Sardi e omosessuali: quanto abbiamo da imparare da loro

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Amsterdam, la Mecca dei gay!

Sodoma e Gomorra per certa gente.

Ci vivo da una trentina d’anni e mi ricordo con certezza un’unica volta in cui ho visto due donne baciarsi.

Era alla stazione, di sera, e stavano in disparte, a una ventina di metri dagli altri.

Si sono date un “bacino” affettuoso e casto e poi si sono guardate attorno.

Mai visto due uomini baciarsi.

E questo nel paradiso dei gay.

Qui proprio non ci sono problemi ad essere gay: sei completamente accettato dappertutto e da tutti.

Purché non ti comporti da persona normale e cioè–come per esempio faccio io ancora alla mia venerabile età–dimostrare per strada il tuo affetto al tuo partner.

Ecco perché sono contento di non essere omosessuale: dovrei rinunciare alla mia spontaneità.

Il prezzo pagato dagli omosessuali per la loro integrazione nella società di Amsterdam è quello.

Da decenni non ho più incontrato una “checca”.

Solo uomini seri, affidabili, “normali”: abbastanza “grigi”.

Allora non mi stupisce che si scatenino poi alla “gay parade”: è per loro quello che il carnevale era in Sardegna fino agli anni ’70, una valvola di sfogo.

Poi ci sono i gay del mondo dello spettacolo, ma quello è un’altro mondo, come dappertutto.

Ecco, la tanto decantata “tolleranza” olandese si rivela esattamente per quello che è: tolleranza, non vera e propria accettazione.

Come la nascita del populismo xenofobo aveva già messo in chiaro: “Io ti tollero, a patto che tu ti autoreprima”.

È assolutamente inimmaginabile vedere due ragazzi che si baciano a scuola, cosa invece normalissima per una coppia eterosessuale.

E questo nel paese con la legislazione più avanzata d’Europa.

Le minoranze creano apprensione nelle maggioranze, sempre: è un meccanismo universale.

Gli omosessuali olandesi hanno accettato pragmaticamente di raggiungere tutto quello che era possibile in questo momento storico.

Piazzati nel giusto contesto storico, i diritti civili conquistati dai gay olandesi sono un passo avanti enorme, ma nella società sono ancora lontani dal raggiungimento della parità.

La società che li circonda ha ancora dei mezzi potentissimi per convincere gli omosessuali a non comportarsi come persone normali in pubblico: la riprovazione tacita e, soprattutto, il ridicolo.

Insomma, il controllo sociale.

Ripeto: essere “normali” affettivamente significa per me vivere apertamente e serenamente la tua vita affettiva, così come è concesso oggi agli eterosessuali.

Essere “diversi” non è facile e non lo sarà mai.

Basta allora uno sguardo storto o un sorriso sprezzante per farti sentire un paria.

Ecco perché i gay hanno cominciato ad organizzarsi: unirsi per non sentirsi più diversi, almeno per qualche ora, in pubblico.

A questo mi fanno pensare le iniziative dei sardofoni a Cagliari, insomma, quelle lanciate dalla Fondazione Sardinia e da Vito Biolchini: unirsi per non sentirsi più diversi, almeno per qualche ora, in pubblico.

La situazione dei sardofoni in Sardegna è praticamente identica a quella dei gay in Olanda.

Il nostro diritto a parlare in sardo è riconosciuto–in parte, almeno–dalla legge, ma non viene accettato dalla società.

Esiste un controllo sociale feroce–e non solo più in certi ambienti urbani e borghesi–per impedire che il sardo diventi una lingua normale: “Risulta, in ogni caso, che non solo nelle pratiche di socializzazione e nelle conversazioni familiari, ma soprattutto nello spazio pubblico l’italiano domina. Se questo è riferibile alle necessità della presentazione di sé e di far bella figura in pubblico, occorre capire il perché. In realtà, parlare non può essere ridotto all’atto individuale di esprimersi in una lingua che si conosce per marcare, magari, la propria identità, che rimane comunque un aspetto saliente, quanto piuttosto un’attività cooperativa che serve a comunicare ed alla creazione di strutture cognitive condivise e plausibili, che in genere si riferiscono ad interpretazioni della vita quotidiana. Ci si esprime avendo bene in mente l’Altro, e in particolar modo l’Altro come si dà per scontato che sia in Sardegna, cioè un signore o una signora che si esprime in italiano, la lingua “migliore”, al solo fine di far andare a buon fine l’attività cooperativa del parlare insieme e di non perdere la faccia. Si tratta del principio della buona educazione proposto da Leech, che parrebbe essere essenziale in ogni conversazione.”[1] (Le lingue dei Sardi: 90)

Come funziona?

Ho già raccontato della volta che, alla Fiera di Francoforte, mi hanno presentato Marcellino Fois e dell’espressione schifata che ha fatto quando l’ho salutato in sardo.

Dall’alto del suo conformismo vincente, ha arricciato le labbra, mi ha concesso la sua flaccida manina e se n’è andato senza dire una parola.

Naturalmente, non basta quella mezza cartuccia a impressionare me, ma penso che la sua tecnica funzioni con molta altra gente.

Fois in Sardegna–grazie ai suoi successi incontinentali–è un opinion maker.

I Fois in Sardegna sono tanti e sono bene organizzati in una rete informale, ma trasversale.

E sono maggioranza nei media sardignoli.

Noi dobbiamo fare altrettanto: organizzarci e fare lobby.

Ecco perché la mia proposta in  sa vindita de Tziu Paddori si è rivelata velleitaria.

Non puoi lottare da solo contro la potente lobby sardignola.

Bisogna unirsi, magari in piccoli gruppi, e fare “coming out”: uscire allo scoperto.

Cras est sa die de is feminas.

Si ses femina, tando faedda in sardu!

E torro a narrer: sa Die de sa Sardinnia si depet furriare a sa die de su sardu.

Est ora de nosi mover.

4 Comments to “Sardi e omosessuali: quanto abbiamo da imparare da loro”

  1. Credo che tu abbia ragione. Plausibile il parallelo con gli omosessuali in olanda, anche se in questo caso interferiscono fattori difficili da controllare e modificare, in quanto legati profondamente alla struttura biopsichica individuale e di massa, e al grado di repressione sessuale.
    Tuttavia quanto da te espresso in questo post io l’ho pensato pari pari per l’avanzamento in sardegna della ricerca storica e linguistica e il mancato riconoscimento, per non dire l’ostilità e il silenzio, di una parte precisa dell’accademia, che non ha avuto ruolo alcuno, in opposizione ai compiti d’istituto, in questo avanzamento.
    Perciò le manifestazioni pubbliche, i convegni, tra i quali in particolare alcuni dentro l’università come abbiamo visto di recente per la scrittura nuragica, le mostre permanenti, gli incontri pubblici, rappresentano quanto di più temuto da questo potere culturale oscurantista e da chi è vicino o attiguo ad esso. Ed è capitato più di una volta negli ultimi tempi (vedi ad alghero per la lingua e a sassari per la scrittura nuragica) di assistere alla reazione isterica e scomposta, che la dice lunga sulle loro posizioni di studio, di personaggi, anche appartenenti a ruoli importanti dentro l’accademia.
    Concordo pienamente con l’organizzarsi e intraprendere quanto più possibile iniziative pubbliche.
    Anche se ciò non sarà facile, e comporta competenze fatica e impegno.

  2. Proposta interessante, ma fatta da chi gioca al tutto contro tutti o al tiro al piccione appare un po strana.

  3. mi nde seu iscidau bene meda, bistu chi de 10 dies seo torrau a biver in Sardinia. No apo cumprendiu bene a chie a fias nande “Est ora de nosi mover.” a su fentomadu “movimentu linguisticu”?

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