E torna con il sardo che non serve a niente, ma questa volta in salsa ‘mericana

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Un amico mi ha chiesto di dire la mia sull’articolo seguente: Quello che vorrei da una politica culturale in Sardegna

L’Articolo di Gianluca Floris è ispirato da un articolo di Gian Arturo Ferrari, pubblicato dal Corriere della Sera il 26 maggio.

Putroppo non sono riuscito a trovare l’articolo di Ferrari in rete, ma mi fido di quello che dice Floris.

Del resto quello che Floris riporta è perfettamente in linea con la visione del mondo a cui il giornaletto della borghesia lombarda ci ha abituato.

Floris comincia con una leggerezza colossale (bello l’ossimoro, no?), indubbiamente ripresa da Ferrari: “Un tempo la capacità industriale dell’industria pesante significava poter fare le guerre e vincerle, oggi è la produzione industriale a fare penetrazione fra le linee del nemico e a sfaldarlo dall’interno.

Produzione culturale da esportare come fosse industria pesante significa esportare la propria maniera di leggere il mondo, i propri principi e la propria cultura. Questo crea la possibilità che i mercati che ricevono la produzione culturale siano poi pronti a ricevere i prodotti del mercato della cultura esportatrice.”

Oggi?

Ieri vorrà dire!

L’unica superpotenza sopravissuta alla guerra fredda, USA, è oggi un paese quasi deindustrializzato ed esporta molta “cultura” e pochi prodotti industriali, mentre la maggiore potenza industriale del mondo adesso è la Cina, e questo proprio grazie al processo di–appunto–deindustrializzazione dell’occidente.

In Europa, la più grande potenza industriale, la Germania, è senz’altro una grande potenza politica, ma potenza culturale?

In Olanda si lamentano del fatto che sempre meno studenti scelgono il tedesco come studio e che questo li danneggia economicamente.

Su cosa si basa l’analisi di Ferrari/Floris?

L’analisi di Ferrari/Floris è già invecchiata: Gli USA sono ancora la superpotenza culturale e militare–e, Dio mio, quanto le due cose vanno bene assieme!–e la Cina?

Chissà?

Io mi guardo bene dal fare previsioni…

Ora un esperto di scienze socio-economiche–e non so se Ferrari lo sia, mentre è sicuro che Floris non lo sia–ha le stesse probabilità di riuscire a predire il futuro che ha un attento lettore dei giornali e cioè le probabilità che ci azzecchi sono quasi nulle: “In “Expert Political Judgment: How Good Is It? How Can We Know? (2005)”, Philip E. Tetlock ha analizzato le previsioni che 284 esperti hanno effettuato tra il 1988 e il 2003 su problemi politici di portata  molto ampia, per un totale di 27.451 previsioni. I risultati sono stati analizzati quantitativamente da Tetlock e le previsioni fatte dagli esperti sono state confrontate con ciò che poi è effettivamente accaduto. Il risultato: “Rinomati esperti di economia e politica hanno predetto il futuro in modo trascurabilmente più preciso della proverbiale scimmia che lancia le freccette o di un computer che parta dal presupposto che tutto continuerà a procedere come prima. Tetlock divide gli esperti un due categorie: le volpi e i porcospini.

I porcospini hanno forti convinzioni. Sono ideologi che si trincerano dietro la giustezza delle proprie idee e non cambiano mai opinione.

Le volpi non hanno convinzioni: prendono a loro piacimento qualcosa da tutte le ideologie, cambiano facilmente opinione e ammettono senza imbarazzo di non sapere qualcosa. Dalla ricerca di Tetlock è risultato che le dubbiose volpi erano più abili dei risoluti porcospini nel predire gli sviluppi politici ed economici.

[…] Purtroppo, sui giornali e in televisione appaiono soprattutto i previsori del tipo sbagliato. In effetti, siete voi stessi a preferire un porcospino cocciuto che vi dice: “Garantito che entro 5 anni vi sarà una carestia in Uganda!”, piuttosto che il tipo volpesco che dice: “Prima pensavo che le cose dovessero peggio, ma adesso non so più cosa pensare, probabilmente la situazione non cambierà molto.

I mass media preferiscono gli esperti con un’opinione precisa, possibilmente la stessa dello spettatore, ma questo tipo di esperti di solito non ci azzecca.”

(Martijn Katan: http://weblogs.nrc.nl/wetenschap-columns/2009/12/12/vossen-voorspellen-beter/)

Floris poi dice due altre cose: una condivisible e una chi non apoddat a nisciunu logu: “Il mondo è ancora diviso in due: chi produce la cultura e chi la subisce. la produzione culturale è fatta di libri, di film, di telefilm, di musica, di teatro, di arte figurativa, di danza e di altro ancora.

Le culture dominanti sono quelle delle economie dominanti, quelle che riescono a esportare la propria produzione di cultura. Le culture in via di estinzione sono quelle che non riescono più a esportare la propria lettura della contemporaneità e che si nutrono solo di cultura prodotta altrove.”

La prima parte è, in parte, condivisibile, soprattutto “quell’altro ancora”, ma è talmente ovvia che non vale la pena di discuterne. Se non fosse così, non staremmo parlando della crisi della lingua e della cultura sarda.

La seconda parte invece è completamente campata per aria.

Quanti libri cinesi o tedeschi avete letto negli ultimi dodici mesi?

O quanti film avete visto?

E li avete letti/visti in cinese o in tedesco?

E i libri americani li avete letti in inglese?

Avete mai letto un libro in olandese?

O semplicemente il libro di un autore olandese?

L’Olanda non esporta, se non minimamente, la sua cultura, ma esporta praticamente tutto il resto che produce.

L’Olanda–si, si, Van Gogh, Renbrandt e…ah già, in tempi più vicini Cruijff–non è certo uno dei paesi culturalmente più influenti del mondo, ma era, nel 2007, al diciassettesimo posto nel mondo come Prodotto Interno Lordo, con un PIL di 768.704 milioni di dollari, con soltanto 16 milioni di abitanti, che parlano una lingua che–oltre alle Fiandre–non è usata in alcuna altra parte del mondo.

Per capirci, l’Italia, con circa 60 milioni di parlanti della lingua di Dante e tutto il suo prestigio culturale–ancora più antico di quello olandese–era al 7 posto con 2.104.666 di milioni di dollari: neanche il triplo di quello olandese, malgrado la ben più grande differenza in numero di abitanti.

Ma parliamo ancora più in generale: quali sono i paesi più ricchi del mondo?

Ecco la classifica del 2011:
1. Qatar, pil pro-capite: 88.222 dollari
2. Lussemburgo, pil pro-capite: 81.466 dollari
3. Singapore, pil pro-capite: 56.694 dollari
4. Norvegia, pil pro-capite: 51.959 dollari
5. Brunei, pil pro-capite: 48.333 dollari
6. Emirati Arabi Uniti, pil pro-capite: 47.439 dollari
7. Stati Uniti, pil pro-capite: 46.860 dollari
8. Hong Kong, pil pro-capite: 45.944 dollari
9. Svizzera, pil pro-capite: 41.950 dollari
10. Paesi Bassi, pil pro-capite: 40.973 dollari

Ecco la classifica delle 10 nazioni più ricche al mondo | Mondo

Lasciamo perdere il Qatar o il Brunei: cosa sapete della Norvegia? Il norvegese viene esportato?

Guardate bene la classifica: tranne gli USA, con le loro armi, nessuno dei paesi più ricchi del mondo arriva ai 20 milioni di abitanti: piccolo è ricco!

E culturalmente “insignificante”…

Floris ci illumina: “Lo strapotere economico giapponese negli anni ottanta fu preparato da anni di esportazione di cartoni animati, musiche e design.”

E da cosa è stato preparato l’attuale strapotere economico cinese?

Da quelli di “Servire il popolo” alla fine degli anni ’60, con i loro libretti rossi?

E cosa è rimasto dello strapotere economico giapponese?

Strapotere?

Ma di cosa sta parlando?

Chi di voi ha imparato il giapponese negli anni ’80?

Ma Floris ha un obiettivo: “Il caso Sardegna è oggi emblematico: dopo la grande stagione degli anni terminati con i settanta dello scorso secolo (qualcosa degli ottanta forse) in Sardegna la produzione culturale è diventata residuale. Non esistono più esperienze come quelle che portarono all’emersione di personaggi come Zappareddu, esperienze che portarono alla creazione del Teatro di Sardegna, non abbiamo più poeti come Francesco Masala o Cambosu, capaci di rappresentare il pungolo costante di un impegno sociale dell’intellettuale veramente universale.
Non abbiamo più un Fabio Masala che fece dell’Umanitaria una coniugazione concreta e autenticamente rivoluzionaria della alfabetizzazione critica delle classi operaie e contadine.

Da qualche decennio la Sardegna non riesce più a esportare una idea di realtà che possa essere autenticamente rivoluzionaria e universale. Da qualche decennio in Sardegna coloro che producono cultura sono stati lasciati soli e impediti nel loro ruolo e funzione.”

La Sardegna non esporta cultura…

Hmm, neanche del tutto vero: adesso abbiamo–noi cittadini del mondo–un coro a tenore americano: https://www.facebook.com/photo.php?v=10201089349095003&set=vb.1206921002&type=2&theater

A parte il fatto che, come abbiamo visto, non è l’economia che fa esportare cultura, ma piuttosto le armi, come fa a dire Floris che “in Sardegna la produzione culturale è diventata residuale”?

Residuale rispetto a chi?

Rispetto all’Italia, forse.

Ma non rispetto alla Sardegna stessa.

In Sardegna sono apparse negli ultimi 15 anni circa 200 opere di narrativa in sardo.

Alcune di queste sono di grande valore letterario.

Ma Floris ignora queste cose, infatti: “Purtroppo fra i miei tanti limiti vi è il non riuscire a comprendere il sardo. Ho approvato il commento senza di fatto capire granché. Purtroppo sono nato a Cagliari nel 1964, ho fatto scuole in italiano, ho giocato con amici che parlavano italiano, ho studiato in italiano e lavoro usando spesso l’inglese. Tuttavia sento di avere a cuore la sorte della mia terra.” (risposta a Marco Murgia nel blog).

Allora più prudenza, caro Floris!

Floris e tanti altri dovrebbero leggersi–a gratis–questo libro: Su cuadorzu – Sardegna Cultura

“B’aiat postu passa de chent’annos a imbetzare. Gai tantu chi sa zente de Bidducara fit cumbinta chi aiat fatu un’agiustu cun carchi dimóniu, e chi cussu agiustu fit gai forte chi fintzas sa morte nd’aiat àscamu a lu tocare.”

Ci aveva messo cento anni e passa a invecchiare. Così tanto che la gente di Bidducara si era convinta che si fosse messo d’accordo con un demonio o l’altro, e che quel patto fosse così forte che perfino alla morte faceva ribrezzo metterci le mani.”

Ecco, Nanni Falconi non è stato tradotto e gli Italiani non lo conoscono.

La cosa in se non sarebbe così grave, se non fosse per il fatto che neanche Floris lo conosce, perché non conosce il sardo.

Ecco a cosa serve la rivitalizzazione del sardo: a far conoscere ai Sardi la loro terra e la loro cultura.

Quando avremo una classe dirigente che ha letto Nanni Falconi in sardo, avremo un’altra Sardegna.

Migliore.

7 Comments to “E torna con il sardo che non serve a niente, ma questa volta in salsa ‘mericana”

  1. Coment’est chi si narat? “Cristallizzazione di schemi e stilemi”?

    A ti narrer sa veridade, cun s’arrivu de internet e de sa multimedialidade unu pagu mi l’apo timida deo puru. Ca no aia cumpresu chi imbetze fiat a su revessu e pròpiu como nde sos essinde a campu totus sos iscusòrgios. Intende comente lu tzocant su cristallu custos:

  2. Cantas bortas l’appo ‘idu in su sonnu e pensada sende ischidu: the wall cantada a tenore e sos antigos pesendende su nuraghe!

  3. Tui naras: “Piccolo è ricco” e non fait a ti nai ca no, ca is bortas chi non dhi torrat giusta funti pagus meda. Su pitiu, perou, de potèntzia giai sempri ndi tenit sa mantessi cosa: pagu o nudha. “Nel numero è la potanza”, naràt cudhu e faiat cavalleris de bragheta. Candu is Cinesus si ndi funti scidaus e ndi funti bessius de s’antigòriu e de is libburetus arrùbius, nci anti ‘etau aintru de su “pratu” unu milliardu e mesu, e prus puru, de pressonis.Parit de dhus intèndiri: “Immoi bieus is giogus”.

    Un’atra cosa: innantis benit su cumèrciu, is armas infatu, sarvu chi non si tratit de ndi pigari sa cosa de atri a tipu bardana o a frotza chi siat.Tandus is armas tocat a dhas tènniri prontas.

    Un’atra cosa ancora: totus is chistionis de “curtura-tanti-po-nai” è totu burrumballa chi nos’ at postu in conca s’ Idealismu. E non seu torrendu agoa de unus cantu cent’ annus, finas a Hegel feti, no, tocat a nci lòmpiri finas a Platoni, si dh’ abbastat puru. Cussu tipu de idea de curtura est un’arma comenti de is atras, bona po apoderai su cumèrciu o po infrochitai s’arrapìnnia.

  4. Amus a arribare fintzas a the wall, ma su bisu meu est chi s’arte sarda s’imparet in sas iscolas. Comentesisiat, unu chi faet cultura de importatzione chi si chessat pro sa paga esportatzione mi paret in cuncordu pretzisu cun su machimine imperante. In su prestantu ti signalo custu bellu programmeddu fatu dae sardos pro sardos:

    http://www.radiox.it/content/e%E2%80%99nza-2013-feminas-sardigna

    E si cosa gosi non faet a l’esportare, mi dispraxet pro sos foranos.

  5. E giai l’apo cumpresu su spiritu cun su cale as chircadu de lu bajulare e as fatu bene a l’incaminare mentovende s’opera de Nanni falconi. Ma b’at duos puntos fundamentales chi non mi permitint de aberrer un arresonu cun issu:

    1) A dare sa definitzione de “cultura bona” petzi cussa de esportatzione. Est a narrer chi, a contu suo, custa no est cultura:

    http://www.sardegnadigitallibrary.it/index.php?xsl=626&s=17&v=9&c=4462&id=603351

    chi podet esser fintzas una posizione lètzida, si no est chi, si unu non connoschet su sardu, comente faet a giudicare? In antis s’imparat su sardu, posca si leghet totu s’opera de Paulu Monni e petzi tando si podet atrivire a aberrer buca. A l’ischis canta gente ascurtat cudda misera oredda de sardu de ràdiu 1? Tue mancu ti l’immàginas.

    2) Sa manera de tratare sa chistione de su sardu petzi subra subra (in su 2013!), che cando chi s’arresonet de su melone de sicu (ma non de s’ortàlissia in se, ma de archètipu de su sperdìtziu de dinari pùblicu). Ma a beru a beru tenet atza de bogare sos contos a campu? Deo naro chi non li cumbenit, e chi si est timende corfos est mèngius chi siat su primu a lassare sa pedra in terra. E sas paràulas sunt pedras.

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