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July 18, 2013

A scuola di indipendenza linguistica

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Sono a Banyoles da 10 giorni e già mi ritrovo a cercare di sostituire il mio spagnolo scalcagnato-ma-non-troppo con un catalano scalcagnato-senza-compromessi.

Non si può dire che i Catalani siano dei simpaticoni.

Proprio non fanno niente per piacere al turista.

Oddìo, fanno quello che devono fare: tu paghi e loro di danno da mangiare.

Ma attenzione: paghi poco per mangiare benissimo!

Non so se avete presente la Catalogna gastronomica.

El Bulli ha fatto scuola a tutti i livelli e oggi puoi mangiare benissimo con 14/15 euro–tutto compreso–e puoi spaziare dalle ricette più tradizionali a quelle più innovative.

È vero che anche da Ci pensa Cannas, in via Sardegna, puoi/potevi mangiare per quel prezzo e benissimo, ma il vino era imbevibile e poi guai ad avventurarti oltre gli spaghetti con le arselle e il fritto misto.

Insuperabili—verissimo—ma interamente prevedibili.

Avantieri siamo andati al ristorante qui sulla strada.

Eravamo in 7 e ho assaggiato i piatti di tutti: tre portate per 14 euro, vino—ottimo e abbondante—e caffè compresi.

La cosa che mi è piaciuta di meno è stato il filetto di nasello, su un letto di patate gligliate e con salsa di pesca, che avevo ordinato io.

Agli altri è piaciuto molto, ma io sono troppo ruspante per certe raffinatezze.

Tutto il resto era eccezionalmente buono.

Non hanno certo bisogno di sorriderti o di assecondarti linguisticamente per vederti tornare.

Ma se provi a rispondere in català, forse ti sorridono pure.

I turisti tornano e non  per quel malinteso senso dell´ospitalità che porta i Sardi a usare sempre l’italiano in presenza di stranieri.

Bella questa storia dell’ospitalità linguistica dei Sardi, che poi—mediamente—ti fottono sulla qualità e sul prezzo.

Qui a Banyoles vedi dappertutto le bandiere degli indipendentisti, quella che ricorda la bandiera di Cuba.

Gli adulti parlano ai bambini in catalano e i bambini parlano tutti catalano.

Che strano vero?

Da noi bastano i gorgheggi di un castrato—culturalmente castrato, come ha ammesso lui stesso—a scombussolare i primi timidissimi piani di emancipazione linguistica della capitale.

–Io il sardo non lo so! Nazisti! Mi discriminate!

O calloni tontu!

Poita non ti dd´imparas su sardu?

E ita ses cancarau?

Non ho seguito gli sviluppi del caso “discriminazione positiva”  per i sardoparlanti a Cagliari.

Ma siamo di nuovo al quel maledetto concetto di “ospitalità linguistica” per il quale, un sardo deve rinunciare ai propri diritti per garantire i privilegi dei mandroni cagati che si rifiutano di imparare.

Abbiamo molto da imparare dai Catalani.