Archive for May, 2013

May 31, 2013

Arborea non è la Sardegna

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Dopo l’euforia che ho provato ieri–it was exhilarating, comenti si narat in sardu–oggi mi è continuata a girare in testa la domanda finale che mi sono posto ieri: perché ad Arborea si, ma nel resto della Sardegna no?

Come scrive Vito Biolchini, quello di Arborea è solo uno dei tre progetti folli che delle concas nobbilis hanno preparato per la Sardegna: Chimica verde, Carbosulcis, Progetto Eleonora e il ruolo nefasto dei sindacati in Sardegna

Ieri abbiamo visto come finirà il progetto Eleonora e l’estate scorsa abbiamo visto fino a che punto, invece, la follia delle concas nobbilis può contagiare gli abitanti del Sulcis-Iglesiente, la provincia più povera dello stato italiano.

Stando a quello che ho visto ieri, e non sono stato il solo a vederlo (Il giudicato verde di Arborea), Arborea è “ricca” ed è una comunità.

E viene da dire che è “ricca” perché è una comunità, e non il contrario.

Dovrei saperne di più e dovrei essere, magari, sociologo e non linguista, ma non ho mai visto i soldi unire la gente, mentre è un fatto che la ricchezza generale aumenta, se la gente collabora con gli altri.

Ad Arborea la gente collabora: “TIPOLOGIA DELLE IMPRESE

Le imprese localizzate nel territorio operano prevalentemente nei settori:

  • Agricoltura
    operano oltre 300 ditte che rappresentano, in numero di addetti, il 74% del totale, a conferma del completo orientamento del territorio verso le produzioni agricole e zootecniche dell’area;
  • Commercio
    operano addetti pari al 14% del totale;
  • Artigianato
    composto da addetti pari al 12 % del totale;

Il vero motore dell’economia locale è dato dal sistema cooperativo (c.d. sistema Arborea) che vede impegnate la Cooperativa Assegnatari Associati Arborea (oltre 300 soci), la Cooperativa Produttori Arborea (oltre 300 soci) e la Banca di Credito Cooperativo.” (Attività Produttive – Comune di Arborea – Provincia di Oristano)

Una delle cose che mi ha colpito della manifestazione che ho visto ieri è stato il fatto che nessuno degli interventi che ho sentito–e ne ho sentito alcune decine–era una ripetizione di un’altro intervento. Gli interventi coprivano poi praticamente tutti gli aspetti del progetto Arborea ed erano complementari.

Mi stupirei molto se non fossero stati coordinati.

L’impressione generale che ho avuto ieri è stata quella di trovarmi di fronte a una comunità compatta e molto bene organizzata, che si era anche procurata preziosi aiuti esterni.

L’ing. Citterio, direttore produzione della Saras, era chiaramente impreparato a una simile accoglienza.

Faceva tenerezza, ma non agli abitanti di Arborea, ovviamente.

L’atteggiamento di Citterio, unito all’assenza dei politici regionali–all’infuori di Progres–fa sospettare che alla Saras fossero giunte già delle assicurazioni importanti rispetto al loro progetto di rapina del territorio di Arborea.

Chiaramente avevano sottovaluto sia il grado di incazzatura di questa gente–che ha soltanto da rimetterci dal progetto Eleonora–sia la loro capacità di ribattere, punto per punto, a tutte le bugie e le superficialità dello studio di fattibilità del progetto.

Chiaramente i dirigenti della Saras non conoscevano la situazione socio-antropologica di Arborea.

Di chi si erano fidati?

Oltretutto, quest’impreparazione emersa ieri in modo così spettacolare mostra anche quanto ci si possa fidare di questa gente per quanto riguarda la conduzione di un’attività così rischiosa per l’ambiente e per la salute.

Po caridadi de Deus!

Chi aveva rassicurato la Saras al punto di farla arrivare impreparata all’incontro con i cittadini di Arborea?

Forse è bastata l’abitudine allo strapotere di cui dispongono a Sarroch o forse pensavano di essere a Iglesias, la città di Pili e Oppi, che sulla disperazione della gente continuano a costruire le loro fortune politiche.

Arborea, ieri, ci ha fatto vedere come potrebbe essere la Sardegna, se in Sardegna ci fosse abbastanza lavoro per tutti o quasi.

Il paragone con Iglesias è quello giusto, perché anche Iglesias è un posto “ibrido”–io ne sono la dimostrazione–e quindi qui vediamo che non è l’origine degli abitanti a determinarne il comportamento sociale.

Arborea è una comunità, mentre Iglesias non lo è.

A Iglesias sarebbero felici di ospitare il progetto Eleonora, pur sapendo che una volta finito il gas, a loro resterebbero solo le macerie e l’inquinamento.

Esattamente quello che hanno già adesso, dopo la chiusura delle miniere e dopo il fallimento di quell’altra follia di Portovesme.

A Iglesias è facile mettere gli abitanti gli uni contro gli altri: c’è disperazione e non comunità.

L’estate scorsa i minatori di Seruci pretendevano, minacciando il suicidio, un milione di euro per ciascun posto di lavoro da garantire a loro e, praticamente, solo a loro.

Un milione di euro a lavoratore per un progetto antieconomico, che se fosse andato in porto avrebbe portato ad accumulare la CO2 nelle miniere in disuso, garantendo un disastro ecologico enorme nel futuro, visto che, prima o poi, quello che può andare storto va storto.

Che differenza con quello che ieri ho visto e sentito ad Arborea: lì la gente si preoccupa per il futuro dei propri figli.

Ma il mio non è un giudizio moralistico: ad Arborea si preoccuppano del futuro, perché un futuro ce l’hanno.

A Iglesias no.

E, ovviamente, se qualcuno fosse in grado di spiegare perché le cose ad Arborea sono andate in un modo, mentre a Iglesias sono andate nel modo opposto, forse saremmo un po’ più vicini a una soluzione dei problemi della Sardegna.

Almeno un po’.

L’unica cosa che posso dire in questo momento è che Arborea non è rappresentativa della Sardegna e Iglesias sí.

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May 30, 2013

I sorelli Monatti nel giudicato di Arborea

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Probabilmente conoscete quell’aneddoto/barzelletta sul pastore di Monte ‘e Mola (oggi Porto Cervo) che disse all’Aga Khan (o chi per lui): “Due miliardi? No! Voglio almeno cento milioni, voglio!”

I sorelli Monatti, altrettanto probabilmente, pensavano–da buoni Milanesi–che in Sardegna le cose ancora andassero così e hanno mandato uno sprovveduto ingegnere a parlamentare con i “selvaggi sardignoli” di Arborea.

I nostri buoni selvaggi all’ingegnere gli hanno detto di ficcarsi gli specchietti e le perline colorate nel culo proprio e, possibilmente, di ficcarli anche nel culo dei sorelli milanesi.

Confesso di aver goduto da matti guardandomi per ore lo streaming da Arborea: mai visto un’Italiano con la erre moscia–e per di più ingegnere dei sorelli Monatti– fare una figura di merda così colossale!

Gli hanno cagato in testa proprio tutti: dalle bambine ai contadini che di nome fanno Torresan, ma per il resto parlano l’italiano di Sardegna con tutte le doppie di troppo e perfino la nasalizzazione del Campidano di Oristano.

E con quali argomenti!

Cito per dovere un Massimeddu a tutto gas: “Saremo il vostro Viet Nam!”

No. Massimeddu, voi repubblichini non contate un cazzo!

Sono quelli di Arborea che gliele hanno cantate: “Noi non abbiamo intenzione di rimetterci quattrini e salute per farli guadagnare a voi!”

Chissà perché?

“Il Comune, in contro tendenza rispetto al trend regionale e nazionale è in lenta ma continua e costante crescita. Gli indicatori relativi a popolazione e lavoro vedono il Comune di Arborea al 2° posto dopo il capoluogo per la Provincia di Oristano e all’ultimo posto sia per quanto riguarda il tasso di disoccupazione generale che quella giovanile.

Dall’analisi dei dati socio economici del territorio emerge quello che è stato ed è tuttora il punto di forza dell’economia locale: l’agro zootecnica moderna e razionale che contribuisce alla creazione di in sistema socio economico che non ha eguali nel territorio regionale ed anzi assimila il Comune di Arborea ai Comuni più sviluppati del nord.” (Attività Produttive – Comune di Arborea – Provincia di Oristano)

Non fraintendetemi: questi nipoti e pronipoti di Veneti hanno ripetuto ad nauseam di essere Sardi e di vedere la loro opposizione ai Monatti come parte della lotta per una Sardegna vivibile.

Ma era chiaro che questa è gente che non ha bisogno di faccendieri come Pili o Oppi per vivere.

Questa è gente che ha le proprie aziende, vive del proprio lavoro–spesso in cooperativa–e non deve aspettare il politico sardignolo che promette l’accotzo.

I Monatti ad Arborea non hanno trovato appestati da portarsi via, ma gente viva, sana e contenta della propria vita.

Il nuovo Giudicato di Arborea li ha mandati a cagare, i sorelli Monatti!

Una sola cosa mi chiedo ancora: ma questi alieni di Arborea sono indipendenti perché non sono (interamente) geneticamente Sardi, perché sono già indipendenti economicamente o perché Massimeddu li ha convinti?

Insomma, sono indipendentisti o, semplicemente, indipendenti?

May 30, 2013

Perché la violenza femminile è un tabù?

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La Fondazione Humanity ha aperto nel 2003 la prima casa-rifugio per uomini, a Rotterdam.

Stichting Humanity

Wat doen we?

Wij zetten ons in voor mannen die slachtoffer zijn geworden van huiselijk geweld, al dan niet met kinderen. Dit kan geweld van de partner zijn (zowel mannelijk als vrouwelijk), maar ook in een bredere zin: geweld in huiselijke kring.

En we bedoelen meer dan alleen een klap. Met geweld bedoelen we zowel fysiek als geestelijke mishandeling.

Cosa facciamo?

Ci impegnamo a favore degli uomini che sono diventati vittime di violenze domestiche, con o senza figli. Questo può comprendere casi di violenza da parte del partner (tanto maschile, quanto femminile), ma anche in senso più ampio la violenza all’interno della famiglia.

E intendiamo dire che si tratta di più che un ceffone. Con “violenza” si intendono tanto i maltrattamenti fisici quanto quelli psichici.

Penso che la maggior parte di quelli che leggono queste parole reagiranno con incredulità.

Ad altri forse verrà da ridere.

Io una volta mi son trovato costretto a chiedere aiuto, urlando nella tromba delle scale.

La mia partner di allora mi stava picchiando e io avevo paura di non riuscire a controllarmi più.

I vicini hanno chiamato la polizia ed è stata una delle esperienze più umilianti della mia vita, anche se i poliziotti non si sono mostrati per niente stupiti.

Mi è venuto da piangere e uno dei poliziotti mi ha detto: “Succede nelle migliori famiglie.”

Ho chiuso la storia con quella donna e non ho più pensato a quell’esperienza.

L’ho raccontata forse a due persone in tutto e sono passati quasi 25 anni.

Non è facile parlarne.

La violenza femminile esiste e non c’è motivo per cui non dovrebbe esistere.

L’emancipazione e la liberazione femminili hanno liberato tutte le donne da molti degli schemi sociali che le ingabbiavano nel passato.

Tutte.

Non solo quelle buone e giuste, ma anche le altre, quelle che non sono meglio degli uomini peggiori.

Questo è uno dei prezzi da pagare per essere tutti più liberi, uomini e donne.

In una società più libera c’è–e ci deve essere–più libertà per tutti, anche per i “brutti, sporchi e cattivi”.

Almeno fino a quando non passano i limiti del codice penale.

E allora perché far finta che non esistano donne guaste, così come esistono gli uomini guasti?

E, se state pensando che, comunque sia, le donne violente siano numericamente inferiori agli uomini, questo è in generale anche vero, ma non all’interno della coppia: “A Chicago, tra il 1965 e il 1993 ci sono stati 2556 omicidi compiuti all’interno di una coppia e di queste 2556 vittime 1271 erano di sesso femminile, uccise dal partner maschile, e 1227 di sesso maschile, uccise dal partner di sesso femminile”. (MANUALE di CRIMINOLOGIA CLINICA – Pagina 357 – Resultaten voor Z)

Certo, questi dati possono riferirsi solo a un paese in cui la vendita delle armi è libera: ammazzare il marito con una pistola è molto più facile che farlo a mani nude o con un ferro da stiro.

Ma–a meno di non voler finire a pensare che le donne americane siano intrinsicamente più feroci di quelle italiane–mi chiedo perché la violenza femminile in Italia non faccia notizia.

Visto che è impossibile che non esista, penso che questo silenzio sia il risultato di una “congiura” tra femministe assatanate e maschi retrogradi: a nessuno dei due gruppi fa comodo parlarne.

Alle femministe, per ovvi motivi–“Le donne sono tutte buone e sempre vittime dei maschi”–mentre ai maschi retrogradi, perché non ci fanno una bella figura a far sapere in giro che esistono anche donne che menano i partner.

Secondo me, invece, la violenza femminile è soltanto un’inevitabile sottoprodotto della liberazione femminile e in questo senso un segnale positivo, per quanto “sgradevole”, soprattutto per le vittime.

La violenza femminile esiste ed è inevitabile.

Negarne l’esistenza serve soltanto a incoraggiarla.

May 29, 2013

In Olanda ammazzano altrettante donne che in Italia: a chi serve allora il “femminicidio” italiano?

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Non sono per niente interessato alla criminologia, ma mi interessa capire come l’incultura degli Italiani determini poi l’incultura dei Sardi.

In Italia esiste in questo momento un grande allarme rispetto al “femminicidio”, cosa di cui in Olanda non si parla affatto.

Leggetevi allora questo passaggio: “Nel 2006, furono risolti i casi di 162 omicidi di donne e, tra questi, 100 erano casi in cui il colpevole era un marito, un fidanzato o un ex. Nell’ipotesi che il tasso di omicidi da parte di uomini con cui le vittime avevano una relazione sia rimasto costante al 62%, com’era nel 2006, le vittime del 2010 sarebbero state 81. Poiché si parla, nei giornali, di 25 vittime nei primi quattro mesi dell’anno, nel 2013 le donne assassinate da uomini che avevano rifiutato potrebbero diventare 75: siamo di fronte a un fenomeno grosso modo stabile, non a un’emergenza mai vista prima.” (“FEMMINICIDIO”, LA BOLLA MEDIATICA DI ULTIMA GENERAZIONE (Deconstructing Italy 01))

E adesso leggetevi le statistiche ufficiale della World Health Organization, pubblicate dal ministero degli interni italiano, rispetto ai “femmicidi” in Italia e Olanda:

Tab. VI.3 Donne morte per omicidio inalcuni Paesi del mondo, tassi per 100.000abitanti, dal 1993 al 2001.
 ANNO:             1993 1994 1995 1996 1997 1998 1999 2000 2001 2002
Italia                   0,6     0,5    0,6    0,6   0,5    0,5     0,5     0,5    0,5        –
Olanda                0,7     0,7    1        0,8    0,8   0,6      0,7    0,7    0,8     0,7

In Olanda si ammazzano un po’ più donne che in Italia.

È vero che questi dati arrivano solo fino al 2002, ma è anche vero che gli omicidi di donne in Italia sono in calo: “nel 2013 le donne assassinate da uomini che avevano rifiutato potrebbero diventare 75“.

Come riportato da  “FEMMINICIDIO”, LA BOLLA MEDIATICA DI ULTIMA GENERAZIONE (Deconstructing Italy 01), “da vent’anni la violenza che sfocia in omicidi in Italia è in calo.

Nel 1992, ce n’erano stati 1275, numero ridotto a 466 nel 2010. Le vittime donne erano state 186 nel 1992, diventate 131 nel 2010 con un calo del 29,57%.

Il calo è stato maggiore per gli uomini, ma questo è un dato fisiologico visto che nei primi anni novanta infuriavano le guerre di mafia, che come tutti sanno sono eventi che coinvolgono quasi esclusivamente uomini e sono più rischiosi dei saldi di fine stagione.

 Oggi l’Italia è uno dei paesi al mondo statisticamente più sicuri per le donne, come si evince da questo rapporto dell’Onu che potete trovare qui qui e dal quale Sabino Patruno di Noise from America ha ricavato questa tabella che la dice lunga.

Paese

Donne uccise (per 100mila abitanti)

Italia

0.5

Regno Unito

0.8

Francia

0.9

Germania

0.8

Svizzera

0.7

Spagna

0.6

Svezia

0.6

Norvegia

0.5

Olanda

0.5

Austria

1.3

Finlandia

1.3

Russia

8.7

 Le donne sono in condizioni più sicure rispetto all’Italia solo in Giappone (tasso 0,4), Grecia (0,3), Brunei (0,2), Sri Lanka (0,2), Emirati Arabi (0,2), Fiji (0,2), Samoa (0,2) e Maldive (0). E nelle civilissime Austria e Finlandia il tasso di omicidi femminili è quasi triplo rispetto al nostro.”

Quello che mi chiedo, allora, è a chi serve questa campagna di menzogne sull’emergenza “femminicidio”?

Lasciamo stare le femministe assatanate, che chiaramente sono state strumentalizzate: se contassero qualcosa, l’Italia sarebbe un paese decisamente meno merdoso.

Anche ammettendo che l’idea sia partita da loro, le assatanate, come mai questa volta ha avuto questo enorme successo mediatico?

A chi fa comodo, in Italia, parlare di “femminicidio”?

May 28, 2013

“Fermiamo il femminicidio!”

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Mio cognato mi ha avvertito: “Stai attento a scrivere di queste cose, perché le femministe fanatiche ti fanno a pezzi.”

Ma non credo che le femministe fanatiche leggano il mio blog.

Piuttosto mi chiedevo se avesse senso scriverne qui, in un blog dedicato alla lingua e alla cultura.

Poi ho pensato che questo blog, in effetti, è dedicato piuttosto all’identità.

E anche la questione dell’identità maschio-femmina è una questione di identità.

Già da mesi mi chiedevo se fosse possibile che il fenomeno del “femminicidio” fosse limitato all’Italia.

Cioè, qui in Olanda nessuno parla di femminicidio.

Sarà che gli Olandesi sono più civili degli Italiani o dei Mediterranei in genere?

Boh? Qui, se leggi le notizie di violenza familiare che arrivano in prima pagina, sembrerebbe che lo sport nazionale sia quello di accoppare i propri figli, non le donne.

La settimana scorsa un altro caso.

Mio cognato è criminologo e lavora in Spagna, anzi in Catalogna.

Su Internet avevo appena letto dell’ultimo caso, quello della sedicenne in Calabria e così gli ho chiesto come stavano le cose in Spagna, rispetto al femminicidio.

Mi ha corretto subito: “Violenza contro il partner, vorrai dire!”

“La violenza contro il partner è democraticamente esercitata da entrambi i sessi nei confronti di entrambi i sessi. E le percentuali sono quasi coincidenti.

È vero che ci sono delle differenze: gli uomini esercitano la violenza durante la veglia e usano in genere le mani, i pugni. Le donne spesso preferiscono aspettare che il partner dorma. Sono coscienti della differenza in forza fisica e si adeguano. Poi ci sono le armi tipicamente femminili: vasi, padelle, coltelli per il formaggio che asportano fette della cute del viso, ecc.”

In Olanda esistono case-rifugio anche per gli uomini vittime della violenza domestica, ma lui non lo sapeva.

Mi ha cercato un articolo che ha scritto lui con un criminologo canadese: un’articolo pieno di statistiche effettuate sulla situazione della violenza sul partner in molti paesi.

Un po’di statistiche, ma già, si tratta dell’America:

MANUALE di CRIMINOLOGIA CLINICA – Pagina 357 – Resultaten voor Z

Mi ha detto che in Spagna non si può parlare di queste cose: i politici non vogliono bruciarsi parlando della violenza delle donne.

E mi ha raccontato di un incontro sulla questione del femminicidio, in Spagna, con un pubblico di anziani.

A un certo punto una donna ha preso la parola e ha raccontato di un episodio in cui era stata la moglie a uccidere il marito.

A quel punto molti dei presenti hanno cominciato a ricordare episodi di violenza femminile sugli uomini di cui erano stati testimoni.

Mio cognato mi ha spiegato che la maggior parte degli uomini si vergogna di denunciare una violenza subita da parte di una donna.

Io mi chiedo–e vi chiedo–soltanto una cosa: è almeno da un anno che in Italia si parla di “femminicidio” e in quest’anno non ho visto sui giornali che leggo in Internet–e sono diversi–un solo articolo–quindi, un solo articolo degno di essere pubblicato in rete–su una donna che ha ucciso o anche solo mutilato il suo partner.

Vi sembra statisticamente possibile che nessuna donna abbia ucciso o mutilato il proprio partner in quest’anno in Italia?

Mi correggo subito: un caso è stato riportato…

Se a Chicago, “tra il 1965 e il 1993 ci sono stati 2556 omicidi compiuti all’interno di una coppia e di queste 2556 vittime 1271 erano di sesso femminile, uccise dal partner maschile, e 1227 di sesso maschile, uccise dal partner di sesso femminile”‘, com’è che, stando ai giornali, in Italia (quasi) solo le donne muoiono e (quasi) solo gli uomini uccidono?

Insomma. quello che mi chiedo è: ma le Italiane sono tutte Marie Goretti e le virago vivono tutte altrove?”

Ah, e ho anche trovato un articolo relativamente vecchio di Davide De Luca: “In Italia si uccidono meno donne rispetto al resto d’Europa e agli altri paesi sviluppati.” (nostro articolo)

May 24, 2013

Il mito di fondazione della borghesia compradora sardignola

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In parte Nanni Falconi e in parte quelle allegre coglionate razziste di quel mattacchione di Pietro Melis, segnalate da Alessandro Mongili sul Facebook (Dopo gli ebrei e i “negri” ora Pietro Melis se la prende con i sardi, “popolo di vittimisti parassiti”) mi hanno fatto ricordare che io qualcosa sulle origini della borghesia compradora sardignola l’ho già scritta.

E l’ho scritta molti anni fa, quando ero uno studente di secondo anno all’Università di Amsterdam.

L’articolo l’ho anche pubblicato nel blog, un paio di anni fa: L’invenzione del banditosardo nell’opera di Grazia Deledda ; L’invenzione del banditosardo nell’opera di Grazia Deledda (2 e fine)

Da dove viene l’atteggiamento doppio della borghesia sarda nei confronti della Sardegna?

Grazia Deledda, come tutti gli scrittori bravi, era una gran bugiarda.

E Grazia Deledda è stata ed è ancora il modello per quei Sardi che vogliono fare fortuna, cioè vogliono il successo “incontinente”.

Contare balle sulla Sardegna rende bene, come il recente–ma volatile?–successo di Michela Borgia ci ha ricordato.

Grazia Deledda si è inventata una Sardegna in cui i bardaneris  non sono degli imprenditori spregiudicati, ma dei gentiluomini dediti a imprese ginnico-sportive e i pastori odorano di violetta.

Il tutto, però, piazzato in un tempo e in uno spazio lontanissimo da lei, che invece scriveva a caldo, durante gli anni del primo banditismo, e aveva avuto un fratello condannato–appunto!–per abigeato.

Deledda scriveva per rimuovere la Sardegna dal presente, come Lucrezia Murgia che ha scritto di una Sardegna in cui si portavano i jeans, ma non esistevano gli ospedali. E in cui esistevano le mai esistite acabbadoras, inventate dagli Italiani.

In entrambi i casi si vede lo sforzo penosissimo di voler essere donne sarde, ma anche di voler piacere a chi può dispensare riconoscimenti, soldi e fama.

Sarde, ma non troppo, viene da dire.

Esattamente come la borghesia isolana.

Per chi non ha voglia di leggersi tutto l’articolo, copio e incollo qui sotto le mie conclusioni:

Parafrasando Salvatore Satta, si può forse dire che la colpa dei personaggi deleddiani contrassegnati come “+ancestrale” devono espiare sia quella di non essere morti, di essere sopravvissuti al proprio mondo, alla “caduta degli dei”.

Forse non è azzardato accostare il destino degli ingombranti “antenati” deleddiani a quella tradizione classica che vuole che che antichi sardi sacrificassero i propri vecchi gettandoli dall’alto di una rupe, dopo aver somministrato loro l’“erba sardonica” per farli ridere.

Certo è che l’altra colpa, quella dei personaggi “-ancestrale”, e ben diversa. Quella che li tormenta è la coscienza dei propri tradimenti, della propria origine “bastarda”, delIa rinuncia, per un piatto di lenticchie, al proprio diritto/dovere di costituirsi in classe dirigente nazionale, di essere nati (e in questo senso Salvatore Satta aveva ragione) come borghesia coloniale.

 

May 24, 2013

Il diritto al monolinguismo isterico si difende appellandosi al fascismo: “What else?”

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Alé, ci siamo!

Anche l’italiano comincia a essere una lingua minacciata e si difende come può:

Milano, corsi in inglese al Politecnico
ma i giudici del Tar li bocciano

Il senato accademico del Politecnico di Milano aveva deliberato che i corsi per i master e i dottorati si tenessero–come è normale in tanti paesi–in inglese, ma il TAR non ci sta: “«Le scelte compiute dal Senato accademico — hanno scritto i magistrati — con le delibere impugnate si rivelano sproporzionate, sia perché non favoriscono l’internazionalizzazione dell’ateneo ma ne indirizzano la didattica verso una particolare lingua e verso i valori culturali di cui quella lingua è portatrice, sia perché comprimono in modo non necessario le libertà, costituzionalmente riconosciute, di cui sono portatori tanto i docenti, quanto gli studenti». Nella sentenza si fa riferimento all’articolo 6 della Costituzione e a molte altre leggi (tra cui un regio decreto del 1933) che sottolineano la centralità e l’ufficialità della lingua italiana in ogni settore dello Stato.”

Lasciamo pure da parte l’argomento ridicolo dell’inglese che “non favorirebbe l’internalizzazione dell’ateneo”: eja, de linna!

L’introduzione dell’uso esclusivo dell’inglese–lingua in cui ormai si pubblicano quasi tutti i testi tecnici–sarebbe: “«Una soluzione che marginalizza l’uso dell’italiano — secondo i magistrati — perché la lingua straniera non si pone sullo stesso piano di quella italiana». Qui il passaggio diventa sottile. Perché, secondo i magistrati, obbligare studenti e professori a cambiare lingua è lesivo per la loro libertà: portare avanti la didattica in inglese, infatti, richiede una grande dimestichezza e padronanza della lingua, cosa che sacrifica i valori culturali della lingua italiana nel nome dell’internazionalizzazione.”

Eccoci qua!

Gli studenti e i docenti l’inglese non lo conoscono e 150 professori hanno presentato ricorso.

Quello che il TAR della Lombardia difende, quindi, è il diritto al monolinguismo isterico degli Italiani.

Faccio presente che, per laurearmi in italiano all’Università di Amsterdam, ho dovuto studiare testi in inglese, certo, ma anche in francese e tedesco.

Ma già, le lingue nella scuola olandese si imparano…

Ma dal comico passiamo al tragico.

Provate a sostituire una parola nella motivazione dei giudici: “portare avanti la didattica in italiano, infatti, richiede una grande dimestichezza e padronanza della lingua”.

E adesso provate a immaginarvi una Sardegna in cui il sacrosanto principio del diritto di ciascuno a seguire l’insegnamento nella propria lingua fosse stato applicato, e non parlo dell’università, ma delle elementari.

Credo che, se questa domanda fosse posta oggi ai Sardi, la maggior parte risponderebbe che si immaginano una Sardegna in cui ci si veste in costume, si va in giro in asino e ci si spara da dietro unu muru a bullu.

Cioè, risponderebbero con i cliché italiani sui Sardi.

Ecco, appunto, in cosa consiste l’alienazione subita dai Sardi.

Pochi si rendono conto che la Sardegna che pensava in sardo ha espresso gente come Gramsci, Deledda e Lussu.

La Sardegna che pensa in italiano si esprime attraverso Murgia, Fois e Cappellacci.

I valori culturali della lingua sarda sono stati sacrificati nel nome dell’italianizzazione e i risultati sono sotto gli occhi di tutti: un disastro socioeconomico provocato da una classe dirigente alienata dall’italianizzazione forzata, con il fiore all’occhiello del record della dispersione scolastica e della disoccupazione giovanile e con il 36% dei giovani che non è in grado di comprendere un testo semplice in italiano standard.

E questo dopo che l’italiano (di Sardegna) è diventato la L1 di quasi tutti i Sardi nati dopo il 1970.

Insomma, corrudos e cullionados…

Deris Nanni Falconi m’at domandadu comente mai sa Sardinnia non tenet una burghesia natzionale.

Mi paret ki innoxe bi siat a su mancu una parte de sa respusta.

May 23, 2013

La rivolta della lingua in Frisia

477-2

Leggetevi la denuncia di Mario Carboni:

“Quella che è stata giudicata una esclusione ingiusta ed oltraggiosa da parte della RAI della sua sede in Sardegna e delle sue lingue minoritarie in realtà dipende da una annosa autoesclusione del ceto politico sardo, dei consiglieri regionali e sopratutto della Giunta regionale dall’operare in favore della minoranza linguistica sarda e catalana e delle lingue alloglotte, non utilizzando tutti gli strumenti politici a disposizione ed in particolare del Titolo V° della Costituzione come invece hanno fatto le Regioni dell’arco alpino.” http://www.sanatzione.eu/2013/05/rai-e-accordi-di-milano-la-discriminazione-del-sardo-e-solo-colpa-del-ceto-politico-regionale/

In termini più generali si può dire che quello che Carboni denuncia è la mancanza di una borghesia nazionale sarda, di una classe dirigente nazionale.

Ma, potrebbe obiettare qualcuno, la situazione della Sardegna non si può paragonare a quella dei Sud Tirolesi o Sloveni o Valdostani, perché queste minoranze sono riconosciute da trattati internazionali e si sentono sostenute da stati potenti e rispettati.

Prendiamo allora il caso della Frisia, provincia dei Paesi Bassi, che, come la Sardegna, possiede una sua lingua, lingua di nessuno stato riconosciuto.

Il frisone è stato la prima lingua non statale a essere riconosciuta in Europa.

Il frisone viene insegnato a scuola, dalle elementari fino al liceo e viene usato nelle trasmissioni della radio e della televisione della Frisia.

Dal 1962 esiste il Partito Nazionale Frisone (Fryske Nasjonale Partij), un piccolo partito di sinistra, alleato elettoralmente ai Verdi.

Come sono arrivati i Frisoni al riconoscimento e alla piena tutela della loro lingua?

Vi traduco dall’olandese il seguente articolo: http://www.geschiedenis24.nl/nieuws/2011/November/De-Friese-taalrellen-van-1951.html

I disordini linguistici in Frisia

Nell’ottobre 1951, il veterinario di Lemmer Sjirk Frânses van der Burg doveva comparire davanti al pretore di Heereveen per via di una contravvenzione al codice stradale. Durante il dibattimento, van der Burg prese la parola in frisone. Il pretore, dr. S.R.Wolthers, diede a intendere di non voler comprendere il frisone. Van der Burg, invece, riteneva di avere il diritto, in Frisia, di parlare frisone. Il pretore, perciò, sospese la seduta.

Malgrado il giudice avesse stabilito che soltanto la deposizione in Olandese aveva valore legale, van der Burg continuò a parlare frisone. Finalmente la seduta venne chiusa con il pagamento di una multa di 7 fiorini da parte del veterinario, ma la questione del frsione in tribunale era stata sollevata.

La causa contro van der Burg era stata seguita da diversi giornalisti, fra cui Fedde Schurer del Heerenveense Koerier. Dalla sua penna comparve un articolo provocatorio contro l’arroganza del potere giudiziario, che si rifiutava di comprendere la lingua del popolo. L’articolo era così violento che lo stesso Schurer fu denunciato per oltraggio al potere giudiziario. Questo era esattamente l’obiettivo di Schurer, dato che il suo scopo era costringere la corte a esprimersi sulla posizione della lingua frisone nei tribunali.

Venerdì, 16 novembre 1951, il giornalista fu condannato a due settimane di detenzione, con la sospensione condizionale della pena per tre anni. Poiché il processo contro Schurer era stato tenuto in una saletta di piccole dimensioni, che non poteva contenere il numeroso pubblico di interessati, una folla consistente si era riunita fuori dal tribunale.

Alla fine del pomerigio si arrivò a un confronto tra polizia e sostenitori di Schurer. I pompieri furono fatti intervenire con gli idranti per disperdere i dimostranti. Il caos e l’indignazione furono enormi.

Il venerdì, 16 novembre 1951 passò alla storia come il kneppelfreed  ( “Venerdì dei manganelli”). Questo incidente accelerò il processo di riconoscimento legale dell’uso della lingua frisone.

Ecco il pezzo di storia che manca ai Sardi: una storia di disobbedienza civile di massa, guidata da intellettuali organici al loro popolo, per costringere il potere a riformarsi.

Ecco cosa manca ai Sardi: quei benedetti intellettuali organici.

Ah, ho sentito dire da qualche parte che Antonio Gramsci era sardo. At essi…

Ma ce lo vedete un giornalista di uno dei giornali sardignoli farsi denunciare per il riconoscimento dei nostri diritti linguistici?

E soprattutto, ce la vedete una folla riunirsi fuori da un tribunale per sostenerlo?

May 16, 2013

L’isola che non c’è

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Schiacciato tra un ‘Italia che purtroppo esiste e non vuole o non sa cambiare e una Sardegna che non vuole esistere, continuo le mie ferie.

May 10, 2013

Ora de nche fuliare a mare su massimalismu

330-2

S’indipendéntzia de su stadu PODET PORTARE a s’indipendéntzia de sa natzione, ma non est sa propriu cosa e non est ne-mancu una garantzía.

S’indipendentzia de sa natzione est sa garantzia de arribbare a s’indipendéntzia de su stadu, si sa situatzione ti cunstringhet a faxer custu sceberu.

Pro arribbare a s’indipendentzia de su stadu, bastat a sostituire una burocratzía statale cun un’átera, ma comente faxes a b’arribbare in manera democratica e non violenta?

Tocat a passare a marolla dae s’indipendéntzia curturale e psicologica de sa majoría de is Sardos.

Pro arribbare a s’indipendentzia de sa natzione tocat a imbistire donni die in sa curtura natzionale, in s’indipendéntzia curturale e psicologica de te e totu e de sa gente ki tenes a su costadu.

Indipendentistas, tando, sunt totus is ki peleant pro sa defensa de s’ambiente, is feminas ki peleant pro sa paridade e s’indipendéntzia issoro, is omosessuales ki peleant pro is deretos issoro, is disocupados ki non si bolent piegare a su clientelismu, is trabballadores ki faxent su doveriu issoro e bolent is deretos issoro rispetados e indipendentistas sunt totu is Sardos ki imperant sa limba nostra, in su faeddu e in sa scritura.

Totu custa gente est peleende e trabballende pro s’indipendentzia de sa natzione sarda.

Indipendentistas sunt totus is ki sunt trabballende pro furriare is Sardos dae “gente” a “populu”, a natzione.

Custa initziativa puru, sinnalada dae Vito Biolchini, est una de is cosas ki nosi podet faxer acostare a s’indipendentzia: Verso le elezioni regionali! A Cagliari prima uscita per Sardegna 2050 mentre rinasce il Centro di Iniziativa Democratica

Is ki dda cundennant sunt is solitos: is tontos ki si creent is meres de s’indipendéntzia.

Is tontos ki tenent su copyright de su zero-virgola%.

B’at medas bias ki podent portare a s’indipendentzia de sa natzione sarda e bolent provadas totus.

Una cosa est sigura: sa Repubblichedda Italiana de Sardinnia e s’indipendentzia natzionale non sunt sa matessi cosa.

S’indipendentzia non tenet meres e de siguru non custos bator massimalistas.