Il partito della diglossia

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Una decina di anni fa, Giulio Angioni dichiarava in un’intervista all’Unione Sarda di essere contrario a quasiasi aiuto pubblico al sardo. Il sardo doveva rimanere una lingua “naturale”, da apprendere in famiglia, da usare con gli amici, ecc. Senza usare quel termine, Angioni teorizzava la permanenza della situazione di diglossia in Sardegna, con l’italiano come lingua ufficiale e di prestigio e il sardo come lingua da apprendere in famiglia e in modo informale. Oggi constata la scomparsa del sardo dalla vita quotidiana, dalla strada, dai negozi e piange e si dispera («IN SARDEGNA MANCA LA CULTURA PER ELABORARE UN PROGETTO INDIPENDENTISTA», PAROLA DI GIULIO ANGIONI), ma non capisce che l’attuale situazione di dilalia, con l’italiano che è penetrato anche nelle famiglie e nelle conversazioni tra amici, è la logica evoluzione della situazione precedente.

Le madri–soprattutto le madri–hanno interpretato la diglossia come una condanna implicita del sardo a una funzionalità ridottissima: “Se il sardo serve solo in famiglia e a parlare con gli amici, tanto vale insegnare ai miei figli l’italiano”.

Credo non stupisca nessuno il fatto che Giulio Angioni non capisca che la diglossia costituisce l’anticamera della dilalia e quindi l’annuncio della morte del sardo.

Non lo capiva prima, perché dovrebbe capirlo adesso?

Stupisce invece che questo non lo capisca gente come Massimeddu Cireddu, Nicola Cantalupo, Bobore Bussa, Gesuino Muledda.

Stupisce perché in questo caso si tratta di persone intelligenti e i primi due anche molto impegnati per il sardo e in modo molto concreto.

Stupisce che non si rendano conto del messaggio mortifero che hanno lanciato dal pulpito del congresso di ProgReS: “il sardo non è una lingua funzionale: per capirci tutti dobbiamo usare l’italiano”.

La diglossia confermata da gente che si considera indipendentista.

Il sardo declassato a lingua disfunzionale.

E adesso sono furibondi con Biolchini e lo dicono apertamente su FB.

Probabilmente con me sono talmente furibondi che non mi nominano neppure.

Non si rendono conto della gravita ndel loro operato?

Non si rendono conto di essersi iscritti al partito di Giulio Angioni?

Chissà…

Deo naro sceti ca su partidu de sa diglossía non est su partidu de is ki stimant sa limba sarda.

2 Comments to “Il partito della diglossia”

  1. Leggo te, Biochini e altri. Sulla questione del sardo è una pena. Una confusione totale che ritengo sia dovuta ad un misto di arroganza, di egoismo intellettualistico e di superficialità. Io capisco che in politica ci possano essere strategie che portano a scegliere di impegnarsi più in alcune questioni che in altre. E capisco anche che molti che pur vorrebbero parlare in sardo preferiscano l’italiano. Ma non capisco che non capiscano che in un Congresso il valore aggiunto oggi della politica è proprio il sardo. Quando entrai in Consiglio comunale di Oristano nel 1980 mi feci subito la domanda di quale sarebbe dovuta essere la prima mossa di due consiglieri sardisti (con me c’era la povera Maria Teresa Secchi) che da indipendentisti volevano dare battaglia sull’imperante ‘democristianesimo’ diffuso in tutti i partiti con bottega italiana in Sardegna. Scelsi provocatoriamente allora l’uso del sardo e quello fu, come riportarono i giornali, il primo intervento in lingua sarda in un consigflio comunale. Ci fu molto casino, tra le proteste generali per non farmi parlare e per ritenere illegale ( pensa un po’ allora!) il mio discorso sulle dichiarazioni programmatiche della giunta. Io, caro Roberto, allora ero comi questi giovani di Progress: nè a casa i miei genitori e tanto meno la scuola mi avevano fatto notare che oltre l’italiano c’era il sardo, la lingua parlata dai più. Ma mica me ne sono rimasto come un fesso e ho trascurato l’atto politico che infrangendo la regola fondamentale della discussione in una sola lingua in comune intendeva infrangere tutte le altre. Ho mostrato i coglioni a tutti, ho accettato la sfida e mi sono preparato un intervento scritto di dieci e più cartelle. Niente infatti mi impediva di riportare per iscritto quello che non sarei riuscito a dire oralmente. E infatti ho sudato moltissimo per far sì che il sardo del mio paese ( Abbasanta) non stonasse di fronte all’italiano, per quanto partisse da una posizione di palese inferiorità sul piano storico dell’uso della lingua. Ebbene, caro Roberto, forse non sai che l’intervento non solo fu ritenuto più che dignitoso ma in parte fu riprodotto (cosa eccezionale questa) nell’Unione sarda dal giornalista Alberto Testa. Questo fatto lo lo ricordo agli amici di Progress (che mi hanno gentilmente invitato a partecipare ai lavori dell’assemblea) così come lo ho ricordato agli amici sardisti nel loro ultimo Congresso. Scrivere due paginette in sardo costa o molta e pochissima fatica. Il poco o il molto dipenderà dall’autostima, dall’impegno che ognuno metterà nel messaggio scritto in sardo, sapendo che strumento impressionante di ‘distinzione’ si ha in mano per la causa comune. Lo strumento principe, l’unico che per forza deve maneggiare un leader se intende dar voce a un movimento e non a un gruppuscolo effimero Basta sentire Cumpostu per capirlo. Atrimenti chiacchiere, verbosità, velleità indipendentistiche perchè i primi a sentire le note fasulle saranno quei Sardi per cui si dice di voler fare la battaglia.
    Se i ‘leader’ non hanno le capacità di Cumpostu scrivano e poi leggano. Col tempo impareranno anche a sbarazzarsi dello scritto per essere più efficaci. Dire poi che si parla in italiano per essere capiti non merita, a mio giudizio, neanche un commento. In quell’ ormai lontano 1980 non ho pensato che mi dovessero capire o meno tutti: ho pensato solo che un popolo che aveva dignità e orgoglio non poteva accettare di far parlare solo la lingua del dominatore di turno.Quelli che non capicvano l’avrebbero capito dai miei occhi e dalla mia commozione. Perdio! C’era di mezzo la lingua viva di tutti i sardi, quella dei vinti, quella per cui si sbrodolavano allora solo i cultori e gli studiosi delle lingue neolatine e delle lingue morte. C’era una lingua, una visione del mondo, che in quanto tale si opponeva o voleva vivere dialetticamente, in libertà, con altre visioni. Quante chiacchiere nei post del sito di Biolchini! Quanta dialettica fasulla! Indipendenza? Ohi, ohi! Dipendenza assoluta! Po caridadi!
    Dimenticavo: nella legislatura successiva i consiglieri sardisti passarono, da due a sette. Non sarà stato solo quell’intervento ma certamente ‘anche’ quell’intervento. Perchè chi semina e lavora raccoglie davvero.

  2. “Sa lìngua, candu dha bolis imperai, tocat a dha pònniri a sa prova”. Aici arrespundia a chini intendia narendu: “Su Sardu, su Sardu…”. Custu, prus de trint’annus a oi. Tandus sa chistioni de sa lìngua non mi pariat de importu mannu. Dhu’ apu postu unus cant’ annus po arribbari a cumprendiri duas cosas: no esistit unu populu sentza de una lingua ne’ una lingua sentza de unu populu. Cudha frasiadedha, in Italianu, a pitzus de sa lìngua, cumenti de torrada, fut po amucitari a chini, sempri in Italianu, si preniat sa buca cun “Su Sardu, su Sardu…”.

    Po dha segari a crutzu, torrendidhoi a pentzari, mi parit ca su chi narau tandus, potzat serbiri ancora, mancari dha pentzu totu a su contràriu. Sa lìngua tocat a dha pònniri a sa prova. Cali est sa nexi prus impùrtuna chi getant a su Sardu? De no essiri una lingua cun totus is ainas giustas po dònnia arrexonamentu. A su chi nanta, est una lìngua po genti acapiada a sa terra che is pastoris e is messàius o liponis cumenti naraus a-i custas passadas.

    Cumenti si fait a furriari a fundu a susu custu arrexonamentu? Iat a tocari a èssiri Sardus. Po cicari de mi far’ a cumprèndiri pagu pagu: nd’at unu de-i cussus piciochedhus chi si ndi andant foras de Sardegna, ca innoi no agatant perunu giassu, e po sorti, istudiendu e faendu, potzat iscriri s’opera sua in Sardu e cun cussa bìnciri su premiu Nobel po sa Fisica? Abarrai prus che sigurus ca no. At a pòdiri binci donnia prèmiu ma, cantu a iscriri, at a èssiri totu in Inglesu.

    Si parint fuedhus de perunu tinu? Chi no picigant mancu a terra? Ca po arrennèsciri che Einstein tocat, non feti a iscriri, ma a pentzari puru in Inglesu? Deu invecias si naru: ca no est Sardu. Po fari una cosa aici, iat a tocari a èssiri macus. Locus, gei seus locus, ma “unidos”, mancu a dhui pentzari. Po essi Sardu, tocat a apartènniri a su populu sardu e a cumprèndiri su chi tui podis fai po sa Sardìnnia. E torraus a doxi: sentza de lìngua non dhu’ at populu es enza de populu non dh’at lìngua. De innui torrat a contu a incumentzari?

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