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June 29, 2013

Appunti per una politica di standardizzazione linguistica

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Dietro ogni modello di standardizzazione linguistica si nasconde un progetto politico.

Il progetto politico sottostante all’italianizzazione linguistica dell’Italia era quello giacobino: una lingua–una nazione–uno stato.

Lo stato era stato realizzato, ma la nazione non esisteva e la lingua prescelta dalle élites settentrionali non la conosceva praticamente nessuno.

Bisognava “fare gli Italiani”, cioè costringerli nell’un’uniforme linguistica dello stato, così come li si costringeva nell’uniforme dell’esercito “popolare”, altra invenzione giacobina.

I cittadini–soldati dovevano essere in grado ci comprendere gli ordini impartitigli nella loro funzione di carne da cannone.

E–come ci ha messo in chiaro Mialinu Pira, in “La rivolta dell’oggetto”–l’italianizzazione linguistica non andava oltre quel poco che occorreva per decifrare l’abbaiare di un caporale.

Solo con la scolarizzazione di massa e l’avvento della società dei consumi gli “Italiani” hanno davvero appreso la lingua dello stato, ma frantumandola in almeno cinque varietà regionali.

Solo un pazzo potrebbe voler applicare il modello italiano di standardizzazione linguistica alla situazione sarda e solo un idiota potrebbe credere di riuscirci.

Per intenderci, la Limba Sarda Comuna non è lo standard del sardo: Come liberare la LSC da Diego Corraine e vivere felici

La situazione linguistca in Sardegna ricorda quella italiana soltanto per la presenza di varietà alloglotte–il gallurese-sassarese, il catalano di Alghero, il tabarchino e il veneto di Arborea–che nessuno si sogna di voler assimilare al sardo.

Per il resto, la Sardegna mostra una grandissima omogeneità linguistica.

Le differenze morfosintattiche sono minime–e lo mostrerò nel libro che sto ultimando e che verrà pubblicato entro l’anno: Is datos de su cuntatu linguisticu intra de italianu e sardu –e quelle lessicali non superano il 17,5% delle parole, dato che riguarda i dialetti più distanti tra loro, compresi tra 77 dialetti che ho analizzato: quelli di Orune e S. Giovanni Suergiu. (Differenze lessicali )

Le differenze riguardano la pronuncia differente di parole per il resto uguali nella storia e nel significato, questa è forse la millesima volta che lo dico.

Solo un idiota potrebbe volere la “standardizzazione” del lessico,  rinunciando all’attuale ricchezza di sinonimi, e declassando questi al rango di “varianti dialettali”.

Oltre tutto, con quali criteri oggettivi, imparziali, scientifici, si potrebbe effettuare una simile scelta?

Perché, poi, in una situazione delicata e precaria come quella sarda, voler dividere i parlanti in “buoni” e “cattivi”, quelli che usano le parole “giuste” e quelli che usato le “forme dialettali”, quindi sbagliate?

Siamo uomini o caporali?

Per di più, come abbiamo visto nel mio post precedente (Ita ratza de pessonagiu ), l’unico propositore di questa cazzata madornale, confina sistematicamente nel ghetto dei parlanti “cattivi” proprio la maggioranza dei parlanti del sardo.

Di nuovo viene da chiedersi se Corraine lo faccia apposta a fare incazzare i parlanti del sardo meridionale.

Da che parte sta?

Quanto alla standardizzazione della pronuncia, credo e spero che perfino Corraine sia in grado di capire che non è più possibile continuare a proporla.

È un dato di fatto che i Sardi identificano la lingua sarda con il loro dialetto.

Solo un nemico del sardo potrebbe voler alterare questo rapporto, facendo  disamorare i parlanti da un’eventuale lingua scritta.

Oltretutto, a chi servirebbe una standardizzazione della pronuncia?

I Sardi si capiscono già perfettamente, sempre che conoscano bene il loro dialetto: Incredibile ad Aggius! Se un cagliaritano e un ozierese parlano tra

Allora, tutto quello che occorre, visto che la grammatica e il lessico sono già sufficientemente omogenei, è un sistema ortografico standard che permetta diverse pronunce.

Il mio blog è pieno di articoli che dimostrano che, non solo è possibile, ma anche molto facile realizzarlo.

Anzi, praticamente è già stato realizzato diverse volte (si veda il mio articolo in La lingua sarda (atti del II convengno del GLS, Quartu 1997)).

A un sardo che conosce bene il proprio dialetto bastano poche ore di corso per capire come funziona il sistema.

Il sardo come l’inglese, allora: un’ortografia e tante pronunce, mantenendo intatta la ricchezza di varianti e non discriminando più, come fanno i caporali, tra lingua e dialetti.