Sogno piccolo e borghese di mezza estate

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Banyoles, Catalunnia

È troppo volere per il sardo un futuro di tranquilla normalità borghese?

Il poter rivolgersi in sardo agli sconosciuti senza creare imbarazzo, fastidio, e un’atteggiamento difensivo?

Chi ha provato a farlo sa quanto ti si stringe lo stomaco quando l’altro ti risponde  con la faccia leggermente contratta, ripetendo in italiano quello che tu hai detto in sardo, come per correggerti o per confermarti che, massì, ha capito quello che tu non sei riuscito a dire correttamente.

Voi direte: “Ma perché lo fai? Tu sai meglio di noi che in Sardegna esiste una regola non scritta che proibisce l’uso del sardo con gli sconosciuti.”

Penso che questa domanda se la pongano molti Sardi “di sinistra” e questo fa capire quanto queste etichette abbiano perso significato nella pratica politica, ma anche quotidiana.

Non si rendono neppure conto che è come se si chiedessero perché Rosa Parks si sia rifiutata di cedere il posto a un passeggero bianco sull’autobus, in quel fatidico dicembre del 1955.

E non si rendono neppure conto che, chi mi risponde in italiano, sta violando un mio diritto costituzionale (art. 6).

Certo, le cose non sono così semplici come su quell’autobus in Alabama.

In Sardegna il confronto non è tra una vittima e un carnefice, ma tra due vittime, una delle quali accetta di essere carnefice dell’altra, ma anche di se stessa.

L’autocolonialismo dei Sardi, il neocolonialismo.

Ma sarebbe ingiusto anche dire che siamo tutti ugualmente responsabili: la mia opinione e il mio esempio non valgono quanto quelli di un Sardo potente e influente.

A imporre la segregazione linguistica–in termini tecnici: diglossia, ma ormai “bilinguismo verticale”: ultimo stadio prima dell’estinzione–è stato il prestigio di cui godono sempre le classi dirigenti presso il resto della popolazione.

La responsabile della segregazione linguistica in Sardegna è la borghesia nel suo insieme: il sindaco, il prete, il dottore, la maestra, il padrone del supermercato con la macchina più grande della mia, sua moglie con le scarpe belle.

All’inizio la segregazione linguistica aveva la funzione di discriminare le classi subalterne–meditate, amici di sinistra, meditate!–ma dato che queste hanno pensato di sfuggire alla discriminazione adeguandosi al comportamento linguistico dell’élite–prima di tutto le donne: Labov, 1972–praticamente tutti i Sardi hanno pensato bene di autodiscriminarsi, lasciandosi soltanto delle piccolissime “riserve indiane”, nelle quali usare il sardo: ormai quasi soltanto la cerchia degli amici maschi: chirca sotziulinguistica.

Quest’uso ristretto del sardo ha comportato, soprattutto per le giovani generazioni, l’impossibilità di acquisire un’adeguata competenza pragmatica, cioè il sapersi esprimere in sardo in modo adeguato in tutte le situazioni e i tipi di interazione.

Ecco da dove viene l’imbarazzo del barista di Cagliari o Oristano quando ordini il caffé in sardo.

Probabilmente pensa, ma pensare in senso lato, piuttosto “sente”: “E immoi ita fatzu? Ddu pigu a fueddus malus, comenti cun is amigus mius?”

E se è una donna, anche peggio: “Nara! Po chini m’as pigau?”

Questa, è ovvio, riguarda quel 68% di Sardi che dichiarano di avere una competenza attiva della lingua, ma poi non la usano con gli sconosciuti o in situazioni formali: per questo vedetevi quello che dice Alessandro Mongili nella ricerca sociolinguistica.

Poi ci sono gli altri, quelli che il sardo non lo parlano, ma dicono di capirlo.

Tra questi troveremo quelli che “che grezzo, parla in sardo!”

E mi sembra lecito pensare che dietro questa aggressività ci sia anche la coscienza della propria ignoranza e inadeguatezza, la coscienza di sapere meno degli altri, di essere meno degli altri, visto che oggi “anche gli ignoranti parlano in italiano”, mentre i sardofoni sono almeno bilingui.

E a monte di tutto questo ci sono generazioni di bambini traumatizzati dall’esclusione subita, prima, e poi autoimposta in età adulta: esclusi dalla scuola, perché sardofoni, o esclusi dal gruppo dei pari perché solo italofoni.

Siamo una nazione di bambini traumatizzati, in un modo o nell’altro, dal furto della loro lingua.

Bambini che non potevano essere se stessi a scuola, o i cui genitori non erano se stessi quando si rivolgevano ai loro figli in una lingua straniera che non conoscevano a sufficienza.

Quanta sofferenza e quanta insicurezza nelle famiglie e quante vite mutilate da una scuola gestita da orchi senza cuore.

I Sardi si sentono sempre speciali, nel bene o nel male: o si sentono i primi–non importa in che cosa–oppure gli ultimi.

I Sardi non si considerano mai un popolo normale.

Per potersi considerare normali, le persone devono essersi sentite accettate da bambini e/o devono essersi accettate da adulte.

Cosa è successo nella testa e nel cuore dei bambini della mia generazione–i genitori dei giovani adulti di oggi–quando a scuola si sono sentiti rifiutare la propria lingua?

E cosa hanno fatto poi ai loro figli, escludendoli dalle interazioni linguistiche in sardo, riservate queste agli adulti?

E allora come meravigliarsi dell’eterno senso di inadeguatezza dei Sardi?

Ma, come qualcuno ha proposto, non potrebbe essere l’italiano la lingua normale dei Sardi?

Certamente: quando oltre Tirreno accetteranno l’Italiano Regionale di Sardegna come norma e imporranno agli insegnanti di promuovere gli alunni che scrivono “Capitto mi hai?” e di bocciare quelli che scrivono “Mi hai capito?”.

Penso che la dispersione scolastica in Sardegna scenderebbe immediatamente, di quanto non so, ma scenderebbe, mentre in Italia crescerebbe.

Purtroppo non mi sembra molto realistico pensare che gli Italiani mollino ai Sardi il controllo sulla loro lingua .

Restituire, allora, al sardo la sua normalità, fino alla banalità, la santa banalità di essere quello che sei, significa restituire ai Sardi la loro normalità.

Quella normalità che è stata rubata loro dall’alienazione linguistica delle classi dirigenti sarde.

Un sogno modestissimo, in fondo: poter parlare a tutti i Sardi nella lingua che uso con i miei amici.

8 Comments to “Sogno piccolo e borghese di mezza estate”

  1. Ses su mègius!

  2. Bah, io veramente, quando voglio a Casteddu ordino il caffè in sardo e nessuno inarca il sopracciglio. E ordino puru una pastixedda!! Certo, se glielo ordino in LSC, mi ridono in faccia. Se poi lo ordino in brabaraxinu, mi sbattono fuori dal locale e chiamano i Carabinieri. Sai, lo stigma sociale….

  3. Non solo, semplice language shifting, generalmente mette a proprio agio le persone. Le femmine un po’ meno. Ma quando vado in cantiere, se parlo in sardo, is manorbas scalasciant tottu; poi, certo, il verbale lo devo scrivere in italiano.
    In genere da un po’ di tempo la propensione a parlare in sardo è maggiore: un giorno, alla banca di Siurgus Donigala, l’impiegata mi si è rivolta in sardo, e non mi conosceva. Lo stigma negativo lo hanno forse le persone più anziane: sembra paradossale ma con gli anziani è più difficile parlare sardo. Il cambio generazionale e i livelli di istruzione in italiano generalizzati stanno eliminando gradualmente lo stigma negativo. D’altronde l’inchiesta della Oppo era chiara in proposito. Oggi mi capita che la gente mi dica: “sai parlare bene in sardo, beato!” !!
    Rimane sempre il problema di come sfruttare questa propensione: l’uso a scuola o presso le amministrazioni locali di una qualsiasi LSC temo sia un passo troppo ardito.
    Prescindendo dal fatto che per motivi politici ed economici una LSC sarebbe la scelta più incisiva, secondo me, (anche se non ci metteremo mai d’accordo), bisogna rendersi conto che la gente vuole il sardo più vicino possibile a quello che conosce. Nelle scuole e nei comuni, a mio parere, non si può non partire dalle tradizioni largamente più diffuse: logudorese e campidanese. Cominciamo da lì, a piccoli passi. Ho sentito della proposta di legge costituzionale del PSD’AZ: ben venga, anche se temo che il parlamento abbia altri cazz… ehm, gatte da pelare. E comunque, secondo me, non è neppure necessario: ai sensi del novellato art.117 della costituzione la Regione può legiferare in materia di pubblica istruzione all’interno di leggi quadro statali (che ovviamente lo stato non ha fatto). Ciò porterebbe a infinite diatribe giurisprudenziali, è il disastro causato dall’art. 117, quello della cosiddetta “legislazione concorrente”. L’amministrazione scolastica dovrebbe addirittura passare ai comuni…..

    • Qui non c’è stato sole, quindi escludo che la botta in testa l’abbia presa io: arrobba de macus! Seus de acordiu!
      Ho constatato anche io la maggiore disponibilità dei giovani–appena un po’: t’arrispundint in italianu! Ma chentza de troci sa buca…–e pienamente d’accordo sull’uso del dialetto locale nelle scuole, come dico da sempre, unito a corsi di fonologia per gli insegnati. Bastano poche ore perché capiscano che è il sistema ortografico italiano che non è adatto per il sardo. Sperimentazione reiterata e sempre con risultato positivo

  4. l’uso del sardo in particolare le varianti campidanesi (che sono le più diffuse ) per i sardi che hanno avuto l’italiano sardignolo come lingua madre foneticamente non è semplice; gli errori più comuni sono la chiusura delle vocali e ed o quando invece sono aperte ( es in ” dèu sèu” “su cròbi” etc). il sardo parlante che sente un sardo con una pronuncia errata spesso si infastidisce e usa di conseguenza l’italiano, non capisce che molti giovani desiderano imparare il sardo…la colonizzazione mentale sopratutto negli anziani è frequente….
    p.s. la lsc (sardo logudorese procceddino) distrugge la lingua sarda!!!

  5. Tu eri d’accordo con Corraine…..:-)

  6. In fondo, a meno che non si voglia rivoluzionare l’ortografia per renderla più “sarda”, tipo il buon Antonio Lepori per intenderci, le regole sono poche e di facile apprendimento, almeno per ciò che riguarda le due varietà letterarie. Al livello inferiore è difficile scendere: nasali campidanesi, colpo di glottide, giocoforza sarebbe impossibile rappresentarle graficamente, gli iperlocalisti se ne devono fare una ragione.
    Caro Riccardo, non parlerei di colonizzazione mentale ma di semplice alfabetizzazione primaria: hanno imparato a leggere e a scrivere in italiano e quella per loro è la lingua. D’altro canto stiamo ancora qui ad accapigliarci su come scrivere il sardo: a me per esempio non piace àcua, no mi praxit, no nc’est nudda de fairi, io scrivo aqua, mi viene naturale. In quanto all’apertura e chiusura delle vocali, essendo le coppie minime veramente poche, è un problema di secondo piano. Io poi, da Casteddaio borghese con la puzza sotto il naso, parlo sempre a bucc”e cul”e pudda!!!

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