Archive for October, 2012

October 27, 2012

E immoe tocat a faer su materiale didaticu

Non est kistione de abetare sa die ki  renescimus a faer intrare su sardu in sa scola pro incumentzare a cuncordare su materiale didaticu ki serbit.

Iant a passare áteros annos innantis ki siat prontu.

Totus is áteros ant fatu sa parte issoro: is scritores ant produsidu prus de 200 romanzos; is tradutores ant furriadu in sardu un’áteru muntone de operas; s’universidade de Casteddu at fatru su primu cursu pro formare is maistros de scola.

Immoe serbint antologías de literadura sarda e de literadura mondiale furriada in sardu.

E serbint a livellos diferentes de dificultade.

Serbint libbros de biologia (flora e fauna) de sa Sardinnia in sardu.

Serbint libbros de storia e de geografia in sardu.

E forsis su restu puru, si renescimus a faer intrare su sardu ke limba veicolare in sa scola: sa cosa de importu prus mannu!

E tando, est a si ponner a trabballare.

Su ki serbit est un’investimentu in su benidore: intra de unos cantos annos nch’at esser unu mercadu pro custos libbros.

Puru su tempus de sa gente ki trabballat po de badas depet acabbare.

E si est berus ki s’initziativa iat a deper partire dae sa Regione, est berus puru ki non bi bolet meda a cumprender su ki serbit.

Est tempus de si ponner a trabballare!

 

Advertisements
October 25, 2012

Sticona, sticona, calincuna cosa già sutzedit

Sa rivolutzione de sa limba

October 23, 2012

Il bilinguismo catalano e il bilinguismo sardo

Sono ripetitivo, ma certe cose bisogna ripeterle.

Andiamoci piano con i paragoni tra Catalogna e Sardegna.

Tra le due nazioni c’è una differenza più grande del Monte di Marganai: la Catalogna ha, da sempre, una borghesia nazionale e la Sardegna ha una borghesia compradora, tanto per citare il grande Mialinu Pira.

Questa differenza si riflette in tutti gli aspetti della vita sociale, ma anche privata.

Quando, chi è in grado di influenzare il comportamento dei gruppi sociali più o meno consistenti–e non pensate necessariamente a un politico o a un personaggio della TV, ma vanno bene anche il medico di famiglia, il parroco, il proprietario del supermercato, l’insegnante–aderisce a modelli culturali eterocentrati, tutte le persone che li circondano e che riconoscono loro una funzione sociale e un certo prestigio ne rimangono influenzate.

Del resto, sono queste persone con cui ci confrontiamo quotidianamente sia socialmente, sia–più specificamente–nelle nostre interazioni linguistiche.

Provate a immaginare cosa succederebbe se queste figure sociali decidessero di parlare in sardo con tutte le persone con cui hanno contatto.

Provate a immaginare un supermercato con i nomi dei prodotti scritti in sardo.

O una maestra che non insegna il sardo–queste esistono già–ma si rivolge agli alunni in sardo per tutte le altre questioni.

Ecco allora avreste la Catalogna prima della fine del franchismo.

In termini più rigorosi, si avrebbe una situazione di “diglossia”.

E questa è stata la situazione in Sardegna fino agli anni Sessanta–nelle situazioni urbane–e Settanta–nei piccoli centri.

Nel mentre è successo il massacro dell’identità–non solo linguistica–dei Sardi.

Erano gli anni del “Mi che non voglio a parlarlo in sardo a mio figlio!”

E ancora questa follia non è stata fermata: ancora una decina di anni fa ho assistito a una scena incredibile, per molti versi.

Ero con un amico in una panetteria di Scanu Montiferru per osservare il comportamento linguistico dei presenti.

Tutti parlavano normalmente in sardo tra di loro, ma poi è entrato un bambino di 8 anni circa.

Improvvisamente tutti hanno cominciato a parlare in italiano, anche tra di loro.

La cosa più tragicomica si è verificata all’esterno della panetteria.

Il bambino ero accompagnato dalla nonna che si sforzava anche lei di parlargli in italiano, ma con dei risultati, appunto, tragicomici.

In Sardegna, cioè, si è passati in una quarantina d’anni dalla “diglossia” al “bilinguismo verticale”.

La diglossia implica che, nelle situazioni di normale interazione linguistica–per esempio, in una panetteria–si usi la lingua “bassa”, non prestigiosa. Mentre l’uso della lingua prestigiosa viene relegato alle situazioni formali, ufficiali.

La situazione attuale è stata definita “dilalia” dal linguista italiano Berruto, che la definisce come un caso speciale di diglossia: una situazione in cui la lingua prestigiosa penetra anche nelle situazioni informali, normali.

Ma Marco Tamburelli ha rifiutato questa definizione perché formulata ad hoc per la situazione dello stato italiano e anche perché la lingua ufficiale–in una forma o nell’altra–viene anche appresa come L1: cosa questa che esclude la diglossia.

Tamburelli definisce questa situazione “bilinguismo verticale”: le due lingue coesistono, ma non hanno una distribuzione complementare, come nel caso della diglossia.

La lingua prestigiosa occupa gli spazi che fino alla situazione precedente era riservati alla lingua autoctona.

Questo in Catalogna non si è verificato.

Ecco perché sono potuti passare in pochissimo tempo–alla fine del franchismo–dalla diglossia al bilinguismo orizzontale, con le due lingue situate a pari livello di formalità e di prestigio.

Insomma, quello che da noi si definisce come “bilinguismo perfetto”.

La situazione in Sardegna è paragonabile a quella dell’Irlanda a un certo punto della sua storia, nel 1800.

A creare la situazione di “bilinguismo verticale” sono stati i Sardi stessi.

O meglio la classe dirigente sarda.

Una minoranza che ha imposto–con l’esempio e il proprio prestigio sociale–la marginalizzazione quasi totale del sardo.

Se questa situazione non viene ribaltata, non basterà il miliardo di euro che l’Irlanda spende ogni anno per la lingua autoctona–come ha fatto notare Fabritziu Pedes–per salvare il sardo dall’estinzione.

L’unica soluzione è quella di rifiutare l’imposizione del monolinguismo in italiano (di Sardegna, tra l’altro) e praticare da subito il bilinguismo orizzontale.

Cioè chi ha a cuore le sorti della nostra lingua deve usarla in tutte le situazioni in cui i bottegai, i dottorucoli, i pastoracci di anime, la nonna ignorante di quel bambino di Scanu la rifiutano.

Siamo una minoranza, così come lo sono loro.

E noi adesso abbiamo un vantaggio: tutti sappiamo che lasciare il sardo per l’italiano non porta a niente di buono.

L’italiano è la lingua della democrazia più corrotta del mondo e in più adesso sono anche col culo per terra.

Ecco a cosa ci ha portato l’italiano: al monolinguismo miserabile

October 20, 2012

Poderoso intervento di Vito Biolchini

Bilinguismo subito! Perché la lingua sarda è la più importante infrastruttura immateriale che abbiamo. Vendola, Renzi e Bersani cosa ne pensano?

October 19, 2012

Mauro Maxia versus Fiorenzo Toso, ultimo dei tanti nemici della lingua sarda

 

“I Sardi e i Corsi sono destinati per la vicinanza, per inclinazione e per gli interessi reciproci a vivere in perfetta corrispondenza

Pasquale Paoli (Murato di Nebbio, 4.1.1794)

Soltanto ieri ho notato sulla rete Internet un articolo di Fiorenzo Toso (Attualità e destino delle eteroglossie in Sardegna) apparso diversi mesi fa su una rivista specialistica (Bollettino di Studi Sardi, IV- 2011) e, forse per questo motivo, poco nota e ancor meno diffusa tra i non addetti ai lavori. Purtroppo ho scorto con un certo ritardo questo articolo in cui, tra l’altro, si propongono letture del mio pensiero in cui non mi riconosco. Mi chiedevo, a questo proposito, se non sia preferibile, su determinati argomenti di interesse più vasto rispetto a quello dei soli specialisti, pubblicare su riviste che possano raggiungere una più larga platea di lettori, specie su un tema stimolante come può essere quello delle eteroglossie presenti nella nostra isola.

Non entro nel merito dei perché, a livello generale, la situazione linguistica della Sardegna sia quella che possiamo osservare in questo momento storico e non sia un’altra che avrebbe potuto essere. Si tratta di una questione che non si può liquidare in poche battute e per la quale occorrerebbero studi specifici e riflessioni appropriate. Toso propone una sua lettura del fenomeno. Personalmente penso di avere dimostrato attraverso diversi libri che l’immagine di una Sardegna statica e stereotipata risponda più a una visione di tipo romantico che alla realtà. La Sardegna, su un piano storico oggettivo, è sempre stata una terra aperta agli influssi esterni e questo aspetto vale anche per il discorso propriamente linguistico, come dimostra la presenza di alloglossie ed eteroglossie in numero persino superiore rispetto ad altre regioni dello stato italiano che, pure, non rappresentano delle isole come nel nostro caso.

Diverso è il caso costituito dall’arretratezza di certi quadri subregionali, il quale andrà spiegato con altri strumenti di indagine. Riguardo a questo fenomeno sono solito proporre una similitudine costituita dal muschio che qui da noi trasforma in massi apparentemente millenari persino le pietre cavate da pochi anni. Non so se questa immagine sia appropriata, però è un fatto che persino un archeologo scambiò per un manufatto “nuragico” una mangiatoia che qualcuno aveva scavato in un masso di trachite solo una trentina di anni prima. In effetti e ad onor del vero, quella mangiatoia, sistemata in un luogo ombroso e ammantata di muschi e licheni, collocata come è tuttora a breve distanza da un nuraghe, avrebbe potuto ingannare chiunque.

Sulla permeabilità linguistica della Sardegna vorrei fare notare che solo per un caso, forse, la nostra isola non ha fatto in tempo ad assorbire un influsso provenzale o forse francese che si sarebbe potuto verificare se, diversamente da come sono andate le cose, Guglielmo III di Narbona non avesse rinunciato al regno che aveva ereditato in Sardegna, lasciando campo libero al dominio e all’influsso linguistico catalano, e successivamente a quello castigliano, che oggi possiamo osservare. Quindi si deve parlare di una Sardegna aperta, che ha sempre accolto un po’ tutti ed è forse per questo che è generalmente definita terra ospitale e che ha sviluppato un forse senso di tolleranza e accettazione anche verso le espressioni linguistiche di gruppi umani che vi si sono stanziati, non sempre con intenzioni fraterne, provenienti da ciascuno dei quattro punti cardinali.

Vorrei entrare, invece, nel merito di alcune valutazioni che Toso fa sulle varietà sardocorse. Nel parlare del gallurese e del sassarese egli dà quasi per scontate certe acquisizioni (Op. cit. p. 124, nota 7) che, tuttavia, soltanto da poco sono maturate o, addirittura, sono ancora in corso di consolidamento grazie a una serie di studi condotti durante gli ultimi quindici anni attraverso ricerche che non si sono limitate al piano linguistico, ma hanno toccato anche quello propriamente onomastico oltre che quello storico e culturale. Si tratta di ricerche che Toso, pur non citandole in questa occasione, conosce bene avendole ricordate spesso nelle sue opere. Ad esempio, se oggi le opinioni sulla genesi del sassarese espresse da Antonio Sanna soltanto una trentina di anni fa (e ancor prima da Max Leopold Wagner) si possono considerare largamente superate è perché non da molti anni sono usciti dei lavori che hanno dimostrato come al linguista bonorvese e al Wagner siano sfuggiti diversi elementi essenziali per un più corretto inquadramento della complessiva questione (cfr. da ultimo M. Maxia, Studi sardo-corsi. Dialettologia e storia della lingua tra le due isole, Olbia, Taphros 2008, pp. 54-63).

Anche nel caso di Castelsardo bisognerebbe prestare maggiore attenzione al fatto che l’etnia corsa, pur essendosi rafforzata agli inizi dell’età moderna, fin dal 1321 era maggioritaria rispetto agli elementi sardo e ligure (M. Maxia, I Corsi in Sardegna, Edizioni Della Torre 2006, pp. 125-132 e Studi sardo-corsi cit., p. 91). Si tratta di un aspetto che non può andare disgiunto dal discorso propriamente linguistico.

Dal punto di vista sincronico per le sue considerazioni Toso si appoggia largamente sui risultati di una ormai nota ricerca sociolinguistica del 2006 che sul piano interpretativo è all’origine di non poche polemiche (cfr., a cura di A. Oppo e Altri, Le lingue dei sardi. Una ricerca sociolinguistica, Cagliari 2006). Il linguista ligure, da parte sua, giudica “puntuali” i dati della ricerca in questione. In realtà, ci troviamo di fronte a un lavoro con diverse lacune che ne inficiano, almeno in parte, le conclusioni e che, purtroppo, risulta inattendibile proprio in relazione alle eteroglossie, con particolare riguardo al gallurese e al sassarese (cfr. M. Maxia, Sos ispecialistas istùdien: sa limba est de chie la faeddat, in “Làcanas”, IX, n. 53,VI 2011). Sulla situazione del sassarese, Toso avrebbe potuto consultare i dati emersi da una più aggiornata inchiesta sociolinguistica presentata alla Conferenza annuale della lingua sarda del 2008 e i cui risultati sono disponibili da un paio d’anni (cfr. M. Maxia, La situazione sociolinguistica della Sardegna settentrionale, in Sa Diversidade de sas Limbas in Europa, Itàlia e Sardigna, Regione Autònoma de Sardigna, Bilartzi 2010, pp. 73-75).

Tra altre considerazioni Toso afferma che “il sardo sta perdendo terreno nello stesso centro urbano di Olbia”. Sarebbe interessante conoscere le fonti da cui Toso trae questa convinzione. Il caso di Olbia, per il vero, è uno di quelli che fanno scuola e andrebbe monitorato con grande attenzione poiché mostra una resistenza del sardo così marcata da rappresentare una controtendenza rispetto a un quadro generale che lo vede in regresso. Nel caso in questione la resistenza del sardo sembrerebbe da attribuire proprio alla presenza del gallurese e alle sue dinamiche di autoconservazione che, oltre che essere degne di studi approfonditi, sono diventate patrimonio anche della componente sardofona di questa città che, giova ribadirlo, risulta maggioritaria rispetto all’elemento corsofono durante un arco di tempo che, sulla base dei dati reperiti, si può fare risalire fino al Trecento (cfr. Maxia, I Corsi in Sardegna  cit., pp. 149-150). Di questo fenomeno, che si può osservare anche a Perfugas e lungo la linea di contatto tra Padru e Budoni, ho riferito in una pubblicazione (M. Maxia, Lingua Limba Linga. Indagine sull’uso dei codici linguistici in tre comuni della Sardegna settentrionale, Cagliari, Condaghes 2006, p. 32, nota 28) che, pur citata da Toso nel suo articolo, è stata fraintesa dal momento che egli attribuisce alla mia ricerca la constatazione di un regresso della sardofonia in località in cui si verifica il contatto tra le due varietà. In realtà dalla mia ricerca emerge il contrario. Infatti, nel caso di Perfugas – cioè di una comunità in cui il sardo e il gallurese sono usati dalla popolazione, rispettivamente, urbana e rurale – anche nella popolazione giovanile si osserva una tenuta del sardo più marcata rispetto, per esempio, al non lontano centro di Laerru dove, viceversa, non vi è contatto tra la locale parlata logudorese e il gallurese e non vi è neppure (nell’anno scolastico 2000-01, n.d.a.) alcun ragazzo che usi il sardo come prima lingua. Su questo aspetto si vedano anche i risultati esposti in La situazione sociolinguistica della Sardegna settentrionale cit., pp. 70-71 che Toso non ha preso in esame.

Dunque, in sincronia il gallurese sembra rappresentare, curiosamente, un fattore di tenuta del sardo nelle località in cui si verifica il contatto tra le due varietà linguistiche anche se, in tempi dilatati, il primo tenderebbe a prevalere sul secondo. D’altra parte l’isola linguistica logudorese di Luras costituisce, sempre in sincronia, un esempio eloquente del fenomeno.  Ma credo anche di avere dato prova, attraverso una serie di dati storici, che in passato si sono verificati dei casi in cui il gallurese ha ceduto di fronte al logudorese, per esempio a Osilo, Nulvi e Ozieri (I Corsi in Sardegna cit, pp. 197-204; 207-216). Si deve riconoscere, allora, che accanto a una certa tendenza di carattere generale esistono casi di resistenza di diverso grado e, addirittura, casi di recupero del logudorese in contesti urbani e periurbani di Sassari che, almeno in teoria, spetterebbero al dominio corsofono. Vi sono persino dei casi, per esempio a Perfugas, che vedono il ritorno all’uso del sardo nella generazione compresa tra i 20 e i 35 anni che, pure, è stata quasi interamente educata in italiano. Di questo fenomeno inedito ho già riferito in La situazione sociolinguistica della Sardegna settentrionale cit. e mi riprometto di analizzarlo con strumenti scientifici che diano esattamente conto delle relative motivazioni e dei profili quantitativi anche al fine di misurarne l’incidenza sulla complessiva utenza locale.

Toso si mostra poco attento quando, definendomi “sostenitore nell’ambiente della militanza linguistica sarda”  mi attribuisce la “singolare ipotesi di una ‘tutela’ del gallurese da praticarsi attraverso la negazione del suo carattere alloglotto…valorizzando tutto ciò che lo accomuna al sardo”. Lo studioso ligure dovrebbe sapere che, oltre a sostenere le ragioni del sardo, sono anche tra i maggiori sostenitori delle ragioni delle varietà di origine corsa (cfr. La situazione sociolinguistica della Sardegna settentrionale cit., p. 77) come, del resto, dimostrano decine di libri e saggi pubblicati su questo argomento in circa venti anni di studio. Si tratta di semplice coerenza con le mie origini che, oltre che sarde, sono anche corse. Se vigesse il sistema matrilineare il mio cognome sarebbe Cossu, per l’appunto.

Lo spirito, stavolta realmente di militante, che Toso sfoggia nella difesa del tabarchino (varietà che apprezzo molto e che addito come esempio virtuoso ai sardofoni) gli fa sfuggire che nell’occasione da lui citata si stava semplicemente parlando di come accedere alle risorse della legge 482 e che a nessuno è stato mai chiesto di rinnegare alcunché. Ai galluresi – e lo so per certo perché si tratta di una posizione espressa pubblicamente dalla Consulta Gallurese in occasione di un convegno tenutosi ad Arzachena il 25 novembre 2011 e al quale ho partecipato come relatore invitato dalla medesima Consulta – interessa, ancora prima dell’insegnamento della loro varietà linguistica a scuola, avere accesso ai fondi della legge in questione.

Una soluzione, ricordata proprio da Toso e che non è stata certo scoperta da me, è quella stessa che sta alla base del saggio compromesso che ha ispirato la legge regionale n. 26 del 1997. Naturalmente un elementare principio democratico prevede che, accanto ai diritti delle minoranze, siano riconosciuti quelli delle maggioranze. Pure di questo ho parlato con schiettezza, oltre che nei miei libri, anche attraverso interventi sulla stampa quotidiana nei quali ho criticato gli atteggiamenti sciovinisti e prevaricatori di qualche rappresentante delle minoranze in questione. È vero che la nostra normativa regionale in materia linguistica è perfettibile  – io stesso ho fornito dei pareri alle autorità galluresi che si sono incaricate di chiederne una parziale revisione – ma non si può certo disconoscerne i pregi, tanto che in molti le riconoscono un impianto normativo più avanzato ed efficace della normativa statale intervenuta due anni dopo. Non a caso questa legge tutela anche le piccole comunità ligurofone di Carloforte e Calasetta secondo lo spirito di coloro che l’hanno promossa, tra i quali, forse immodestamente, mi considero anch’io per il fatto che, pur essendo allora piuttosto giovane, contribuii alla diffusione delle idee e alla raccolta delle firme che sostennero la prima proposta di legge di iniziativa popolare presentata oltre trenta anni fa. Vorrei ricordare anche che tra i politici firmatari della legge che infine ne è scaturita (l.r. n. 26/1997) è proprio un mio compaesano corsofono sensibile all’argomento (il prof. Luca Deiana, n.d.a.). Per una corretta interpretazione del mio pensiero e per una oggettiva valutazione del mio contributo alla complessiva questione si dovrebbe evitare di isolare singole frasi dal discorso generale. A questo scopo sarebbe sufficiente leggere il sunto che si trova nella 4^ di copertina dei miei Studi sardo-corsi, cit.

Lo studioso ligure, infine, si sofferma sulla possibilità che, essendo il corso una lingua “opportunamente tutelata in Francia” le varietà sardocorse potrebbero essere valorizzate “attraverso l’attivazione di canali di collaborazione transfrontaliera con la Corsica”. Intanto bisogna vedere quale sia il livello di effettiva tutela offerto dalla Francia, dal momento che non sono molti in Corsica ad essere soddisfatti del tipo di insegnamento praticato nelle scuole (cfr. J. Chiorboli, Corse et Sardaigne : Les langues non plus ne s’arrêtent pas aux frontières, in http://www.corsenetinfos.fr/in-lingua-corsa/). In ogni caso, si tratta di una soluzione che è ben presente a chi si occupa della questione; infatti non manco mai di ricordare ai corsofoni, magari con un tono un po’ scherzoso, che il loro idioma, dato che è parlato in due diversi stati (Francia e Italia), potrebbe ambire addirittura allo status di lingua internazionale. Di questa opzione si è discusso anche nella seduta della Commissione Cultura della Provincia di Olbia-Tempio tenutasi a Olbia il 26 gennaio 2012, alla quale fui invitato come esperto. Occorre dire, tuttavia, che a chi conosce i meccanismi della politica italiana non sfuggono le oggettive difficoltà che si frapporrebbero nel percorrere questa seconda via. Che il corso sia tutelato in Francia è nelle cose, trattandosi realmente di un gruppo linguistico minoritario in quella situazione. Ma lo stato italiano, per il solo fatto che è uno degli stati più accentratori in tema di politica linguistica, assai difficilmente potrebbe riconoscere lo status di minoranza linguistica al corso e, di riflesso, al gallurese. Così facendo dovrebbe riconoscere le stesse tutele a tutta una serie di prestigiose lingue regionali storiche (siciliano, veneto, piemontese, romanesco, napoletano ecc.) la cui valorizzazione potrebbe arrivare a mettere in dubbio la supremazia dell’italiano, aprendo la stura a una serie di rivendicazioni mai sopite (mi riferisco specialmente alle Venezie) che potrebbero mettere in discussione la tenuta della stessa istituzione statuale.

Si tratta, come si vede, di argomenti complessi e delicati che, come avvertii già quattro anni fa (cfr. La situazione sociolinguistica della Sardegna settentrionale cit., p. 77) richiedono un approccio meditato e pacato al quale tutte le parti coinvolte nella discussione dovrebbero offrire il proprio contributo evitando forzature e fughe in avanti, anzi cercando di individuare con spirito costruttivo le soluzioni più adatte e tenendo d’occhio sia le situazioni generali sia i contesti specifici.

 

Mauro Maxia

October 19, 2012

Ita funt is formas sutastantes

Una borta, cando fia pitzocu, unu giogadore de s’Iglesias s’est postu, in s’allenamentu, a tirare sa botza in porta dae su tzentru campu.

E tirande una e duas e tres, a unu tzertu puntu s’allenadore–su miticu Salis ki iat allenau fintzas a su Torinu–dd’at nau: “O Vinicio, ma ita ses fende?”

E Vinicio: “Nch’est renescidu cuddu cambone e non nche renescio deo?”

Su “cambone” fit Eusebio, de su Benfica, ki sa chida innantis iat fatu unu goal de tzentrucampu.

Nadu custu, bosi conto ki aintru de unu mesiteddu sa Condaghes at a torrare a pubblicare sa tesi de dotorau cosa mia.

Est in inglesu e mala meda a matziare e duncas at a essire in un’editzione limitada.

Sa tesi at a faer a dda comperare ordinende-dda in sa retza.

Tando, a kie ischit s’inglesu e si bolet cunfrontare cun sa fonología dd’at a poder faer.

In cussu libbru b’est totu sa base teorica de sa proposta mia originaria de grafía unitaria.

S’idea de imperare is formas sutastantes pro sa grafia de su sardu m’est bennida scriende su libbru.

Ita sunt is formas sutastantes?

Custa definitzione dd’ant introdusida Chomsky e Halle in su 1968, in su libbru Sound Patterns of English.

E non est áteru de un’afinamentu de su cuntzetu de “fonema”, introdusidu dae sa scola de Praga in is annos Trinta.

Unu fonema non est unu sonu cuncretu–a s’imbesse de su ki creint is ki non dd’ischint–ma un’unidade distintiva astrata e custu fonema si podet realizare pro mesu de allofonos diferentes.

Mancari prus cuncretu de unu fonema, ne-mancu s’allofonu est cuncretu meda, comente at mostradu Maria Giusepa Cossu in s’articulu suo (La lingua sarda (atti del II convengno del GLS, Quartu 1997)): non semper bi dda faes a pronuntziare s’allofonu esatu ki boles.

Ma tando ita est unu fonema?

Pigade is faeddos bonu e bona.

Nemos si nd’acatat sa cussas O sunt diferentes.

Sceti cando si ponet unu ki non est sardu a pronuntziare cussos faeddos ti nd’acatas.

Si unu narat [bOnu], cun sa O aberta o [bona] cun sa O serrada t’acatas ca cussas pronuntzias sunt sballiadas.

Unu sardu pronuntziat [bonu] e [bOna], sighende sa regula de sa metafonesi, mancari non dd’iscat.

Cale est tando su fonema o forma sutastante ki siat?

Su fonema est /O/: una O aberta, ki si furriat a O serrada [o], cando dda sighit una vocale arta (I o U).

Comente fatzo a ischire ca su fonema est cussu?

Cando sa /O/ non est sighida dae nudda (es.: pro) e duncas non b’at cuntestu ki dda potzat cambiare, sa pronuntzia est [O].

Ma custu fonema aici astratu esitit de a derus?

Castiade custos duos esempros:

Antio’!

AntiO’!

Su primu tenet sa O serrada e dd’imperas cando ses tzerriende a Antiogu.

S áteru tenet sa O Aberta e dd’imperas candu ses tzerriende a Antioga.

Sa forma sutastanti de [antio] est /antiOGu/ e cussa U astrata–aici astrata ca non ti nde essit ne-mancu de buca–bastat a furriare su fonema /O/  a s’allofonu [o].

Un’áteru esempru, cun sa E, mi dd’at dadu Fabritziu Pedes: issu tzerriaíat Manne‘ a su manneddu e MannE’ a sa mannedda.

E duncas, a custu puntu unu “campidanesu” si depet domandare comente mai pronuntziat s’imperativu Beni!  cun sa [e] serrada, ma s’averbiu [bEni] cun sa [E] aberta.

E si depet domandare puru–biende ca bolet representare sa pronuntzia in su scritu–comente podet faer a scrier cussa diferentzia de pronuntzia de is duos faeddos.

Mariu Puddu, ki de fonología non nd’ischit e non nde cumprendet, imperat su sistema italianu de is atzentos diferentes: Béni! e bèni.

Candu est prus simple a scrier Beni! e bene.

E est prus giustu, proita sa forma sutastante de sa [i] de [bEni] est una /E/.

Ma, at a nai su “campidanesu” nostru, ma tando a me mi tocat a imparare una regula de pronuntzia in prus: est un’ingiustitzia!

Est una faula ca unu “campidanesu” depet imparare cosa in prus, pro sa pronuntzia sua de bene.

Si tue pigas unu faeddu italianu ki acabbat cu sa E e dd’imperas in su sardu miu, cussa E si furriat dereta a I.

Es. it. badante –> badanti.

Custa cosa deo dd’apo provada cun gente meda de cabu de jossu.

E medas bortas apo portadu gente meda a pronuntziare unu testu in LSC in su dialetu suo.

E si calincunu bolet sighire a discuter, est a non narrer prus tontesas a subra de cosas ki non cumprendent.

October 18, 2012

Ma cale est su progetu politicu de is ki non bolent una grafia aunida?

Sperare nei miracoli è meglio che fottere!

Immoe bastat!

Est tropu fatzile a criticare a is àteros kentza de faer una proposta “organica”.

Sa proposta de sa LSC e puru sa mia de emendare sa LSC funt propostas politicas.

Sa proposta mia serbit a esprimer s’unidade de su sardu e de sa curtura sarda, a tenner una grafia ufitziale e a tenner materiale didaticu prus a baratu..

Dd’apo nadu migias bortas.

Ma a ita serbint is propostas de pratziri sa grafia e is sardos?

Cale est su programma politicu de custos criticones?

A inue bolent arribbare, foras de donare soddisfatzione a s’inniorantzia de is sardos acallonados dae sa scola italiana?

Ite b’at in prus de custu machine populista?

Ita idea de sa Sardinnia tenent custos amigos segamentu de matza?

 

October 18, 2012

Fisietto Pistis lo torna a scrivere al Sindigo

O su Sindigu, mi che sono torna qui!

Ne lo stanno bogando la matza annó?

E cosa è, tutti appassionati di Lirica ne sono usciti?

Lo dico la verità: a me non me ne frega nudda, ma propriu chi nudda.

E ita me ne importa a chi ci mettete a dirigere a quelli strambi che cantano che sembrano ammazzandoli?

A me me ne importa che se ne stanno rubando i soldi che dovevano andare per la curtura quella vera.

La curtura che serve a figli miei per non scrocorigarli nella scuola, tanti po si cumprendi.

La, o su sindigu: “In particolare, la Scala ottiene i contributi statali maggiori (20,54% della complessiva erogazione statale); Cagliari si trova all’ultimo posto (6,84%), ma registra il maggiore peso percentuale (45%) di contributi regionali sul totale dei contributi pubblici ricevuti (Tavola C1 e C2). (Il sistema delle Fondazioni Lirico-sinfoniche in Italia | Tafter Journal).

Vi siete bogando sa matza s’unu cun s’atru per chi ci dovete mettere a dirigere sa papadroxa, quando dovevate pensare ai ragazzi sardi che non sanno la differenza tra sardu e italianu.

E poi, voi studiati li scrocorigate, che tanto noi quando sentiamo “Che gelida manina”, li rispondiamo: “Eja, ponimi-dda in bragheta, ca ge si callentat!”.

Ve ne state mangiando i soldi dei nostri figli: satzagonis!

Per fare cantare a quattro teste di aglio e poi dire che siete colti.

Corti siete!

E magari fosse per fare sentire cose nuove, che a ammodernarsi già è una cosa bella: ti fa capire cose nuove.

Ma ita?

Totu cosa becia e strabecia po s’acallonai che is Italianus.

Siete buoni soltanto a fare cultura di vecchi per vecchi.

E ne prendete il futuro dei giovani con quelle callonate.

Ma bogai-si-nde-dda de aderus sa matza a pari!

Perché non date il 45% dei bilanci degli assessorati alla curtura per combattere la dispersione scolastica?

Perché non finanziate una ricerca sul rapporto tra lingua parlata dai piciocheddus e dispersione scolastica.

Perché non li imparate a parlare bene il sardo e anche ll’italiano?

O su Sindigu, a fustei de is piciocheddus sardus non nde dd’importat una cibudda!

October 17, 2012

Bolimus torrare a incumintzare sa discussione?

Pongio un’interventu de Fabritziu Pedes, pro bier si faet a discuter kentza de nosi bogare sa matza a pare.

Si sa cosa torrat a si smerdare, torro a nde bogare totu.

E un’atera cosa: si tenes cosa de narrer, nara-dda in curtzu!

“No isco ue lu ponner, ti lu lasso inoghe. Si posca boliat abbolotu, colabi sa frullana:

In un’arrèsonu de facebook, Alessandro Marraccini, chi deo non connosco, at iscritu:

“In unas iscolas est cumintzada s’isperimentatzione de s’imparamentu de su sardu impreende comente istandard gràficu sa LSC. Is alunnos no ant tèntu problemas a lèghere in campidanesu su chi est iscritu cun is règulas de s’istandard. Su problema est totu in sa conca de cussas persones chi prenas de istereòtipos e colonialismu sunt contràrias a cale si siat forma de impreu de su sardu comente limba istandardizada. Su cadalanu (chi tenit variedades meda prus diferentes de is variedades sardas) est istadu istandardizadu e imparadu in is iscolas giai 30 annos faghet. E si podent bìdere is risultados. Si in is elementaris si impararet sardu e inglesu sa Sardigna diat a èssere meda diferente. E imbetzis mentras si perdet tempus a chistionare de variedades in custu momentu s’iscola est monolìngue in italianu, e totus podent bìdere is resultados.”

In prus at aggiunghidu:

“Facciamo una prova, prima scrivo in LSC e poi scrivo la traslitterazione in grafia italiana di come lo pronuncio:

Ant pigadu una variedade tzentrale e dd’ant acontzada unu pagu. Bi sunt dae megiorare medas cosas ancora. S’obietivu est de tènnere una manera unica de iscrìere chi potzat èssere pronuntziada in medas maneras. Podet pàrrere difitzile ma in pagos minutos si cumprendet comente funtzionat e si impreat cun fatzilidade.

Anti pigau una variedadi centrali e d’anti acconciara unu pagu. ci funti de mellorai medas cosasa ancora. S’obietivu esti de tenni una manera unica de scriri chi potzara essi pronunciara in medas manerasa. Pori parri dificili ma in pagus minutusu si cumprendiri cumenti funzionara e si imperara cun facilidadi.

Le differenze fra questi due testi sono così piccole e insignificanti che mi vergogno di constatare che costituiscano al giorno d’oggi un freno alla diffusione e all’utilizzo della nostra lingua.

In inglese c’è lo stesso problema la parola Water è pronunciata in america , in inghilterra ma anche , in australia ma tutti la scrivono allo stesso modo.”

Pro comprire, custa est sa manera comente lego deo custu testu in bitzichesu:

An picatu una varietate tzentrale e l’an acontzata unu pacu. Bi sono de metzorare metas cosasa ancora. S’obietivu er de tenner una manera unica de iscrìes chi potat èsses pronuntziata in metar manerasa. Pote parrer difitzile ma in pacor minutos si cumprenne comente vuntzionat e si imprea cun fatzilitate.

Cosas giae notidas l’isco, ma est mèngius a ifriscare cale est su piru chi reghet totu s’arresonamentu.”

October 8, 2012

Indipendentismu liberista

Discutende de is indipendentistas “all’amatriciana”, un amigu m’at scritu: “Chi siant intelletuales coglionizados non b’at duda, ma chie non lu est in sardigna? No est una politica populistica s’issoro, cussa la faghet grillo e totu cussos movimentos chi ischint murrunzare ebbia. si fiant istados oportunistas sa limba l’aiant posta a un’ala e aiant isetadu.”

Mi so postu a bi pensare a is faeddos de cust’amigu.

Est berus, is indipendentistas “all’amatriciana” non sunt populistas.

Sunt liberistas.

Sunt figios de un’ideologia ki ponet s’individuu innantis de totu.

Non cumprendent ca su deretu a sa limba est unu deretu colletivu e ca pro ddu realizare s’individuu depet mollare una parte de is deretos suos.

Pro dare unu benidore a su sardu tocat a ddu ponner ke obbligu in sa scola e in sa sotziedade sarda.

E is ki funt colonizados linguisticamente depet atzetare ca su de issos est unu “handicap”.

Su deretu issoro de faeddare in italianu bolet furriadu a deretu privadu.

Si boles faeddare in italianu ddu faes in domo tua e cun is amigos tuos.

Insomma: tocat a furriare sa situazione atuale de diglossía a fundu a susu, comente ant fatu is Catalanos: “Ancora vent’anni fa, c’era chi pronosticava una progressiva scomparsa della lingua catalana. Alcuni studiosi indicavano anche una data: nel 2040 sarebbe stata praticamente estinta. È successo proprio il contrario, e non c’è dubbio che in parte lo si deve alla trovata dell’immersione linguistica, che fa del catalano la lingua veicolare a discapito dello spagnolo, relegato in secondo piano nelle scuole regionali. La sua istituzionalizzazione si è ormai consolidata, tanto nella pubblica amministrazione come nei mass media pubblici. E ad ogni sentenza di tribunale che punta a salvaguardare l’uso del castigliano, cresce un po’ di più l’orgoglio nazionalista. Per non parlare delle campagne becere di alcuni giornali della destra madrilena. Se là soffiano sul fuoco dello “spagnolismo”, qui replicano con le ripicche.

PICCOLI episodi che in sè non hanno grande significato, ma tutti insieme fanno un problema: è quella pretesa assurda di imporre a chiunque, stranieri compresi, un idioma che è di uso esclusivamente locale.” (Austerità alla catalana. Voglia di secessione per tornare a crescere.  LE PROTESTE SONO SOLO CONTRO MADRID E IL 25 NOVEMBRE LA REGIONE RITORNA ALLE URNE  di Alessandro Oppes, da Barcellona: il fatto quotidiano, 7 ottobre)

Creo ki is indipendentistas “all’amatriciana” siant de acordiu cun custu Alessandro Opes, mancari issu faeddet aici sceti ca est Italianu e duncas “istericamente monolingue”.

Is indipendentistas “all’amatriciana” bolent su deretu individuale e mandrone a abarrare colonizados, mancari iscant ca s’italianu est ochende su sardu.

Si creent de esser “post-modernos”, ma sunt sceti liberistas e ponent su deretu de s’individuu a subra de is deretos colletivos de su populu sardu.

E su populu sardu tenet su deretu a is limbas suas.

Lassende su fatu ki pro tzertos intelletuales callonizados totu sa kistione serbit sceti a cuare s’interessiu personale issoro de scrier literadura sardinniola in italianu, pro dda poder cuntrabbandare ke “literadura sarda” in Italia.