Indipendenza culturale

1581

Un popolo è culturalmente indipendente quando viene esposto a una quantità sufficiente di prodotti culturali, provenienti dal suo interno, di qualità sufficiente a determinare nei suoi membri una diffusa percezione di se stessi come comunità autonoma. autocentrata.

In parole povere, un popolo è culturalmente indipendente quanto si riconosce normalmente nella rappresentazione che i suoi intellettuali ne fanno, indipendentemente dalle rappresentazioni fatte da altri soggetti estranei a quel popolo.

In parole ancora più povere, un popolo è culturalmente indipendente quando si riconosce nel “racconti” dei suoi intellettuali e non nei “racconti” degli altri.

Ah, va da sé che per “intellettuali” intendo dire le persone che all’interno della comunità godono di prestigio intellettuale sufficiente da determinare, almeno in parte, la percezione del mondo da parte del resto della comunità.

Prendiamo l’esempio della lingua, tanto per cambiare e per dimostrare come la Sardegna non sia culturalmente indipendente, ma dipenda pesantemente dal “racconto” che di essa fanno elementi esterni alla sua cultura.

Il passaggio seguente è tratto da Blasco Ferrer (1994:104) e illustra molto bene il concetto di una Sardegna divisa in due da una barriera linguistica “insormontabile”: «Se [partendo da Tonara] percorrete una decina di chilometri in direzione nord e arrivate a Teti, vi troverete con un dialetto logudorese, molto meno comprensibile per un campidanese; se invece di deviare per Teti, andate a Ovodda, il tasso di comprensibilità sarà nullo, un campidanese si troverà in terra straniera.»

Molti Sardi si sentono “raccontati” correttamente da questo passaggio di Blasco.

Perché?

Ma prima chiediamoci: “Quanti di questi Sardi che si riconoscono in questo “racconto” sono stati a Ovodda e hanno parlato in sardo con qualcuno di Ovodda?”

Io parlo in sardo con Joyce Mattu, di Ovodda, e non mi sento in terra straniera (“quanta malinconiaaaaaaa”).

Ci capiamo perfettamente: io che parlo in gresienti e lei in ovoddesu.

Perché allora molti Sardi si sentono correttamente “raccontati” da Blasco?

Perché nei mass-media sardignoli e nelle università italiane di Sardegna non si trova altro.

Questi si limitano a riprendere un racconto di un esterno alla comunità dei Sardi e a riprodurlo, come in un gioco di domino, senza preoccuparsi di verificarlo.

Come è nata questa suddivisione della Sardegna, questo “muro di Berlino” linguistico?

In un modo molto banale; copio e incollo dal mio libro: “Il naturalista Francesco Cetti, sbarcato in Sardegna nel 1765, con lo scopo di studiare la fauna dell’isola, definisce la situazione nel modo seguente: «Si divide pure questo continente in parte meridionale, e in parte settentrionale con altri nomi, chiamando la parte meridionale Capo di sotto, e la settentrionale Capo di sopra. […]

Come si può vedere, Cetti ha il problema “pratico” (amministrativo?) di dividere la Sardegna in due parti uguali, basandosi, per esempio, sull’orografia. Ben conscio del fatto che una tale suddivisione è arbitraria, decide comunque di effettuarla. […] A questo punto, e in modo ancora più sommario, Cetti decide anche di suddividere la lingua nazionale della Sardegna in due varietà che, a questo punto necessariamente, devono corrispondere alla suddivisione dell’isola in due capi: «Nella lingua propriamente sarda il fondo principale è italiano; vi si mischia il latino nelle desinenze, e nelle voci; vi è pure una forte dose di castigliano, un sentor di greco, un miscolin di franzese, altrettanto di tedesco, e finalmente voci non riferibili ad altro linguaggio, che io sappia. Voci prettamente latine sono Deus, tempus, est,  homine, ecc.; latine sono le desinenze in at, et, it, us, nella coniugazione dei verbi; dicono meritat, devet, consistit, dimandamus. Parole castigliane sono preguntare, callare, querrer ecc.; e castigliane sono le deninenze in os, peccados, santos, ecc. Le terminazioni in es, dolores, peccadores, ecc. rimane libero ad ognuno avere per latine, o per castigliane. Il sapor di greco lo pretendono alcuni sentire negli articoli su, sos, is; e dicendo berbegue per pecora, non pare questo un poco del brebis franzese? E dicendo si sezer per sedersi, non ha questo l’odore del sich sezen tedesco? Como per adesso, petta per carne, e altri vocaboli non so che sieno analogi per altre lingue. Due dialetti principali si distinguono nella medesima lingua sarda; ciò sono il campidanese, e ‘l dialetto del Capo di sopra. Le principali differenze sono, che il campidanese ha in plurale l’articolo tanto maschile quanto femminile is e ‘l Capo di sopra dice in vece sos e sas; inoltre il campidanese termina in ai tutti i verbi che il Capo di sopra finisce in are, non senza altre differenze di parole, e di pronuntzia.» (Cetti, 2000:69-70)

Cetti, chiaramente, non era un linguista, né sarebbe potuto esserlo in quel tempo. Dopo aver tracciato una divisione geografica della Sardegna, che lui stesso ammette essere arbitraria, fornisce due caratteristiche, in base alle quali l’isola si può – visto che, per lui, si deve – dividere anche linguisticamente in due. Tutto qui.

Marinella Lőrinczi, sulla base di questo brevissimo passaggio di Cetti – naturalista, ribadiamo, non linguista – che lei oltretutto non cita letteralmente, ritiene di poter trarre le seguente conclusioni: ‘La percezione tradizionale dei dialetti sardi viene registrata nel Settecento dal naturalista Francesco Cetti nell’introduzione ai Quadrupedi di Sardegna» (1774, ora in Cetti 2000: 70).

Il Cetti linguista è stato segnalato per la prima volta in Lőrinczi (1993). Per Cetti il complesso linguistico sardo si divide nel dialetto del Capo di Sopra (detto anche Capo di Sassari) e in quello del Capo di Sotto (o del Capo di Cagliari), cioè il campidanese in senso lato. Egli fornisce anche le principali ‘isoglosse’ in base alle quali si operano (tradizionalmente?) tali distinzioni: l’articolo determinativo plurale “is” del campidanese è indifferente ai generi, mentre i dialetti del Capo di sopra oppongono sos~sas; in secondo luogo, alla desinenza -ai dell’infinito campidanese corrisponde -are nel Capo di Sopra; a queste differenze se ne potrebbero aggiungere altre “di parole, e di pronunzia” [per altre annotazioni fatte dal Cetti “linguista” v. Lőrinczi 1993, ma soprattutto il Cetti stesso, recentemente ripubblicato].[2]’

Quello che Lőrinczi tralascia di riportare è il fatto che, ai tempi di Cetti, gli abitanti stessi della zona centrale non sapevano esattamente a quale capo appartenessero: «[…] onde in luogo medesimo si trova chi si ascrive al Capo di Sopra, e chi a quel di Sotto.» Possiamo quindi, sulla base di quello che il Cetti medesimo riporta, escludere che la divisione netta della Sardegna in due capi sia qualcosa che i Sardi stessi effettuavano “tradizionalmente” almeno là dove tale distinzione poteva essere rilevante. Inoltre, non si comprende né perché le due ‘isoglosse’ menzionate dal Cetti debbano essere considerate “principali”, né da chi.”

Nel mentre, tra Cetti e Lörinczi, ci sono stati Spano che ha seguito Cetti, Wagner che ha seguito Spano, Paulis e Blasco che hanno seguito Wagner, Lupinu che ha seguito Paulis e tutti gli scalzacani dei giornali sardignoli che seguono qualunque cosa odori di autorità.

E così il modo in cui la Sardegna ufficiale si racconta linguisticamente è stato interamente determinato dal bisogno di un naturalista sabaudo del Settecento, interessato più ai quadrupedi che ai Sardi bipedi,  di attenersi alla suddivisione amministrativa dell’isola in due capi: ” In effetti, almeno a partire dal 1567,[1] le denominazioni di Cabu de susu e Cabu de jossu hanno distinto vagamente il Meridione dal Settentrione dell’isola e cioè le regioni amministrate dai due capoluoghi dell’isola: Sassari e Cagliari, rispettivamente.”

Penso che quest’esempio tragicomico illustri molto bene la quasi totale mancanza di indipendenza culturale della Sardegna.


[1] si veda Hieronimus Olives, proemio a Commentaria et glosa in Cartam de logu, citato in Storia naturale di Sardegna (Francesco Cetti, 2000).

10 Responses to “Indipendenza culturale”

  1. Ajo o Roberto, no nerist sciollorius, che il Capo di sopra corrisponde al Governatorato del Logudoro del Regno di Sardegna e questo al relativo Giudicato.
    Negare le differenze linguistiche è il grande errore strategico che fai, perché un campidanese non acculturato come te ha una reale difficoltà a comprendere un ovoddese (ma anche un Tonarese) e non perché glielo ha detto Cetti (glielo ha detto anche Vidal se è per quello, che era di Maracalagonis), ma perché siamo tutti (a parte qualche addetto ai lavori) ANALFABETI in sardo. Tutto qui. Il sardo è una lingua orale, pochi la scrivono, meno ancora la leggono. Le due macrovarietà esistono, sono fortemente caratterizzate ed io mi sto sempre più convincendo che usare le due varietà letterarie storiche sia la soluzione più indolore e realistica. La grande maggioranza dei sardofoni ci si riconoscerebbe e si potrebbero usare immediatamente nelle scuole; perché il primo nostro obiettivo deve essere rendere i futuri cittadini sardi ALFABETI nella loro lingua, non nuovi stati, nuovi partiti e nuove partite di potere. L’uso del campidanese e del logudorese illustri è il compromesso più fattibile. Oltre, abbiamo visto, non ci si riesce ad andare.
    Certo, la stretta fascia intermedia avrebbe difficoltà a scegliere: Tonara e gli altri paesi della zona hanno una varietà che tende più al campidanese, ma sono barbaricini e quindi per altri lati culturali più vicini a Nùoro che a Cagliari. Dovranno scegliere, e non sarà facile.
    Ma quando i sardi del Capo di Sopra dicono che dopo Paulilatino inizia l’Africa, è vero: il confine è netto, linguisticamente e antropologicamente.

  2. Unu cummentu fatu a sa lestra, in antis de cumintzare a traballare. Iscriet Mauro Podda: ” Il sardo è una lingua orale, pochi la scrivono, meno ancora la leggono”. A nàrrere chi su sardu est limba orale est una tautologia; chi sunt pagos a l’iscrìere e a lu lèghere, beh, totu sas limbas ant cumintzadu gasi, duos sèculos a como o binti annos a como: totus la faeddaiant, in pagos l’iscriiant e galu prus pagos la leghiant.

  3. Si Giagu, con la differenza che siamo nel terzo millennio dell’era Cristiana e non nel medioevo! E ciò che dici non nega la questione di fondo: SIAMO ANALFABETI IN SARDO. Ci hanni insegnato a scrivere in italiano, in inglese, in francese ma non in sardo. Il sardo ha delle regole precise e particolari, mentre ancora si vede, tra i cultori e perfino tra coloro che stilano dizionari, errori tanto gravi quanto evidenti: quando in un dizionario campidanese di cui non faccio il nome trovo scritta la parola “Scala” e poi un esempio “iscala” all’interno della frase, quel bravo dizionarista sta facendo uno strafalcione, perchè in sardo non ci sono suffissi dotati di significato. E’ un fenomeno di fonetica sintattica il cui utilizzo va imparato nella lettura e basta. Non nella scrittura. Questo intendo quando dico che siamo ANALFABETI.
    (Per equidistanza sottolineo che il logudorese ha un problema simile con la prostesi vocalica davantu ad R: se per un campidanese “s’orrù” si declina tranquillamente “is orrùus”, per il logudorese “su rù” declinato al plurale viene maluccio perchè pronunciare letteralmente “sos ruos” suona male tanto e verò che si usano “sol ruos” ” sos orruos” “sor ruos”. SR non attacca bene. Per quello sarebbe opportuno usare nella pronuncia (non nello scritto) la variante del Logudoro meridionale, che è poi la soluzione campidanese che questo ha generalizzato anche al singolare. E’ una decisione che devono prendere i GRAMMATICI, perchè il dialetto lo fanno i parlanti, ma la GRAMMATICA, nel significato dantesco del termine, la fanno i grammatici, cioè i linguisti non dialettologi. E pur vero, con Sant’Agostino, che è meglio essere corretti dai grammatici che non essere capiti dalla gente, ma un minimo di paletti vanno messi, cacchio!!

  4. Robè, aspetterò con ansia il libro, sperando che sia meglio di quello di Corongiu.

  5. Ah, naturalmente parlavo di prefissi (monovocalici) e non di suffissi, perdonate l’errore.

  6. A sas perras nostras ischimus comente non nos trobojare cun sa limba sarda, e bai, a su vessu de lu giamare Ruu e ruuos, lu giamamus rueddu e rueddos.

  7. mettici l’articolo davanti e prova a ridire ruos o rueddos…

  8. @robur.q, domanda a Roberto chi su fonologo est isse!😉

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