastori.

Se c’è una cosa che contraddistingue l’identità della maggior parte dei Sardi è la dipendenza dal potere coloniale.

E minatori e pastori sono stati economicamente e culturalmente dipendenti dal colonizzatore italiano a partire all’incirca dallo stesso periodo.

Entrambe le categorie sono state inserite in un sistema di produzione non sostenibile e devastante per il territorio.

Entrambe le categorie sono state sfruttate per produrre merci destinate ad essere esportate dopo una lavorazione molto semplice, che praticamente non comportava un indotto e lavorazioni più complesse che ne aumentassero il valore e l’impiego di altra mano d’opera.

La pastorizia, come l’abbiamo conosciuta fino a qualche anno fa, ma anche come ancora è, si è espansa in modo abnorme a partire della seconda metà del XIX secolo (rivediti Pira e Cagnetta) per produrre formaggio destinato all’esportazione. Con tutte le gravi conseguenze sociali e ambientali che abbiamo conosciuto.

E io, quando le lotte dei pastori hanno eccitato i media–come adesso i minatori–ho scritto che le pecore sono le banane della Sardegna.

E così ho fatto incazzare un po’ di amici, anche pastori.

Sia le miniere che la pastorizia abnormemente diffusa sono state, a partire dall’Ottocento, funzionali a un’economia eterocentrata.

Insomma, sono state e sono funzionali a interessi economici estranei alla Sardegna.

Se non sei d’accordo, dimostrami che–oltre allo stipendio dei lavoratori direttamente impiegati–la Sardegna ha un qualche vantaggio dalla produzione di elettricità con la lignite di Seruci o anche dalla produzione di feta e pecorino romano con il latte delle pecore sarde. Perché questi sono i formaggi che si producono per la maggior parte in Sardegna.

Per quanto riguarda la sostenibilità della produzione di energia con la lignite di Nuraxi Figus, io non sono un’economista e ti rimando all’articolo di due economisti. Non mi sembra che dicano cose diverse da quello che ho detto io: ”

LA NUOVA SARDEGNA – Politica: L’ULTIMA SFIDA: ORA SOLUZIONI CREDIBILI

31.08.2012

Editoriale di FRANCESCO PIGLIARU e ALESSANDRO LANZA L’angoscia degli operai del Sulcis e le aspettative per un futuro migliore per sé e per le proprie famiglie meritano il massimo rispetto. Ma soprattutto meritano il massimo impegno da parte delle istituzioni, oggi chiamate a proporre con urgenza soluzioni credibili, lontane dal balbettio demagogico a cui abbiamo spesso assistito. Carbosulcis e Alcoa sono vicende decisive per il futuro dell’isola. Per quanto riguarda il carbone, il tema è presto riassunto. Nel 1996 il Corriere della Sera pubblicò un articolo che ebbe molta risonanza. Veniva ricostruita, con dovizia di dettagli, la lunga sequenza dei contributi pubblici concessi alle miniere. Già da allora la situazione era molto critica: i soli sussidi a fondo perduto concessi dallo Stato nel decennio 1985-1995 avevano superato i 900 miliardi di lire. Cui andrebbero aggiunti, per completezza, gli interventi diretti dell’Eni (250 miliardi nel 1985), i contributi concessi dalla Regione Sardegna in tutti questi anni, e l’impegno dell’Enel ad acquistare l’energia prodotta con il carbone del Sulcis. Carbone acquistato a un prezzo di oltre il cento per cento superiore al normale costo di produzione dell’impresa elettrica. Valeva la pena di impegnare tutti questi soldi per tenere aperte produzioni sulla cui sostenibilità economica c’erano già allora fondati dubbi? Il fatto è che di fronte a emergenze di occupazione e di reddito, l’istinto italiano, sbagliato, è di esercitare un vero e proprio accanimento terapeutico a favore dell’impresa in crisi, anche quando le prospettive di mercato sono improbabili o nulle. Sono interventi che bruciano risorse pubbliche preziose e, creando false aspettative, consumano futuro. Quasi sempre sarebbe più saggio lasciare le imprese al loro destino e occuparsi invece dei lavoratori, sostenendo il loro reddito e accompagnandoli con servizi di qualità (orientamento e formazione, in primo luogo) verso una nuova occupazione. Per dare un’idea dell’ordine di grandezza degli sprechi che si generano per sostenere cause (imprenditoriali) dubbie, provate a immaginare cosa sarebbe successo se i soldi spesi per il carbone del Sulcis fossero stati attribuiti non all’impresa ma, appunto, ai lavoratori. Potenzialmente, ogni lavoratore avrebbe avuto a disposizione una dote iniziale di un miliardo di lire, avrebbe potuto godere per vent’anni di una rendita mensile di circa 1400 euro, e a fine periodo il capitale iniziale sarebbe rimasto invariato. Tutto questo per sottolineare che una frazione di quei soldi così malamente spesi sarebbe stata sufficiente a finanziare interventi capaci di aiutare le persone a trovare nuova occupazione. Ma le lezioni del passato rimangono in gran parte inascoltate. Oggi come ieri, la ragione fondamentale all’origine della crisi delle miniere del Sulcis non si è modificata. E’ un carbone di scarsa qualità, ha troppo zolfo e costa troppo per poter essere utilizzato in modo economico, qualunque sia la tecnologia adottata. E si fa dunque fatica a capire perché le tecnologie di carbon sequestration, costose e incerte anche in contesti più favorevoli ma richieste a gran voce qui in Sardegna, dovrebbero cambiare improvvisamente in meglio la situazione. Il caso Alcoa è simile. La Sardegna non produce bauxite e, persino con favorevolissime condizioni di costo (e non è questo il caso), sarebbe anti economico importare allumina ed esportare alluminio. Non c’è un mercato al mondo in cui questo accade. Mentre si discute di Alcoa, in Russia e in Arabia Saudita – dove esiste un costo dell’energia incomparabilmente più basso – realizzano impianti grandi 5 o 6 volte lo smelter di Portovesme, con enormi economie di scala capaci di ridurre ulteriormente i costi. Il problema supera i confini regionali: riduzioni importanti di capacità produttiva sono in programma in tutta Europa. Una classe politica seria dovrebbe dirsi e dire che ragioni strutturali e non di congiuntura impediscono che queste produzioni possano continuare a offrire un credibile futuro economico. Poi dovrebbe affrontare con urgenza il tema di cosa fare in alternativa. Nel Sulcis e per il Sulcis non mancano proposte ragionevoli e di buon senso. Nel territorio ci sono almeno due importanti attrattori in grado di creare occupazione diffusa e sostenibile: la straordinaria dotazione di bellezze naturali e la ricchezza della storia mineraria. In più, c’è un agro-alimentare di qualità che, come in gran parte della Sardegna, può crescere ben oltre il suo livello attuale. In altre parti del mondo, Europa compresa, risorse di questa qualità e dimensione sono state sufficienti a dare reddito, occupazione, benessere a grandi comunità territoriali. Non è facile ma si può fare anche da noi. Bisogna però capire questo: che la vera emergenza per il Sulcis non è una fabbrica che va via o una miniera che chiude. E’ invece una qualità delle istituzioni che oggi non dà garanzie sufficienti a coloro che devono affrontare le profonde e anche dolorose (socialmente ed economicamente) trasformazioni necessarie per raggiungere una nuova sicurezza economica. Chi li accompagnerà in quel percorso? Chi li orienterà, offrendo loro consulenze di certificata professionalità? Chi li aiuterà ad acquisire le competenze di cui hanno bisogno per diventare piccoli imprenditori o per essere assunti in una nuova, diversa impresa? Chi gli garantirà, e a quali condizioni, un reddito nel periodo di orientamento e formazione? Chi è in grado di sbloccare le bonifiche per rendere credibile la prospettiva di un decente e sostenibile sviluppo basato sulla bellezza paesaggistica del territorio? Chi si occuperà, e come, e con quali tempi, di semplificare la vita a chi vorrà investire nel Sulcis? I territori che hanno gestito con successo crisi profonde sono stati in grado di dare risposte positive a tutte queste domande. Le loro istituzioni hanno saputo adottare con decisione una prospettiva chiara e hanno evitato che si trasformasse in occasione di sprechi e di elargizioni a favore di interessi di parte. Governo, regione e autorità territoriali dichiarino subito, ognuno per il proprio ambito di competenza, come intendono garantire che i prossimi interventi straordinari a favore del Sulcis saranno ora più efficaci rispetto a quelli del disastroso passato: per esempio, in che modo intendono sbloccare la pluriennale vicenda di bonifiche finanziate ma mai effettuate? Quali correttivi adotteranno perché il parco geo-minerario si faccia davvero e diventi un credibile attrattore internazionale? E così via. “Cosa” fare è piuttosto ovvio. “Come” riuscire a farlo , come sbloccare resistenze e interessi di parte, no. Una migliore performance istituzionale è il passaggio obbligato e urgente per dare un futuro accettabile al Sulcis e all’intera Sardegna. In sua assenza, rimarremo incastrati in un su connottu senza alcuna prospettiva.”

Marino, tu dici “Ripeto non so se le miniere devono essere chiuse o rimanere aperte so però che per il nostro popolo è giunta l’ora di chiedere un intervento risarcitorio dello stato per questi secoli di dominazione coloniale so anche che i problemi non possono essere affrontati in maniera così superfciale passando sopra le teste delle persone e in maniera così ideologica da dividere il nostro popolo in sardi e non sardi che mi sembra veramente un errore e uno sbagliare il bersaglio al di là delle buone intenzioni.

Io invece so che le miniere vanno chiuse.

Il massimo esperto di miniere che ho conosciuto–mio padre–ha sempre proibito a noi figli di andare a lavorare in miniera.

Mio padre non aveva nessun attaccamento particolare a quel lavoro, anzi!

Chi voleva le miniere aperte eravamo noi, i figli dei minatori, giovanotti sedicenti rivoluzionari che senza operai la rivoluzione l’avrebbero dovuta fare da soli e da soli, non solo non c’è gusto, ma è anche più difficile.

Noi non volevamo salvare i minatori, ma le miniere con la loro mitica “classe operaia”.

Io, nel mio articolo, non ho parlato di casta, ma tu sai bene che le concentrazioni di operai in alcune fabbriche–in una zona di grandissima disoccupazione–comportano la possibilità da parte dei politici locali di mettere in pratica il voto di scambio. I nomi di questi politici che–da decenni–si sono succeduti in questo gioco li puoi fare meglio tu di me. Del resto li conoscono tutti.

Come hanno messo in chiaro Pigliaru e Lanza, salvare i minatori sarebbe semplicissmo e molto più economico che salvare la miniera.

Ma qui si vuole salvare le miniera.

Perché?

A chi serve una miniera di lignite–il peggior combustibile fossile esistente–oltretutto in un mondo che finalmente sembra deciso a chiudere con i combustibili fossili?

A conservare l’identità del Sulcis?

Siamo seri!

Si abbia il coraggio di dire che nessuno, in tutti questi anni, ha voluto concepire un piano di riconversione per l’economia del Sulcis.

Tutto quello che i politici del Sulcis hanno saputo fare è chiedere sempre più quattrini per mantenere aperte fabbriche e miniere non competitive.

E qui, caro Marino, il liberismo non c’entra una mazza!

In nessun sistema economico o sociale è giusto sperperare i soldi della comunità per mantenere in piedi centri di potere per i politici locali.

Leggiti bene l’articolo di Pigliaru e Lanza: i soldi finiti alle miniere sono soldi rubati alla gente del Sulcis!

E allora salviamo i minatori e chiudiamo le miniere, sperando che lo stato italiano–complice di questi sperperi–dimentichi quanto i nostri politici hanno già sperperato.

 

One Comment to “Salvare le miniere o salvare i minatori?”

  1. Pigliaru riprende alcuni vecchi temi dell’indipendentismo (ma che sono di buonsenso essendo estesi in tutto l’occidente nelle località in cui si è passati ad un modello economico post-industriale). Eppure anche Pigliaru non è estraneo al sistema che contesta, e il modo per attivare la conversione economica del territorio esiste, come ad esempio sfruttando l’art. 12 dello Statuto Sardo sulle zone franche: http://www.sanatzione.eu/2012/09/dramma-sulcis-e-alcoa-le-possibilita-del-futuro/

    O grazie allo sviluppo della promozione identario-storico-archeologica della Sardegna: http://www.sanatzione.eu/2012/09/politica-balorda-scuola-popolo-imprenditori-e-turismo-ignorano-la-storia-sarda/

    Il problema è che avviare soluzioni strutturali per gradi non è politicamente spendibile, perché richiede tempo e competenza. Ci meritiamo politici centralisti e assistenzialisti che permettono l’accanimento terapeutico su aziende decotte?

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