Può la Sardegna bastare a se stessa?

Può la Sardegna bastare a se stessa?

18 Comments to “Può la Sardegna bastare a se stessa?”

  1. Secondo gli stessi Sardi no, altrimenti voterebbero Maninchedda…🙂

  2. Cosa vuol dire? Se ha le risorse umane e naturali per avere un economia sviluppata? A parte la considerazione ovvia che al giorno d’oggi nessuno può bastare a se stesso, certamente si. Metti nel conto una generazione per riarrivare al reddito odierno (nel caso di un’eventuale indipendenza🙂 ), a meno che non riesca a strappare qualche soldo allo stato italiano. Ma ne dubito. Inoltre dovremmo leggermente modificare la normativa sull’edificabilità sulle coste, perchè l’unico modo per iniettare denaro fresco nella nostra economia passa per il turismo. Non c’è altra via per un isola periferica e poco popolata come la nostra.
    Il che non vuol dire distruggere le coste come hanno dovuto fare altre esperienze, si può fare edilizia di qualità per alberghi e residenze, mica è obbligatorio fare alveari per ridurre il più possibile la cubatura senza alcuno studio per l’inserimento nel paesaggio. Se per caso hai guardato Eurostat, ti sarà caduto forse l’occhio sulle Baleari: ebbene, le Baleari hanno più che raddoppiato la popolazione negli ultimi 50 anni; i balearini scopano come ricci? No, non più dei sardi, ma decine di migliaia di nord-europei (e anche spagnoli) vi ci sono trasferiti per vivere in un ambiente più mite e piacevole di quello da cui provengono. Altrettanto si dice delle Canarie, di alcune isole greche, di Cipro. E a tutta questa gente gli devi dare casa, vicino al mare, mica la puoi mandare a Pabillonis!!!

  3. Vede Mauro, l’articolo di Sa Natzione nasceva dall’idea di semplificare – sul modello del dialogo platonico – il tema dell’indipendentismo, con domanda a risposta breve, toccando vari temi.

    Lo scopo era proprio di aggirare i luoghi comuni sul tema, luoghi comuni che purtroppo denoto anche nella sua replica quando dice: “Non c’è altra via per un isola periferica e poco popolata come la nostra.”
    E’ una questione di prospettive, per un moderno nazionalismo liberalprogressista noi non siamo un isola periferica (pensiero che rappresenta una mentalità centralistica italiana), ma siamo il centro del Mediterraneo occidentale. Se non si parte da questo assunto si rimarrà con la mentalità degli eterni sconfitti in balia dei più forti e “culturalmente più avanzati”. Che è un po anche la mentalità con la quale l’economia e la lingua Sarda è stata declassata rispetto a quella italiana, sedicente “portatrice di civiltà”…

    L’indipendentismo non ha sicuramente intenzione di cementificare il trend che sta trasformando la Sardegna in una ciambella col buco, spopolandone l’interno a favore delle coste. La verità è che serve tanto il turismo quanto la cultura e le manifatture/agroalimentare, ecc. E’ per questo che nell’articolo si parla di zona franca, perché attirare nuovi investimenti significa, non solo potenziare il turismo, ma anche la il ripopolamento di aree che verrebbero interessate da nuove realtà occupazionali. La promozione della storia e dell’archeologia Sarda inoltre potrebbero dare un nuovo sviluppo capace di interessare tutto il territorio e non solo quello costiero. Non cada nell’errore di non abbinare la cultura all’economia. La mentalità economicista fine a se stessa è proprio quella che ci ha ridotti a pensare solo al mare (senza avere una seria professionalità ricettiva), all’industria pesante, e alla completa ignoranza rispetto al contenitore identitario che rappresenta proprio il valore aggiunto del nostro territorio. Che esiste solo quì. Perché è questo il centro del nostro valore aggiunto, non la periferia.

  4. Veda, gentile Adriano, a parte che la definizione di “nazionalismo liberalprogressista” mi sembra una contraddizione in termini (il nazionalismo non è e non è mai stato nè liberale nè progressista), lei sembra confondere i luoghi comuni con i comuni principi della scienza economica. Spero non sia fra quelli che crede che l’economia sia solo “l’ideologia del capitalismo”!
    Forse non sono stato chiaro io, è probabile: non è solo la Sardegna periferica, ma lo sono tutte le terre che si affacciano sul mar Mediterraneo, che sono periferiche rispetto al continente che è, preso nell’insieme, la più grande potenza economica e commerciale del pianeta, più degli USA, più della Cina. E questo continente ha un cuore, che è la valle del Reno, con estensioni parigine, londinesi e….milanesi. E’ un cuore economico ma anche demografico. Più si è lontani da questo cuore, più si è periferici (e l’insularità non è un valore aggiunto), più pesano le diseconomie, meno le imprese hanno capacità competitive, specie se le regole sono uguali per tutto il continente. Il suo programma politico è stupendo, ma costa una barca di soldi e, come avrà sentito recentemente, in giro di soldi (pubblici) ce ne sono pochi. La zona franca costa ai contribuenti non solo italiani ma anche tedeschi, e anche su questo punto dovrebbe aver avuto qualche notizia in proposito. A me sembra la solita proposta rivendicazionista per spillare soldi pubblici ma, ahimè, sono tempi grigi.
    Non vuole solo turismo compradore? Bene, c’è un’altra via: una sostanziosa diminuzione del costo del lavoro (con relativo abbassamento del tenore di vita dei lavoratori dipendenti): in questo modo le imprese sarde sarebbero assai più competitive, ma lo vada a dire alla Camussi !!! Guai a toccare i CCNL !!
    Veda Signor Adriano, la Sardegna è un bruscolino nel mondo ma ci è immersa fino alle orecchie, non è sulla luna, risponde alle stesse regole dell’economia e delle politiche economiche del resto del mondo. Quello che può offrire la Sardegna, lo può offrire qualsiasi altra isola o terra del Mediterraneo, dall’Andalusia alla lontana Cipro. I monumenti della civiltà protostorica sarda sono stupendi ma, ahimè, ancora muti !!!
    Io mi auguro che Gigi Sanna riesca a farli parlare un pochino, ma lei crede davvero che la grande massa del turismo nord-europeo possa essere più attratta dal Nuraghe di Barumini che dal Partenone o dall’Alhambra? Si rende conto con chi dobbiamo concorrere? E badi bene che non sto affatto sminuendo la civiltà nuragica, la cui importanza è ancora tutta da valutare. Noi l’amiamo (io poi ho origini lontane baruminesi) e ne intuiamo il valore, ma essa, per la sua “mutezza” e lontananza nel tempo, non è entrata a far parte della cultura occidentale come è stata costruita negli ultimi 2000 anni. E nemmeno nell’immaginario collettivo come Stonehenge (che non a caso è a poche decine di km da Londra). Forse un giorno ne sveleremo la sua importanza e forse ne capiremo la sua importanza nella costruzione della civiltà europea (e secondo me lo è stata), ma questo momento non è dietro l’angolo.
    Il resto, lo hanno tutti: non ha idea di come siano deliziosi i formaggi cretesi, e di come sia straordiariamente simile a quella sarda l’arte tessile dei montanari cretesi.

  5. Può darsi che la definizione di nazionalismo liberalprogressista le appaia contradditoria, ma la informo che fa parte dei maggiori movimenti indipendentisti nel mondo, delle scienze politiche da tempo e dei maggiori studi internazionali sul nazionalismo. Può trovarne definizioni persino su wikipedia: http://en.wikipedia.org/wiki/Liberal_nationalism
    Non vorrei poi che confondesse il concetto di “liberale”, alquanto ampio, con quello del liberismo, datosi che non sempre vanno a braccetto.

    Non si capisce poi in quali termini la zona franca sarebbe un costo per i contribuenti, né su quali dati possa basarsi questa affermazione. In rapporto all’attuale sistema economico, se osserva una comune finanziaria regionale annuale, il gettito prodotto dalle imprese Sarde è alquanto basso, praticamente nulla in rapporto al potenziale di investimento per attirare capitali. le ricordo infatti che esistono diverse tipologie di zone franche e free trade zones, tra le quali anche la deregulation e l’abbattimento dei costi di lavoro di cui lei parlava. Abbattendo i costi di impresa non ci sarebbe bisogno di trattare come schiavi i lavoratori (ma quello parecchi imprenditori riescono a farlo già oggi, CGIL o meno).

    Le Canarie e Madeira saranno anche lontane dalla city londinese ma le garantisco che energia e carburanti costano molto meno che nella più grande isola del Mediterraneo occidentale (la Sardegna). La distanza da un centro di potere economico (da non confondere con un centro culturale) non è comunque un parametro che qualifica necessariamente un gap: dipende sempre dall’organizzazione economica, culturale ed istituzionale che un popolo costruisce nel suo territorio.

    Sull’archeologia: è perfettamente normale che non si conosca ciò che non è mai stato seriamente valorizzato. Forse alcuni nostri complessi nuragici non sono in grado di competere con Stonehenge? Io penso di si. Se osserva la storia dell’Egitto dall’epoca della dominazione ottomana, passando per il “protettorato” britannico fino all’indipendenza, noterà che le piramidi sono state tutt’altro che competitive in termini di prestigio per la costruzione della “cultura occidentale dei 2000 anni” che attribuisce all’Europa. Eppure il turismo non manca, persino in tempi di destabilizzazioni geopolitiche.

    Sui formaggi, se lei osserva i dati della 3A di Arborea noterà che a Creta simili fatturati se li sognano. Lo sviluppo è sempre determinato da una sana organizzazione territoriale, che oggi purtroppo in larga parte manca. Ma perché non provare?

  6. Lei dice che a Creta se li sognano? mah non ne sarei così sicuro. Non so se il latte 3A si trovi nei supermercati tedeschi, non l’ho mai visto in verità, ma la feta si trova , eccome.
    Stia tranquillo Adriano, non confondo affatto liberismo con liberalismo, anche se penso che le due cose siano intimamente legate. Certo, poi di ideologie se ne possono inventare anche di nuove: pensi che i cinesi hanno inventato il comunismo liberista: non è una contraddizione? Infatti comunismo non lo è più, è solo un regimo autoritario sia pure illuminato (parzialmente) che applica le regole della scienza economica.
    Non capisce come la zona franca sarebbe un costo per i contribuenti? Ahimè, qualcuno dovrà pagare le mancate entrate fiscali causate dalla zona franca e l’obiettivo raggiunto dalle Canarie e dagli arcipelaghi portoghesi, la cui insularità, e dunque diseconomia, sono ben più gravi della nostra, temo sia difficilmente duplicabile. Si potrebbe tentare con un'”alleanza insulare”, ma non è certo questo il momento, stante l’attuale crisi dei debiti sovrani.
    Altri modi di abbattere i costi d’impresa a gratis non ne vedo, se lei li vede li consigli subito al governo regionale, non perda tempo!!
    Potrei consigliarle per esempio di proporre l’eliminazione della 14^ mensilità per i dipendenti regionali (oltre a varie altre prebende); io, da statale che di mensilità ne prendo 13, sono molto invidioso e anche un po’ incazzato!! Il risparmiato potrebbe essere speso per colmare un pochino il gap di infrastrutture della nostra isola.
    Si potrebbe provare a trasformare la nostra isola in un paradiso fiscale ma, oltre a correre il rischio di ritrovarci un sacco di mafiosi in casa, allo stato attuale potremmo vederci arrivare una missione ONU armata per liberarci dal regime filo-narcotraffico.
    E su, non faccia l’ingenuo, spero non voglia paragonare la civiltà egizia con quella nuragica: sarà pure stata riscoperta “solo” duecento anni fa (e allora il turismo di massa non esisteva), ma di Cleopatra e del suo nasino si sente parlare da duemila anni, con relativo gossip, figli illegittimi, vortici di rapporti amorosi e via di seguito.
    Chissà se forse tra 2000 anni si parlerà ancora della Canalis e di Clooney, nel frattempo cerchiamo di essere un po’ realistici: qua non si tratta di “provare” esperimenti socio-economici come quelli che andavano di moda nel novecento, con relative catastrofi umanitarie.
    Se vogliamo che la nostra isola non dipenda da stipendi e pensioni pubbliche, stante il fatto che abbassare gli stipendi (nominali, non a parità di potere d’acquisto) è una via impraticabile se vogliamo evitare le barricate nelle strade, l’unico modo è attrarre investimenti e fare in modo che questi investimenti abbiano abbiano una resa sicura per un tempo consistente. Io l’unica possibilità la vedo solo nel turismo, altrimenti, se qualcuno mi trova il modo di abbattere i costi di trasporto delle merci verso quel “cuore” dell’Europa che ad altro lettore di questo blog non piace ma che esiste nostro malgrado, abitato da centinaia di milioni di persone, in cui hanno sede milioni di imprese che producono di tutto, vincerà di certo il premio Nobel per l’economia, oltre alla mia modesta gratitudine.
    Amiamo la nostra patria senza sogni, o quantomeno sognando sogni realizzabili.
    Con affetto patriottico
    Mauro

  7. Ripeto: sulla zona franca non ci sarebbero oneri gravosi in quanto l’attuale gettito prodotto dalla piccola e media impresa Sarda non è rilevante sul piano delle entrate.

    Ma vorrei farle una domanda, che cosa significa questa sua frase? “Qua non si tratta di “provare” esperimenti socio-economici come quelli che andavano di moda nel novecento, con relative catastrofi umanitarie.”

    Per quanto riguarda il costo dei trasporti, noi una proposta l’abbiamo fatta: http://www.sanatzione.eu/2012/09/prop-di-legge-catalogna-avanti-un-antitrust-sardo-contro-i-cartelli-dei-trasporti-e-dellenergia/

  8. Ogni volta che sento domande simili mi chiedo:
    -“Ma è possibile che i sardi si sentano così incapaci di camminare da soli?
    Forse questo strano atteggiamento è dovuto ai secoli passati come SERVI dei vari Giudici, della Chiesa o del potente di turno, che costringeva chi aveva contratto dei debiti a servirli per tutto il resto della loro vita.
    Mi sono anche convinto, che a molti stava bene passare quattro giornate a lavorare per un qualsiasi padrone, visto che era un modo come un’altro di andare avanti e mettere su il pranzo con la cena, senza doversi prendere alcuna responsabilità, perché ci si sentiva inadeguati e incapaci di contrastare lo stato di fatto.

    Se da un lato il servilismo ha generato l’apatia e quindi la mancanza di coraggio di agire, l’altro grande nemico sardo è stata la mancanza di FEDE, visto il disincanto di molti di non poter avere una vita migliore se non andandosene dalla Sardegna.
    Mi sono dato una spiegazione da quando ho ascoltato Bachisio Bandinu, scrittore, giornalista e antropologo, che spiega esattamente il significato della parola Balentia e del ruolo del Balente.

    – [Colui che riesce a resistere e vivere in un ambiente povero, aspro, duro e violento è un BALENTE].

    Se in parte il significato evidenzia una qualità, dall’altro nasconde il vero problema della Sardegna, la volontà dei pochi di non permettere agli altri di cambiare lo Status Quo con astuzie e cattiverie degne di un BALENTE.

    Infatti, coloro che decisero di accettare passivamente un’ambiente povero, aspro, duro e violento, dove pochi riuscivano a [vivere e resistere], favorivano di fatto la DIFFIDENZA tra le persone, che nutrita dall’INVIDIA per la fortuna altrui, si trasformata in INIMICIZIA o RANCORE, tali da non permettere alle persone di convivere in pace.

    Questo stato di tensione costante, si è tradotto in una distruzione, sistematica, del lavoro e della crescita culturale ed economica altrui, vista dai più come una maledizione, che trasformava il vicino, l’amico, e a volte il fratello, come un’avversario giurato, a cui si doveva far pagare l’affronto, di essersi voluto togliere i panni del miserabile (del servo) da dosso e dirgli: – “Ma chi ti credi di essere?”

    Adesso basta, è ora di finirla!

    Abbiamo il dovere di crearci un’ambiente sereno e produttivo, permettendo anche ai moderati, tanto odiati dai Balenti, di esprimersi liberamente e esercitare le loro prerogative di sviluppo; perché è bene dirlo, che in genere il prepotente non è capace di costruire nulla, perché è un’avido egoista; a differenza del moderato che è più generoso e produce sempre più del necessario.
    E visto che siamo nel XXI secolo, sarà ora che il sardo si svegli e decida di responsabilizzarsi e di costruirsi il proprio futuro, senza dover chiedere al politico di turno: un posto di lavoro, un sussidio, una pensione, il pagamento delle bollette, o una busta della spesa, per poi rimanere in debito per tutta la vita.
    Basta pensare di essere inadeguati e di vivere in un territorio povero, visto che tutti coloro che arrivano, riescono comunque a trarre un profitto, anche legalmente.
    La Sardegna è sempre stata meta di commercianti, artigiani, industriali, perché dispone di un patrimonio di risorse notevole, che solo la miopia di molti non permette di trarne i giusti frutti.
    Andiamo al motivo della domanda di Roberto Bolognesu:
    Certamente la Sardegna può e deve camminare da sola, sopratutto perché ci sono i presupposti, sia materiali che legali, vista la possibilità di istituire le zone franche, ma non comprendo come in troppi si arrocchino su posizioni di chiusura e sopratutto di ostilità, visto che per LEGGE sono state istituite.

    D.Lgs. 10 marzo 1998, n. 75. – Norme di attuazione dello statuto speciale della regione Sardegna concernenti l’istituzione di zone franche. Pubblicato nella Gazzetta Ufficiale 7 aprile 1998, n. 81.
    Articolo 1.
    1. In attuazione dell’articolo 12 dello statuto speciale per la regione Sardegna approvato con
    legge costituzionale 26 febbraio 1948, n. 3, e successive modificazioni, sono istituite nella
    regione zone franche, secondo le disposizioni di cui ai regolamenti CEE n. 2913/1992
    (Consiglio) e n. 2454/1993 (Commissione), nei porti di Cagliari, Olbia, Oristano, Porto
    Torres, Portovesme, Arbatax ed in altri porti ed aree industriali ad essi funzionalmente
    collegate o collegabili.
    2. La delimitazione territoriale delle zone franche e la determinazione di ogni altra disposizione
    necessaria per la loro operatività viene effettuata, su proposta della regione, con separati
    decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri.
    3. In sede di prima applicazione la delimitazione territoriale del porto di Cagliari è quella di cui
    all’allegato dell’atto aggiuntivo in data 13 febbraio 1997, dell’accordo di programma dell’8
    agosto 1995 sottoscritto con il Ministero dei trasporti.

    Se partiamo dalla legge che tutti sono tenuti a rispettare, anche le giunte che si sono succedute in questi ultimi 14 anni; è mancata di fatto la “perimetrazione” e la stesura della norme che devono regolare le zone franche in questione, ricordando che quelle di seconda generazione sono:

    «… aree in cui, oltre alle agevolazioni fiscali, sono presenti vantaggi finanziari, sociali e amministrativi, sia per le imprese che per i lavoratori; di fatto, sono connesse con le attività commerciali e produttive che, oltre a favorire le classiche operazioni, STIMOLANO LA TRASFORMAZIONE DELLE MERCI, ANCHE PER IL MERCATO INTERNO».

    Le Zone Franche speciali «…sono aree stabilite dal governo, per stimolare ed equilibrare l’agricoltura, l’industria, il commercio e il turismo… ogni zona amministra da se il proprio sviluppo economico, industriale e fiscale, SENZA L’AIUTO DEL GOVERNO NAZIONALE… vengono offerte strutture adeguate, al fine di creare un collegamento con le comunità circostanti… talora sono previsti incentivi finanziari, infrastrutture o la formazione per il personale impiegato: in sostanza, può essere una specie di INCUBATORE in cui alle aziende viene dato tutto il necessario per svilupparsi».

    Vedete bene che non si parla di solo abbassamento delle tasse, ma di un vero programma di sviluppo locale, sgravato si dal peso fiscale, ma per far sviluppare sia l’economia interna, che favorire l’arrivo di investitori esterni, che intendono usufruire delle agevolazioni fiscali, della manodopera locale, oltre alle nostre risorse interne.
    Non si può scrivere qua tutto il programma, ma ci stiamo lavorando, specie per dimostrare che la SARDEGNA è in grado di camminare da sola, anche a dispetto dei tanti detrattori, vittime più delle loro paure ancestrali, che dalle difficoltà oggettive.

  9. Beh Adriano, senza andare a scomodare Pol Pot o il Lider Maximo (non Massimo), bastavano le parole in voga negli anni ’70 e ’80 nella sinistra italiana, tipo: “fantasia al potere” o “salario, variabile indipendente”.
    Per il resto, e sto rispondendo sia ad Adriano che a Roberto, noi dobbiamo innanzitutto applicare lo Statuto, le leggi di attuazione e le altre leggi che siamo riusciti a strappare non per ottenere elemosina, ma per compensare i disequilibri che lo stato unitario ha creato.
    Io non sono separatista o indipendentista, sono perfettamente conscio che, all’interno dello stato italiano, gran parte dei sardi è uscita dalla povertà e da condizioni sociali di grande arretratezza.
    Ma sono anche conscio che, in uno stato unitario, ciò crea disequilibri, perchè ci siamo avvantaggiati tutti, ma alcuni, per ragioni di posizione geografica, di risorse umane ed ambientali, si sono avvantaggiati più di altri. E questo crea un forte malessere e disagio sociale. La Regione Autonoma nacque anche per quello, ovvero per bilanciare le differenze che si erano create all’interno dello stato unitario con la regione più periferica di tutte in quanto isola vera.
    Per varie ragioni, questo scopo non è stato raggiunto: per la burocrazia centralistica ottusa e ignorante, per il basso peso specifico dei sardi all’interno delle istituzioni, per una mentalità che oggettivamente prendeva quel che si poteva prendere sapendo che battere i pugni sul tavolo non sarebbe servito. Ma questo andava bene fino a vent’anni fa; il mondo è cambiato, la guerra fredda è finita da lustri, ora i nostri diritti sanciti dalle leggi devono essere soddisfatti fino in fondo, a muso duro.
    Ma non basta; anche noi, come comunità dobbiamo fare la nostra parte, e dobbiamo assumerci la responsabilità di ammettere che, se vogliamo che i nostri figli crescano in una società che dia loro lavoro e soddisfi le loro legittime aspettative professionali ed economiche, dobbiamo prendere qualche decisione “impopolare” ma efficace; facendoci i nostri bravi conticini, perchè la risorsa territorio non si deve sprecare e il costo del lavoro più di tanto non si può abbassare, altrimenti la gente se ne va altrove.
    Ma cazzo, qualche economista con i controcoglioni non ne sfornano le due università sarde? Qualche costituzionalista che sappia fare il proprio lavoro non l’abbiamo? E non parlo di quelli che insegnano nelle università sarde, messi lì da qualcuno!!!
    Forse bisogna andare a cercarli a Boston, ma ci sono, sono sicuro che ci sono, ma forse non gli passa neppure per l’anticamera del cervello di rientrare in Sardegna. L’ambiente è solare ma asfittico. Andare al Poetto dopo che si finisce di lavorare non basta a tutti.

  10. Ah, poi Adriano, sulle normative antitrast sfondi una porta aperta…

  11. E’ vero, ma il fatto che i Sardi siano usciti da una condizione di arretratezza grazie allo Stato unitario non significa che si debba continuarne a subirne i soprusi. E proprio perché il centralismo di Stato fu l’unico sistema con cui potevano unire popolazioni, economie e sensibilità linguistiche e culturali diverse.
    Il problema è nato alla base fin dal principio. I discorsi dei primi governi unitari (pensiamo a Crispi) sono esemplari, come pure l’inefficienza dei parlamentari Sardi descritta da Tuveri nella seconda metà dell’800. Per certi aspetti è cambiato ben poco.
    Bisognerebbe inoltre valutare l’ipotesi che il fallimento della rivoluzione angioysta di fine ‘700 ha avuto inevitabili ripercussioni sul mancato sviluppo della Sardegna. Ma non essendosi mai concretizzata una Repubblica, in quell’epoca, non sapremo mai se i Sardi sarebbero potuti uscire prima da una condizione di ritardo economico.

    Di temi mai applicati nello Statuto Sardo ce ne sono diversi..ad esempio proprio l’art. 12…

  12. Che lo stato italiano sia nato male e cresciuto peggio non ci piove; ma è il nostro stato, altro non ne abbiamo e credo non potremo avere. Subire no, pretendere che lo stato cerchi di ripianare le differenze economiche tra le regioni è pretendere che si attui la costituzione. Solo, nei decenni passati, si è cercato soprattutto di elevare i consumi privati e impiantare industrie estranee al tessuto sociale indigeno.
    Quello che dobbiamo pretendere è che lo stato ci dia i mezzi per camminare sulle nostre gambe, con infrastrutture moderne e sgravi fiscali alle imprese rispetto alle regioni più fortunate. Per le infrastrutture, cumentzaus a nci bogai Anas, Tirrenia, Ferrovie dello Stato, Alitalia. In un’isola le strade statali non hanno senso, e anche le ferrovie statali; questa è una battaglia di grandissima importanza; eliminare i monopoli o i duopoli nella navigazione marina e aerea è una battaglia di grandissima importanza, a costo di adire alle varie commissioni antitrust italiane ed europee. Pretendere sgravi fiscali alle imprese è il mezzo più efficiente ed efficace per superare il divario con il nord, altrimenti che ragione avremmo per stare insieme? Ma basta far passare i soldi in mano ai politici, de calisisiat colori siant !!!

  13. Lo Stato di cui tu parli non esiste, visto che ha avuto tutto il tempo per sistemare la situazione e non lo ha fatto.
    Quando si ha la consapevolezza che il nostro socio o partner o coniuge, non vuole collaborare, l’unica strada che ci rimane aperta è il nostro progressivo allontanamento.
    Non credo giusto rimanere con chi non ha alcun piacere di stare con noi, anzi ci fa pesare qualsiasi cosa e peggio ci impone scelte per noi deleterie.
    Vogliamo lasciare ai nostri figli questo deserto? Io dico che è meglio trovarci alternative e in maniera progressiva e non traumatica, sceglierci la nostra futura strada.

  14. Non esagerare Roberto: lo Stato esiste eccome, visto che mi passa lo stipendio….🙂

  15. Purtroppo buona parte dell’Italia è stata costruita sul ceto impiegatizio, pubblica amministrazione varia. E in Sardegna si è configurata come la forma più insidiosa di assistenzialismo, rispetto a quella tradizionale.
    Ciò non significa che si debba azzerare tutto, ma sarebbe opportuno procedere per gradi per migliorare questo stato di cose, senza mettere sulla strada dall’oggi al domani chi ha famiglia da mandare avanti ma creando reali opportunità economiche che invertano la mentalità di quei Sardi che pensano solo al posto pubblico a vita come strumento per incamerare soldi senza sudare. Anche nel nostro gruppo ci sono membri stipendiati dallo Stato (abbiamo dei militari), ma anche fra gli indipendentisti “classici”. Ad esempio Bustianu Cumpostu di Sardigna Natzione è docente presso un istituto tecnico barbaricino. Non c’è nulla di strano. Ma chi è cosciente del problema ha il dovere morale (e politico) di contribuire a creare una vera economia, non drogata dalla presenza assistenziale dello Stato.

  16. Certo che, se un semplice stipendio, può giustificare e nascondere il fatto che, lo Stato italiano con la sua politica, sindacato compreso, siano i veri responsabili della rovina del tessuto socioeconomico sardo, facciamo del male anche a noi stessi, che egoisticamente non abbiamo fatto nulla per i nostri figli, costringendoli a emigrare, visto che il 50% dei giovani non trovano più lavoro.
    Gli elementi distruttivi del nostro mondo hanno sempre contato sul personalismo dei sardi che, per proprio interesse, sono diventati sempre più aridi, opportunisti, ipocriti e senza scrupoli.
    – “Vita mea morte tua” è la parola d’ordine del nuovo servilismo, così da legittimare i nuovi Kapò sardi, in lista d’attesa prima di morire anch’essi…

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