Appunti per una politica di pianificazione linguistica

478-3

La politica linguistica della RAS deve mirare a due obiettivi:

1) la rivitalizzazione del sardo: il sardo deve tornare a essere una lingua normale.

2) il superamento della tragica situazione della dispersione scolastica in Sardegna.

Io penso che questi due obiettivi siano in fondo riconducibili a un unico obiettivo generale: la realizzazione del bilinguismo perfetto.

Quando il sardo sarà utilizzato in tutte le situazioni in cui oggi si usa l’italiano–e soprattutto a scuola e nelle università–anche molti dei problemi linguistici dei giovani sardi saranno superati.

Questo perché una più esplicita e–si presume–più corretta conoscenza del sardo non può che comportare una maggiore coscienza della presenza di moltissimi elementi lessicali e grammaticali del sardo nell’italiano effettivamente usato dai Sardi.

La polarizzazione linguistica italiano-sardo non può che migliorare la competenza dei ragazzi nell italiano standard e, di conseguenza, il loro rendimento scolastico.

Oggi, malgrado la presunta italianizzazione linguistica della Sardegna, troviamo nell’isola una situazione scolastica paragonabile a quella di altre regioni in cui sono presenti minoranze linguistiche: Ripetenza in Italia e fuori – rilevazioni INVALSI – T. Pedrizzi

Scuola secondaria di 2° grado (2° anno) Anche qui, per quanto riguarda le percentuali di posticipatari [ripetenti] presenti nel campione, viene rilevata una loro maggiore presenza nelle regioni settentrionali ed una diminuzione costante nel passaggio dal Centro a Sud. In Val d’Aosta sono il 31% e nelle scuole italiane della Provincia di Bolzano il 38%. Scendendo al Sud, la tendenza alla diminuzione è la stessa della scuola media, fino ad arrivare al 13% della Calabria. Unica eccezione la Sardegna che arriva al 30%. Le cause ipotizzate sono sempre le stesse.”
Val d’Aosta: 31%
Sud Tirolo (scuole italiane): 38%
Sardegna (chissà perchè associata al meridione, ma in controtendenza): 30%
Che il ritardo scolastico–e la dispersione–siano collegati alla situazione linguistica viene confermato da un’altro dato: nel 2010, la segretaria regionale della CISL, Oriana Putzolu,  affermava che “ L’indicatore percentuale di studenti con scarse capacità di comprensione della lettura, riferito all’aggregato “Isole”, evidenzia che il 36% circa degli studenti isolani non risulta in grado di comprendere nemmeno testi che presentano un livello di difficoltà molto basso.”
Ma la verità è che, anche se possiamo intuire facilmente il rapporto tra situazione linguistica e ritardo scolastico, non esistono studi in proposito.
L’ultimo studio importante dedicato all’italiano parlato dai Sardi è quello di Ines Loi Corvetto: “L’italiano regionale di Sardegna”, del 1983.
Allo stesso anno risale l’articolo di Angioni, Lavino e Lörinczi sulle interferenze dal sardo all’italiano nell IRS (Sul senso comune dei sardi a proposito delle varietà linguistiche usate in Sardegna (coautori G. Angioni e M. Lörinczi Angioni), in Gruppo di Lecce (a cura di), Linguistica e antropologia. Atti del XIV Congresso Internazionale di Studi della Società di Linguistica Italiana (Lecce, 23-25 maggio 1980), Roma, Bulzoni, 1983 (prepubblicato anche in “Quaderni sardi di storia”, 2, 1981, pp. 35-56).
Agli stessi anni risalgono anche gli altri studi di Lavinio sulla lingua dei ragazzi delle scuole sarde (Pubblicazioni – Saggi e articoli).
Esistono poi almeno due articoli su studi effettuati da Sardi al di fuori delle università italiane di Sardegna:ECCA, S. & GARAU, A. (1999): “Interventi nell’ambito dell’attuazione del progetto 7 B/2 Affermazione dei valori dell’identità nel sistema scolastico isolano”; ERDAS, F.E. (1988) La lingua sarda nella scuola elementare in Sardegna, Italia, Fryske Akademy/EMU-projekt, Ljouwert.
In Francia è apparso “L’education bilingue precoce en contexte diglossique: elements d’une analyse d’une experience pedagogique en Sardaigne”, Tesi di Dottorato, Université de Marseille, ANDRE, E. (1997) Aix-Marseille.
E sempre all’estero, i seguenti articoli di sociolinguistica: RINDLER SCHJERVE, R. (1998) “An indicator for language shift? Evidence from Sardinian-Italian bilingualism”, in JACOBSON, R. (ed.) Codeswitching Worldwide, Berlin-New York, Mouton de Gruyter, 221-247; RINDLER SCHJERVE, R. (1981) “Bilingualism and language shift in Sardinia”, in HAUGEN, E. ET AL. (eds.), Minority Languages Today. Selected Writings, Edinburgh, 137-143; RINDLER SCHJERVE, R. (1998) “Codeswitching as an indicator for language shift? -Evidence from Sardinian-Italian bilingualism”, in JACOBSON, R. (ed.), Codeswitching Worldwide. Trends in Linguistics. Studies and Monographs 106, Mouton de Gruyter,
Berlin-New York, 221-247.
È dai tempi del libro di Loi Corvetto, scritto con l’intento dichiarato di voler dimostrare l’italianità linguistica della Sardegna, e in aperta polemica con il movimento linguistico “separatista”, che la curiosità e l’interesse degli accademici delle università sarde per la situazione linguistica dei giovani sardi si sono, diciamo così, assopiti.
Viene da pensare che, una volta compiuto il loro dovere, questi accademici, soddisfatti, si siano abbandonati al sonno dei giusti.
Bisogna arrivare al 2006 e al dinamismo di Renato Soru, per veder partire un nuovo studio di grande portata sulla situazione sociolinguistica della Sardegna: chirca sotziulinguistica
Ma questo studio quantitativo non ci dice niente sulla lingua effettivamente usata dai giovani sardi.
Il primo obiettivo di una qualsiasi pianificazione linguistica deve essere quello di conoscere la situazione in cui si vuole intervenire.
Sappiamo che oltre il 60% dei ragazzi sardi (maschi) ha dichiarato di avere una competenza attiva del sardo e sappiamo che tutti i giovani sardi sono “italofoni”.
Ma non sappiamo se gli idiomi usati da questi ragazzi corrispondano poi al sardo parlato da un parlante nativo anziano–da un lato–e all’italiano preteso dalla scuola–dall’altro.
Sappiamo soltanto che i dati sulla dispersione scolatica record ci avvertono che qualcosa qui non quadra.
L’università italiana di Sardegna è su questo fronte–usiamo pure un eufemismo–latitante.
Già soltanto il fatto che non esistano dei dipartimenti di lingua sarda, in cui si dovrebbe fare ricerca su morfo-sintassi, fonologia, sociolinguistica, dialettologia, pragmatica, letteratura del sardo la dice lunga sull ‘interesse degli accademici per la situazione linguistica e sociale della Sardegna.
Esistono le cattedre di “linguistica sarda”, cioè di fonetica storica tedesca dell’800.E questo è quanto.
Per sapere come intervenire oggi sulla situazione linguistica–e scolastica–della Sardegna, le etimologie non ci servono a molto.
Per sapere quanto la sintassi dell’IRS coincida con quella del sardo, divergendo quindi da quella dell’italiano, e condizionando perciò il rendimento scolastico dei ragazzi sardi, dobbiamo far partire una ricerca, cominciando praticamente da zero.
Questa è la situazione.
Si sono spesi milioni per combattere la dispersione scolastica, senza aver mai indagato il rapporto tra lingua dei ragazzi e rendimento scolastico.
Naturalmente non esiste neppure una grammatica contrastiva sardo-italiano, strumento indispensabile per produrre il materiale didattico–oggi praticamente inesistente–sia per introdurre il sardo nelle scuole, sia per fra prendere coscienza agli studenti di quanto ancora sardo sia il loro “italiano”.
Non sono mai state studiate quelle situazioni all’estero in cui le lingue minoritarie vengono insegnate con successo nelle scuole, per esempio, il Galles, dove è stata ribaltata una situazione in origine molto simile a quella sarda.
Si parla di introdurre il sardo nella suola e perfino come materia curricolare, ma senza avere la più pallida idea se si debba insegnare come L1 o L2 o chissà cos’altro ancora.
Si ha l’impressione che–senza dirlo–si voglia ripetere l’approccio statale all’insegnamento dell’italiano: costringiamoli a impararla questa lingua e alla fine la impareranno.
Un po’ come è stato fatto per la LSU prima e per la LSC poi: interventi dall’alto che non tengono conto delle esigenze della uniche persone che possono mantenere vivo e rivitalizzare il sardo, i parlanti stessi.
Primo passo per una pianificazione linguistica significa allora voler capire e conoscere quale sia oggi la situazione linguistica in Sardegna.
È possibile senza avere una struttura stabile di ricerca?

3 Responses to “Appunti per una politica di pianificazione linguistica”

  1. “Si ha l’impressione che–senza dirlo–si voglia ripetere l’approccio statale all’insegnamento dell’italiano: costringiamoli a impararla questa lingua e alla fine la impareranno.
    Un po’ come è stato fatto per la LSU prima e per la LSC poi: interventi dall’alto che non tengono conto delle esigenze della uniche persone che possono mantenere vivo e rivitalizzare il sardo, i parlanti stessi.
    Primo passo per una pianificazione linguistica significa allora voler capire e conoscere quale sia oggi la situazione linguistica in Sardegna.” Sottolineo con evidenziatore giallo, blu e arancione. Finalmente!

  2. Sono talmente d’accordo con te che al primo punto della politica linguistica della RAS ci metterei :

    0) pacificazione linguistica

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