Archive for August, 2013

August 13, 2013

Rivoluzione!

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Sono anni che dico la stessa cosa: per conquistare l’indipendenza-sovranità bisogna conquistare le coscienze della meta dei Sardi, più uno.

E come si fa, in una terra così profondamente colonizzata nella sua cultura?

Decolonizzandola culturalmente.

E naturalmente per fare questo si può solo partire dalla decolonizzazione linguistica.

Come?

Costringendo tutti i Sardi a diventare almeno bilingui, dato che l’italiano è un male inevitabile e dato che, comunque, sapere di più è sempre meglio che sapere di meno.

L’Italiano Scalcagnato di Sardegna sta fagocitando le lingue nazionali dei Sardi, lasciandoci la prospettiva di uno squallido  monolinguismo in una semilingua monca e zoppa, concausa dell’impoverimento/alienazione culturale dei giovani e di una raccapricciante dispersione scolastica con annessa disperante disoccupazione giovanile.

Occorre instaurare un regime di bilinguismo perfetto, come in Catalogna e in Sud Tirolo, modificando lo Statuto della RAS in modo da dare alla Sardegna anche la sovranità sull’istruzione e sui Beni Culturali.

Bisogna costringere i Sardi a conoscere le proprie lingue nazionali, la propria storia e la propria cultura.

Come?

Con la scuola dell’obbligo, è chiaro, così come li si costringe a studiare la matematica e l’inglese.

Un Sardo che abbia letto Su cuadorzu vede il mondo in modo diverso–forse solo un po’, ma diverso–da uno che abbia letto soltanto Accabadora.

Un Sardo che sappia che Eleonora è nata a Molins de Rei (Catalogna,) da madre catalana, guarda alla sua posizione nel mondo in modo diverso da uno che sa soltanto chi era Garibaldi.

Arricchirsi, sapere di più: ecco in cosa deve consistere la decolonizzazione culturale della Sardegna.

Tutte cose già dette: Cosa intendo per rivoluzione linguistica

Tutte cose sulle quali siamo apparentemente tutti d’accordo.

Ma, come ha detto Francesco Cheratzu, est ke sa kistione de su casu fatu (martzu, giampagadu, ecc.). Praxet a totus e totus ddu papant, ma cando si tratat de ddu legalizare, tando incumentzant totus a si tirare a coa: est contras a sa lege, est prenu de baterios, non faxet ca s’EU non bolet.

Tutti i partiti/movimenti indipendentisti-sovranisti hanno la questione linguistica nel loro programma.

Nessuno ne ha fatto il perno del proprio programma.

C’è chi lo dice esplicitamente e chi lo lascia intendere, ma la questione linguistica è considerata da tutti una questione parziale, che si risolverà–come in Irlanda–una volta fatta la rivoluzione/raggiunta l’indipendenza.

Quando la lingua sarà morta, viene allora da dire, come in Irlanda.

Ma anche tralasciando questo aspetto–per noi fondamentale, per loro secondario, parziale–quello che non si capisce è come credano di convertire la metà più uno dei Sardi al verbo indipendentista-sovranista.

Come ho scritto ieri (Borghesia nazionale ), quello che sai influenza non solo il modo di pensare, ma anche il modo di sentire di un individuo.

Come può identificarsi con una Sardegna indipendente-sovrana un Sardo che non conosce la sua lingua e non sa quasi niente della storia e della cultura della sua terra?

Gli basterà un estratto dall’anagrafe a fargli gonfiare il petto di orgoglio indipendentista?

Il “neoindipendentismo” ha intanto raggiunto la venerabile età di una decina d’anni.

Dove sono i risultati elettorali?

Quanti Sardi mancano a quel fatidico 50%, più uno?

E dire che sarebbe stata la questione linguistica–se troppo sottolineata–a dividere il movimento e a far perdere voti: di nuovo, alcuni l’hanno detto esplicitamente, altri lo hanno dato a intendere.

In questi anni, l’indipendentismo-sovranismo si è diviso  con una velocità degna di un batterio e anche quanto a risultati elettorali, finora sono rimasti a dimensioni analoghe.

E tutto questo continuando a considerare la lingua una questione parziale.

Qualcuno ha sbagliato analisi in questi anni, ma non vuole ammetterlo.

Allora ripartiamo da capo: per arrivare all’indipendenza, bisogna conquistare alla causa buona parte della borghesia.

Ma come formare quella borghesia nazionale, il centro della società, senza la quale non si arriva da nessuna parte?

Producendo cultura nazionale, è chiaro.

Quindi l’obiettivo, tattico, ma irrinunciabile deve essere quello di un Istitutu de sa limba e de sa curtura, indipendente dalla politica: A cosa serve un Istitutu de sa limba e de sa curtura sardas .

E naturalmente l’inserimento del sardo fra le materie curricolari di tutte le scuole, nei tempi e nei modi possibili oggi.

Già questa sarebbe una mezza rivoluzione.

Perché la rivoluzione, quella vera, non consiste nel sostituire un gruppo di individui con un altro, ma nel cambiarli dentro, nell’arricchirli con nuove conoscenze e sentimenti.

Chi ci sta a fare questa rivoluzione?

Anche Alessandro Mongili ha rivolto il suo appello alla sua candidata, ma finora non ha ricevuto risposta.

Come at scritu un’amigu: su votu cheret marradu!

Non illudetevi che basti sparare parole roboanti, ma a vanvera.

P.S. In su mentris est essida sa respusta de Kelledda Murgia a Lisandru Mongile: http://www.sardiniapost.it/limba/limba-la-risposta-in-limba-di-michela-murgia/

Bene meda!

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August 12, 2013

Indipendenza culturale

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Un popolo è culturalmente indipendente quando viene esposto a una quantità sufficiente di prodotti culturali, provenienti dal suo interno, di qualità sufficiente a determinare nei suoi membri una diffusa percezione di se stessi come comunità autonoma. autocentrata.

In parole povere, un popolo è culturalmente indipendente quanto si riconosce normalmente nella rappresentazione che i suoi intellettuali ne fanno, indipendentemente dalle rappresentazioni fatte da altri soggetti estranei a quel popolo.

In parole ancora più povere, un popolo è culturalmente indipendente quando si riconosce nel “racconti” dei suoi intellettuali e non nei “racconti” degli altri.

Ah, va da sé che per “intellettuali” intendo dire le persone che all’interno della comunità godono di prestigio intellettuale sufficiente da determinare, almeno in parte, la percezione del mondo da parte del resto della comunità.

Prendiamo l’esempio della lingua, tanto per cambiare e per dimostrare come la Sardegna non sia culturalmente indipendente, ma dipenda pesantemente dal “racconto” che di essa fanno elementi esterni alla sua cultura.

Il passaggio seguente è tratto da Blasco Ferrer (1994:104) e illustra molto bene il concetto di una Sardegna divisa in due da una barriera linguistica “insormontabile”: «Se [partendo da Tonara] percorrete una decina di chilometri in direzione nord e arrivate a Teti, vi troverete con un dialetto logudorese, molto meno comprensibile per un campidanese; se invece di deviare per Teti, andate a Ovodda, il tasso di comprensibilità sarà nullo, un campidanese si troverà in terra straniera.»

Molti Sardi si sentono “raccontati” correttamente da questo passaggio di Blasco.

Perché?

Ma prima chiediamoci: “Quanti di questi Sardi che si riconoscono in questo “racconto” sono stati a Ovodda e hanno parlato in sardo con qualcuno di Ovodda?”

Io parlo in sardo con Joyce Mattu, di Ovodda, e non mi sento in terra straniera (“quanta malinconiaaaaaaa”).

Ci capiamo perfettamente: io che parlo in gresienti e lei in ovoddesu.

Perché allora molti Sardi si sentono correttamente “raccontati” da Blasco?

Perché nei mass-media sardignoli e nelle università italiane di Sardegna non si trova altro.

Questi si limitano a riprendere un racconto di un esterno alla comunità dei Sardi e a riprodurlo, come in un gioco di domino, senza preoccuparsi di verificarlo.

Come è nata questa suddivisione della Sardegna, questo “muro di Berlino” linguistico?

In un modo molto banale; copio e incollo dal mio libro: “Il naturalista Francesco Cetti, sbarcato in Sardegna nel 1765, con lo scopo di studiare la fauna dell’isola, definisce la situazione nel modo seguente: «Si divide pure questo continente in parte meridionale, e in parte settentrionale con altri nomi, chiamando la parte meridionale Capo di sotto, e la settentrionale Capo di sopra. […]

Come si può vedere, Cetti ha il problema “pratico” (amministrativo?) di dividere la Sardegna in due parti uguali, basandosi, per esempio, sull’orografia. Ben conscio del fatto che una tale suddivisione è arbitraria, decide comunque di effettuarla. […] A questo punto, e in modo ancora più sommario, Cetti decide anche di suddividere la lingua nazionale della Sardegna in due varietà che, a questo punto necessariamente, devono corrispondere alla suddivisione dell’isola in due capi: «Nella lingua propriamente sarda il fondo principale è italiano; vi si mischia il latino nelle desinenze, e nelle voci; vi è pure una forte dose di castigliano, un sentor di greco, un miscolin di franzese, altrettanto di tedesco, e finalmente voci non riferibili ad altro linguaggio, che io sappia. Voci prettamente latine sono Deus, tempus, est,  homine, ecc.; latine sono le desinenze in at, et, it, us, nella coniugazione dei verbi; dicono meritat, devet, consistit, dimandamus. Parole castigliane sono preguntare, callare, querrer ecc.; e castigliane sono le deninenze in os, peccados, santos, ecc. Le terminazioni in es, dolores, peccadores, ecc. rimane libero ad ognuno avere per latine, o per castigliane. Il sapor di greco lo pretendono alcuni sentire negli articoli su, sos, is; e dicendo berbegue per pecora, non pare questo un poco del brebis franzese? E dicendo si sezer per sedersi, non ha questo l’odore del sich sezen tedesco? Como per adesso, petta per carne, e altri vocaboli non so che sieno analogi per altre lingue. Due dialetti principali si distinguono nella medesima lingua sarda; ciò sono il campidanese, e ‘l dialetto del Capo di sopra. Le principali differenze sono, che il campidanese ha in plurale l’articolo tanto maschile quanto femminile is e ‘l Capo di sopra dice in vece sos e sas; inoltre il campidanese termina in ai tutti i verbi che il Capo di sopra finisce in are, non senza altre differenze di parole, e di pronuntzia.» (Cetti, 2000:69-70)

Cetti, chiaramente, non era un linguista, né sarebbe potuto esserlo in quel tempo. Dopo aver tracciato una divisione geografica della Sardegna, che lui stesso ammette essere arbitraria, fornisce due caratteristiche, in base alle quali l’isola si può – visto che, per lui, si deve – dividere anche linguisticamente in due. Tutto qui.

Marinella Lőrinczi, sulla base di questo brevissimo passaggio di Cetti – naturalista, ribadiamo, non linguista – che lei oltretutto non cita letteralmente, ritiene di poter trarre le seguente conclusioni: ‘La percezione tradizionale dei dialetti sardi viene registrata nel Settecento dal naturalista Francesco Cetti nell’introduzione ai Quadrupedi di Sardegna» (1774, ora in Cetti 2000: 70).

Il Cetti linguista è stato segnalato per la prima volta in Lőrinczi (1993). Per Cetti il complesso linguistico sardo si divide nel dialetto del Capo di Sopra (detto anche Capo di Sassari) e in quello del Capo di Sotto (o del Capo di Cagliari), cioè il campidanese in senso lato. Egli fornisce anche le principali ‘isoglosse’ in base alle quali si operano (tradizionalmente?) tali distinzioni: l’articolo determinativo plurale “is” del campidanese è indifferente ai generi, mentre i dialetti del Capo di sopra oppongono sos~sas; in secondo luogo, alla desinenza -ai dell’infinito campidanese corrisponde -are nel Capo di Sopra; a queste differenze se ne potrebbero aggiungere altre “di parole, e di pronunzia” [per altre annotazioni fatte dal Cetti “linguista” v. Lőrinczi 1993, ma soprattutto il Cetti stesso, recentemente ripubblicato].[2]’

Quello che Lőrinczi tralascia di riportare è il fatto che, ai tempi di Cetti, gli abitanti stessi della zona centrale non sapevano esattamente a quale capo appartenessero: «[…] onde in luogo medesimo si trova chi si ascrive al Capo di Sopra, e chi a quel di Sotto.» Possiamo quindi, sulla base di quello che il Cetti medesimo riporta, escludere che la divisione netta della Sardegna in due capi sia qualcosa che i Sardi stessi effettuavano “tradizionalmente” almeno là dove tale distinzione poteva essere rilevante. Inoltre, non si comprende né perché le due ‘isoglosse’ menzionate dal Cetti debbano essere considerate “principali”, né da chi.”

Nel mentre, tra Cetti e Lörinczi, ci sono stati Spano che ha seguito Cetti, Wagner che ha seguito Spano, Paulis e Blasco che hanno seguito Wagner, Lupinu che ha seguito Paulis e tutti gli scalzacani dei giornali sardignoli che seguono qualunque cosa odori di autorità.

E così il modo in cui la Sardegna ufficiale si racconta linguisticamente è stato interamente determinato dal bisogno di un naturalista sabaudo del Settecento, interessato più ai quadrupedi che ai Sardi bipedi,  di attenersi alla suddivisione amministrativa dell’isola in due capi: ” In effetti, almeno a partire dal 1567,[1] le denominazioni di Cabu de susu e Cabu de jossu hanno distinto vagamente il Meridione dal Settentrione dell’isola e cioè le regioni amministrate dai due capoluoghi dell’isola: Sassari e Cagliari, rispettivamente.”

Penso che quest’esempio tragicomico illustri molto bene la quasi totale mancanza di indipendenza culturale della Sardegna.


[1] si veda Hieronimus Olives, proemio a Commentaria et glosa in Cartam de logu, citato in Storia naturale di Sardegna (Francesco Cetti, 2000).

August 12, 2013

Borghesia nazionale

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È inutile continuare a prendersi in giro con i paragoni con altri popoli che hanno compiuto, o sono sulla buona strada, il loro percorso verso l’indipendenza-sovranità.

Irlandesi, Scozzesi, Catalani hanno le loro borghesia nazionali che producono–o sono in grado di produrre-le loro culture nazionali e i Sardi hanno una borghesia neocoloniale, incapace di produrre in modo indipendente quel sistema di simboli, conoscenze ed emozioni che chiamiamo cultura e che ci permette di identificarci–fino a un certo punto, è chiaro–con gli altri individui definibili in qualche modo come sardi, così che si possa parlare di “comunità”, di popolo, di nazione.

Il piccolo gruppo di intellettuali sardi che ha iniziato con questa produzione costituisce ancora una piccolissima minoranza.

Niente moralismi o trionfalismi, per carità, di lingua e cultura sarda non si campa e anche gli intellettuali devono mangiare.

E quei pochi intellettuali sardi che costituiscono l’eccezione non sono degli eroi, ma semplicemente hanno–in un modo o nell’altro–la possibilità di farlo.

Per avere una massa critica di intellettuali, che produca una quantità sufficiente di cultura nazionale, così da poter parlare di “indipendenza culturale” occorre prima formarli e poi dargli di che vivere.

“Indipendenza culturale” in un mondo globalizzato è ovviamente un concetto relativo, che necessita di una definizione a sé: sarà per un’altra volta.

Ai Sardi, allora, manca una classe dirigente nazionale.

Come lo vediamo?

Dall’incapacità/mancanza di volontà di mettere in piedi un sistema politico in grado di guidare l’economia in modo tale che questa vada a vantaggio della maggioranza dei Sardi–tendenzialmente di tutti–classi dirigenti comprese, è ovvio.

Spetta ai politici, non agli operatori economici, fare in modo che l’economia produca benessere generalizzato.

Gli operatori economici. giustamente, pensano soltanto a realizzare profitti dalle loro attività: il loro compito è generare ricchezza, non distribuirla, e producendola fanno già il loro dovere nei confronti della società.

E questo lo dico a chi mi vuole vedere come esponente della vecchia sinistra.

Sono i politici che devono incanalare le attività economiche verso la realizzazione di un benessere generalizzato.

E se qualcuno sta per tirare fuori dalla naftalina i vecchi pregiudizi sull’impossibilità di avere sviluppo economico in Sardegna, lo rimando semplicemente al libro  Why Nations Fail: The Origins Of Power,, in cui tutte le scemenza dette sulle origini del sottosviluppo vengono smontate a una a una.

Il problema del sottosviluppo della Sardegna è un problema politico, ma questo non vuol dire che la responsabilità sia solo dei politici.

I loro elettori sono ugualmente responsabili, anche se in misura proporzionale all’influenza sociale di ciascuno di noi.

Abbiamo, cioè, i politici che ci siamo scelti e che perciò  ci meritiamo.

Non si scappa!

E perché abbiamo scelto proprio questi, cioè nella stragrande maggioranza dei casi, politici delegati dai partiti italiani a rappresentarli in Sardegna?

Non prendiamoci in giro: sappiamo tutti come è stato nominato Cappellacci e come sono andate le primarie del PD.

Perché proprio questi politici, allora?

Adesso ci arrivo: quanti diplomati sardi sanno che Garibaldi è nato a Nizza? E quanti sanno che Eleonora d’Arborea è nata a Molins de Rei (Catalogna)?

Questo per dire due dettagli di cultura generale che danno un’idea di quanto un diplomato sardo si renda conto della sua posizione personale nella Storia, cioè di quanto il passato determini la sua situazione attuale.

E mi chiedo: perché da bambino ho imparato tante cose di Garibaldi–fra l’altro delle sue lacrime, a sei anni, per la zampetta rotta di un grillo–e nulla o quasi di Eleonora?

Non c’è bisogno di pensare a un complotto per capire che questa nostra ignoranza non è casuale.

In Olandese si dice: “Onbekend maakt onbemind”. Tradotto un po’ liberamente vuol dire: se sei sconosciuto non sei amato.

Sappiamo tutti che ci identifichiamo con protagonista di un film, anche se questo è il “cattivo”: perché quello è il personaggio di cui sappiamo di più.

Sapere non influenza soltato il nostro modo di pensare, ma anche il nostro sentire.

Il sentirsi “italiani” di tanti Sardi, il loro sentirsi–contro ogni evidenza–rappresentati dai partiti italiani viene dal fatto che sanno dell’Italia molto di più di quanto non sappiano della Sardegna.

Onbekend maakt onbemind: I Sardi sono incapaci di amarsi

I Sardi sono incapaci di amarsi perché non hanno un ceto di intellettuali che produca quelle conoscenze, quei simboli, quelle emozioni che permettono l’immedesimazione con la Sardegna.

La “coscienza nazionale”, l’identità di un popolo, è sempre un costrutto che risulta dal lavoro dei suoi intellettuali organici.

E noi non abbiamo questi intellettuali (in numero e di qualità sufficienti) perché non abbiamo una borghesia nazionale disposta a dar loro di che vivere.

Siamo nel circolo vizioso di cui parlano Daron Acemoglu e James Robinson in “Why nations fail”: non abbiamo una borghesia nazionale…perché non ce l’abbiamo.

Una borghesia nazionale si forma con la cultura nazionale e–in un circolo virtuoso–la produce, autoproducendosi.

I borghesi catalani, scozzesi e i preti Irlandesi erano già lì quando si è cominciato a parlare di indipendenza-sovranità.

Una borghesia sarda, capace di esprimere dei politici capaci di guidare un’economia sarda la dobbiamo creare ancora.

È vero che non partiamo da zero: noi anti-eroi della cultura sarda abbiamo già fatto molto.

Ma adesso occorre che i partiti che si autodefiniscono indipendentisti-sovranisti si diano un programma politico che porti all’indipendenza culturale della Sardegna nel più breve tempo possibile.

E basta con le coglionate tipo: “questione rilevante ma parziale”.

Alla prossima puntata per una proposta di programma per l’indipendenza culturale.

 

August 11, 2013

Cosa sarebbe mai questo “stato sardo”?

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Se qualcuno mi chiedesse se sono a favore di uno “stato sardo” gli risponderei con la domanda: “Di che cazzo stai parlando?”

Non vorrei una Repubblica Islamica Sarda e non vorrei neppure un Rennu de Sardinnia, né con i Savoia a loro capo, né con i Serra-Bas.

Vorrei una Sardegna che costituisse uno stato di diritto, in cui le libertà politiche, economiche e i diritti civili siano garantiti per tutti, ma non mi farebbe assolutamente schifo l’idea di far parte di una federazione di stati o regioni–per esempio, un’Europa molto diversa da quella attuale–in cui queste libertà e diritti venissero garantiti anche per i Sardi.

Se poi la domanda fosse diretta a capire che rapporto vorrei tra Sardegna e Italia–domanda ben diversa–risponderei che l’Italia non è uno stato di diritto–come stiamo vedendo in questi giorni–che non a caso calpesta i nostri diritti e ignora le nostre necessità e che prima ridefiniamo il nostro rapporto con essa meglio è, dove “ridefinire”, data la situazione disperata della democrazia in Italia, è praticamente sinonimo di “recidere”.

“Ma, allora”–continuerebbe il mio interlocutore–vorresti lo “stato sardo”!”

Non necessariamente–io non sono così fissato con quel feticcio burocratico–si potrebbe partecipare a una specie di Confederazione Mediterranea, all’interno di un Europa diversa, di cui potrebbero far parte anche Catalogna, Corsica e chissà che altro ancora.

Per me la questione della fondazione di uno stato indipendente costituisce un falso obiettivo, un feticcio che ha l’effetto di distrarci da quello che è il nostro obiettivo vero: arrivare a una Sardegna che sia governata da Sardi.

“Ma–direbbe il mio interlocutore–la Sardegna è già governata da Sardi, che governano in nome dell’Italia e per farne gli interessi.”

Sappiamo bene che le cose non sono così semplici come le pone il mio interlocutore.

Esiste, a partire dalla battaglia di Sanluri, un patto tra dominatore straniero e classi dirigenti sarde: Il mito di fondazione della borghesia compradora sardignola

Prima ancora che l’Italia, il problema della Sardegna è costituito da queste classi dirigenti, alleate da sempre con il dominatore straniero.

E questa borghesia compradora esprime da sempre–da quando esiste la democrazia–i politici che governano la Sardegna, sì, è vero, per conto dell’Italia, ma anche per conto dei vari printzipales sardi.

E sono i printzipales che, con l’apporto fondamentale dell’Italia, hanno impedito che i Sardi diventassero una nazione, cioè una comunità di individui legati gli uni agli altri da un patto di buon vicinato, che implica la solidarietà reciproca, una cultura e una lingua–ma qui bisogna precisare bene, non necessariamente adesso– e una storia condivisi, oltre alla coscienza di avere un destino comune.

Come vedete, propongo una definizione interamente culturale e sociale di nazione: la nazione è l’esistere tutti assieme dei buoni vicini.

Niente a che fare con il blut und boden dei nazisti.

E lo “stato sardo”?

Tutto dipende da quello che si intende per “stato” e da quello che si intende per “sardo”.

Se per “sardo” si intende uno stato governato da politici anagraficamente sardi, mi sembra che non si farebbe un passo avanti rispetto alla situazione attuale.

Basta vedere in che razza di casini sono sprofondati quasi tutti gli stati nati dalla decolonizzazione e che si sono limitati a sostituire la classe dirigente coloniale con politici provenienti da quelle classi sociali che mediavano tra colonizzatore e il resto della popolazione.

Se per “stato sardo” si intende l’organizzazione del potere all’interno della nazione sarda–questa definita come qui sopra–allora stiamo parlando di qualcosa di profondamente diverso.

A governare la nazione sarda ci sarebbero delle persone profondamente diverse dalle attuali classi dirigenti sarde.

L’ho già detto tante volte: scorciatoie verso l’indipendenza non ne esistono.

L’indipendenza politica passa per l’indipendenza psicologica, che passa per l’indipendenza culturale, che passa attraverso l’indipendenza linguistica.

Sedda & Maninchedda sono liberissimi di proporci i loro sconti di fine stagione, con l’indipendenza che è li dietro l’angolo–ma a miei tempi la chiamavamo “rivoluzione. Toh! Anche loro!–e con “la lingua questione parziale, benché rilevante”.

Questo, però, si chiama mettere il carro davanti ai buoi, perché–e lo capisce anche un bambino–per arrivare all’indipendenza in modo democratico, bisogna conquistare la coscienza della metà dei Sardi più uno, e questa coscienza non basta la crisi economica a dartela, come ci ha ricordato lo stesso Maninchedda.

E allora?

E allora se si vuole fondare lo stato sardo–e io ho paura che con questa Italia non abbiamo scelta–bisogna prima costruire la nazione sarda–cioè la cultura nazionale della Sardegna–e non far finta che la nazione sia un dato naturale e assodato.

No cari Paolo e Franciscu, l’anagrafe al massimo ti rende sardignolo, non sardo.

L’identità, cioè l’appartenenza o meno a una comunità, ti è data dalla pratica a cui aderisci, da quello che fai e non da un estratto dall’anagrafe.

What about Judith Butler?

E se non riusciamo ad essere nazione–comunità di buoni vicini con un destino comune–lo stato sardo ce lo possiamo dimenticare.

Al massimo potremmo ambire a uno stato sardignolo: no thanks!