Archive for January, 2013

January 31, 2013

FILS e linguistica delle caverne

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Mi hanno raccontato che il il corso FOLS  è andato molto bene.

Mi dicono che le prime due giornate del FOLS siano state di altissimo livello e che l’educazione politico-attivistica- sociologica e giuridica è sempre in primo piano. I docenti sono tutti qualificati e gli allievi contenti. Anche molti di quelli che pendevano dalla labbra dell’università, rispetto alla questione “logudorese-campidanese” si stanno ora ponendo dei seri problemi e si chiedono se non siano stati imbrogliati dall’accademia mangiasoldi per tutti questi anni.

Sarà che la formazione degli operatori linguistici l’ha fatta direttamente la Regione con l’ausilio di una dittà specializzata individuata sul mercato con regolare gara d’appalto?

Mi arrivano voci che richiedono di organizzare i FILS, per gli insegnanti di sardo, allo stesso modo, anziché affidarli nuovamente alle università italiane di Sardegna.

Ma come, direte voi, ci stai raccontando che il corso FOLS fa politica linguistica? Che i docenti si schierano a favore dell’unitarietà del sardo e del suo utilizzo ufficiale?

Ma allora non è meglio l’università, che ci garantisce  la sua indipendenza e la neutralità scientifica dei suoi docenti?

La neutralità delle università italiane di Sardegna?

Prendiamo la questione dell’unitarietà del sardo: esistono due posizioni scientifiche.

Forse che l’università italiana le insegna entrambe?

Alle università italiane di Sassari e Cagliari si insegnano soltanto le cose che in proposito hanno scritto Wagner (le più attuali sono del 1951 A.C.) e i suoi seguaci trogloditi.

Le ricerche di Contini e di Bolognesi , che smontano le tesi del Tedesco, vengono sistematicamente ignorate.

Le università italiane di Sardegna, quindi, non sono affatto neutrali.

A parte il fatto che anche nella scienza bisogna scegliere una posizione e l’unica neutralità possibile è quella del metodo impiegato per condurre le proprie ricerche, se fossero neutrali, gli accademici sardi insegnerebbero anche le cose che contraddicono Santu Max e i suoi fedeli.

Ma questa parzialità, evidentemente, è un loro diritto sacrosanto: gli accademici sardi sono dipendenti dello stato italiano e hanno tutto il diritto di farne gli interessi.

Come hanno tutto il diritto di affidare i corsi di formazione per insegnanti a operatori del livello di Mario Puddu e Andrea Deplano.

Liberissimi di farlo!

Così come l’università di Sassari aveva tutto il diritto–nella sua sacrosanta indipendenza–di proporre i corsi di “Botanica vegetale” e “Immoralità della filosofia morale”.

Tutti rigorosamente nella loro lingua nazionale: l’italiano.

Le università italiane di Sardegna hanno tutto il diritto di essere parziali, partigiane, schierate con l’italiano e contro il sardo, schierate con la linguistica delle caverne e contro quella contemporanea.

Ci mancherebbe altro!

Purché non siano i Sardi a pagarle per farlo.

Qui devo dare ragione alle voci che mi sono arrivate: non è giusto pagare con i nostri soldi la propaganda antisarda delle università di Sassari e Cagliari.

Mario Puddu è libero e deve restare libero di continuare la sua campagna contro la LSC.

Ma non può essere la RAS a pagarlo per boicottare la sua proposta di lingua unitaria.

E ita cosa? Corrudos e cullionados!

L’università di Cagliari è liberissima di schierarsi dalla parte dell’oscurantismo antiscientifico di Wagner e dei suoi scherani, ma lo faccia a spese sue.

Vogliono continuare a raccontarci la favole del sardo diviso in due?

Lo facciano pure, ma non è la RAS che deve finanziare la linguistica delle caverne.

Continui pure lo stato italiano a finanziare i deliri sentimentali del Tedesco, visto che è suo interesse continuare a spargere il veleno del sardo diviso in due.

La Regione Autonoma della Sardegna è meglio che organizzi da sé i corsi di formazione per insegnanti del sardo.

Cioè, nei Piani Triennali la Regione afferma un certo concetto della lingua sarda, per cui non può poi affidare la delicatissima formazione degli insegnanti ai nemici di un’idea moderna della lingua: i filologi e i linguisti cagliaritani e turritani. Il risultato sarebbe scontato.

Come ha gestito, infatti, l’università di Cagliari  la formazione degli insegnanti FILS?

Quello del FILS È stato, a giudicare dal dibattito che c’è stato in internet, un risultato sofferto, discutibile, contradditorio, politicamente discutibile.

Sostanzialmente l’errore che ha fatto, e che adesso la Regione deve evitare, è quello  di affidare una cosa delicata come la formazione in politica linguistica, a coloro i quali non fanno linguistica moderna, ma linguistica delle caverne.

È ora che le università italiane di Sardegna si paghino da sé la propria propaganda antiscientifica e antisarda.

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January 31, 2013

Basta votatziones! Torramus a faeddare in sardu (ma non de sardu)!

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Bastat a faeddare de votatziones: faeddamus in sardu.

Vito Biolchini e sa Fundatzione Sardinia ant organizadu un’atobiu pro faeddare in sardu: Vuoi parlare in sardo? Ci vediamo venerdì in piazzetta Savoia a Cagliari! No est brulla!

E iat esser cosa bella e bona a organizare de custos atobius fintzas in áteros logos.

Let’s come out!

Non ti cues prus: faedda in sardu!

 

January 29, 2013

L’Irlanda è vicina

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Non facciamoci illusioni e non rimarremo delusi.

Leggetevi quest’articolo di Nanni Falconi: Como chi semus

Siamo in una situazione vicina a quella dell’Irlanda.

Il sardo sta perdendo la sua funzionalità proprio sul terreno che gli era specifico: quello della quotidianità.

La beffa più grande riguarda il fatto che questo sta avvenendo proprio nel momento in cui la nostra lingua ha raggiunto i vertici storici nella sua produzione nei registri alti, colti, prestigiosi.

Mentre una ristretta élite–ma le élites sono sempre ristrette–si spingeva oltre i limiti pratici della limba–i limiti imposti dalla latitanza secolare degli intellettuali sardignoli–la maggioranza dei Sardi passava all’uso dell’italiano nella loro vita quotidiana.

Come ho già scritto in Sa vindita de Tziu Paddori, l’italiano–cioè l’italiano regionale di Sardegna–è diventato la lingua degli ignoranti.

Degli ignoranti-ignoranti, mi’!

Non solo di quelli che non conoscono il sardo, ma per il resto hanno una cultura “soddisfacente”: adeguata al loro funzionamento all’interno del sistema culturale coloniale.

No!

L’italiano regionale è la lingua di quelli che all’interno del sistema culturale coloniale sono perdenti.

L’italiano regionale è la lingua di quelli che la scuola italiana ferocemente respinge.

Con la differenza che allora un’altra lingua almeno ce l’avevano e oggi–troppo spesso–non hanno più l’una, ma neanche l’altra.

E i perdenti sono quel 36% di giovani Sardi che non è in grado di comprendere un testo semplice in italiano: “L’indicatore percentuale di studenti con scarse capacità di comprensione della lettura, riferito all’aggregato “Isole”, evidenzia che il 36% circa degli studenti isolani non risulta in grado di comprendere nemmeno testi che presentano un livello di difficoltà molto basso. È una percentuale estremamente elevata. Nel Nord-Est del Paese questa percentuale scende al 10,9%, nel Centro si attesta al 20% circa, mentre il dato medio europeo scende di poco sotto il 20% (l’enfasi è mia).” (http://notizie.alguer.it/n?id=32920)”

Anche se questi giovani–probabilmente–sono praticamente monolingui in “italiano”.

Finalmente è possibile, dal prossimo anno scolastico, per i genitori Sardi scegliere l’insegnamento del sardo per i loro figli.

Viene da dire: “Momento storico!”

Ma questa scelta, questi genitori, la faranno ?

Da un lato abbiamo i genitori perfettamente integrati nel sistema culturale coloniale.

Dall’altro abbiamo i genitori che spesso hanno scarse capacità di comprensione della lettura.

Questi ultimi, cioè quelli che avrebbero più bisogno di un insegnamento contrastivo di sardo e italiano, per se e per i propri figli, sono anche i meno informati.

I genitori del primo tipo–quelli che occupano posizioni sociali privilegiate–tenderanno a scegliere in base all’elemento che ha permesso la loro ascesa sociale o la loro permanenza in una posizione socialmente privilegiata: la loro conoscenza dell’italiano standard e la discriminazione dei concorrenti che l’italiano standard non lo conoscono.

I genitori del secondo tipo sceglieranno in base alle informazioni che hanno e in base all’evidenza empirica: la conoscenza del sardo non aumenta, anzi decrementa, la competitivita sociale.

Ma come?

La chirca sotziulinguistica coordinata da Anna Oppo ci dice che l’80% dei Sardi è a favore dell’introduzione del sardo nella scuola e allora?

Chiunque abbia esperienza dei social media sa che cliccare “I like it” non costa niente e non  implica più che una certa simpatia.

I sondaggi preelettorali si discostano sempre dai risultati elettorali.

Fra pochi mesi i genitori sardi dovranno effettuare una scelta concreta.

Nessuno sa cosa faranno.

E il perché è molto semplice.

Pochissima gente sa quali risultati abbiamo raggiunto nel processo di trasformazione del sardo in “lingua normale”.

Pochissimi sardi sanno che già adesso il sardo può competere quasi alla pari con l’italiano rispetto a un uso socialmente adeguato.

Quasi nessuno si rende conto che basterebbe aumentare l’uso del sardo da parti di un numero maggiore di utenti in un numero maggiore di situazioni per renderlo del tutto “una lingua normale”.

Basta vedere gli appelli elettorali–o anche per l’astensione–dei sedicenti indipendentisti per rendersi conto che la stragrande maggioranza dei Sardi cospira per defunzionalizzare la propria lingua: la propaganda elettorale è quasi esclusivamente in italiano!

Non facciamoci illusioni e non rimarremo delusi.

Non siamo ancora in Irlanda–il sogno degli indipendentisti sardignoli–e possiamo ancora salvarci.

Non facciamoci illusioni e lavoriamo.

Tempus bi bolet pro cumprender.

January 25, 2013

Il sardo a scuola?

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Abeta pagu pagu…

Non bogio sminguare su passu ki ant fatu s’Assessore Milia e s’Uficiu pro sa Limba, ma custu est unu passu e unu passu sceti:

Immoe tocat puru a faxer partire una campannia de informatzione, pro faxer cumprender a is famillias ki tocat a sceberare su sardu.

Est berus ki sa chirca sotziulinguistica at mostradu ki prus de s’80% de is Sardos sunt a favore de sa limba in sa scola (impari a s’italianu e a s’inglesu), ma est berus puru ki is Sardos sunt passados totus dae sa scola italiana e sa scola italiana at semper fatu terrorismu psicologicu contras a su sardu.

Immoe tocat a informare is famillias de su bene ki faxet su bilinguismu a is pipios.

Tocat puru a faxer unu discursu craru a subra de sa relata intra de limba e identidade, mancari fintzas partende dae su libbru ki at leghidu Silvano Tagliagambe: Lingua, identità, empatia e coesione sociale: ultimi studi.

Tocat a faxer cumprender a is famillias cantu est importante a connoscher sa limba, sa storia e sa curtura de sa terra issoro, pro sa formatzione de un’identidade ekilibrada de is pipios.

Custu passu fatu dae s’Assessore est unu passu fundamentale–kentza de custu non si podet faxer nudda–ma non bastat.

Immoe tocat a faxer s’áteru passu puru e a informare a is Sardos.

Su perigulu ki sinuncas siat sa disinformatzione italiana a faxer sceberare is famillias est ancora tropu mannu.

January 24, 2013

Indipendenza o benessere?

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Gli indipendentisti sono tutti coglioni, altrimenti queste prossime elezioni italiane costituirebbero per noi, in pratica, un referendum sul dilemma seguente: indipendenza o benessere?

Non perché il dilemma sia reale–almeno a lungo termine–ma perché i partiti italiani porrebbero la questione in questi termini.

Con l’indipendenza sparirebbe gli stipendi di chi lavora nella pubblica funzione e le pensioni dei Sardi verrebbero messe in discussione.

Come, non sarebbe giusto?

Ajó, ma gli Itagliani, li conoscete?

E con l’indipendenza, l’economia sarda dovrebbe ristrutturarsi radicalmente.

Sarebbe probabile aspettarsi un boicottaggio delle poche esportazioni sarde.

Anche Tiscali verrebbe boicottata.

No?

Chiedetelo a Renato!

E i Moratti/Monatti?

Ovviamente la Saras andrebbe nazionalizzata.

O addirittura chiusa.

E loro starebbero a guardare?

Ci sarebbe un periodo di transizione verso un’economia autocentrata e nel mentre….fame.

In Irlanda, tanto per citare un’esempio amato dagli indipendentisti più coglioni, la fame è durata a lungo.

Ma è vero, sono gli indipendentisti stessi che situano l’indipendenza in un futuro lontano in cui tutti questi problemi saranno già risolti.

Risolti da chi?

Appunto.

L’ho già detto che questi indipendentisti sono coglioni.

Il referendum sul dilemma tra indipendenza e benessere c’è già.

Sarà alla fine di febbraio.

È inutile far finta di non saperlo.

La gente–quella che secondo la ricerca delle università di Edinburgh e Casteddu: Università, ricerca a sorpresa: «Siamo più sardi che italiani –è per il 40% a favore (sentimentalmente a favore) dell’indipendenza–voterà solo marginalmente per i partitucoli indipendentisti.

Sa gente miga est scimpra!

Qui in gioco ci sono interessi molto concreti: i partiti italiani possono garantire un posto di lavoro ad alcuni e prometterlo a tutti.

Tutti sanno come stanno le cose e se alla gente non proponi almeno la prospettiva, la speranza, di una vita migliore, beh, scadesci-ti-ndi…

Poi c’è una parte dei vari partiti italiani che promette il buon governo.

Il buon governo non sarebbe una brutta cosa!

Anzi, vi confesso che a me l’unica cosa che mi interessi è proprio il buon governo.

Più libertà.

Più solidarietà.

E un ragionevole equilibrio tra questi principi contrastanti.

In che modo l’indipendenza potrebbe portarmi al buon governo non me l’ha mai chiarito nessuno.

So soltanto che gli Itagliani o i loro tzeracos non mi porteranno mai al buon governo.

Gli ci vorrebbero altri 151 anni per diventare persone civili.

E io nel mentre sarei morto da molto e anche i miei figli e nipoti.

Ma non capisco nemmeno come gli indipendentisti mi potrebbero garantire il buon governo.

Perché sono giovani, belli e simpatici?

Questi coglioni non hanno ancora capito che l’indipendenza è un mezzo, e non un fine, per arrivare al buon governo.

La Sardegna ha bisogno di essere governata da Sardi, che Sardi lo sono culturalmente, non solo anagraficamente.

Una nuova classe dirigente non vuol dire “persone diverse”.

Vuol dire una cultura diversa.

Gente che esprime una cultura diversa.

Gente che è espressione di una cultura diversa.

Ceteribus paribus, oggi ai Sardi votare per gli indipendentisti, perché sono “giovani, belli e simpatici,” non gli conviene.

E loro mettono in chiaro la loro “non diversità”, rifiutando di porre la questione linguistica e culturale al centro del loro programma politico.

Sa gente non est tonta.

Biet su ki faxent e non ddos votat.

E at a lassare sbentiare puru a cussos miskineddos ki narant a non votare.

January 24, 2013

Scuola, dal prossimo anno si potrà scegliere l’insegnamento del sardo

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A bellu a bellu, ma un’áteru passu est fatu:Scuola, dal prossimo anno si potrà scegliere l’insegnamento del sardo

January 21, 2013

Intervista interessante meda cun Marc Tamburell

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Marc Tamburell est unu linguista lumbardu ki trabballat in Wales.

Dd’ant intervistadu po contu de sa revista Disvastigo, Lingue e cultura: Il bilinguismo regionale per aiutare i nostri figli (1)

January 19, 2013

Voto di scambio

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Da quando ho mollato qualsiasi ideologia–o almeno ci provo–il mio voto io lo do a chi fa i miei interessi rispetto ad alcune questioni che considero importanti.

La lingua, innanzitutto, perché io considero la questione linguistica lo snodo, il nucleo principale, della questione sarda.

Porre la lingua al centro del proprio programma politico significa schierarsi a favore di un rinnovamento radicale di tutta la classe dirigente sarda.

Significherebbe anche prepararsi a essere sostituiti da una classe dirigente che pensa e sogna in sardo.

Avrei votato qualsiasi partito che condividesse questa analisi.

Il fatto che nessuno partito la condivida, malgrado la drammaticità della realtà sarda, mi conferma la correttezza della mia analisi.

Vogliono tutti restare al loro posto, malgrado lo sfascio generale della società sarda.

Esclusa la possibilità di votare seguendo la mia priorità prima (plenonasmo, ebbé?), potrei votare per un partito che contrasti la pornodestra di Berlusconi e la destra in mutande, ma cannibale, di Monti.

Il PD, allora, è escluso in partenza.

Governeranno con Monti.

Ma sono anche capaci di riconfermarlo come presidente del consiglio.

Dio vi salvi: io sono già emigrato.

Votare PD significherebbe anche premiarlo per come ha trattato la sua propaggine sarda:

Adesso i democratici sardi sono soddisfatti dell’autonomia concessa da Roma: adesso sono liberi di fare, in totale autonomia, quello che vuole Bersani.

Anche se il PD ha delle posizioni molto interessanti sulla questione linguistica–ancora insufficienti, ma molto promettenti–premiarli adesso sarebbe darsi la zappa sui piedi.

Vedremo nei prossimi mesi cosa vogliono fare con la propria autonomia.

Votare per un partito antagonista italiano?

No Grillo no!

Mi è antipatico da sempre e la sua “democrazia diretta” nasconde, come ai miei tempi, la dittatura del capo carismatico.

E neanche Rivoluzione Civile.

Il modo in cui hanno formato le liste dimostra che non hanno intenzione di rappresentare quello che di nuovo e di buono esiste perfino in Italia.

E sarebbe comunque un voto sprecato.

I giochi si fanno tra Berlusconi, Monti e Bersani.

Votare un partito sardo per testimoniare la mia avversità all’Italia?

Boh?

Ho bisogno di testimoniare su una cosa che pratico quotidianamente?

Quel voto avrebbe senso se i partiti sardi si presentassero uniti: non eleggerebbero nessuno, grazie al porcellum, ma almeno si manderebbe un messaggio forte all’Italia.

Invece probabilmente–molto probabilmente–dalla conta usciremo ancora una volta scornati.

Non vedo un solo motivo, se non ideologico, per votare un partito sardo in queste elezioni.

Insomma, motivi per votare non ne vedo.

January 18, 2013

Tagliagambe ha letto un libro!

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O, a su mancu non eis a nai ca deu sa “par condicio” non dd’arrispetu!

Ligiei-si cust’articulu de Silvano Tagliagambe, pubblicau in su blog de Maninchedda: Lingua, identità, empatia e coesione sociale: ultimi studi

In un panorama quale quello qui sommariamente ricostruito la valorizzazione della lingua e dell’identità specifica di un popolo come suo capitale immateriale imprescindibile e come patrimonio inestimabile e insostituibile assume un significato politico di enorme rilievo. Essa infatti è lo strumento più potente di cui si possa disporre per lo sviluppo di una cultura comune di base che a sua volta, come si è visto, funge da rinforzo e consolidamento di quel processo di stimolazione dell’empatia, la cui importanza ed efficacia sul piano della costruzione di uno sfondo condiviso di finalità, ideali e valori sono concordemente sottolineate dai risultati più recenti nel campo delle neuroscienze e della psicologia sociale.

Tagliagambe at scobertu su chi nosu naraus de sempri: funt sa lingua e sa curtura chi faint de sa “genti”–una massa indiferentziada de individuus– unu populu, “una natzioni”.

Sa diferentzia manna est ca Tagliagambe ddu narat in manera de si fai cumprendi de pagu genti.

Ca lingua e identidadi camminant impari, in calincuna manera, is sotziulinguistas ddu narant de candu esistit sa sotziulinguistica.

Immoi dd’at cumprendiu Tagliagambe puru.

Meglio tardi che mai!

Ma abarrai atentus, su chi narat issu est una cosa chi is natzionalistas–e is natzionalistas italianus prus de is atrus–scint de diora e ant postu in pratica de diora.

Su de fai morri is linguas de is minorías est una strategía chi issu ant aplicau de candu esistit s’Italia.

Si tui arrenescis a ndi bogai de mesu sa lingua de unu populu, tandu arrenescis a furriai custu populu a “genti”.

E si arrenescis a ddis fai pigai sa lingua tua che lingua “normali”, tandu arrenescis a fai crei a custa genti ca issus puru funt parti de su populu cosa tua.

Deu de Tagliagambe ndi sciu pagu: Silvano Tagliagambe – Wikipedia

Ma su chi sciu mi fait cumprendi chi po issu custas cosas funt una scoberta: cosa noa, insomma, po issu.

E non mi spantu: Tagliagambe at tentu una formatzioni “terzinternazionalista”.

E timu puru chi issu custa “scoberta” dd’at a imperai prus a prestu po agiudai issu puru su natzionalismu “granditaliano”.

Immoi bieus propriu  sa manca italiana spingendi prus de is atrus sa curtura de su natzionalismu “granditaliano”.

Su chi mi spantat–ma fintzas a unu certu puntu–est Paulu Maninchedda.

Poita dd’at pubblicau cust’articulu?

Po issu puru est una “scoberta” ca sa lingua e sa curtura funt aici importantis po definiri s’identidadi de unu populu, ma puru de una personi?

Si est berus chi Maninchedda puru custas cosas dd’as at cumprendias immoi sceti, tandu mi benit facili a cumprendi s’ambiguidadi sua in totu sa chistioni de sa lingua.

Meglio tardi che mai, ma unu pagheddeddu prus de umilidadi non dd’iat a fai mali a Maninchedda nostru.

Bastit chi siat chistioni de umilidadi…

 

 

January 14, 2013

A limba de intelletuales s’est furriende su sardu?

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Pensamentos de Nanni Falconi a subra de su sardu furriende-si a limba de un’élite: Como chi semus

Comente-ki-siat, s’italianu immoe est sena de duda sa lingua de is sardos inniorantes: Sa vindita de Tziu Paddori.