Borghesia nazionale

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È inutile continuare a prendersi in giro con i paragoni con altri popoli che hanno compiuto, o sono sulla buona strada, il loro percorso verso l’indipendenza-sovranità.

Irlandesi, Scozzesi, Catalani hanno le loro borghesia nazionali che producono–o sono in grado di produrre-le loro culture nazionali e i Sardi hanno una borghesia neocoloniale, incapace di produrre in modo indipendente quel sistema di simboli, conoscenze ed emozioni che chiamiamo cultura e che ci permette di identificarci–fino a un certo punto, è chiaro–con gli altri individui definibili in qualche modo come sardi, così che si possa parlare di “comunità”, di popolo, di nazione.

Il piccolo gruppo di intellettuali sardi che ha iniziato con questa produzione costituisce ancora una piccolissima minoranza.

Niente moralismi o trionfalismi, per carità, di lingua e cultura sarda non si campa e anche gli intellettuali devono mangiare.

E quei pochi intellettuali sardi che costituiscono l’eccezione non sono degli eroi, ma semplicemente hanno–in un modo o nell’altro–la possibilità di farlo.

Per avere una massa critica di intellettuali, che produca una quantità sufficiente di cultura nazionale, così da poter parlare di “indipendenza culturale” occorre prima formarli e poi dargli di che vivere.

“Indipendenza culturale” in un mondo globalizzato è ovviamente un concetto relativo, che necessita di una definizione a sé: sarà per un’altra volta.

Ai Sardi, allora, manca una classe dirigente nazionale.

Come lo vediamo?

Dall’incapacità/mancanza di volontà di mettere in piedi un sistema politico in grado di guidare l’economia in modo tale che questa vada a vantaggio della maggioranza dei Sardi–tendenzialmente di tutti–classi dirigenti comprese, è ovvio.

Spetta ai politici, non agli operatori economici, fare in modo che l’economia produca benessere generalizzato.

Gli operatori economici. giustamente, pensano soltanto a realizzare profitti dalle loro attività: il loro compito è generare ricchezza, non distribuirla, e producendola fanno già il loro dovere nei confronti della società.

E questo lo dico a chi mi vuole vedere come esponente della vecchia sinistra.

Sono i politici che devono incanalare le attività economiche verso la realizzazione di un benessere generalizzato.

E se qualcuno sta per tirare fuori dalla naftalina i vecchi pregiudizi sull’impossibilità di avere sviluppo economico in Sardegna, lo rimando semplicemente al libro  Why Nations Fail: The Origins Of Power,, in cui tutte le scemenza dette sulle origini del sottosviluppo vengono smontate a una a una.

Il problema del sottosviluppo della Sardegna è un problema politico, ma questo non vuol dire che la responsabilità sia solo dei politici.

I loro elettori sono ugualmente responsabili, anche se in misura proporzionale all’influenza sociale di ciascuno di noi.

Abbiamo, cioè, i politici che ci siamo scelti e che perciò  ci meritiamo.

Non si scappa!

E perché abbiamo scelto proprio questi, cioè nella stragrande maggioranza dei casi, politici delegati dai partiti italiani a rappresentarli in Sardegna?

Non prendiamoci in giro: sappiamo tutti come è stato nominato Cappellacci e come sono andate le primarie del PD.

Perché proprio questi politici, allora?

Adesso ci arrivo: quanti diplomati sardi sanno che Garibaldi è nato a Nizza? E quanti sanno che Eleonora d’Arborea è nata a Molins de Rei (Catalogna)?

Questo per dire due dettagli di cultura generale che danno un’idea di quanto un diplomato sardo si renda conto della sua posizione personale nella Storia, cioè di quanto il passato determini la sua situazione attuale.

E mi chiedo: perché da bambino ho imparato tante cose di Garibaldi–fra l’altro delle sue lacrime, a sei anni, per la zampetta rotta di un grillo–e nulla o quasi di Eleonora?

Non c’è bisogno di pensare a un complotto per capire che questa nostra ignoranza non è casuale.

In Olandese si dice: “Onbekend maakt onbemind”. Tradotto un po’ liberamente vuol dire: se sei sconosciuto non sei amato.

Sappiamo tutti che ci identifichiamo con protagonista di un film, anche se questo è il “cattivo”: perché quello è il personaggio di cui sappiamo di più.

Sapere non influenza soltato il nostro modo di pensare, ma anche il nostro sentire.

Il sentirsi “italiani” di tanti Sardi, il loro sentirsi–contro ogni evidenza–rappresentati dai partiti italiani viene dal fatto che sanno dell’Italia molto di più di quanto non sappiano della Sardegna.

Onbekend maakt onbemind: I Sardi sono incapaci di amarsi

I Sardi sono incapaci di amarsi perché non hanno un ceto di intellettuali che produca quelle conoscenze, quei simboli, quelle emozioni che permettono l’immedesimazione con la Sardegna.

La “coscienza nazionale”, l’identità di un popolo, è sempre un costrutto che risulta dal lavoro dei suoi intellettuali organici.

E noi non abbiamo questi intellettuali (in numero e di qualità sufficienti) perché non abbiamo una borghesia nazionale disposta a dar loro di che vivere.

Siamo nel circolo vizioso di cui parlano Daron Acemoglu e James Robinson in “Why nations fail”: non abbiamo una borghesia nazionale…perché non ce l’abbiamo.

Una borghesia nazionale si forma con la cultura nazionale e–in un circolo virtuoso–la produce, autoproducendosi.

I borghesi catalani, scozzesi e i preti Irlandesi erano già lì quando si è cominciato a parlare di indipendenza-sovranità.

Una borghesia sarda, capace di esprimere dei politici capaci di guidare un’economia sarda la dobbiamo creare ancora.

È vero che non partiamo da zero: noi anti-eroi della cultura sarda abbiamo già fatto molto.

Ma adesso occorre che i partiti che si autodefiniscono indipendentisti-sovranisti si diano un programma politico che porti all’indipendenza culturale della Sardegna nel più breve tempo possibile.

E basta con le coglionate tipo: “questione rilevante ma parziale”.

Alla prossima puntata per una proposta di programma per l’indipendenza culturale.

 

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