Archive for August, 2013

August 29, 2013

Quanta voglia di normalità

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In Olanda di uno specialista della “lingua romanza più arcaica” non se ne fanno niente.

Sorpresi?

Il sardo è una delle tante lingue minacciate che esistono al mondo–anzi, la maggior parte delle lingue del mondo lo è–e gli Olandesi hanno già finanziato diverse ricerche sulla nostra, perché dovrebbero continuare?

Una di queste ricerche è servita proprio a sfatare il mito–mito? Ma cale mito? Barzelleta!–che il sardo fosse una lingua “arcaica”: Sardegna fra tante lingue

Sono servite queste ricerche?

Vedete voi…

A me sono servite a capire che essere sardi dovrebbe essere una cosa normale.

Così, da persona normale mi sono cercato un altro lavoro, perché, come diceva il babbo di Guccini: “La pensione è davvero importante!”

Quest’anno il lavoro l’ho trovato ancora più lontano da casa mia.

È un bel sacriificio, ma l’indipendenza economica è la chiave di tutte le altre indipendenze e tre ore di macchina passano in fretta, pensando a tutta la gente che hai stratallato e preso per il culo, e preparandoti a colpire ancora.

Che gusto ci provo?

Probabilmente è lo stesso gusto che prova il sopravissuto a un disastro naturale o a una guerra di sterminio.

Il gusto di sentirti vivo e libero.

Il gusto di sentirti diverso–normale, appunto–rispetto a quei milioni di persone che trovano invece normale che un delinquente pregiudicato condizioni tutta la vita pubblica italiana con la sua pretesa di essere al di sopra delle leggi.

E diverso anche dai quegli altri milioni di persone che, pur odiandolo, permettono a Berlusconi di condizionare ancora la loro vita, mantenendo al loro posto i suoi finti nemici.

E diverso rispetto a una borghesia sarda, che odia se stessa al punto di negare la propria lingua e la propria identità.

In questi i borghesi sardi sono davvero unici: non esiste altra minoranza al mondo di queste dimensioni, la cui borghesia rifiuti di usare la propria lingua nazionale.

Un bel primato!

È bello sentirsi diversi da questa gentaglia che deriva la propria identità da un colonizzatore, per il quale. oltretutto, è normale che un delinquente pregiudicato continui a spadroneggiare in politica.

È bello non sentirsi italiani, sentirsi normali: http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/2013/08/28/il-surreale-dibattito-di-fine-agosto-in-italia/

Ti alzi, vai al lavoro–oltretutto un lavoro molto bello–torni a casa e sei un uomo libero.

Libero anche di stratallare e prendere per il culo chi ti pare e piace.

Tutta roba normale in un paese normale, peccato solo che non sia la Sardegna.

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August 26, 2013

Non vorrei essere nei panni di un insegnante di sardo

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Come ci ha fatto sapere Vito Biolchini, una famiglia su quattro ha scelto l’insegnamento del sardo per i suoi ragazzi: http://www.vitobiolchini.it/2013/08/25/scoop-lingua-sarda-a-scuola-una-famiglia-su-quattro-ha-gia-detto-si-the-times-they-are-a-changin/

È praticamente un miracolo, come ha spiegato Vito.

Ma adesso occorre un altro miracolo: quello che devono compiere gli insegnanti.

Dovranno inventarsi il materiale didattico, partendo praticamente da zero.

Le grammatiche di consultazione esistenti sono poche e elaborate seguendo criteri didattici decrepiti.

Non esistono antologie di letteratura sarda.

Non esiste una grammatica contrastiva, per permettere ai ragazzi di distinguere le strutture del sardo da quelle dell’italiano regionale.

Non esistono ricerche che stabiliscano quale sia il livello di competenza del sardo dei ragazzi in diverse situazioni geografiche e sociali.

Naturalmente non esistono neppure ricerche per stabilire quanto l’italiano dei ragazzi sia frammisto al sardo.

Questo significa che gli insegnanti dovranno stabilire da soli, caso per caso, se insegnare il sardo come L1 (eventualmente da correggere) o come L2 (da imparare del tutto o quasi) e, naturalmente, dovranno inventarsi l’approccio più adeguato.

Non so quale sia il livello di preparazione degli insegnanti che hanno seguito i corsi FILS organizzati dall’università di Cagliari, anzi sarebbe molto utile se qualcuno che ha seguito i corsi volesse raccontare della sua esperienza.

So per certo che non hanno seguito corsi di fonologia.

Mi chiedo allora come faranno a spiegare ai ragazzi il rapporto fra il sardo scritto e le varie pronunce locali, visto che è impensabile che si adottino altre pronunce.

I nostri poveri insegnanti dovranno improvvisare praticamente tutto, tranne quegli eroi che hanno cominciato da soli a insegnare il sardo.

Sarebbe allora molto utile che questi insegnanti condividessero le loro esperienze con gli altri.

Mi permetto di dar loro un consiglio da collega che lavora in una situazione in cui le lingue (straniere) si imparano davvero.

In Olanda la situazione dell’apprendimento dell’inglese si può paragonare a quella del sardo in molte situazioni della Sardegna: la lingua è presente nella vita dei ragazzi in modo non sistematico, ma comunque pervasivo.

I ragazzi sentono molto inglese dalla televisione (programmi in lingua originale, ma sottotitolati) e molte parole dell’inglese vengono utilizzate nelle conversazioni in olandese.

La situazione in Sardegna è simile:  i ragazzi sentono il sardo nelle conversazioni degli adulti e usano molte parole sarde nel loro italiano.

In Olanda si punta molto sulla pratica, sullo sviluppo di una competenza attiva dell’inglese attraverso il suo uso in conversazioni, presentazioni, dialoghi, ecc.

Ovviamente anche la grammatica viene insegnata, ma anche questa soprattutto attraverso la pratica.

Quello che si cerca di fare è svipuppare una competenza della L2 (semi-L2) nel modo più vicino possibile a quello dell’acquisizione della L1.

Questo approccio da in Olanda ottimi risultati, come può confermare chiunque ci sia stato: praticamente tutti parlano almeno un po’ di inglese.

Oltretutto, la funzione principale dell’insegnamento del sardo nella scuola è quella di farlo evadere dal ghetto della diglossia: dimostrare finalmente che in sardo si può parlare di qualunque cosa.

Mi sembra quindi fondamentale utilizzare il sardo come lingua veicolare nell’insegnamento di materie che si prestano allo scopo: materie che non hanno bisogno di un gergo tecnico e specialistico ancora da sviluppare per il sardo.

La mancanza di materiale didattico specifico–soprattutto la grammatica contrastiva–difficilmente permetterà di raggiungere il secondo scopo dell’insegnamento del sardo: il miglioramento della competenza grammaticale in sardo e in italiano.

Ma per ora ci si dovrà accontentare di fare il possibile.

La responsabilità piovuta sulle spalle degli insegnanti in questo momento è davvero enorme.

Buona fortuna e buon lavoro!

August 23, 2013

Is Sardos ratzistas? Ellus ca no?

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Sardos ratzistas?

E proita no?

Bido in Facebook reatziones de spantu pro is cummentos ratzistas de Sardos contras a su ministru italianu Kyenge: unu pro totus: https://www.facebook.com/notes/michela-murgia/a-proposito-della-presenza-di-cecile-kyenge-a-cagliari-con-il-papa/10151677050728347

Su de pensare ki is Sardos podíant esser immunes dae su ratzismu, cussu emmo est ratzismu: e ita semus, una ratza superiore?

Su ratzismu est fisiologicu, deo creo ki esistat in donniunu de noso.

Dd’apo agatadu fintzas a intro de me e totu.

Non m’at fatu praxere mancu po nudda, ma non mi nde so negadu.

Comente incumentzant is arrexonos ratzistas?

–Deo non seo ratzista, ma…

Deo, a dolu mannu, tengio una parte legia in conca mia e custa parte cuntenit puru su tantu suo de ratzismu.

Malu meda a ammiter pro unu ki est stadu, issu e totu, unas cantas bortas vitima de su ratzismu de is áteros.

Bosáteros no, annó?

Bosáteros su nimigu a intro non ddu tenides?

E cando su ratzismu pesat sa conca est una pelea pro non ddi faxer conkistare sa parte ratzionale de su cherbeddu.

E casi semper bi dda fatzo a bincher, ca tengio una curtura antiratzista e–cosa de importu prus mannu puru–non mi dda passo male pro kistiones de dinari e pro is áteras kistiones puru.

Semus totus ratzistas, comente semus totus assassinos potentziales.

Si custu non dd’ischis, tando eja ca ses in perigulu de ti perder.

E tando ita b’at de si spantare biende ca una minoría de gente pagu abbista e/o inniorante, in una positzione sotziale bascia e debbile, est cuntenta pensende ki bi siat gente ki est prus pagu de issos.

Nemos bolet esser in s’urtimu gradinu de sa scala sotziale.

In is annos Otanta de su seculu passadu dd’apo bidu naschende su ratzismu, in Iglesias.

Su ratzismu contras a is nieddos bogio narrer, ca s’atru–contras a is Rom e contras a is “gabillos”–esistíat dae semper, ma nemos ddu tzerriaíat de aici, ca fiat cosa de casi totus e nemos dd’amitíat ca fiat ratzismu.

Fiant is cumpangios de trabballu prus male-pigados a s’acanire contras a is nieddos e a is marokinos (is ambulantes) e contaíant contos de domos donadas a issos a su postu de ddas donare a is Sardos e is contos ki is ratzistas contant in donni logu–in Olanda puru–pro giustificare s’odiu issoro.

Custu ratzismu est fisiologicu: in donnia populu ddoe at esser semper cussu 10%  de persones male-pigadas pro motivos sotziu-curturales o psicologicos ki si nde gosant de tenner calincunu a suta de issos in sa scala sotziale, mescamente de un’átera “ratza”, ca benit megius a ddos regonnoscher.

Ita bi podimus faxer?

Pagu e nudda, biende ki su comunismu est fallidu ke sistema politicu e ke utopia e s’ingiustitzia sotziale non at a sparesser mai in totu.

E de su cristianesimu non nde faeddemus ne-mancu!

E non sunt totus cristianos custos ratzistas?

Su ki si podet e depet faxer est a cumbater sa curtura ratzista e peleare pro tenner prus giustizia sotziale, pro firmare su tantu de is ratzistas a cussu livello fisiologicu.

Tocat a imparare a bi biver impari a su ratzismu, comente amus imparadu a biver impari a sa criminalidade.

Ambos fenomenos ant a esister fintzas a cando esistit s’umanidade.

A dolu mannu.

E su moralismu o s’ipocrisía non serbint a nudda pro ddos firmare.

Serbint de prus “vigilanza” e–candu serbit–repressione.

P.S. Pro su ki pertocat sa repressione: http://www.vitobiolchini.it/2013/08/23/kyenge-a-cagliari-contro-il-razzismo-basta-commenti-intolleranti-su-facebook-sui-blog-e-sui-giornali-si-puo-fare-subito-si-puo-fare-ora/

Spantu ki semus ancora una borta in sintonía. 🙂

August 21, 2013

Sogno piccolo e borghese di mezza estate

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Banyoles, Catalunnia

È troppo volere per il sardo un futuro di tranquilla normalità borghese?

Il poter rivolgersi in sardo agli sconosciuti senza creare imbarazzo, fastidio, e un’atteggiamento difensivo?

Chi ha provato a farlo sa quanto ti si stringe lo stomaco quando l’altro ti risponde  con la faccia leggermente contratta, ripetendo in italiano quello che tu hai detto in sardo, come per correggerti o per confermarti che, massì, ha capito quello che tu non sei riuscito a dire correttamente.

Voi direte: “Ma perché lo fai? Tu sai meglio di noi che in Sardegna esiste una regola non scritta che proibisce l’uso del sardo con gli sconosciuti.”

Penso che questa domanda se la pongano molti Sardi “di sinistra” e questo fa capire quanto queste etichette abbiano perso significato nella pratica politica, ma anche quotidiana.

Non si rendono neppure conto che è come se si chiedessero perché Rosa Parks si sia rifiutata di cedere il posto a un passeggero bianco sull’autobus, in quel fatidico dicembre del 1955.

E non si rendono neppure conto che, chi mi risponde in italiano, sta violando un mio diritto costituzionale (art. 6).

Certo, le cose non sono così semplici come su quell’autobus in Alabama.

In Sardegna il confronto non è tra una vittima e un carnefice, ma tra due vittime, una delle quali accetta di essere carnefice dell’altra, ma anche di se stessa.

L’autocolonialismo dei Sardi, il neocolonialismo.

Ma sarebbe ingiusto anche dire che siamo tutti ugualmente responsabili: la mia opinione e il mio esempio non valgono quanto quelli di un Sardo potente e influente.

A imporre la segregazione linguistica–in termini tecnici: diglossia, ma ormai “bilinguismo verticale”: ultimo stadio prima dell’estinzione–è stato il prestigio di cui godono sempre le classi dirigenti presso il resto della popolazione.

La responsabile della segregazione linguistica in Sardegna è la borghesia nel suo insieme: il sindaco, il prete, il dottore, la maestra, il padrone del supermercato con la macchina più grande della mia, sua moglie con le scarpe belle.

All’inizio la segregazione linguistica aveva la funzione di discriminare le classi subalterne–meditate, amici di sinistra, meditate!–ma dato che queste hanno pensato di sfuggire alla discriminazione adeguandosi al comportamento linguistico dell’élite–prima di tutto le donne: Labov, 1972–praticamente tutti i Sardi hanno pensato bene di autodiscriminarsi, lasciandosi soltanto delle piccolissime “riserve indiane”, nelle quali usare il sardo: ormai quasi soltanto la cerchia degli amici maschi: chirca sotziulinguistica.

Quest’uso ristretto del sardo ha comportato, soprattutto per le giovani generazioni, l’impossibilità di acquisire un’adeguata competenza pragmatica, cioè il sapersi esprimere in sardo in modo adeguato in tutte le situazioni e i tipi di interazione.

Ecco da dove viene l’imbarazzo del barista di Cagliari o Oristano quando ordini il caffé in sardo.

Probabilmente pensa, ma pensare in senso lato, piuttosto “sente”: “E immoi ita fatzu? Ddu pigu a fueddus malus, comenti cun is amigus mius?”

E se è una donna, anche peggio: “Nara! Po chini m’as pigau?”

Questa, è ovvio, riguarda quel 68% di Sardi che dichiarano di avere una competenza attiva della lingua, ma poi non la usano con gli sconosciuti o in situazioni formali: per questo vedetevi quello che dice Alessandro Mongili nella ricerca sociolinguistica.

Poi ci sono gli altri, quelli che il sardo non lo parlano, ma dicono di capirlo.

Tra questi troveremo quelli che “che grezzo, parla in sardo!”

E mi sembra lecito pensare che dietro questa aggressività ci sia anche la coscienza della propria ignoranza e inadeguatezza, la coscienza di sapere meno degli altri, di essere meno degli altri, visto che oggi “anche gli ignoranti parlano in italiano”, mentre i sardofoni sono almeno bilingui.

E a monte di tutto questo ci sono generazioni di bambini traumatizzati dall’esclusione subita, prima, e poi autoimposta in età adulta: esclusi dalla scuola, perché sardofoni, o esclusi dal gruppo dei pari perché solo italofoni.

Siamo una nazione di bambini traumatizzati, in un modo o nell’altro, dal furto della loro lingua.

Bambini che non potevano essere se stessi a scuola, o i cui genitori non erano se stessi quando si rivolgevano ai loro figli in una lingua straniera che non conoscevano a sufficienza.

Quanta sofferenza e quanta insicurezza nelle famiglie e quante vite mutilate da una scuola gestita da orchi senza cuore.

I Sardi si sentono sempre speciali, nel bene o nel male: o si sentono i primi–non importa in che cosa–oppure gli ultimi.

I Sardi non si considerano mai un popolo normale.

Per potersi considerare normali, le persone devono essersi sentite accettate da bambini e/o devono essersi accettate da adulte.

Cosa è successo nella testa e nel cuore dei bambini della mia generazione–i genitori dei giovani adulti di oggi–quando a scuola si sono sentiti rifiutare la propria lingua?

E cosa hanno fatto poi ai loro figli, escludendoli dalle interazioni linguistiche in sardo, riservate queste agli adulti?

E allora come meravigliarsi dell’eterno senso di inadeguatezza dei Sardi?

Ma, come qualcuno ha proposto, non potrebbe essere l’italiano la lingua normale dei Sardi?

Certamente: quando oltre Tirreno accetteranno l’Italiano Regionale di Sardegna come norma e imporranno agli insegnanti di promuovere gli alunni che scrivono “Capitto mi hai?” e di bocciare quelli che scrivono “Mi hai capito?”.

Penso che la dispersione scolastica in Sardegna scenderebbe immediatamente, di quanto non so, ma scenderebbe, mentre in Italia crescerebbe.

Purtroppo non mi sembra molto realistico pensare che gli Italiani mollino ai Sardi il controllo sulla loro lingua .

Restituire, allora, al sardo la sua normalità, fino alla banalità, la santa banalità di essere quello che sei, significa restituire ai Sardi la loro normalità.

Quella normalità che è stata rubata loro dall’alienazione linguistica delle classi dirigenti sarde.

Un sogno modestissimo, in fondo: poter parlare a tutti i Sardi nella lingua che uso con i miei amici.

August 18, 2013

Che sta succedendo alla buona borghesia sarda? Perfino Muroni parla di “identità come adesione a una comunità di pratica”!

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Giuro che se lo dice in modo leggermente più esplicito mi abbono a L’Unione e torno a Fatima in ginocchio!

Anthony Muroni–notate come ho evitato di sfottere!–ha scritto: “Finché, nei fatti, la Sardegna resterà un’entità geografica a disposizione non solo del sistema globalizzato ma anche degli egoismi dello Stato, non c’è alcuna speranza di invertire il trend.”(http://anthonymuroni.blog.unionesarda.it/2013/08/18/la-sardegna-che-non-ce-e-che-rischia-di-non-esserci/)

Cosa ha detto Muroni?

Che non basta il mare (o l’anagrafe) a definirci come popolo: è il nostro agire o non agire che ci definisce come Sardi o meno, e noi oggi non agiamo da popolo.

E il nostro non essere popolo ci espone ai soprusi di soggetti politici ed economici più forti: l’economia globalizzata e lo stato italiano.

Quello che Muroni ancora non dice è come arrivare a diventare–o tornare a essere–un popolo.

Si è popolo quando se ne ha coscienza, collettivamente, quando si possiede un’identità collettiva.

Si è Sardi se ci si comporta da Sardi: e qui non mi sembra di forzare quello che ha scritto Muroni.

Ma si può essere Sardi se non si parla, attivamente, una delle lingue della Sardegna?

Cioè se non si possiede un’identità linguistica sarda?

Copio e incollo dal mio libro: “In termini assoluti, l’identità linguistica non è definibile a prescindere dalle intenzioni e dal progetto sociale del parlante e va definita in modo analogo all’identità di genere, proposta da Judith Butler,[1] e cioè come un costrutto che risulta da una serie reiterata di atti linguistici che produce l’effetto di un identità statica o normale, oscurando la contraddizione e instabilità di un qualunque singolo atto linguistico di una persona. Butler sostiene che il genere sia un atto performativo: non esiste alcuna identità dietro gli atti che si suppone esprimano il genere, e questi atti costituiscono—piuttosto che esprimere—l’illusione di una stabile identità di genere.[2]

A maggior ragione si può sostenere che non esista identità linguistica oltre la pratica linguistica: un Sardo assumerà un’identità linguistica sarda soltanto nel momento in cui aderisce alla comunità di pratica che accetta la norma linguistica del sardo. Cioè, data la definizione di Butler, non esiste un essere Sardi che prescinda da ciò che si fa nella pratica.”

[…]

“Le studiose americane Mary Bucholtz & Kira Hall (2005 7: 585-614) propongono una definizione di identità che ribalta, per molti versi, la concezione tradizionale espressa dal senso comune: «Proponiamo un quadro teorico per l’analisi dell’identità come prodotta nel corso dell’interazione linguistica sulla base dei principi seguenti: (1) L’identità è il prodotto piuttosto che la fonte di pratiche linguistiche o altre pratiche semiotiche ed è perciò un fenomeno sociale e culturale, piuttosto che principalmente interno e psicologico; (2) le identità circondano categorie demografiche di macro-livelli, prese di posizione temporanee interattivamente specifiche e ruoli di partecipazione; (3) le identità possono essere indicizzate linguisticamente attraverso etichette, implicazioni, prese di posizione, stili, o strutture e sistemi linguistici; (4) le identità sono relazionali, costruite attraverso numerosi, spesso sovrapposti, aspetti del rapporto tra se stessi e gli altri, compresi la similitudine/differenza, genuinità/artificialità e autorità/delegittimazione; e (5) l’identità può essere parzialmente intenzionale, in parte abituale e meno che pienamente conscia, in parte un risultato di una negoziazione interattiva, in parte un costrutto delle percezioni e rappresentazioni altrui e in parte il risultato di processi e strutture ideologici più vasti.»[1]”

Adesso la domanda a Muroni: quanto del nostro esserci ridotti a “entità geografica” è il risultato della nostra alienazione linguistica?

Domanda retorica, ovviamente.

Ecco, se Muroni avesse il coraggio–visto che fa anche riferimento a Metternich e al suo giudizio sull’Italia “pre-unitaria”–di trarre le logiche conseguenze della sua frase, si potrebbe dire che la borghesia sarda ha iniziato il suo processo di autoriforma, di rivoluzione culturale che la può portare a diventare borghesia nazionale.

Giuro! Se Muroni lo fa, inghenugradu bi torro a Fatima!


[1] Gender Trouble (1990), Routeledge.

[2] Mi sembra il caso di far presente che, per quanto riguarda l’identità di genere, entrino in gioco anche fattori biologici, come la differente produzione di ormoni delle donne e degli uomini, fattori che ovviamente non giocano alcun ruolo per l’identità linguistica.

[1] [We] propose a framework for the analysis of identity as produced in linguistic interaction, based on the following principles: (1) identity is the product rather than the source of linguistic and other semiotic practices and therefore is a social and cultural rather than primarily internal psychological phenomenon; (2) identities encompass macro-level demographic categories, temporary and interactionally specific stances and participant roles, and local, ethnographically emergent cultural positions; (3) identities may be linguistically indexed through labels, implicatures, stances, styles, or linguistic structures and systems; (4) identities are relationally constructed through several, often overlapping, aspects of the relationship between self and other, including similarity/difference, genuineness/artifice and authority/ delegitimacy; and (5) identity may be in part intentional, in part habitual and less than fully conscious, in part an outcome of interactional negotiation, in part a construct of others’ perceptions and representations, and in part an outcome of larger ideological processes and structures.

 

August 18, 2013

Non di sola limba: quale economia per la Sardegna?

interventu de Andria Maccis

La svolta interessante alla quale stiamo assistendo in questo periodo pre-elettorale è quella interrogatoria, quasi come se in Sardegna il vangelo di Douglas Adams avesse attechito così a fondo da convincerci definitivamente che ottenere delle risposte abbia in assoluto meno importanza che porre le domande giuste.

E quindi in questo blog e in gran parte della rete, le solite e generiche domande rivolte ai candidati già noti o ai papabili, vengono scansate a gomitate da quelle specifiche, tipo : quale cultura per la Sardegna?

Ed è proprio su questa falsariga che trova spazio anche l’altra domanda fondamentale : quale economia per la Sardegna?

Siamo in tanti ormai a porcela, costretti sicuramente dalla crisi che ci riavvicina nostro malgrado alle questioni economiche e stupiti di scoprirci avvitati nell’osservare altri stati (indipendenti o che vanno verso l’indipendenza) mentre ci chiediamo se siano ricchi perché indipendenti, indipendenti perché ricchi o addirittura se sia tutto oro quel luccichio che ci sembra di vedere.

I politici, spesso più sull’economia che sulla cultura, riescono con grossa facilità e altrettanto trasporto a proiettarci verso il lungo periodo e ci aiutano a immaginare lungimiranti risanamenti da pianificare a partire da ora, rilanci settoriali fattibili ora ma mancati in passato per via dell’incompetenza delle precedenti classi dirigenti, piccoli ma incisivi (a tendere) interventi da realizzare ora a costo zero e colpevolmente sottovalutati in precedenza, taumaturgiche riscossioni dirette dei tributi.

Ma Keynes (“In the long run we are all dead”) che purtroppo, come le preoccupazioni riprende brio sempre nei momenti neri, ci impedisce di sognare con loro e ci tiene tristemente svegli.

La fotografia scattata annualmente alla Sardegna dalla Banca d’Italia con macchina e rullino gentilmente forniti dall’ISTAT ¹ ci informa puntualmente su una serie di numeri che ci riguardano, ma che non conosciamo, conosciamo male o che abitualmente stravolgiamo al momento dell’interpretazione.

E la fotografia di certo non è delle migliori : un’economia al collasso (fatte salve poche eccezioni), traumatizzata dalla crisi e portata allo sfinimento da una domanda debolissima, che ormai ha la disoccupazione come prodotto di punta.

Tutto sommato son cose che sappiamo, che vediamo, che viviamo.

Su cosa possiamo interrogarci allora?

Sul settore bancario? Sì proprio quello visto da tanti come parassita dei comparti produttivi e che invece è stato negli ultimi anni parte fondamentale del finanziamento all’economia (al netto della raccolta) ² ma che ormai grazie a un portafoglio crediti pesantemente deteriorato da oltre il 10% di sofferenze (2,8 miliardi di €) ³ alimenta il circolo vizioso avendo praticamente chiuso i rubinetti della liquidità.

O sulla solita tiritera di chi vorrebbe combattere la crisi riducendo gli sprechi nella spesa pubblica, considerata addirittura la principale causa dei problemi? Certo, sapendo che fino alla crisi il totale dei lavori pubblici aggiudicati stava scendendo regolarmente anno dopo anno ¹ e che dopo la crisi è tornato (fortunatamente) a impennarsi andando a sostenere il comparto edile fortemente in crisi e a rischio di essere spazzato via, le cose sembrano un tantino diverse.

Magari potremmo interrogarci sul turismo, il nostro amato turismo, panacea dei nostri mali e capace (prima o poi) di far scorrere latte e miele dai monti alle valli, che immaginiamo prevalentemente ricettore di facoltosi stranieri e che però finisce in ginocchio non appena il ceto medio italiano cambia meta alle proprie vacanze o taglia il budget dedicato alle ferie. ¹

Perché sì, si potrebbe anche pensare di “smeraldizzare” tutte le nostre coste, o anche di sostituire totalmente i turisti continentali con gli stranieri, ma è difficile farlo da svegli, consci di offrire servizi che vengono pagati con una moneta visibilmente sopravvalutata rispetto ai fondamentali della nostra economia e che poco a poco e inesorabilmente contribuisce a buttarci fuori dal mercato.

Forse potremmo interrogarci sulla bilancia commerciale dei pagamenti, ma magari scopriremmo che potrebbero essere più incisivi nel breve periodo interventi di potenziamento della presenza sarda sul mercato italiano ² (non inganni import/export petrolifero della Saras) rispetto alla promozione di nuovi canali sui mercati esteri, vista la potente interconnessione del cosiddetto “Mezzogiorno” con tutta l’Italia, ma forse pensare di dare un po’ di respiro alla nostra economia tramite un target tutto italiano potrebbe essere svilente per i sogni d’indipendenza, di sovranismo o di autonomia.

Addirittura, esagerando, forse potremmo anche spingerci a sognare dei candidati che si interroghino su come interloquire con lo Stato Italiano, non tanto relativamente a eventuali richieste, ma allo scopo di operare quel minimo di pressione politica interna che sulla base di tristi riscontri empirici spinga affinché anche a Roma si rifletta sugli effetti di precise dinamiche macroeconomiche, la cui governabilità da questa parte del mare ci è totalmente preclusa, ma che non di meno ci stanno mettendo in ginocchio.

1. Banca d’Italia – Economie Regionali – L’economia della Sardegna – Rapporto 2013

http://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/econo/ecore/2013/analisi_s-r/1321_sardegna/1321_sardegna.pdf

2. Sviluppo, rischio e conti con l’esterno delle regioni italiane – De Bonis, Rotondi, Savona

http://www.dt.mef.gov.it/export/sites/sitodt/modules/documenti_it/analisi_progammazione/brown_bag/Sviluppo_Rischio_e_conti_con_lxesterno_delle_Regioni_Italiane.pdf

3. ABI Sardegna: economia regione debole, produttività e credito ne risentono

http://www.abi.it/DOC_Info/Comunicati-stampa/ABI_Sardegna_27_6_2013.pdf

August 18, 2013

R. Sedda che s’incazza e Bolognesi che svolazza

Leggetevi quest’articolo di Roberto Sedda: http://www.robertosedda.it/?p=4245Io non sono sardo (o meglio: io si, voi non so)

Food for thought: cibo per la mente.

Nel mentre mi son letto l’Intervista con Murgia: http://www.labarbagia.net/rubriche/rassegna-stampa-di-michele-arbau/5116/lunione-sarda-michela-murgia-va-alla-guerra-pd-e-pdl-sono-nemici-dei-sardi

E mi sono letto le risposte di Maninchedda: Adesso sono un indeciso a tempo pieno

E di quelle di Franciscu Sedda: Quelli che non capiscono e criticano. E quelli che nel mentre fanno l’indipendenza.

E sigo a non ischire a kie depo votare o si potzo votare.

E Bustianu e Gavinu ita narant?

August 15, 2013

Chi fa cultura in Sardegna

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Questa frase di Vito Biolchini mi ha fatto tornare indietro nel tempo: “Se il centrosinistra sardo non riallaccia i rapporti con le forze vive della cultura isolana, se non si apre veramente ad una critica costruttiva, se non inizia ad elaborare idee forti e non la smette di intendere la politica come un insieme di accordi di potere, è inesorabilmente destinato ad una disfatta.” (http://www.vitobiolchini.it/2013/08/11/left-appoggia-michela-murgia-una-beffa-e-un-avvertimento-per-il-centrosinistra-sardo/)

Poco più di 5 anni fa–era d’estate anche allora–ho scritto questo pezzo: Le calde notti del clan Agnelli: un giallo

Giorgio Melis, Anna Oppo e il clan Agnelli avevano scatenato la “guerra delle patate”: una serie di attacchi coordinati al sottoscritto, ma in effetti alla LSC e alla richiesta di rendere il sardo una lingua normale.

Dove sono oggi questi protagonisti della cultura di sinistra in Sardegna?

Giorgio Melis si è ritirato in un dignitoso silenzio, dopo la chiusura del rubinetto di Renato: la sua indignazione a pagamento non ha retto alla siccità. E la barzelletta del suo sito L’altra voce consisteva proprio nel fatto che Soru pagasse per permettere a Melis di attaccare la sua politica linguistica.

Anna Oppo, dopo la pensione, è svaporata come una birretta lasciata aperta al sole e non si indigna più se qualcuno mi chiama professore.

Giulio Agnelli, dopo un lungo e gradito silenzio, ha battuto l’ultimo colpo su Cagliarifornia, nel novembre scorso, per farci sapere che l’unica persona intelligente in circolazione è lui: in sardegna manca la cultura per elaborare un progetto

Marinella di Transilvania ha per un po’ scritto su blog altrui per ricordare a tutti che dei “linguisti affermati” mi considerano moralmente inaffidabile: ecco in cosa consiste la questione morale in Sardegna!

Ora tace e acconsente, ma all’uscita del mio libro avrà tutte le opportunità di attaccarmi, soprattutto quando cito lei e quello che lei ha fatto del lavoro di Cetti: Indipendenza culturale .

Della “Ragazza del Clan” voglio ricordare quella volta nel 2007, quando “s’est furriada che cani in cadena” (http://www.youtube.com/watch?v=r0FMb6-ViW0), perché io avevo osato fare la mia relazione al corso di formazione per operatori linguistici–figuratevi!–in sardo.

Per “dovere di ospitalità” non mi sarei dovuto permettere.

Ah, la leggendaria ospitalità dei Sardi!

Ma non preoccuparti, nel libro non cito quell’episodio. Sai, stonerebbe con la serietà degli argomenti trattati.

Queste erano “le forze vive della cultura” secondo il centrosinistra soltanto alcuni anni fa e imperversavano sui giornali e nelle televisioni.

Cosa è successo nel mentre?

C’è stata l’esplosione dei social media e dei blog e la conseguente espansione esplosiva della democrazia dell’informazione.

Gli esponenti della cultura statalista e centralista “di sinistra” non hanno retto all’impatto di un confronto così diretto con gli altri operatori culturali.

Evolutisi nel regime di monopolio informativo costituito dai giornali e delle televisioni–gestiti dai loro sodali–e dal rapporto unilaterale con il pubblico–“io ti illumino e tu mi ascolti”–si sono estinti nel nuovo habitat mediatico, come i dinosauri che erano.

Ma non è vero che la cultura di sinistra taccia, anzi!

A parte il sottoscritto–vi ricordo che sono ancora iscritto al Partito Socialista olandese, non socialdemocratico–ci sono Alessandro Mongili, lo stesso Biolchini, Nicolò Migheli, Emiliano Deiana, tutti attivi in rete, sui social media e/o con i loro blog e tutti su posizioni “sovraniste” e molto critiche nei confronti del PD.

Per quanto riguarda Deiana–l’unico che sia ancora interno al PD–le cose sono un po’ più complesse, ma il suo ultimo articolo non lascia spazio ai dubbi: Indipendenze, al plural

Chiamiamola “sovranità” o chiamiamola “indipendenze”, la cultura viva della sinistra si muove contro il centralismo e il colonialismo culturale italiano.

Se qualcuno è vivo all’interno del PD, è ora che batta un colpo e prenda posizione sulla questione della lingua e della cultura della Sardegna.

August 14, 2013

Limbas natzionales

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E fit ora!

Sa discussione a subra de is votatziones benidoras est arribbende a sa cosa ki contat.

Non is chertos intro de is partidos e partideddos e–prus a prestu–de is persones, ma a subra de comente bolimus guvernare sa Sardinnia.

Sedda  e Maninchedda: Primi appunti sulla nostra rivoluzione

Kelledda Murgia: http://www.sardiniapost.it/limba/limba-la-risposta-in-limba-di-michela-murgia/

Emiliano Deiana: Indipendenze, al plural

De su primu articulu nd’apo già faeddadu e cun su de Deiana “qualcuno” est fintzas tropu de acordiu.

Kergio faeddare de sa leada de positzione de Kelledda a subra de sa limba.

Penso ki depimus torrare gratzias a Lisandru Mongile puru pro custa essida de Murgia.

Craru ki so de acordiu cun su ki narat Kelledda, mancari siat craru puru ki s’argumentu bogiat spainadu de prus, ma non b’at presse.

B’at una cosa sceti ki a parrer miu bolet acrarada: sa kistione de is limbas natzionales.

Ischende cales sunt is ideas de ProgReS a pitzos de is limbas natzionales e biende custu passagiu: “Pro fàghere custu tocat a fraigare un’Iscola e un’Universidade chi siant a beru sardas [http://progeturepublica.net/comunicati/continuiamo-a-progettare-siscola-sarda/#.UgjeEt87lT4], in ue is limbas natzionales nostras siant sa base pro un’istrutzione plurilìngue.”, benit de pensare ki pro Murgia s’italianu puru est una de is limbas natzionales.

Custa cosa bolet posta in craru dereta: s’italianu est unu male, inevitabile, ma unu male.

S’italianu est sa limba de is colonizadores e est sa limba ki est ochende a is limbas natzionales beras de is Sardos.

Custu fatu, custa beridade non est mai cumparta in s’analisi de ProgReS.

Dd’ischimus ki pro ProgReS, e a primu pro iRS, e ancora pro Sedda & Maninchedda, su modellu est s’Irlanda.

A inue passat Sedda si furriant totus a “Irlandesos”.

Sa Sardinnia, ke a s’Irlanda, stadu indipendente, ma cun sa limba de is colonizadores.

Omar “Trumbita” Onnis at teorizadu s’Italiano Regionale di Sardegna ke limba natzionale de is Sardos in su benidore.

Ej’e’, ddas bogio bier is maistras de sa Repubblica Sarda nende a is pitzinnos ki sa forma giusta est “Capitto mi hai?” e non “Mi hai capito?”!

Non isco de inue nd’est essidu custu sciolloriu e non tengio gana nen de speculatziones nen de polemicas.

S’italianu est sa limba de su colonizadore, est ochende is limbas nostras e non faxet a ddu cunsiderare una de is limbas natzionales de is Sardos.

Est unu lussu, un’etzessu de tollerantzia, ki non nosi podimus permitire.

A su mancu fintzas a cando s’italianu at a abarrare sa limba de su stadu ki nosi oprimet.

S’italianu at a abarrare limba veiculare–est unu male ki non faxet a evitare–e ischire de prus est semper megius de nd’ischire prus pagu, ma si faxíat a sceberare, tando iat esser megius a tenner s’inglesu ke limba veiculare de imperare foras de Sardinnia.

Cust’ambiguidade, in su programma linguisticu de “Sardegna possibile”, bolet bogada de mesu.

Italian? No, thanks!

 

 

August 13, 2013

Ora di tirar fuori la ghigliottina dalla naftalina

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La fila che vedete è dei visitatori della casa di Anne Frank.

Dietro l’angolo la fila è lunga il triplo.

Anne Frank è morta perché un presidente della repubblica rincoglionito ha permesso a un ometto con dei baffetti strani di violare lo stato di diritto.

In queste ore, il presidente Napolitano–presidente della repubblica italiana–sta valutando seriamente se riportare l’Italia alla situazione precedente a quella della rivoluzione francese, cioè una situazione in cui la legge non è uguale per tutti.

Ora di tirar fuori la ghigliottina dalla naftalina, appunto.

Gradirei sapere dai vari leader e candidati indipendentisti e sovranisti–e faccio tutti i nomi: Muledda, Sedda, Maninchedda, Kelledda, Sale e non so chi sia il leader di aMpS–di pronuntziarsi sulla gravissima situazione dello stato di diritto in casa del nostro colonizzatore.

Le conseguenze per la Sardegna, nel caso la situazione della democrazia in Italia dovesse peggiorare, mi sembrano chiare e gravissime.