Il circolo vizioso della dipendenza

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Un popolo è culturalmente dipendente quando i suoi intellettuali non riescono a svilupparne una rappresentazione autonoma  e/o a diffonderla all’ interno di questo popolo.

La rappresentazione che questo popolo avrà di sé coinciderà allora con la descrizione che altri gruppi sociali/nazionali ne fanno.

Questo popolo incapace di raccontarsi si lascia allora raccontare dagli altri.

Pensate, per esempio, alle differenze enormi tra il libro “Padre Padrone” e il film omonimo dei fratelli Taviani.

Il libro è la storia–ben scritta–dell’emancipazione sociale e psicologica di un individuo: un giovane uomo, con la fuga, si libera–almeno fin dove arriva il libro–dall’oppressione paterna e da quella della miseria.

Il film–razzista e brutto–è la storia dell’autocastrazione culturale di un Sardo.

Per ironia della sorte, l’autore del libro si è talmente identificato con il protagonista del film–quindi non del libro–da finire esattamente come qualsiasi Sardo si aspettava lui finisse alla fine della storia raccontata dalle sorelle Taviani.

Tra vino e ossessioni edipiche e l’illusione di essere diventato qualcuno grazie al successo del film e della sua comparsata, Gavino Ledda è sprofondato nel nulla che attende chi rinuncia alla propria identità.

Sono 40 anni che dice di essere intento a riscrivere “Padre Padrone” in una lingua sarda più sarda di quella che parlano i Sardi.

Ha anche scritto un paio di libretti per dimostrare che è meglio essere Italiani che Sardi.

Adesso lo stato italiano lo mantiene–giustamente–con una pensioncina da artista fallito.

Gavino Ledda ha cominciato raccontandosi e raccontando la Sardegna ed è finito per lasciarsi raccontare dalle cugine Taviani.

La sua parabola mi sembra emblematica di tutta la classe intellettuale sardignola: la dipendenza culturale e psicologica da un modello alieno, che si trasforma in dipendenza economica, la quale a sua volta rafforza le prime due dipendenze.

E la Sardegna raccontata dai cugini Taviani è diventata la Sardegna dei Sardi: “Secondo il Rapporto Euromosaico (pag. 24) «[il regresso del sardo] è riconducibile a un rifiuto della lingua, dovuto alla connotazione negativa che tali lingue hanno in quanto si vedono relegate, assieme ai loro parlanti, in un mondo considerato “tradizionale”».

Il film “Padre Padrone” appare negli anni in cui i genitori sardi smettono di usare la loro lingua con i figli e passano all’italiano scalcagnato dei Sardi.

E il percorso successivo della Sardegna assomiglia al percorso di Gavino Ledda.

La maggior parte dei Sardi sono affetti dalla “sindrome di Gavino”: “Meglio Italiano e mendicante che Sardo e autonomo!”

Il rifiuto di sé, in nome di un “progresso” alieno e alienante ci ha portato all’attuale situazione di grande miseria materiale e culturale: la più alta disoccupazione giovanile e la più alta dispersione scolastica.

La Sardegna manca di intellettuali “organici” al popolo sardo, ecco perché si lascia raccontare dagli altri.

E chi si lascia raccontare dagli altri non ha un’immagine autonoma di sé e quindi si lascia rappresentare anche politicamente dagli altri.

Ma è ovvio che gli altri–Grillo per esempio–hanno nella migliore delle ipotesi un’idea vaga di ciò che occorre alla Sardegna per uscire dalla dipendenza.

Come potrebbe, Grillo, rappresentare una realtà che conosce poco?

Questo mi sembra non ci voglia molto a capirlo, eppure i Sardi hanno reso il M5S il partito più grande.

Se ci pensate un attimo, questa è veramente una cosa bizzarra.

Come mai la quasi totalità dei Sardi sceglie di lasciarsi rappresentare da partiti italiani e i partiti sardi, insieme, non arrivano al 4%?

Perché sono gli Italiani a “raccontare” i Sardi.

Gli Italiani–e i loro scherani sardignoli–hanno saldamente in pugno la cultura nei suoi vari aspetti: università, scuola, media, perfino le convenzioni non scritte sull’uso sociale della lingua.

La stragrande maggioranza dei Sardi non sa nulla della cultura sarda-sarda che si produce in Sardegna.

I pochissimi intellettuali sardi-sardi sono rinchiusi nella riserva di Internet e delle piccole case editrici e non arrivano alla maggior parte della popolazione, che si forma e informa ancora tramite  i media tradizionali, soprattutto la televisione.

Per farli evadere dal ghetto occorrerebbero soldi.

La cultura costa.

La lingua costa.

Nessuno pensa al fatto che, quando si compra un giornale in italiano, si sta contemporaneamente finanziando la lingua, la cultura e la rappresentazione del mondo–e quindi anche della Sardegna–che appartiene agli Italiani.

Anche gli intellettuali devono mangiare e quasi nessuno degli intellettuali sardi-sardi mangia di cultura sarda.

Questo ci costringe praticamente tutti a essere dilettanti della cultura sarda, mentre dobbiamo competere con l’esercito ben foraggiato ed equipaggiato degli intellettuali italiani e sardignoli.

Siamo in un circolo vizioso: senza cultura sarda e “narrazione” sarda della realtà, niente politica sarda-sarda; senza politica sarda-sarda, niente economia sarda-sarda; senza economia sarda-sarda niente cultura sarda-sarda.

Faccio un’esempio terra terra: quei famosi 10 miliardi che l’Italia ci deve.

Sono nostri e ci spettano, ma per farceli dare dovremmo scontrarci con gli Italiani, non importa di quale schieramento politico.

Qualunque schieramento riuscisse a portare a casa quel mare di soldi riceverebbe un mare di consensi in Sardegna.

Ma per i partiti italiani di Sardegna, questo vorrebbe dire scontrarsi con le segreterie “nazionali”, da cui i dirigenti sardi ricevono l’investitura.

Tutti i partiti italiani di Sardegna scelgono di non scontrarsi con l’Italia: perché?

Perché si identificano–quando si arriva al dunque–con gli interessi italiani e non con quelli dei loro stessi elettori?

Secondo me perché culturalmente e psicologicamente sono prigionieri della sindrome di Gavino: “Meglio mendicanti, ma Italiani…”

Una classe dirigente sarda-sarda–una borghesia nazionale sarda–avrebbe invece bisogno di una propria rappresentazione del mondo: come ce l’hanno i Catalani, per esempio.

Questa classe dirigente avrebbe in mano l’economia della Sardegna e quindi avrebbe anche i mezzi economici per dar da mangiare agli intellettuali sardi che le forniscono una rappresentazione del mondo in cui si riconoscono.

Questa rappresentazione autonoma del mondo permetterebbe alla classe dirigente sarda di comprendere meglio il mondo circostante e questo ne migliorerebbe il funzionamento.

Si finirebbe in un circolo virtuoso in cui i soldi permettono la produzione di cultura e la cultura permette di guadagnare più soldi: Why Nations Fail: The Origins of Power, Prosperity – Amazon.com

Siamo in vece nel circolo vizioso della dipendenza: la dipendenza si riproduce in tutti i settori della società, autoalimentandosi.

L’unica possibilità di spezzare questo circolo vizioso consiste nel non mollare e continuare a prodorre cultura della non-dipendenza, che costituisca l’imput per una politica della non-dipendenza–cioè un superamento dell’economicismo–perché nessuna proposta economica riuscirà a produrre sviluppo, se non ci saranno abbastanza Sardi indipendenti culturalmente e psicologicamente, in grado perciò di mettere in pratica queste proposte economiche.

Sono gli uomini a fare l’economia, mentre è la cultura a fare gli uomini.

Gli economicisti, evidentemente, sono troppo stupidi per capirlo.

I Sardi devono imparare–reimparare–a raccontarsi da sé.

Per sapere quello che si vuole–anche in economia–bisogna prima conoscere se stessi.

E la stragrande maggioranza dei Sardi sa di sé quasi solo quello che di loro raccontano gli Italiani.

3 Comments to “Il circolo vizioso della dipendenza”

  1. A tempus suo, piticu s’atrivu, iscriei un’artìculu in contu a Bainzu Ledda, e lu mandei a sa Nuova. Non mi l’ant pubblicadu, forsis chie podiat non l’at nen mancu lègidu e nche l’at fuliadu. Fia pitzinnu e a siguru depo àere scritu carchi catzada in mesu a cosas chi galu sigo a pensare. Su sutzu, e custu mi l’ammento, est su matessi de su chi ses narende oe tue de tzertu cun prus craresa de su chi deo depo àere fatu tando.
    A s’ora apo naradu chi b’aiat unu calancone de atraessare pro si liberare e achistare sa cumpetèntzia pro si nd’essire dae campagna e dae s’innioràntzia. Non si podiat èssere biddunculos e su matessi mamentu èssere cumpetentes in sa curtura tzitadina(italiana). S’istùdiu iscolasticu ti nche bogaiat, non b’aiat rimediu, dae unu ischire pro ti nche mìntere a un’àteru. Lu sighit a fàghere finas como, giai lu bidimus. Fiant pensamentos de unu pitzinnu pagu istudiadu. Galu aia cosas meda de imparare, ma su chi apo cumpresu tando e chi apo pissighidu pro tota sa bida mia, fiat chi non b’aiat bisòngiu de lassare su connotu de biddùnculu pro leare puru cussu de sa tzitade. Si podiant àere totos duos, cherfèndelu. Sos intelletuales sardos no l’ant fatu, custu est su dannu prus mannu chi si podiat fàghere.

  2. Eja, beru totu. Ma a Robertu non dhi praxit su “economicismu”. Non praxit mancu a mimi. A su chi parit, perou, chena de dinari s’arribbat a pagu, candu no est nudha in totu. E Robertu pistat a pitzus de s’economia ca no est “economicismu”, ma noest facili a ndi dhus istrobiri de paris. Anca si gepint dexi miliardus, at èssiri fintzas e beru. Timu e tremu chi si dhus pongiant in pùnius. Si nos’anti fatu totus a unu Gavinu, cun bonu agiudu nostu, cument nci dh’ant a acabbari cussus dexi miliardedhus?

    Sa mia at èssiri un’idea fissa, ma sa primu cosa de fari est a si pinnigari e a elìgiri una “Assemblea Costituenti Sarda” po getari unu patu nou de “citadinantzia”. A chini dhi parit de tènniri ideas bonas, andidi a donnia logu, ìntridi in is scolas, in s’Universidadi (a dolu mannu dhu apat origas), in is domus, in is cuilis, e cichit de si fari a cumprèndiri po chi dhu eligiant a s’Assemblea. Dhu’ at ari certu, dhu’ata ari trumbullu, nos at a tocari a nci dhus incungiari in “conclave” e a non ndi dhus fari bessiri innants de agatari s’acòrdiu. Foras de unu patu de aici, s’ispera mi parit pagu.

    S’ora est cussa giusta, de Istadu italianu, totu a una loba cun s’Europa, nd’at srobbau pagu e nudha. Fra pagu nos ant a nàrriri: “Si salvi chi può”.

  3. Nois in Terranoa amus tribagliadu a s’idea chi su poeta sardu potes contare su coro sardu a su mundu intreu chena timore e cun orgogliu mannu. Pro resessire a presentare custu festival letterariu chi si narat Amistade e esistit dae 15 annos amus devidu pedire s’elemusina cun su bonete in manu. Sas istituzione, sos partidos sardos paris cun sos intelletuales sardos, a parte carchi rara ecezione nos ant abaidadu che fitzos de bagassa e evitadu che sa peste…pero’ non li devimus ‘ogare e cabu. Sa missione nostra est de esser dignos de sos mannos et de sos fitzos nostros. Gratzie e asiosu Mario Bua

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