La fine del progressismo

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Ieri ho letto la miglior critica alla cultura sessantottina che mi sia mai capitato di incontrare.

In questi giorni cercherò di tradurla dall’olandese, se trovo il tempo.

La critica è di un giovane studioso che se la prende con la generazione dei suoi genitori per la loro “ecofobia”: (Ecofobia: Paura della casa.
Definizione ampliata:
È definita come una paura persistente, anormale e ingiustificata di essere nella propria casa.
Coloro che patiscono questa fobia hanno paura di rimanere da soli nella propria casa. Una delle possibili cause potrebbe essere legata “all’abbandono paterno” nell’infanzia (al di là del fatto che l’abbandono non sia stato reato ma che sia stato sentito in questo modo dal bambino). Le fobie, in genere, hanno la loro origine nel nostro passato. )” (http://psyco.forumfree.org/index.php?&showtopic=53084)

La mia generazione ha  distrutto tutte le tradizioni, la storia dei propri genitori, la “casa” della propria infanzia in nome del “progresso”: quella ricerca senza fine del nuovo per il nuovo, identificando il nuovo con il buono e il vecchio con qualcosa di necessariamente negativo.

E questo indipendentemente dall’essere schierati politicamente a destra o a sinistra.

Pensate alla rimozione della parola “vecchio” per indicare l’età di una persona vecchia: adesso che noi ci stiamo avvicinando a quell’età fatidica si dice “anziano”!

Per analizzare tutte le implicazioni di questa critica è meglio tradurre l’articolo, ma dico subito che l’autore non sembra rendersi conto abbastanza di come la mia generazione avesse il bisogno, il diritto e anche il dovere di ribellarsi a quella società in cui era cresciuta.

Purtroppo, poi, non è riuscita a uscire da quella fase “adolescenziale” e a “tornare a casa”.

Per ora mi limito a dire che questo giovane studioso olandese mi ha aiutato a capire meglio la “sardofobia” dei progressisti sardi, di destra e di sinistra.

Si, insomma, la sardofobia di quelli che “Cosa me ne faccio del sardo? Mi serve l’inglese!”

L’atteggiamento di quelli che sono favorevoli ai diritti (nuovi) di tutte le minoranze, ma non al proprio diritto a un’identità che li riconcilii con la propria storia e con quella dei propri genitori: dei propri vecchi.

Adesso capisco meglio l’accanimento antisardo dei nostri ruderi del Sessantotto, ormai vecchi, ma mai diventati adulti.

I nomi?

Già fatti mille volte.

Piciocheddus fuíus de domu e ancora a trevessu.

 

One Comment to “La fine del progressismo”

  1. Tieni conto che i “sessantottini” costituivano e gli ex-sessantottini costituiscono una minoranza nel panorama complessivo di quella generazione. Stiamo parlando di una élite studentesca o giù di lì. Ed avevate ragione da vendere: vivere in una società troppo formale, conservatrice e tradizionalista in un mondo che cominciava ad andare sulla Luna non era più accettabile. Purtroppo vi siete fermati lì, anzi, soprattutto in Italia, con l’innesco delle violenze di piazza e il terrorismo variamente colorato ha dato l’idea, anche a molti di quella stessa generazione, come a quelle successive, che quel movimento partito pacifista, libertario, hippie, in realtà era violento, intollerante, faceva paura. Io avevo quindici anni quando hanno rapito Moro, diciassette quando è esplosa la bomba di Bologna, adoravo la cultura hippie, con la musica di Bob Dylan, di Bob Marley, ascoltando Pannella ecc. ma sono cresciuto con la paura e il terrore che si viveva in quegli anni in Italia (e non solo).
    E purtroppo in Italia, chi gestisce l’informazione e la politica oggi, la tua generazione, della parte libertaria non ha niente o poco, è rimasta solo quella violenta ed intollerante, quella dell’estrema sinistra.
    La rimozione del vecchio c’è stata, ma per sostituirla con qualcosa di più vecchio ancora: l’uomo che aggredisce l’uomo, che giudica l’altro con processi sommari, diventando perfino moralista!! (Ti ricordi cosa voleva dire allora “moralista”?).
    La lingua sarda in tutto questo è vittima come tante altre cose, buttate via come effetto collaterale di quella guerra civile strisciante che dura tutt’oggi e che ha imbalsamato questo paese, più di altri, per la sua storica ed intrinseca debolezza.
    Che ci serve il sardo per mandare a processo Berlusconi? Per conquistare il potere fine a se stesso, perchè idee progressiste sembra che non ce ne siano più. Invece ce ne sono, ma non interessano a nessuno in questa società. Abbiamo due partiti conservatori, PD e PDL, un movimento aggressivo e senza idee definite, una politica sarda che non esprime nessuna personalità serena e preparata, riflesso di quella romana, con dei cespuglietti nazionalisti che sono ridicoli nel XXI secolo, tanto da non essere veramente interessati alla lingua sarda ed alla cultura sarda, che non sia sa berritta e il bimbirimbò tribale. Niente arte, storia dell’arte (chi se ne frega), archeologia e storia finalizzate a dimostrare quanto eravamo “grandi” (ho letto proprio queste parole) all’epoca dei nuraghi e quanto ci hanno colonizzato quei cattivoni di spagnoli e quei pezzi di buona donna dei piemontesi. Nessuno che si va e vedere che cosa era e come funzionava il Regno Di Sardegna se non in ristrettissimi individualità accademiche. A che serve il sardo a questa classe dirigente? A quelli con la puzza sotto il naso interessa come folklore, ai nazionalisti interessa solo se è scritta con la Kappa e magari col colpo di glottide, perchè i sardi veri, in fondo, sono solo la tribù delle montagne. Gli altri siamo burdi.
    Ecco perchè la questione linguistica non va avanti, non c’è voglia di incontrarsi, di mediare, di comprendere l’altro, di far capire che non è folklore ma non è nemmeno lotta di liberazione nazionale dei barbudos stile Che.
    Passeranno anni ancora, un paio di generazioni, come minimo.

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