Passaggi obbligati

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Ho finito di leggere Why Nations Fail: The Origins of Power, Prosperity – Amazon.com

Dopo un viaggio attraverso la storia economica dell’umanità che parte dal neolitico, gli autori non solo dimostrano la non validità di spiegazioni classiche dello sviluppo economico (la geografia, la cultura, l’ignoranza delle tecnologie), ma ribaltano anche l’analisi del rapporto tra economia e politica.

Diversamente da quanto sostenuto da molti che hanno seguito il sociologo americano Seymour Martin Lipset e la sua “Teoria della modernizzazione” –non ultimo George W. Bush–non è lo sviluppo economico a comportare l’evoluzione della politica in senso pluralista e democratico( What to Read on Modernization Theory | Foreign Affairs), ma è proprio l’esistenza di strutture politiche “inclusive” (pluralismo, stato di diritto, rispetto della proprietà privata, libere elezioni) a permettere l’insorgere di stutture economiche “inclusive” (cioè, in linea di principio, aperte a tutti e che offrono a tutti la possibilità di accrescere il proprio benessere).

Daron Acemoglu e James A. Robinson hanno vita facile a mostrare come lo straordinario sviluppo economico a cui ci ha abituato la Cina negli ultimi trenta anni non è accompagnato da alcuno sviluppo politico in senso pluralista o, più generlamente, democratico.

Stessa cosa nella Russia di Stalin e fino agli anni ’60.

Questi esempi dimostrano che si può avere sviluppo senza democrazia, quando uno stato fortemente centralizzato decide di porsi su quella strada, ma questo sviluppo non comporta innovazioni tecnologiche radicali che potrebbe mettere in discussione lo statu quo.

Insomma, sottraendo risorse da altri settori dell’economia, è possibile imporre dall’alto uno sviluppo mirato a far recuperare terreno ai paesi in questione, purché questo sviluppo rimanga all’interno di percorsi conosciuti e prevedibili.

Un fenomeno praticamente identico si è verificato in Sardegna con l’industria petrolchimica e con il polo di Portovesme.

Questo tipo di sviluppo non è alla lunga sostenibile, perché mancano le condizioni politiche e sociali per instaurare un circolo virtuoso tra sviluppo (forzato) e innovazione (tecnologica e sociale). Non dimentichiamo che qualsiasi innovazione tecnologica di una certa portata costituisce un attentato all’ordine economico esistente e quindi anche a quello politico.

Chi rimane con una tecnologia superata è condannato al fallimento economico.

Vi lascio a sbizzarrirvi su tutti gli esempi sardi di boicottaggio dell’innovazione a qualsiasi livello.

Con la loro analisi delle radici storiche della rivoluzione industriale, nei vari paesi in cui questa ha avuto luogo, Daron Acemoglu e James A. Robinson mostrano chiaramente come sono le varie libertà politiche a permettere le varie libertà economiche e quindi la libertà di innovare la tecnologia, permettendo così un maggior successo economico, e instaurare perciò il circolo virtuoso che troviamo nelle società sviluppate, in cui libertà politiche e benessere si rafforzano a vicenda.

Voi direte: e la Cina?

Chissà come finirà l’avventura cinese: potrebbe finire con un arresto dell sviluppo economico o con un’evoluzione democratica.

Fatto sta che la Cina in questi 30 anni non ha prodotto niente di nuovo: si limita a importare e/o copiare tecnologie già affermate.

E si limita a produrre a costi inferiori quello per cui gli Occidentali non voglio pagare il giusto prezzo.

E i frutti dello sviluppo cinese sono distribuiti in modo analogo a quelli del potere politico: solo pochi possono usufruire del potere o del benessere.

 

E la Sardegna?

Lo studio di Daron Acemoglu e James A. Robinson dimostra che non esistono scorciatoie per arrivare allo sviluppo economico.

Se i tanti economicisti, quelli dell'”Abbiamo ben altro a cui pensare”, che hanno imperversato per tutti questi anni e hanno prodotto danni enormi, volessero suicidarsi per la delusione, essi avrebbero la mia simpatia postuma.

Sviluppo sostenibile significa una società sostenibile, aperta, pluralista, solidale, ma concorrenziale–e sí, si può!–e per la Sardegna una società sarda.

Come può creare sviluppo per la Sardegna chi guarda costantemente oltre il Tirreno–o addirittura “Oltre le Alpi”!–per cercare soluzioni per i nostri problemi?

Infatti, come viene mostrato continuamente in Why Nations Fail: The Origins of Power, Prosperity – Amazon.com non è vero che le classi dirigenti-quando non sono controllate–cerchino soluzioni per i problemi della gente. Lo fanno soltanto quando la gente ha a disposizione strutture del controllo del potere che le permetta di costringere l’élite a fare gli interessi generali.

L’unica soluzione per arrivare a un’economia sarda autocentrata è la RISARDIZZAZIONE culturale della Sardegna.

Solo con occhi sardi riusciremo a vedere chiaramente i nostri problemi

Scorciatoie non ce n’è, solo passaggi obbligati.

L’alternativa è continuare così, come siamo adesso, con gli Italiani infognati nei loro casini e che non stanno certo pensando di dirottare risorse su un isola in cui vive meno del 3% dell’elettorato e noi a mendicare perfino i soldi nostri.

Se ho capito bene, gli Italiani ci devono 10 miliardi di euro.

Quanti posti di lavoro potrebbero essere creati con un’utilizzo razionale di almeno una parte di quei soldi e, per di più, producendo infrastrutture per lo sviluppo futuro?

Come mai, quei soldi non sono mai stati nominati dai partiti italiani di Sardegna, durante la scorsa campagna elettorale?

Semplice, perché parlarne avrebbe danneggiato gli interessi dell’Italia e delle persone che hanno scelto di rappresentare l’Italia in Sardegna.

Si, ho scritto giusto: gli eletti nei partiti italiani rappresentano gli interessi dell’Italia in Sardegna.

È così da che mondo è mondo: i Sardi (o Ghanesi) cooptati dagli Italiani (Inglesi), fanno gli interessi degli Italiani (Inglesi).

10 miliardi: un mare di soldi.

Ma improvvisamente non è più l’economia che conta…

Daron Acemoglu e James A. Robinson citano decine di esempi di élite che subordinano gli interessi generali ai propri.

È inutile: è la politica che guida l’economia.

E, aggiungo io, è la cultura che guida la politica.

Passaggi obbligati.

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