Il sardo: una lingua quasi normale

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Come siamo arrivati a fare del sardo una lingua QUASI normale?

Leggetevi il il libro di Pepe Corongiu: Il sardo: una lingua “normale”

Ai lettori di questo blog il libro forse a non serve molto.

Chi mi legge sa già molte di queste cose e spesso le ha vissute in prima persona.

Il libro infatti è rivolto “a chi non ne sa nulla, non conosce la linguistica e vuole saperne di più o cambiare idea”.

Corongiu racconta la storia della riscossa del sardo, a partire dalla “rivolta dei parlanti” contro il progetto statale e accademico di eutanasia della limba.

Fa bene a tutti, comunque, vedere messe in fila tutte le tappe che hanno segnato lo sviluppo del sardo–ma è più giusto dire dei Sardi–dalla condizione di dialetto a quella di lingua a tutti gli effetti, ma fa anche male.

Fa male essere nuovamente confrontati con la lista dei tradimenti operati dalla borghesia compradora della Sardegna nei confronti dell’identità linguistica dei Sardi.

Fa male vedere in che modo la dignità del popolo sardo–e proprio dei più deboli all’interno della società sarda–sia stata negata e calpestata dalle classi dirigenti e, in modo particolare, proprio da quelli che, in buona o malafede, dicevano di stare dalla loro parte.

Corongiu fa nomi e cognomi: sono i vari Angioni, Lörinczi, Lavinio, che trovate spesso anche in questo blog.

E sono gli altri aparacik del PCI di Sardegna: nazionalisti italiani che, nel loro provincialismo sardignolo, si illudevano di essere degli internazionalisti e progettavano l’Uomo Nuovo sardo, fatto con lo stampino a loro immagine e somiglianza, cioè sardignolo.

Gente in fuga da se stessa e dai propri traumi infantili.

Traumi immaginabili: sono quelli di un seminarista di Guasila e quelli di una profuga dalla Transilvania, o quelli di una bidduncula di Sarroch.

Ma l”analisi di Corongiu non è completa e non è interamente corretta.

Se è vero che il PCI ha svolto un ruolo attivo e estremamente aggressivo contro l’identità dei Sardi, la DC sarda–che ha governato molto più a lungo del PCI ed era emanazione del governo italiano–ha, molto democristianamente, lasciato fare.

Ha lasciato che lo stato italiano continuasse la politica linguistica fascista e ha lasciato che i sardignoli pseudo-internazionalisti portassero avanti i loro pogrom anti-sardi.

E così ha fatto anche il PSdAz.

E Corongiu non spende una parola su Democrazia Proletaria Sarda, coraggioso tentativo di conciliare l’identità sarda con la storia della sinistra, quella davvero inter-nazionalista.

Purtroppo, la storia della limba non incomincia con Su Populu Sardu e i danni, divenuti visibili negli anni ’70, hanno origini molto più profonde.

Il racconto di Corongiu ha un limite teorico/politico: da per scontata, naturale, l’esistenza della nazione sarda, mentre la nazione è soltanto una tecnologia sociale.

In questo mi tocca dare ragione a Lussu: la Sardegna è/era una nazione mancata e questa condizione non poteva non riflettersi nell’operato linguistico-culturale dei Sardi.

Allora è moralistico criticare duramente, per esempio, quegli scrittori Sardi che non avevano una visione nazionale della limba.

Questa visione non potevano averla, perché la nazione sarda la stiamo ancora costruendo.

Siamo ancora work in progress.

Ecco allora che-a dolu mannu nostru–dobbiamo constatare come il progresso compiuto dal sardo–cioè dal movimento linguistico–verso il riconoscimento ufficiale della limba e verso l’acquisizione dei registri alti e formali, verso la normalizzazione della “lingua”, intesa come contrapposta al “dialetto”, non è andata di pari passo con il suo mantenimento come lingua del popolo sardo.

Mentre si scrivevano i primi documenti ufficiali in sardo, i tantissimi e, spesso, molto belli romanzi in sardo, mentre comparivano gli articoli scientifici in sardo, i Sardi sempre meno usavano la loro lingua.

Il movimento linguistico si è concentrato quasi esclusivamente sull’uso prestigioso del sardo.

Corongiu rivendica questa scelta, forse, inevitabile.

Lo status di una lingua influenza pesantemente  il corpus dei prodotti linguistici realizzati.

È proprio il bassissimo status del sardo che ha portato al suo abbandono da parte di quasi tutti i parlanti in quasi tutte le situazioni.

Ma il concentrarci quasi esclusivamente sullo status ci ha portato a trascurare l’importanza vitale dell’uso quotidiano della limba.

Oggi, la lingua degli ignoranti non è più il sardo, ma l’italiano regionale di Sardegna.

E gli ignoranti sono i Sardi che più hanno bisogno di una Sardegna indipendente nelle cose che contano: la lingua, la cultura, l’economia.

Se mai riusciremo a diventare una nazione indipendente–che non è per niente la stessa cosa di uno stato indipendente!–sarà la lingua a darci questa possibilità.

La nazione ha un’anima, perché chi ne fa parte sceglie di farne parte.

Lo stato ha una burocrazia e questa lavora per chi la paga.

Forse era inevitabile, ma abbiamo trascurato di darci un’anima adatta ai nostri tempi.

Forse abbiamo dato per scontato che l’anima sia immortale e invece, come abbiamo scoperto ieri, neanche il demonio stesso è immortale.

Queste sono le conclusioni che io traggo dal libro di Pepe Corongiu: “L’operazione è riuscita, ma il malato…è moribondo”.

Come Corongiu stesso riconosce, è ora di una svolta nella politica linguistica della Sardegna.

La LSC va emendata per avvicinarla alle convenzioni grafiche del sardo meridionale: la lingua scritta ufficiale e “prestigiosa”, vicina alla lingua letteraria, va avvicinata alla lingua della maggioranza dei parlanti del sardo.

Dobbiamo assolutamente evitare che il sardo faccia la fine dell’irlandese: lingua di un’élite intellettuale, sconosciuta alla stragrande maggioranza del popolo.

E questo non per salvare la lingua–in sé, come in Irlanda–ma per salvare il popolo sardo dal diventare una massa amorfa di individui in balía dell’incultura italiota.

Abbiamo fatto molto–e fa bene sentircelo dire da Corongiu–ma dobbiamo fare ancora moltissimo.

Su distinu nostru est in manu nostra.

 

 

 

7 Comments to “Il sardo: una lingua quasi normale”

  1. Naras: “La LSC va emendata per avvicinarla alle convenzioni grafiche del sardo meridionale: la lingua scritta ufficiale e “prestigiosa”, vicina alla lingua letteraria, va avvicinata alla lingua della maggioranza dei parlanti del sardo”.

    Si est gasi, comente naras, tocat a cussa majoria a si chircare carchi “sponsor” polìticu chi renessat la cambiare. Cussa majoria no nche podet betare sa neghe, comente faghet, a chie cussu “standard” l’impitat. No est chistione de linguistas. Sa LSC l’at fata Soru, e si nche leat mèritos e neghes, ma at àpidu cozones a detzìdere. si no l’aiat fatu sa die fiamus istados galu a cussu puntu.

  2. Sa pregunta mea est custa: ma proitte custu libru no est iscrittu in sardu? Est semper abboghinende contra sos mortores de su sardu, narat che deppen impreare su sardu comente una limba normale… e si ponet a iscriere in italianu. Est unu mancatesimu, deo pesso.

  3. Ma issos no lu ana a leghere…

  4. Faccio riferimento a questo testo nella recensione del libro :
    http://taban.canalblog.com/archives/2013/10/27/28302736.html

  5. è un circolo viziosa, ci vogliono libri argomentati, libri di teoria e di scienza in sardo, senz’altro, però l’ho potuto leggere perche è scritto in italiano, dunque serve anche ovviamente a toccare un pubblico fuori Sardegna !

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