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June 10, 2013

“Queste cose…non si fanno in un bar!”

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–E al vostro paese cosa ne pensate di Mesina?

Pasquale, studente barbaricino dell’ ITI per periti chimici di Cagliari, ha esitato un po’  e poi ha risposto:

–Queste cose…non si fanno in un bar!

“Mesina nel tentativo di vendicare il fratello, la notte del 13 novembre 1962 entrò in un bar, e secondo quanto dichiarato dall’avvocato sparò ed uccise a colpi di mitra Andrea Muscau che secondo lui era responsabile della morte del fratello ma che in realtà non lo era.[7] Venne nuovamente arrestato e condannato per omicidio a 24 anni di carcere.” (Graziano Mesina – Wikipedia)

Wikipedia non dice che Mesina, nel bar in cui ha sparato ad Andrea Muscau, fu atterrato con una bottigliata in testa.

Abbiamo riso tutti e due.

Erano passati 3 anni dall’arresto di Mesina e solo allora ho capito chi era.

Quando l’hanno arrestato avevo 15 anni e non volevo crederci.

Impossibile che si fosse fatto fregare così a un posto di blocco!

Per me–ragazzino di Col di Lana, periferia di Iglesias–Mesina era, assieme a Gigi Riva–il simbolo della Sardegna.

Riva e Mesina erano praticamente le uniche due persone che portavano la Sardegna in televisione.

Per il resto non esistevamo.

A 15 anni, se ti dicono che Mesina è Robin Hood, ci credi.

Ma non è neppure così semplice.

Anche a Iglesias si cresceva con le storie dei “banditi di una volta”.

Il bandito Diana, anche lui tradito, altrimenti non l’avrebbero mai preso.

E le storie di mia mamma: “Tu non farlo mai, ma al mio paese, quando ero piccola…”

No, il rapporto dei Sardi della mia generazione con la violenza e con il banditismo non è così semplice.

Meno semplice di quello che Vito Biolchini ha con queste cose, oggi: Graziano Mesina, la droga, Saviano e quel grido di ribellione che da Orgosolo tarda ad arrivare

Del resto a questa storia dei “banditi di una volta” ci ha creduto perfino Gramsci (“Nobody is perfect!”).

Non ricordo dove l’ho letto, ma l’ha scritto anche lui: “I banditi di una volta…”

Cito a memoria dall’Unione Sarda di allora, da cui Mesina si era fatto intervistare: “Con le sue labbra sottili da aristocratico…”

Mesina avava invitato anche il Corriere della Sera ad intervistarlo, e il giornalista milanese scriveva per dare a intendere ai suoi lettori di essere lui l’eroe, che si era fidato del feroce bandito in quella terra feroce.

Chissà se poi i due giornali avevano davvero obiettivi diversi.

In fondo facevano la stessa cosa, ma da due punti di vista differenti: identificare la Sardegna intera con quel bandito.

Come me, il giornalista dell’Unione era uno spettatore e un tifoso.

C’è voluto quel mio compagno di scuola barbaricino a farmi capire che per loro, che con queste cose dovevano convicerci, tutto quell’esibizionismo era il contrario della loro mentalità.

–Queste cose…non si fanno in un bar!

Qualcosa del genere me l’ha detta anche un pastore orgolese, anche se si riferiva a cose in po’ diverse: “L’importante è non fare scandalo.”

Mesina invece faceva scandalo e questo piaceva ai ragazzini di Iglesias e ai giornalisti di Cagliari: “Esistiamo! Non importa come, ma esistiamo!”

Nel corso delle interviste ai giornalisti, Mesina si era offerto di andare a combattere i “terroristi sud-tirolesi”.

Mi sembra che Mesina sia tutto qui: qui c’è tutta Grazia Deledda, tutta la mitologia della Brigata Sassari, tutti i Segni, i Cossiga e, sí, anche tutti i Berlinguer.

Qui c’è l’eterno Sardo ascaro, uno di quei Sardi mandati a sedare l’occupazione della FIAT nel ’19, quelli con cui va a parlare Gramsci.

Mesina è il Sardo vittima/colpevole, vittimista e complice, disposto a trasformarsi in carnefice per conto del suo carnefice, tradito e traditore.

Molti della mia generazione si sono identificati in lui e qualcuno continua a farlo.

Cosas sardas.

E su Sardu non est tontu…est malu a cumprendi.