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July 30, 2013

Cosa intendo per rivoluzione linguistica

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Mentre gli asini della specie Equus asinus sono curiosi, quelli della specie Homo sapiens non lo sono e si accontentano dei luoghi comuni.

–Bolognesu ha parlato di rivoluzione! Ci aspettano i lager per gli italofoni, i campi di rieducazione e le “guardie linguistiche sarde”!

Esagerato? Mannò: Sono stato sfrattato da sardo perché non puro. Il nuovo nazismo liguista di Sardegna.

E questa volta lascio in pace Giulio Agnelli, che forse, a sa becesa, qualcosa ha cominciato a capirla.

E visto che da domani devo cominciare a occuparmi dei miei affari personali–io non mi candiderò mai più alle regionali e non avrò mai un vitalizio–difficilmente avrò tempo di chiarire agli asini bipedi cosa intendo dire con “rivoluzione”.

Da ragazzo sono stato “rivoluzionario” e ho sognato di ghigliottine e plotoni di esecuzione.

Del resto vivevo in uno stato che fucilava senza processo i dimostranti e piazzava bombe nelle banche, nelle piazze e nei treni e assassinava centinaia di innocenti.

Niente di cui vergognarmi, se non di essere stato adolescente.

Oggi sono un “signore attempato”: cioè sono un uomo anziano–signore non lo sarò mai–e anziano non vuol dire vecchio–come l’ipocrisia imperante nel cesso Italia vorrebbe–ma “Persona di età intermedia tra la maturità e la vecchiaia”. (http://dizionari.corriere.it/dizionario_italiano/A/anziano.shtml)

Non morirò pompiere, come non sono nato incendiario–ero il beniamino delle maestre e del parroco–ma lo sono diventato in quel Bel Paese “forte con i deboli e debole con i forti”, forse per aver creduto troppo nel Vangelo.

Poi, come tutti quelli della mia generazione, sono stato confrontato con la violenza gratuita dei “compagni che sbagliavano”.

Non si trattava più di cazzotti o corpus de conca ai fascisti che ti aggredivano, o di sognare l’insurrezione armata e noi come i partigiani, ma c’erano quelli che ammazzavano un poliziotto a tradimento e a sangue freddo solo perché portava una divisa.

E a casa di mia mamma di gente in divisa–tutti compari o paesani–ne circolava parecchia.

Brava gente.

E poi, detto fra noi, io ero svelto con i pugni almeno quanto con la lingua e di avversari ne ho stesi diversi.

So come ci si sente a vincere con la violenza fisica.

Non ci si sente molto bene.

Almeno io no.

Non sarò mai un pacifista, ma la violenza è una brutta bestia, molto difficile da gestire.

E poi col passare degli anni ti rendi conto che non c’è stata una singola rivoluzione che non sia finita a puttane.

Quando si incomincia a sparare, finisce per comandare chi spara meglio degli altri.

Allora, e la “Rivoluzione linguistica”?

Appunto, esattamente come la “Rivoluzione copernicana”.

Sapere di più.

Sapere di più di se stessi.

Della propria terra.

Del proprio vicino di casa.

Dei propri genitori e dei propri nonni.

Sapere di più.

Sapere di avere una storia che non ti molla soltanto perché tu sei un coglione e non sai di averla.

Sapere di essere quello che sei.

Sapere.

Per questo bisogna costringere i Sardi a conoscere il sardo, come sono stati costretti a conoscere la matematica, la geografia e tutto il resto che la scuola dell’obbligo ti impone.

Coercizione?

EJAAAAAAA!

Coercizione come lo è la scuola dell’obbligo.

La scuola dell’obbligo è violenza?

Appunto, dipende.

Circa un terzo dei Sardi dichiara di non avere una competenza attiva della/e nostra/e lingua/e nazionale/i.

Per la maggior parte si tratta di giovani.

Bene, che studino!

Bisogna metterli in grado di imparare–e qui, caro Maninchedda, i tuoi discorsi sul bilinguismo fanno semplicemente ridere: come pensi di introdurre il sardo nella scuola?–ma, esattamente come succede per le altre materie, bisogna premiare chi sa e non gli ignoranti, come oggi avviene.

Oggi siamo al livello di Pol Pot:  oggi, in Sardegna, sapere di meno vale di più che sapere di più.

Guardatevi i dati sul livello di istruzione–cioè del modo in cui avviene la selezione nella scuola italiana di Sardegna–dei sardofoni bilingui e dei monolingui in italiano: chirca sotziulinguistica

Oggi in Sardegna viene premiato chi non conosce la lingua, la cultura e la storia della sua terra.

Ecco da dove viene la classe dirigente di merda da cui dobbiamo liberarci: dall’ignoranza.

Studiare, imparare, sapere.

Le rivoluzioni senza sangue sono possibili, ma non quelle senza sudore e lacrime.

Piangano pure le Marie Callas del culturame sardo.

Piangano i mutilati e gli invalidi della guerra linguistica combattuta contro sos pobiros de sas biddas.

Ma poi sudino, studino e imparino.

July 30, 2013

Il crepuscolo delle idee

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Allora, visto che l’articolo polemico dell’altro giorno ha raggiunto il suo obiettivo, cercherò di limitare la polemica al minimo nel resto della discussione.

Del resto, anche se sarebbe superfluo dirlo, questa è una discussione tra amici e in queste discussioni ci si stratalla e ci si manda affanculo, ma sempre cordialmente, visto che l’obiettivo è e rimane quello di trovare un accordo.

Vediamo allora di correggere un po’ il tiro rispetto all’altra volta.

Io avevo detto che “[…]  finora Franciscu sarebbe l’unico politico di area indipendentista-sovranista-democratica a fare una qualsiasi proposta per la lingua.”

Era una semplificazione e giustamente Massimeddu mi ha fatto notare che una proposta di ProgReS esisteva già: http://progeturepublica.net/comunicati/politicas-linguisticas-in-progres-istitutu-pro-su-plurilinguismu/#.UfT_Vt8fbAI

Questa proposta, già molto articolata, assomiglia molto alla mia proposta dell’Istitutu de sa Limba e Curtura Sardas, ma va oltre, estendendola alle altre lingue della Sardegna–MAGNIFICO!– e entrando nei dettagli del suo funzionamento.

Gesuinu Muledda, dal canto suo, fa notare che fare poco non è la stessa cosa che fare niente: bidrigu, tando Gesui’, ma babbu no!

E infine Paolo Maninchedda mi manda il link con il video del suo intervento ad Abbasanta: http://www.youtube.com/watch?v=WKF92VdmL7U.

Non capisco il senso di questo autogol di Paolo: a cosa serve farmi sapere che ha parlato genericamente di bilinguismo dal minuto 22:40 a quello 23:25 del suo intervento?

Torniamo perciò alla formulazione della mia critica, così come l’avevo posta in La limba e le elezioni, ovvero: perché non riesco a innamorarmi di Maninchedda:

Nessuno quindi–nessuno di quelli che in Sardegna hanno qualcosa da perdere–ha mai messo il sardo in cima alla sua agenda.”

La critica che io ho sempre mosso a tutti, e in particolare agli amici di ProgReS, è proprio quella di non cogliere–o di non voler cogliere–il rapporto chiaro e diretto che esiste tra la questione linguistica e il rinnovamento della classe dirigente della Sardegna.

Non si tratta di sviluppare gli strumenti per la tutela del sardo e delle altre lingue della Sardegna, in un visione corservativa, “irlandese” e alla fin fine “soriana” della lingua (Soru vedeva la lingua, così come anche l’ambiente, come una risorsa da conservare–sotto vuoto–per i posteri e non come un qualcosa in cui vivere e di cui vivere oggi).

Si tratta invece di riconoscere che la questione sarda è dovuta principalmente al fatto di avere una classe dirigente alienata culturalmente dalla realtà dell’isola.

L’indipendenza politica passa necessariamente attraverso l’indipendenza psicologica, la quale necessariamente passa per l’indipendenza culturale, che a sua volta deriva largamente dall’indipendenza linguistica.

Non vogliamo proteggere, tutelare, conservare la limba, ma aggredire alla base il sistema Sardegna, per riformarlo radicalmente.

Riformarlo come?

Ecco dove gli slogan affascinanti di Maninchedda perdono tutta la loro credibilità: Paolo non ci dice come vuole selezionarla questa nuova classe dirigente.

Mentre la risposta è lì davanti agli occhi di tutti.

Vogliamo una classe dirigente culturalmente, e non solo anagraficamente, sarda, che pensi in sardo (sassarese, gallurese, algherese, tabarchino).

Paolo dice di aver letto quello che scrivo.

Male!

Perché allora vuol dire che Paolo sceglie di nascondere il fatto che il terreno della limba è proprio quello dello scontro più duro, quello in cui la resistenza dell’ancien regime è e sarà la più feroce.

Non è assolutamente un caso che il cantante petrollirico Gianluca Floris abbia paragonato i propositori della discriminazione positiva per i sardofoni, al comune di Cagliari, al male assoluto: http://costruiresumacerie.org/

L’introduzione del bilinguismo perfetto–e quindi non del generico bilinguismo all’acqua di rose di Maninchedda–porterebbe alla sistematica discriminazione positiva dei sardofoni: insomma. la rivoluzione.

Floris sa di essere sostenuto dalla sua claque di madamas impellicciate e monolingui in italiano.

Evidentemente lo sa anche Maninchedda e … Deus si ndi campit de is madamas casteddajas!

Ma a proposito di Floris: il suo blog è fermo al 9 luglio …

Che ne la stia gorgheggiando in logu allenu o è in crisi mistica?

Ma torniamo alla questione della lingua: Paolo, devi scegliere, ma anche Massimeddu e anche Gesuinu.

O Massimeddu, la vostra (eventuale) candidata usa il sardo come “vena ispiratrice sotterranea”–o una cosa de aici–cosa che non vuol dire un cazzo, naturalmente, ma fa molto literair chique.

È disposta a schierarsi e a dichiarare che l’unica letteratura nazionale sarda è quella in sardo (sassarese, gallurese, algherese, tabarchino)?

È disposta a uscire dalla sua ambiguità di scrittrice regionale per turisti italiani un po’ gonzi, di quelli che credono che negli anni Settanta in Sardegna non ci fossero ospedali?

E Gesuinu, mi che l’asino di Buridano è morto, proprio quando stava imparando a fare a meno di mangiare!

E non ti naro áteru.

La questione linguistica è la questione sarda!

È qui che bisogna scegliere da che parte si sta: c’è da tagliare nella propria carne, in quella dei propri figli che abbiamo cresciuto monolingui in italiano, in quella dei nostri colleghi all’Università o–la speranza è l’ultima a morire–futuri colleghi, in quella delle nostre mogli, troppo signore per usare quella lingua grezza di biddunculus!

C’è da mettere in discussione l’egemonia culturale in Sardegna e “Ogni volta che affiora, in un modo o nell’altro, la quistione della lingua, significa che si sta imponendo una serie di altri problemi: la formazione e l’allargamento della classe dirigente, la necessità di stabilire rapporti più intimi e sicuri tra i gruppi dirigenti e la massa popolare-nazionale, cioè di riorganizzare l’egemonia culturale (Quaderni del carcere, Quaderno 29, § 3)”

Cari amici, la rivoluzione non è roba da mammolette bene educate.

Se la evocate, assumetevi anche le vostre responsabilità.