Cosa intendo per rivoluzione linguistica

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Mentre gli asini della specie Equus asinus sono curiosi, quelli della specie Homo sapiens non lo sono e si accontentano dei luoghi comuni.

–Bolognesu ha parlato di rivoluzione! Ci aspettano i lager per gli italofoni, i campi di rieducazione e le “guardie linguistiche sarde”!

Esagerato? Mannò: Sono stato sfrattato da sardo perché non puro. Il nuovo nazismo liguista di Sardegna.

E questa volta lascio in pace Giulio Agnelli, che forse, a sa becesa, qualcosa ha cominciato a capirla.

E visto che da domani devo cominciare a occuparmi dei miei affari personali–io non mi candiderò mai più alle regionali e non avrò mai un vitalizio–difficilmente avrò tempo di chiarire agli asini bipedi cosa intendo dire con “rivoluzione”.

Da ragazzo sono stato “rivoluzionario” e ho sognato di ghigliottine e plotoni di esecuzione.

Del resto vivevo in uno stato che fucilava senza processo i dimostranti e piazzava bombe nelle banche, nelle piazze e nei treni e assassinava centinaia di innocenti.

Niente di cui vergognarmi, se non di essere stato adolescente.

Oggi sono un “signore attempato”: cioè sono un uomo anziano–signore non lo sarò mai–e anziano non vuol dire vecchio–come l’ipocrisia imperante nel cesso Italia vorrebbe–ma “Persona di età intermedia tra la maturità e la vecchiaia”. (http://dizionari.corriere.it/dizionario_italiano/A/anziano.shtml)

Non morirò pompiere, come non sono nato incendiario–ero il beniamino delle maestre e del parroco–ma lo sono diventato in quel Bel Paese “forte con i deboli e debole con i forti”, forse per aver creduto troppo nel Vangelo.

Poi, come tutti quelli della mia generazione, sono stato confrontato con la violenza gratuita dei “compagni che sbagliavano”.

Non si trattava più di cazzotti o corpus de conca ai fascisti che ti aggredivano, o di sognare l’insurrezione armata e noi come i partigiani, ma c’erano quelli che ammazzavano un poliziotto a tradimento e a sangue freddo solo perché portava una divisa.

E a casa di mia mamma di gente in divisa–tutti compari o paesani–ne circolava parecchia.

Brava gente.

E poi, detto fra noi, io ero svelto con i pugni almeno quanto con la lingua e di avversari ne ho stesi diversi.

So come ci si sente a vincere con la violenza fisica.

Non ci si sente molto bene.

Almeno io no.

Non sarò mai un pacifista, ma la violenza è una brutta bestia, molto difficile da gestire.

E poi col passare degli anni ti rendi conto che non c’è stata una singola rivoluzione che non sia finita a puttane.

Quando si incomincia a sparare, finisce per comandare chi spara meglio degli altri.

Allora, e la “Rivoluzione linguistica”?

Appunto, esattamente come la “Rivoluzione copernicana”.

Sapere di più.

Sapere di più di se stessi.

Della propria terra.

Del proprio vicino di casa.

Dei propri genitori e dei propri nonni.

Sapere di più.

Sapere di avere una storia che non ti molla soltanto perché tu sei un coglione e non sai di averla.

Sapere di essere quello che sei.

Sapere.

Per questo bisogna costringere i Sardi a conoscere il sardo, come sono stati costretti a conoscere la matematica, la geografia e tutto il resto che la scuola dell’obbligo ti impone.

Coercizione?

EJAAAAAAA!

Coercizione come lo è la scuola dell’obbligo.

La scuola dell’obbligo è violenza?

Appunto, dipende.

Circa un terzo dei Sardi dichiara di non avere una competenza attiva della/e nostra/e lingua/e nazionale/i.

Per la maggior parte si tratta di giovani.

Bene, che studino!

Bisogna metterli in grado di imparare–e qui, caro Maninchedda, i tuoi discorsi sul bilinguismo fanno semplicemente ridere: come pensi di introdurre il sardo nella scuola?–ma, esattamente come succede per le altre materie, bisogna premiare chi sa e non gli ignoranti, come oggi avviene.

Oggi siamo al livello di Pol Pot:  oggi, in Sardegna, sapere di meno vale di più che sapere di più.

Guardatevi i dati sul livello di istruzione–cioè del modo in cui avviene la selezione nella scuola italiana di Sardegna–dei sardofoni bilingui e dei monolingui in italiano: chirca sotziulinguistica

Oggi in Sardegna viene premiato chi non conosce la lingua, la cultura e la storia della sua terra.

Ecco da dove viene la classe dirigente di merda da cui dobbiamo liberarci: dall’ignoranza.

Studiare, imparare, sapere.

Le rivoluzioni senza sangue sono possibili, ma non quelle senza sudore e lacrime.

Piangano pure le Marie Callas del culturame sardo.

Piangano i mutilati e gli invalidi della guerra linguistica combattuta contro sos pobiros de sas biddas.

Ma poi sudino, studino e imparino.

6 Comments to “Cosa intendo per rivoluzione linguistica”

  1. Bellissimo il paragone rivoluzione linguistica e copernicana…bellissima questa dichiarazione di vera indipendenza! E il tono. E la passione. Sorrido sempre quando lei scrive che chiuderà questo blog, che smetterà di occuparsi della questione della lingua in Sardegna…sorrido perché mette una tale passione in quello che scrive che, mi scusi, io credo che non farà che occuparsene fino ai suoi cento anni e passa! L’indipendenza di pensiero, l’indipendenza individuale dai modelli imposti dalla scadentissima classe dirigente da “cene eleganti” è rara, soprattutto da una ventina d’anni in qua…difficile recuperare la propria identità, senza il desiderio di indipendenza a fare da apripista. In fondo, al di là della mia ammirazione per la sua Isola e la sua cultura io credo di leggere ciò che lei pubblica perchè parla anche di me. Lei parla, tra l’altro, di dignità, di etica e di consapevolezza. Sì, mi riguarda. Le sono grata per la forza con cui scrive e per ciò che scrive.

  2. Ma perchè da tutta questa importanza a maninchedda che tanto non conta niente? prenderà in tutto 3 voti, compresi quelli dei parenti.

  3. Di quale cultura parla la signora del commento qui sopra? i sardi sono un popolo senza cultura

  4. i sardi non sono un popolo senza cultura ma con una cultura che non sanno di avere a parte mamuthones, pane carasau e su nuraghe di barumini. del resto di cosa ci stupiamo la cultura oggi è un optional che non interessa più nessuno tanto c’è la tv che soddisfa quel bisogno di informazione che ha sostituito il pettegolezzo sotto la porta di casa. oggi il burino (come amava dire Alziator) non si distingue più dal resto. siamo tutti uguali sotto una democrazia falsa e ipocrita tutti abbiamo il cellulare, tutti la bella macchina, tutti prendas de oro da mostrare, tutti casa con aria condizionata, tutti figli ignoranti come capre che faranno i maestri e i professori e come una slavina tutto ci rovinerà addosso.

  5. Purtroppo è la stessa situazione nella quale ci troviamo noi piemontesi che cerchiamo di mantenere in piedi la lingua delle nostre radici. Anzi per noi è ancora peggio, perchè non abbiamo nemmeno uno straccio di legge che ci dia comunque una mano. Avevam strapparto una piccola legge regionale, ma Roma è riuscita anche a farci togliere quella. Ma non demordiamo, bisogna continuare a lottare, solo lottando, non dico che si vince, ma almeno ci si sente vivi.
    Sergio Notario del centro Studi Piemontesi, Ca dë Studi Piemontèis

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