Olanda e Sardegna

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Tanto per restare in tema di istruzione e disoccupazione e, insomma, ricchezza.

Come sappiamo tutti, l’Olanda è un paese molto fertile, ma anche sovrappopolato.

I terreni agricoli, sono sí fertili, ma non abbondanti.

Oltretutto, da alcuni decenni gli Olandesi vogliono restituire porzioni sempre più grandi del loro territorio alla natura.

Vabbé, diciamo alla ricreazione degli abitanti delle città, perché restituire i terreni alla natura vorrebbe dire, nella maggior parte dei casi, restituirli all’acqua.

Malgrado stiano sottraendo sempre più terreni all’agricoltura, ancora tre anni fa, gli Olandesi erano i maggiori esportatori di verdure del mondo: Nederland nog steeds kampioen export groenten – RTL Z

Quale sia la situazione oggi non lo so e non importa.

La fertilità dei terreni agricoli della Sardegna non è certo paragonabile a quella dei terreni olandesi, tranne che nel campidano di Oristano.

Ma questo non spiega ancora perché la Sardegna debba importare l’80% dei prodotti alimentari e questo malgrado “Gli ultimi dati Istat rivelano che sono disoccupati 39 sardi su cento nella fascia d’età tra i 15 e i 24 anni e 21 su cento dai 25 ai 34 anni; (numeri peggiori solo in Sicilia e Campania).” (Disoccupazione giovanile, triste record della Sardegna – Regione

Cioè: in Sardegna ci sono i terreni disponibili, anche se mediamente meno fertili di quelli olandesi, ma senz’altro esistono aree estese adatte alle coltivazioni di ortaggi in serra, e a costi inferiori–a pari condizioni–della più buia e fredda Olanda. Si tenga presente che per le coltivazioni così intensive come quelle in serra, la fertilità originaria del terreno può essere aumentata con i necessari investimenti. Insomma, diciamo che, grosso modo, la minore fertilità dei terreni sardi viene abbondantemente compensata dal numero più alto di ore di insolazione e dalle temperature più alte, cosa che comporta meno spese per il riscaldamento e l’illuminazione artificiale delle serre.
E poi in Sardegna esiste la manodopera necessaria per lavorare le serre, mentre in Olanda la manodopera la devono importare dalla Polonia o dalla Romania
E lasciamo pur stare il fatto che gli Olandesi sono dei mercanti bravissimi da sempre.
Qui la domanda è molto semplice: di quanto calerebbe la disoccupazione in Sardegna, se la Sardegna producesse l’80% dei prodotti alimentari che consuma e che potrebbe produrre sa sé?
Perché la Sardegna importa derrate alimentari, mentre l’Olanda le esporta?
Perché i Sardi non sanno produrre a costi concorrenziali.
Il problema, quindi, non è uno di fertilità dei terreni o di clima, ma è un problema di conoscenza.
Gli Olandesi sanno di più, ecco perché–a condizioni pari o peggiori–si arricchiscono, là dove i Sardi si impoveriscono.
Ed è un problema di rapporti politici: chi guadagna dalla distribuzione dei prodotti alimentari in Sardegna?
E adesso pensate a tutti quei quattrini–un mare di quattrini!–sperperati per l’industria pesante in Sardegna a partire dagli anni ’60.
E pensate a cosa sarebbe successo se, invece, quel mare di soldi fosse stato investito nei trasporti, sia interni che verso l’esterno.
E se invece di farci studiare chimica–eja, io sono uno di quelli!–ci avessero fatto studiare agronomia.
Del senno di poi son piene le fosse…
Ma questo non cambia nulla al fatto che la miseria attuale della Sardegna sia il risultato di scelte politiche precise.
Scelte che, dopo aver letto “In Why Nations Fail: The Origins of Power, Prosperity – Amazon.com“, difficilmente si possono definire errate: si è trattato di scelte funzionali al mantenimento dello status quo, come voluto dal potere coloniale italiano e dagli ascari sardi.
Provate a immaginare a quali livelli sarebbe il turismo in Sardegna, se già a partire dagli anni ’60  la politica italiana e sardignola avesse scelto di investire nei trasporti.
Cosa che avrebbe permesso di esportare e far arrivare i turisti a costi inferiori.
Non l’hanno fatto allora e non l’hanno ancora fatto.
Perché?
A chi serve la discontinuità territoriale?
A chi serve la disoccupazione/sottoccupazione di massa?
Negli anni ’60 era chiaro come il sole: 5 dei miei fratelli sono emigrati a Torino, 3 sono finiti alla FIAT.
A chi serve l’attuale disoccupazione/sottoccupazione di massa?
Badate bene, non c’è bisogno di complotti, ma com’é che a Milis ho visto serre che producono energia elettrica–pagata cara dai Sardi–anziché pomodori, mentre i pomodori vengono importati?
Insomma, affrontare il problema della disoccupazione giovanile–e non ho parlato questa volta dell’alienazione linguistica e culturale dei Sardi–significa affrontare tutti i problemi economici e politici della Sardegna.
E per il resto, mi limito a constatare che nessun partito, movimento in Sardegna parla di disoccupazione giovanile e abbandono scolastico.
E poi demonizzano Grillo!

9 Comments to “Olanda e Sardegna”

  1. “E per il resto, mi limito a constatare che nessun partito, movimento in Sardegna parla di disoccupazione giovanile e abbandono scolastico.” Deo a bortas pesso chi tue a beru lighes solu su chi iscries.
    http://progeturepublica.net/comunicati/continuiamo-a-progettare-siscola-sarda/#.UTPgqFdqkzQ

  2. E torrare sos sardos a pastorigare e messajare!? Ma bae…. Tue no as idea de cantu sos prus de sardos odient su trabàlliu de sa campagna e cantu menispretziant sos chi bi traballiant. Menzus disocupadu, est prus onorevole😦

  3. Questo dello status quo è sempre stato un tema controverso all’interno dell’indipendentismo, ne parlammo spesso nei primi anni di U.R.N. Sardinnya: da una parte c’era l’indipendentismo intransigente (alla SNI) che ha sempre sostenuto l’esistenza di una regia politica italiana determinata a mantenerlo, dall’altro però abbiamo maturato dubbi che, se pure una regia esiste o è esistita in passato (e bisognerebbe vedere in quali termini), ha certamente avuto l’inconsapevole aiuto dei partiti Sardi. Dico “inconsapevole” perché da un lato i nostri partiti non hanno tutelato seriamente la nostra specificità identitaria, mentre sul piano economico si sono all’evidenza schierati con le principali ricette dell’industrializzazione italiana nell’isola dagli anni ’60 in poi (è uno dei temi che ho trattato nel libro in lavorazione). Molti sardisti oggi scordano che fu proprio il PSD’AZ a sostenere l’azione congiunta di DC e PCI in Sardegna durante la Rinascita, e a sua volta non era un aiuto politico “responsabile”.. Nel senso che lo stesso sardismo ma anche la classe dirigente sardo-italica non vedeva l’industria come un elemento – magari complementare – da avviare in parallelo ad una valorizzazione ambientale, agroalimentare e turistica, ma come l’elemento di punta della riorganizzazione economica dell’isola (mettendo completamente da parte tutto il resto, visto come “obsoleto”). La stessa mentalità delle società pre-industriali, quando si riteneva fisiologico che i cittadini dovessero lasciare le campagne a favore della città e dell’industria. Tutti furono corresponsabili di quel danno, spesso per ingenuità e perché la classe politica Sarda stessa probabilmente all’epoca non aveva gli strumenti culturali adatti per pianificare l’esito di quel processo, che stiamo osservando solo oggi.

  4. L’unico ingrediente necessario al raggiungimento del benessere è la creatività, la fantasia, l’intelligenza.
    Quanta ce n’è in Sardegna?
    Ci sono tecniche agricole che necessitano di semplice paglia per far crescere dei buoni ortaggi, senza bisogno di terra fertile, aratri, concimi e quant’altro. Niente fame in Africa, se si volesse. In Olanda se entri in una porcilaia non senti puzza, loro sanno fare anche questo: non far puzzare i maiali!
    Provi a chiedere una consulenza all’operaio ospite nella scorsa puntata da Santoro.

  5. Caro Peter, nei tuoi ingredienti, hai dimenticato il culo. Macchiavelli lo chiamava “fortuna”. Napoleone, a chi gli proponeva un generale per il bastone da Maresciallo, vantandone le capacità strategiche e tattiche, opinava: “Ma, ha fortuna?”. Continueranno a farci un culo così, se non avremo il culo di trovare uomini di culo. Il fatto è che il culo può avere oscillazioni, come la borsa (si accettano scomesse sul culo di Grillo). Eh, la politica è una brutta bestia. Per arrivare a sette, mi resta da dire una sola cosa: andate a fare in culo.

    • Acemoglu e Robinson lo mettono tra gli ingredienti, ma lo chiamano “storia”. Per il resto dimostrano bene che senza i giusti ingredienti politici, creatività, conoscenza e tutto il resto non bastano assolutamente

  6. E nche torramus semper a cuddae: dae ue nascant in conca a sos òmines custos “cundimentos polìticos? “. Bi devet àere carchi brou in ue si frommant? Cale diant èssere sos nostros?

  7. “è proprio l’esistenza di strutture politiche “inclusive” (pluralismo, stato di diritto, rispetto della proprietà privata, libere elezioni) a permettere l’insorgere di stutture economiche “inclusive” (cioè, in linea di principio, aperte a tutti e che offrono a tutti la possibilità di accrescere il proprio benessere).” In Sardinnia bi bolet su pluralismu curturale

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