Archive for September, 2013

September 29, 2013

La lingua comune che nasce dal basso

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Leggete l’articolo seguente e provate a restare seri, non è facile, ma è un buon esercizio in autodisciplina:

Adesso fate uno sforzo di fantasia e provate a immaginare come potrebbe nascere dal basso questa lingua comune dei Sardi.

Ammettendo tutte le pronunce locali?

Bene, è quello che vogliamo tutti e ci capiamo già adesso tra parlanti di varietà diverse, quindi non c’è bisogno di unificare un bel niente.

Ammettendo tutti i sinonimi che esistono nelle varianti locali (es.: como/immoi)?

Benissimo, anche questo lo vogliamo tutti e questi sinonimi sono circa il 10% del totale delle parole e non decine di migliaia.

Rimane il problema della grafia.

Si vuole una grafia comune o no?

Se non la si vuole, lo si dica e il discorso si chiude lì.

Se la si vuole bisogna trovare il modo di arrivarci e, naturalmente, questa grafia comune deve essere collegata in modo chiaro e logico alle diverse pronunce.

Ovviamente, si può anche volere una standardizzazione all’italiana, con un’unica pronuncia ufficiale: chi dispone delle baionette e degli insegnanti necessari si faccia avanti.

Il signor Solinas non dice se l’unificazione che si prefigura comporti anche l’imposizione di un’unica pronuncia: se sì, tiri fuori le sue baionette.

Se no, ci dica come vuole arrivare, senza cosiddetti esperti, a questa grafia comune.

“Quando si saranno impadroniti delle decine di migliaia di lemmi, saranno i cittadini stessi, nel prossimo futuro, a costruire dal basso la lingua comune dei Sardi.”

Ecco, pare che la sua proposta consista nel trasformare tutti i Sardi in dialettologi, cioè in esperti che conoscono le pronunce di tutti i dialetti sardi.

Proposta gagliarda!

Ma come pensa il signor Solinas di riuscire a convincere tutti i Sardi a studiare per anni per diventare dialettologi?

Lui stesso avrebbe bisogno di studiare linguistica in qualche università in cui si insegna linguistica contemporanea, visto che riduce tutto il problema dell’apprendimento della lingua alla conoscenza dei “lemmi”.

Ecco, oltre alle baionette, il signor Solinas avrebbe bisogno anche di molti, moltissimi soldi, per permettere ai Sardi di studiare la sintassi, la morfologia, la fonetica, la fonologia, la storia e la pragmatica dei dialetti sardi.

Oltre alle “decine di migliaia di lemmi”, naturalmente.

Quando avrà trovato le une e gli altri, ci faccia un fischio.

Io con le cose fatte dal basso godo come una bestia!

 

September 28, 2013

Sui mutilati e invalidi della grande guerra linguistica

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Il problema sollevato da Cinzia è un problema molto serio: Il problema di Cinzia: premiare la maggioranza discrimina la minoranza?

Esiste una minoranza consistente di Sardi che ha soltanto una competenza passiva della nostra lingua e che reclama il proprio “diritto all’ignoranza”.

Questa minoranza non può essere ignorata per tre ordini di motivi: 1) la sua consistenza numerica: circa un terzo dei Sardi si trova in questa situazione; 2) La sua aggressività: si tratta, in genere, di individui che finora hanno goduto dei privilegi che, paradossalmente, il monolinguismo assicurava loro e che si è dotata di un ideologia molto articolata e pervasiva per giustificare questi privilegi; 3) si tratta di vittime: questa minoranza è costituita dai mutilati e invalidi della guerra linguistica combattuta in Sardegna a partire dagli anni ’60 del secolo scorso.

L’evidenza dei numeri (i Sardi che dichiarano di avere una competenza attiva della loro lingua sono 1l 68.4%) chiarisce abbondantemente il primo punto.

Per quanto riguarda il secondo punto (l’ideologia e i propagatori di questa) faccio copia e incolla dal mio libro: “Chiarito questo punto, l’analisi compiuta da Anna Oppo sull’insieme dei dati si può riassumere nel modo seguente: «L’insieme di questi dati ha evidenziato tanto il declino delle parlate locali in ambito familiare man mano che si passa dalle generazioni più anziane a quelle più giovani quanto l’uso maggioritario dell’italiano nelle cerchie extra-familiari e nelle situazioni comunicative più formali e più alte. E, come si è già descritto, l’uso dei due diversi codici sembra segnare delle “fratture”: fra generi ed età, fra bassa e alta istruzione, fra rurale e urbano, fra ceti e classi sociali».

Se da un lato è doveroso rimandare alla ricerca sociolinguistica coordinata da Anna Oppo, sia per la mole di dati che presenta, sia soprattutto per definire quelle che lei chiama “fratture” («fra generi ed età, fra bassa e alta istruzione, fra rurale e urbano, fra ceti e classi sociali»), bisogna anche osservare che diverse delle analisi di questi dati e delle differenze nel comportamento linguistico dei vari gruppi sociali, effettuate dai vari curatori, compresa la stessa Oppo, sono viziate da preconcetti ideologici: l’abbandono del sardo viene continuamente presentato come strettamente legato all’emancipazione culturale e sociale dei sardi. In questo è testimonianza dell’adesione ideologica del ceto accademico al paradigma della modernizzazione, al cui interno il passaggio dal sardo all’italiano è visto come un passaggio fra l’arretratezza e la modernità, come se fosse un dato oggettivo e non da sottoporre almeno a verifica empirica (posto che si possano definire “arretratezza” e “modernità” in termini scientifici, oggi poi). La scelta per l’italiano sarebbe determinante per il raggiungimento di questa emancipazione, senza fare riferimento, per esempio, al fatto che, malgrado ormai la stragrande maggioranza dei giovani (92% delle ragazze, 86% dei ragazzi) apprenda l’italiano come L1, la dispersione scolastica in Sardegna si presenta ancora in proporzioni gravissime, oscillando sempre intorno al doppio della media italiana, anche questa altissima rispetto alla media europea. Come vedremo al Cap. 3, in effetti, la lingua che i ragazzi sardi apprendono a casa e dall’ambiente circostante è molto lontana dall’italiano standard, che la scuola pretende che loro conoscano.

I fattori che hanno portato molti sardi – ma sempre, comunque, una minoranza di essi – ad abbandonare almeno in parte la loro lingua, si ritrovano in tutto il mondo e in tutto il mondo stanno mettendo a rischio l’esistenza di migliaia di lingue minoritarie.

Oppo ne è cosciente e infatti cita, tra gli altri, in una nota a pag. 10 il seguente passaggio di Labov, scritto a proposito del comportamento linguistico delle donne negli Stati Uniti: «Le donne […] sono più sensibili degli uomini al modello di prestigio. Esse mostrano cioè una più netta inclinazione del mutamento di stile, specialmente all’estremo più formale dello spettro». (Labov 1972:335)

Ciononostante, Oppo cerca di attribuire a cause “specificamente” sarde – in effetti si tratta di stereotipi – il comportamento analogo delle donne isolane: «Come non capire la prontezza delle donne che, nell’impadronirsi, per prime, dell’italiano e della scuola, pensavano di liberarsi contemporaneamente dagli scialli, dal confinamento nella casa, dai gesti di deferenza quotidiana nei confronti di padri e mariti come quello di sfilare loro gli stivali e di lavargli i piedi una volta che questi rientravano a casa? E magari di non dover svolgere più il ruolo di coloro che piangono il figlio morto ammazzato?». (Le lingue dei Sardi:6)

Quante donne portano ancora lo scialle in Sardegna? Chissà, ma le donne che dichiarano di parlare il sardo sono ancora il 62,6%.

[…]

Nel rapporto ragazzo/ragazza, i ragazzi sardi – ma, sebbene in misura minore, anche le ragazze – assumono un’identità linguistica molto differente da quella che li connota come membri del gruppo dei pari e questa, nella stragrande maggioranza dei casi, esclude qualsiasi componente sarda.

In proposito, Anna Oppo propone la spiegazione seguente: «Ma sono soprattutto le differenze socio anagrafiche degli intervistati a pesare in modo deciso. In primo luogo a prediligere le parlate locali sono gli uomini, soprattutto se adulti. Inoltre diventa estremamente significativo il peso del titolo di studio, della posizione professionale e del ceto sociale di riferimento: la parlata locale è preferita nelle relazioni amicali dai meno giovani, i meno istruiti e coloro che hanno professioni di tipo manuale. Sarà forse in ragione della giovane età, ma all’interno delle coppie la lingua prevalentemente usata sembra essere l’italiano, e solo in una percentuale piccolissima si usa la parlata locale ed entrambi i codici. Quest’ultima tendenza sembra condivisa solo per lo più da coloro che vivono nei comuni più piccoli». (Le lingue dei Sardi: 28)

L’accademica cagliaritana Anna Oppo spiega in questo modo i motivi che porterebbero i giovani ad adottare l’italiano come lingua del rapporto uomo-donna: chi parla in sardo è vecchio e socialmente poco competitivo, insomma, poco istruito, poco abbiente e abitante di un paesino arretrato. Con la sua generalizzazione, Anna Oppo esprime i pregiudizi dei ceti dominanti sui sardoparlanti, forse interiorizzati dalle giovani donne sarde.”

Il ceto rappresentato da Anna Oppo lotterà con le unghie e coi denti per difendere i propri privilegi e la propria visione del mondo che questi privilegi giustifica.

Meglio prepararsi: i gorgeggi isterici di Gianluca Floris sono soltanto l’overture.

Ma circa un terzo dei Sardi, soprattutto donne, è rimasto escluso dall’interazione linguistica nella nostra lingua e non ha avuto la possibilità di apprenderla: sarebbe troppo facile liquidare queste persone come “mandrone”: costoro sono vittime della guerra psicologica esercitata dalle classi dirigenti sarde nei confronti dei bambini, prima a scuola, poi anche a casa e nel gruppo dei pari:

“Questa tabella – per la quale non si indica con precisione l’età degli intervistati, ma dovrebbe riguardare i bambini dai 6 agli 8 anni, visto che i dati, grosso modo, coincidono – mostra come, già all’interno della famiglia (allargata) e del gruppo dei vicini/compagni di giochi e di scuola, le ragazze tendano ad essere escluse dalle interazioni in sardo, molto più che non i ragazzi. L’unica eccezione è costituita dai nonni, che ormai sono diventati l’agente principale della trasmissione generazionale del sardo.

I più resoluti nell’escludere le bambine dalle pratiche linguistiche in sardo (o almeno da quelle esclusivamente in sardo) sono proprio i membri del gruppo dei pari: fratelli e sorelle, compagni di scuola e di giochi: già presto il sardo sembra delinearsi come lingua che determina un’identità prettamente maschile.

Naturalmente, occorrerebbe uno studio longitudinale per stabilire se i dati corrispondenti alle diverse fasce di età corrispondano effettivamente a diverse fasi del percorso linguistico dei ragazzi sardi (come proposto in §4.1), o se invece le differenze indichino un effettivo aggravarsi della situazione. Le piccole differenze di età tra gli intervistati sembrano comunque indicare che si tratti di fasi differenti del percorso di acquisizione del sardo da parte dei giovanissimi.

Questi dati, nel loro insieme, sembrano indicare l’esistenza di una “cospirazione” di tutta la società sarda tendente a escludere le ragazze, molto più che non i ragazzi, dalle interazioni linguistiche in sardo. Anche se le ragazze in buona parte recuperano le distanze negli anni successivi, lo stigma – non necessariamente verbalizzato: basta l’evidenza abbondantissima del “non si fa” – verso l’uso del sardo da parte delle donne sembra persistere e trovare la sua massima realizzazione nel rapporto ragazzo/ragazza: usare il sardo significa essere “grezzi” e questo può andar bene per fare dell’umorismo, per esprimere rabbia o per atteggiarsi a “duri”, ma non nel momento delicatissimo in cui si decide di corteggiare un potenziale partner o di accettarne o meno la corte. Ovviamente, una volta che il rapporto è stato impostato in una lingua, diventa poi praticamente impossibile passare a un’altra lingua.

A queste considerazioni va poi aggiunto il fatto che, evidentemente, nel sardo si è estinto il registro del corteggiamento, il linguaggio settoriale per l’approccio dei rappresentanti dell’altro sesso che suscitano interesse sessuale.

È ovvio che questo linguaggio non si può apprendere nel corso di una normale interazione linguistica, visto che il corteggiamento costituisce una delle attività più private e delicate. I modelli di corteggiamento a cui siamo normalmente esposti sono costituiti dalla produzione di autori più o meno specializzati di canzoni, film, libri, programmi televisivi in cui si rappresentano i rapporti privati tra un uomo e una donna. Nella società sarda attuale, questi modelli sono in italiano e monopolio dell’industria culturale italiana, mentre nella società tradizionale i modelli erano forniti, per esempio, dai mutos e mutetus che praticamente tutti conoscevano e cantavano. Spariti dalla vita reale quei modelli, ai giovani sardi non rimane che adattarsi ai modelli proposti dall’industria italiana della rappresentazione dei sentimenti, e lo fanno, ovviamente, in italiano.”

Tutta la società sarda cospira nell’escludere i bambini dalle interazioni nella nostra lingua.

Chi interiorizza lo stigma verso il sardo va allora aiutato a superare il trauma infantile, non condannato.

Ma questo non può voler dire che si debba continuare a premiare l’ignoranza ai danni della conoscenza.

Sapere di pù va premiato, non punito, come è stato il caso finora.

E come è ancora il caso: dai dati della chirca sotziulinguistica risulta che ancora i bilingui in sardo e italiano hanno più probabilità di non raggiungere un titolo di studio superiore.

E poi ci sono quelli che parlano di discriminazione dei monolingui in italiano…

Comunque sia, è ora che questi ignoranti militanti si rassegnino e–perché no?–si mettano a studiare.

 

September 27, 2013

Il problema di Cinzia: premiare la maggioranza discrimina la minoranza?

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La lettrice Silvia ci scrive: “Il problema non è assolutamente l’uso del sardo e la tutela di lingua e tradizioni, sacrosanti, sennò vanno a predersi, e sarebbe un peccato. Il problema è creare un discrimine assurdo per chi si trova in condizione di non aver potuto imparare il sardo come lingua madre (i miei per esempio venivano da due paesi diversi, dai dialetti diversi e tra loro non hanno mai trovato naturale parlare sardo quanto coi loro parenti per cui tra loro parlavano italiano); sono nata a Cagliari e faccio una commistione strana tra il cagliaritano e i dialetti dei miei vecchi, ma sebbene capisca quasi tutto, non riesco a parlarlo davvero bene, nè tantomeno a scriverlo. Non sono l’unica in queste condizioni. Allora mi chiedo per quale diamine di motivo i concorsi alla Regione e al Comune di Cagliari debbano dare punteggio in più, capirei se fosse necessario per delle mansioni ben precise. E’ discriminatorio, altrochè: prima si pensi a insegnare il sardo nelle scuole, a esercitarlo coi parenti e poi facciamo concorsi così. E sinceramente, ve lo dico da una che ha vissuto per anni con persone di qualsiasi provenienza d’Italia abituata a parlare quasi solo il proprio dialetto: i sardi hanno il grandissimo vantaggio di sapere parlare l’italiano meglio di altri: e per me l’italiano è una lingua che non può assolutamente essere abbandonata per parlare esclusivamente un dialetto o nel nostro caso una variante della lingua sarda. L’italiano è quello che ci permette di capirci anche tra noi sardi, spesso. Se non vogliam tornare indietro sarebbe il caso di non fare discorsi troppo campanilistici. Sono stata allieva del compianto e grandissimo Placido Cherchi, un uoo che parlava perfettamente le due lingue e si dichiarava madrelingua sardo….lui per me ha avuto una grandissima fortuna che io non ho avuto e che altri come me, per varie vicissitudini, e non per rifiuto della lingua hanno avuto. Siamo vittime di una situazione da cui si pensa di uscire con la folle idea di avvantaggiare chi sa parlare il campidanese. In un momento di crisi, in cui le assunzioni sono un’utopia, mi pare del tutto fuori luogo. Prima mettiamo tutti quanti nelle stesse condizioni, e poi modifichiamo i bandi di concorso.”

La discussione è aperta.

Qui sotto la prima reazione di Marco Solinas: “Cara Cinzia, mi sembra che tu abbia le idee un po’ confuse, te lo dico con simpatia e senza acredine visto il garbo del tuo commento, che però non condivido assolutamente. :)
Primo: variante = dialetto. Sono la stessa cosa: il termine variante è stato introdotto una volta divenuto chiaro che il Sardo non è un dialetto di alcuna lingua, da coloro i quali sono contrari a qualsiasi uso ufficiale del Sardo… gli stessi che prima dicevano “il Sardo è un insieme di dialetti mutualmente non intellegibili” adesso dicono “il Sardo è un insieme di varianti mutualmente non intellegibili”. Lo stesso Bolognesi (ed anche altri prima di lui) hanno dimostrato dati alla mano la falsità di tale asserzione, mostrando che il Sardo è una lingua unitaria, dove al suo interno compaiono dei naturalissimi fenomeni di differenziazione delle pronunce (succede anche all’Italiano, all’inglese, al francese, allo spagnolo…) e dove coesistono dei sinonimi che possono essere comuni a più zone ma non usati in altre. IL SARDO E’ DUNQUE UNA LINGUA NORMALE.
Secondo: ti assicuro che è possibile imparare il Sardo. Basta studiarlo: fidati, io l’ho fatto! Anche nel mio caso i miei genitori erano di paesi diversi ed hanno fatto l’errore di non insegnare a noi figli a parlare in Sardo, anzi peggio perché anche loro stessi non lo parlavano né tra loro né coi miei nonni e zii. Ho acquisito come te una conoscenza passiva (lo capivo) neanche tanto approfondita (non capivo esattamente tutto). Ebbene, quando mi sono reso conto che era inaccettabile non saper parlare il Sardo, mi sono messo d’impegno nei ritagli di tempo ed ho studiato. In internet si trovano tonnellate di materiali per studiare. E’ solo questione di volerlo fare: conosco anche altre persone, tra cui addirittura un non sardo che l’hanno fatto. A questo punto la domanda è: tu lo vuoi fare?
Terzo: questo provvedimento (se mai diventasse effettivo, ancora non lo è) è discriminatorio? SI: nel senso che introduce (finalmente) la discriminante positiva per coloro i quali parlano Sardo, che saranno giustamente premiati. Tu pensa, che ad esempio per fare un concorso alla ASL, in Sardegna, devi sostenere una prova di lingua inglese o francese, e nessuno si lamenta di questo (giustamente… e nota che la conoscenza è OBBLIGATORIA, cioè se non lo sai, sei fuori automaticamente, altro che qualche punto in più in graduatoria!): allora che differenza c’è tra il Sardo e l’Inglese/francese? Dimmelo tu perché francamente io non ci trovo nulla di diverso.
Quarto: prima il Sardo nelle scuole, poi i punti in favore. Campa cavallo… Qui è un serpente che si morde la coda: uno dei problemi della lingua sarda è proprio che viene percepito come una lingua che non ha ufficialità (cosa falsissima: cercati le leggi italiane e sarde a riguardo) e quindi si pensa che non valga la pena impararlo. Provvedimenti di questo tipo incentivano ad esempio i mandroni che non vogliono imparare il Sardo a mettersi sotto e studiare.”

E cussu de Daniela soru: “No apo ancora connotu a unu sardu o a una sarda chi, mancari no ddu faeddit, non cumprendat su sardu. Duncas ònnia sardu tenit a su mancu una cumpetèntzia passiva de sa limba. Duncas est finas ora de si pònnere unu tapu! Ca unu chi bivit in custa terra e non tenit a su mancu una cumpetèntzia passiva, forsis puru a su mancu A1 de su sardu, est unu chi si diat dèpere pònnere calicunu problema a subra de sa vida sotziale sua. In Irlanda funtzionat de aici, su pròpiu, si unu benit dae foras, ma bolit traballare in unu postu pùblicu/istatale, s’iscriet a unu cursu e imparat mancari pagu pagu, su Gaelicu. Normas che a custa non nde trocint su traballu a nemos, antzis, nde bogant de noos! Totus pagant a caru prètziu cursus de inglesu nachi est tropu importanti, ma cantu diat a bàlere un’òmine o una femina chi non connoschet sa limba de su logu in ue est nàschidu e pesadu? sa cumpetèntzia comunicativa cosa sua diat tènnere unu handicap mannu meda! Non creo chi in unu cuncursu de su comunu de Casteddu ant a pretèndere unu livellu C2, duncas accabe.dda de segare sa matza!! Comente si podet acusare de discriminatzione a una limba chi est gherrende pro bìvere, pro non si nde acabbare de ispèrdere! Ridìculos!”

September 26, 2013

Ge funt a Floris!

Se qualcuno voleva sapere perché in sardo si dice “Ge ses a froris”, adesso lo sa.

https://mail-attachment.googleusercontent.com/attachment/u/0/?ui=2&ik=80b5ef4bd4&view=att&th=1415a34b429fd654&attid=0.1&disp=inline&safe=1&zw&saduie=AG9B_P___mDchOWz2DO8DFsKL1cf&sadet=1380205399536&sads=c5L2BDDI_uvhhb7C4lmMGw8bVd8

Pare che il cantante petrollirico sia riuscito a inquinare un po’ di menti all’interno del consiglio comunale di Cagliari.

Claudio Cugusi at fatu a collada de Paulesu–forse per non restare troppo indietro rispetto a Floris–e parla, a riguardo della decisione di assegnare un bonus ai sardoparlanti nei concorsi comunali, di “provvedimento di sapore leghista”.

Dice che il sardo deve essere prima insegnato nelle scuole, prima di esigerne la conoscenza a chi partecipa ai concorsi comunali.

Idea bizzarra, la sua: chi ha imparato il sardo al di fuori della famiglia, come il sottoscritto e tanti altri, l’ha imparato perché voleva impararlo e non si capisce perché la loro maggiore cultura non dovrebbe essere premiata.

Del resto per certi concorsi è richiesta la conoscenza delle lingue straniere, che non si imparano certamente a scuola.

Tocca, o Claudio, non farci ridere troppo!

Il sardo non si imparerà mai a scuola, ma sempre in situazioni “naturali”: in famiglia o nel gruppo dei pari.

Il sardo a scuola serve ad accrescerne il prestigio e ad apprenderne i registri alti e colti. In certi casi servirà  a mettere un po’ di ordine nella grammatica, probabilmente influenzata dall’italiano, della lingua dei giovani.

Non prendiamoci in giro, po prexeri!

Una menzione a parte merita anche il Sindigo che, per farci perdere qualsiasi dubbio sul suo interessamento alla questione, cita il canonico Spano, che sul sardo aveva poche idee, ma confuse, come Massi.

Visto che c’era poteva anche citare Nandino: http://italia.cagliari.discussioni.narkive.com/5Ivr945u/addio-nandino

Nc’iat fatu figura prus bella.

Dico, tra tutti quelli che hanno lavorato sul sardo, ha citato quello che, anche con tutta la buona volontà del mondo, non si può definire un linguista.

Quando scriveva Spano, la linguistica non era neppure nata, ma forse durante la movida, tra un mojito e l’altro, fa figo gettare lì quel nome, con noncuranza.

Onore quindi a Lobina, Murgia e Dore, che sono riuscita a conquistare al bilinguismo la capitale dei Sardi, pur dovendo operare in questa situazione, e agli altri consiglieri che hanno votato a favore del provvedimento, naturalmente.

September 25, 2013

Piangi pagliaccioooooo

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La mamma dei cantanti è sempre incinta…

La mamma di Gianluca doveva essere una di quelle madame che negli anni ’60 andavano all’opera con un animale morto addosso e che terrorizzavano parenti, vicini e passanti gorgheggiandone: “Mi’ che non voglio a parlarlo in sardo a mio figlio, no! Sennò vi querelo: si vendetta tremenda vendeeeeetta!”

Gianluca non si è più ripreso.

Non solo è diventato cantante, come aveva previsto il parroco, ma, ogni volta che si rende conto che conoscere il sardo significa sapere di più e non di meno, perde il controllo di sé.

Forse pensa di essere Farinelli medesimo e di poterselo permettere.

Già in luglio aveva dato in escandescenze, sentendo che alcuni consiglieri comunali di Casteddu, avevano proposto la discriminazione positiva per i sardofoni nei concorsi al comune: (Dal Rigoletto alla Cavalcata delle Walkirie: quando il melodramma intacca il cervello di chi già ne ha poco. )

Adesso che la delibera è stata approvata ad ampia maggioranza è in crisi nera  (http://www.unionesarda.it/articolo/cronaca_sardegna/2013/09/25/cagliari_nei_concorsi_punto_a_favore_di_chi_conosce_la_lingua_sarda-6-331230.html) e piange su Facebook: “Da oggi i sardi come me che non parlano il sardo sono discriminati”.

E a chi gli fa notare che, forse, sai, il sardo si può anche imparare, gli gorgheggia melodrammaticamente: “Pensare che si possa imporre la L1 è tipico dell’autoritarismo di stampo nazista, fascista, sovietico, turco o cinese”.

Ora è chiaro che uno che reagisce così, saprà anche cantarne “Che gelida manina…”, ma semplicemente non ha neuroni sufficienti per imparare il sardo.

La mamma di Gianluca sapeva bene che il suo bambino non sarebbe mai stato in grado di imparare più di una lingua e ha preso le comprensibili precauzioni.

Chi ti impone la L1 è , di solito, la tua mamma.

La mamma ha evidentemente imposto a Gianluca l’italiano come L1.

Ora io disprezzo Freud–profeta di serie B, non scienziato– ma questa coglionata immensa gorgheggiata da Gianluca mi puzza tanto di “lapsus freudiano”.

Sembra che stia parlando di qualcosa di cui non è completamente cosciente, ma che ha a che fare con lui stesso.

Insomma, è praticamente indubbio che la mamma di Gianluca avesse il sardo come L1: ciononostante, Gianluca non conosce il sardo.

Il “language shift”–l’abbandono del sardo come Lingua1 per i propri figli–si è verificato a partire dagli anni ’60 nelle città sarde e dagli anni ’70 nelle realtà rurali (Loi Corvetto, 1983).

Gianluca è del 1964.

Sua madre gli ha imposto l’italiano come L1: per lei una lingua straniera.

Quando Gianluca è cresciuto, ancora molti dei suoi coetanei parlavano in sardo, ma Gianluca no.

È stato escluso dal gruppo dei pari sardofoni?

Ovviamente, non è ha mai fatto parte, altrimenti, come me, avrenne imparato il sardo all’interno di quel gruppo.

Ne ha sofferto?

Boh? Questo lo sa lui.

Ma da come reagisce rispetto alla delibera del comune di Cagliari si direbbe che qualche corda profonda nell’animo di Gianluca sia stata toccata.

Gianluca non farà mai una un concorso al comune di Cagliari: i comuni non bandiscono concorsi per cantanti.

Perché allora questa cosa lo ferisce al punto di farlo sproloquiare di nazismo, turchi e cinesi?

Questa estate abbiamo assistito al “coming out” di un altro ex-sardofobo, che ha confessato e fatto ammenda in pubblico: Il y a toujours une première Fois

Forse dovremo aspettare ancora un po’ e anche la prima donna Gianluca ci gorgeggerà in sardo che quello di cui soffre è soltanto l’essere stato escluso dalla comunità dei sardoparlanti, cioè, fatte le debite concessioni alle nostre minoranze interne, la comunità dei Sardi.

Quando si riprenderà dalla crisi di identità, tutto quello che gli resta da fare è imparare il sardo.

Sempre che ci riesca.

September 25, 2013

A chi ha paura del nazionalismo

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A chi, in buona fede, ha paura del nazionalismo sardo, voglio riproporre queste riflessioni scritte alcuni anni fa, mentre io stesso ero ancora nel mezzo della mia ricerca di una definizione del mio rapporto emotivo con la Sardegna e con i Sardi. Alla fine sono arrivato a scoprire che condivido la  seguente definizione di nazione, a patto che questa diventi una condivisione generale: ““Appartenere a una nazione non è nient’altro che un’adesione emotiva. Come l’essere membro di una famiglia e, essenzialmente, non dipende da un calcolo razionale o un vantaggio o un merito-anche se si possono produrre affermazioni pseudo-razionali di superiorità, come in guerra o nello sport”. (Professor Peter Clarke)”

Insomma, “nazione non si nasce, si diventa”: Nazione?

September 24, 2013

Sulla democrazia

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Si sente spesso dire in giro che la democrazia consisterebbe nel rispetto delle opinioni altrui.

Niente di più stupido.

Non fosse altro che per il fatto che chi ha questo concetto della democrazia è automaticamente obbligato a rispettare la mia opinione sulla sua opinione.

Niente di più stupido, appunto.

La democrazia consiste nel diritto altrui ad avere opinioni che io disprezzo, visto che sarebbe troppo facile riconoscere agli altri soltanto il diritto ad avere opinioni per me rispettabili e quindi condivisibili.

La democrazia consiste proprio nella garanzia che il conflitto tra portatori di opinioni non conciliabili rimanga incruento.

Ma neanche questo è del tutto vero nella pratica: esistono paesi in cui l’espressione di opinioni razziste, antisemite e omofobe è proibita.

Come sono proibite l’istigazione all’odio e alla violenza e l’apologia di reato.

Non è vero quindi che la democrazia consista nel rispetto delle opinioni altrui.

Certe opinioni, come il razzismo e l’autorazzismo, non meritano alcun rispetto.

Minescint s’arrispetu de is troddius pudescius.

September 24, 2013

Su chi non at fatu ZF Pintore

September 23, 2013

C’ero anch’io? No tu no! I Sardi e il papa rock & roll

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Dice che c’erano 400.000 (quattrocentomila) Sardi a sentire questo papa che parla come i miei amici preti.

Un Sardo su quattro.

Mi viene difficile crederci, ma è chiaro che ieri a sentire Don Bergoglio–qualcuno l’ha già definito il parroco del mondo–erano in tanti.

Oggi è cominciato il gioco comprensibile, ma a volte squallido, del c’ero anch’io.

Mi viene in mente quel ristorante–ottimo!–di Portoscuso in cui era esposta la foto del ristoratore con il papa polacco in visita a Iglesias.

Il ristoratore si sentiva un po’ papa anche lui.

Ma la cosa che conta, oggi, è che sono così tanti a poterlo dire: “C’ero anch’io!”

Perché così tanti?

Mi sembra chiaro: i Sardi hanno un disperato bisogno di speranza e si sono aggrappati a questa figura di potente così lontana, nei modi, dagli altri potenti.

Mi fa pensare a quel mio amico parroco a ….,, esiliato da Iglesias, appunto per quello.

Ieri, improvvisamente, mi sono scoperto a nutrire anche io qualche speranza rispetto a questo prete dalla faccia simpatica.

Ho scritto il mio post di getto e a quanto pare i lettori hanno gradito.

E Don Bergoglio non ha deluso il bambino in me, quello che dietro il sarcasmo continua a sperare.

Don Bergoglio ha fatto le due cose che speravo facesse.

Ha detto ai Sardi:  “Voi esistete come popolo.  “Nostra Segnora ‘e Bonaria bos acumpanzet semper in sa vida”.”

Ha detto che il lavoro è un diritto che si conquista lottando: “Signore Gesù, dacci lavoro e insegnaci a lottare per il lavoro.”

Quello che poteva fare per i Sardi era questo e l’ha fatto.

E immoe tocat a noso a mostrare si semus bonos a esistire totus impari, ke a unu populu, e a peleare pro is deretos nostros.

Sinuncas, totu cussa gente est andada sceti a bier cust’omine famosu ke a una rock star, pro poder narrer, in italianu: “Io c’ero e tu no!”

September 23, 2013

Meteorismo cronico

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Le idee di Giorgio Todde sull’indegnità democratica dei Sardi non vengono da un’occasioale scorpacciata di pasta e fagioli.

Il suo meteorismo è cronico, forse congenito.

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Mi chiedo se Todde rinuncerà al suo diritto/dovere di vendicarsi:

“L’offesa deve essere vendicata. Non è uomo d’onore chi si sottrae al dovere della vendetta, salvo nel caso che, avendo dato con il complesso della sua vita prova della propria virilità, vi rinunci per un superiore motivo morale.”

Ma come ha dimostrato Mialinu Pira, in “La rivolta dell’oggetto, l’idealizzazione di Pigliaru sul “superiore motivo morale” nascondeva semplicemente il fatto che i ceti istruiti, anziché vendicarsi direttamente, preferivano rivolgersi alla “giustizia”, sempre schierata dalla loro parte. sottraendosi alle conseguenze che l’esercizio diretto della vendetta comportava, e cioè l’esporsi alle ritorsioni inevitabili della controparte.

Insomma, più che di “superiore motivo morale” si tratta di codardia bella e buona, indegna di “noi pastori”.