Il crepuscolo delle idee

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Allora, visto che l’articolo polemico dell’altro giorno ha raggiunto il suo obiettivo, cercherò di limitare la polemica al minimo nel resto della discussione.

Del resto, anche se sarebbe superfluo dirlo, questa è una discussione tra amici e in queste discussioni ci si stratalla e ci si manda affanculo, ma sempre cordialmente, visto che l’obiettivo è e rimane quello di trovare un accordo.

Vediamo allora di correggere un po’ il tiro rispetto all’altra volta.

Io avevo detto che “[…]  finora Franciscu sarebbe l’unico politico di area indipendentista-sovranista-democratica a fare una qualsiasi proposta per la lingua.”

Era una semplificazione e giustamente Massimeddu mi ha fatto notare che una proposta di ProgReS esisteva già: http://progeturepublica.net/comunicati/politicas-linguisticas-in-progres-istitutu-pro-su-plurilinguismu/#.UfT_Vt8fbAI

Questa proposta, già molto articolata, assomiglia molto alla mia proposta dell’Istitutu de sa Limba e Curtura Sardas, ma va oltre, estendendola alle altre lingue della Sardegna–MAGNIFICO!– e entrando nei dettagli del suo funzionamento.

Gesuinu Muledda, dal canto suo, fa notare che fare poco non è la stessa cosa che fare niente: bidrigu, tando Gesui’, ma babbu no!

E infine Paolo Maninchedda mi manda il link con il video del suo intervento ad Abbasanta: http://www.youtube.com/watch?v=WKF92VdmL7U.

Non capisco il senso di questo autogol di Paolo: a cosa serve farmi sapere che ha parlato genericamente di bilinguismo dal minuto 22:40 a quello 23:25 del suo intervento?

Torniamo perciò alla formulazione della mia critica, così come l’avevo posta in La limba e le elezioni, ovvero: perché non riesco a innamorarmi di Maninchedda:

Nessuno quindi–nessuno di quelli che in Sardegna hanno qualcosa da perdere–ha mai messo il sardo in cima alla sua agenda.”

La critica che io ho sempre mosso a tutti, e in particolare agli amici di ProgReS, è proprio quella di non cogliere–o di non voler cogliere–il rapporto chiaro e diretto che esiste tra la questione linguistica e il rinnovamento della classe dirigente della Sardegna.

Non si tratta di sviluppare gli strumenti per la tutela del sardo e delle altre lingue della Sardegna, in un visione corservativa, “irlandese” e alla fin fine “soriana” della lingua (Soru vedeva la lingua, così come anche l’ambiente, come una risorsa da conservare–sotto vuoto–per i posteri e non come un qualcosa in cui vivere e di cui vivere oggi).

Si tratta invece di riconoscere che la questione sarda è dovuta principalmente al fatto di avere una classe dirigente alienata culturalmente dalla realtà dell’isola.

L’indipendenza politica passa necessariamente attraverso l’indipendenza psicologica, la quale necessariamente passa per l’indipendenza culturale, che a sua volta deriva largamente dall’indipendenza linguistica.

Non vogliamo proteggere, tutelare, conservare la limba, ma aggredire alla base il sistema Sardegna, per riformarlo radicalmente.

Riformarlo come?

Ecco dove gli slogan affascinanti di Maninchedda perdono tutta la loro credibilità: Paolo non ci dice come vuole selezionarla questa nuova classe dirigente.

Mentre la risposta è lì davanti agli occhi di tutti.

Vogliamo una classe dirigente culturalmente, e non solo anagraficamente, sarda, che pensi in sardo (sassarese, gallurese, algherese, tabarchino).

Paolo dice di aver letto quello che scrivo.

Male!

Perché allora vuol dire che Paolo sceglie di nascondere il fatto che il terreno della limba è proprio quello dello scontro più duro, quello in cui la resistenza dell’ancien regime è e sarà la più feroce.

Non è assolutamente un caso che il cantante petrollirico Gianluca Floris abbia paragonato i propositori della discriminazione positiva per i sardofoni, al comune di Cagliari, al male assoluto: http://costruiresumacerie.org/

L’introduzione del bilinguismo perfetto–e quindi non del generico bilinguismo all’acqua di rose di Maninchedda–porterebbe alla sistematica discriminazione positiva dei sardofoni: insomma. la rivoluzione.

Floris sa di essere sostenuto dalla sua claque di madamas impellicciate e monolingui in italiano.

Evidentemente lo sa anche Maninchedda e … Deus si ndi campit de is madamas casteddajas!

Ma a proposito di Floris: il suo blog è fermo al 9 luglio …

Che ne la stia gorgheggiando in logu allenu o è in crisi mistica?

Ma torniamo alla questione della lingua: Paolo, devi scegliere, ma anche Massimeddu e anche Gesuinu.

O Massimeddu, la vostra (eventuale) candidata usa il sardo come “vena ispiratrice sotterranea”–o una cosa de aici–cosa che non vuol dire un cazzo, naturalmente, ma fa molto literair chique.

È disposta a schierarsi e a dichiarare che l’unica letteratura nazionale sarda è quella in sardo (sassarese, gallurese, algherese, tabarchino)?

È disposta a uscire dalla sua ambiguità di scrittrice regionale per turisti italiani un po’ gonzi, di quelli che credono che negli anni Settanta in Sardegna non ci fossero ospedali?

E Gesuinu, mi che l’asino di Buridano è morto, proprio quando stava imparando a fare a meno di mangiare!

E non ti naro áteru.

La questione linguistica è la questione sarda!

È qui che bisogna scegliere da che parte si sta: c’è da tagliare nella propria carne, in quella dei propri figli che abbiamo cresciuto monolingui in italiano, in quella dei nostri colleghi all’Università o–la speranza è l’ultima a morire–futuri colleghi, in quella delle nostre mogli, troppo signore per usare quella lingua grezza di biddunculus!

C’è da mettere in discussione l’egemonia culturale in Sardegna e “Ogni volta che affiora, in un modo o nell’altro, la quistione della lingua, significa che si sta imponendo una serie di altri problemi: la formazione e l’allargamento della classe dirigente, la necessità di stabilire rapporti più intimi e sicuri tra i gruppi dirigenti e la massa popolare-nazionale, cioè di riorganizzare l’egemonia culturale (Quaderni del carcere, Quaderno 29, § 3)”

Cari amici, la rivoluzione non è roba da mammolette bene educate.

Se la evocate, assumetevi anche le vostre responsabilità.

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