Passaggi obbligati (2)

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Vi ricordate la mia proposta di parlare in sardo agli sconosciuti?

L’ho fatta diverse volte: sa vindita de Tziu Paddori; Su sardu est sa limba de s’amigantzia. Su 28 faedda-mi in sardu!

A quanto pare, questa proposta, che pure è di un riformismo minimalista, si è rivelata troppo radicale per la situazione antropologicamente miserevole della Sardegna.

L’estate scorsa ho sperimentato di persona, in modo ancora più estremo–l’ho fatto davvero in modo quasi assoluto–quanto imbarazzo crea l’uso del sardo con degli sconosciuti.

Imbarazzo che, ovviamente, ti si ritorce contro e che poi devi gestirti.

Anche se questo rimane un passaggio obbligato, senza il quale il sardo non uscirà mai dal ghetto del BILINGUISMO VERTICALE–definizione di Marc Tamburell: University of Bangor–posso capire molto bene che i miei lettori non se la sentano di caricarsi l’intera isola sulle spalle per riportare il sardo nella dimensione della normalità.

Tamburelli sostituisce il concetto di dilalia con quello di “bilinguismo verticale”: “Da un lato, abbiamo visto che la diglossia può avere due esiti: (i) l’abbandono della lingua alta, o (ii) l’acquisizione di madrelingua di lingua alta. Nei casi in cui si verifichi il secondo esito, si ha il passaggio da diglossia a bilinguismo. Come abbiamo già detto, tale bilinguismo può assumere diverse forme socio-politiche, ovvero può essere di tipo orizzontale – con i vari riconoscimenti ed usi istituzionali che ne conseguono – oppure può rimanere “abbandonato a se stesso”. Nel secondo caso si parlerà, per analogia, di bilinguismo “verticale”, rifacendosi ad una distinzione presentata per la prima volta da Pohl (1965).”( Tamburelli, in corso di pubblicazione:199)”

Io vivo in Olanda e i miei lettori–normalmente–in Sardegna e questo comporta miliardi di differenze.

Per loro vale l’analisi di Alessandro Mongili:

«Risulta, in ogni caso, che non solo nelle pratiche di socializzazione e nelle conversazioni familiari, ma soprattutto nello spazio pubblico l’italiano domina. Se questo è riferibile alle necessità della presentazione di sé e di far bella figura in pubblico, occorre capire il perché. In realtà, parlare non può essere ridotto all’atto individuale di esprimersi in una lingua che si conosce per marcare, magari, la propria identità, che rimane comunque un aspetto saliente, quanto piuttosto un’attività cooperativa che serve a comunicare ed alla creazione di strutture cognitive condivise e plausibili, che in genere si riferiscono ad interpretazioni della vita quotidiana. Ci si esprime avendo bene in mente l’Altro, e in particolar modo l’Altro come si dà per scontato che sia in Sardegna, cioè un signore o una signora che si esprime in italiano, la lingua “migliore”, al solo fine di far andare a buon fine l’attività cooperativa del parlare insieme e di non perdere la faccia. Si tratta del principio della buona educazione proposto da Leech, che parrebbe essere essenziale in ogni conversazione.»[1] (Le lingue dei Sardi: 90)

Come probabilmente avrete capito da molto, io sono un “rivoluzionario” convertitosi al riformismo in tarda età.

Quello che a me appare “moderato”, risulta perciò “radicale” alla maggior parte delle persone, visto che, per fortuna, la maggior parte delle persone è diversa da me.

So che diversi amici–me l’hanno fatto sapere–hanno messo in pratica il mio suggerimento.

Ma poi non ne ho sentito più niente: evidentemente la situazione antropologica “sardignola” ha avuto il sopravvento.

Altri mi hanno dichiarato subito che lo trovavano troppo difficile.

Io ho continuato a rompere i coglioni, perché essere politicamente e psicologicamente moderati–almeno al di fuori del cesso Italia–non significa avere le posizioni di Monti o del Monti senza mutande.

Una proposta politicamente radicale–cioè, un principio!–non necessariamente comporta una rivoluzione.

La si può applicare anche attraverso una serie di riforme parziali, ma coerenti con il principio.

E questo è ciò che sta avvenendo negli ultimi tempi.

Hanno cominciato la Fondazione Sardinia e Vito Biolchini:Parliamo in sardo? Ci vediamo venerdì 15 in piazzetta Savoia a Cagliari! Tropu togu!

Pepe Corongiu, su Facebook, oogi ha scritto questo: “Fèminas, s’oto de martzu torrade a faeddare in sardu. Unu pagu nessi. Liberade.bos dae s’òbligu de èssere semper “carine” e de non pòdere impreare sa limba de sos grezos. Iscapiade.bos.”

Alessandro Mongili e altri, sempre su Facebook hanno creato un gruppo su Facebook (Amigos de su disacapiu linguisticu), per riunire i Sardi che vogliono ribellarsi al mutilamento linguistico subito a scuola, in famiglia e nella società “sardignola”.

E “last, but not least”, il coming out” di Ornella Demuru, sempre su Facebook: ci vuole coraggio a presentarsi come principianti del sardo.

Brava!

Ma torniamo ai passaggi obbligati: “Non ci sara mai uno sviluppo economico autocentrato della Sardegna, fino a quando il sardo e il algherese, il sassarese-gallurese, il tabarchino, non saranno lingue normali.”

Cioè, fino a quando non sarà normale rivolgersi in sardo (algherese, sassarese-gallurese, tabarchino) agli sconosciuti.

Non si scappa.

Se non evadiamo dal ghetto del BILINGUISMO VERTICALE, se non usciamo allo scoperto–eja, come hanno fatto gli omosessuali!–non otterremo mai i riconoscimenti politici necessari.

Ciascuna rivoluzione–pardon: riforma–passa necessariamente per ciascuno di noi.

Ciascuno di noi deve ghigliottinare il monolinguismo isterico degli Italiani: dentro di sé!

Senza pluralismo culturale, la Sardegna non conoscerà mai il vero pluralismo politico.

Senza pluralismo politico, in Sardegna non esisterà mai uno sviluppo economico autocentrato e sostenibile: Why Nations Fail: The Origins of Power, Prosperity – Amazon.com

Seu annus narendi-si-ddu: Sa limba de su famine? S’italianu!

L’Italia è fallita: economicamente, moralmente e culturalmente.

Gli Italiani hanno altre gatte da pelare: anche se volessero, non potrebbero più permettersi di pensare al “meno del 3% dell’elettorato”.

Eja, stanno proprio pensando a restituirci i 10 miliardi che ci devono!

Salviamoci.

Dae cras, faedda-ddi in sardu a su bixinu tuo!


[1] G. N. Leech, 1983, Principles of Pragmatics, New York: Longman.

 

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