Del sardo e delle altre lingue nazionali sarde

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Potete girarla come volete, ma Milieddu Lussu aveva ragione: I Sardi sono una nazione mancata.

E certamente lo erano quando Lussu scriveva quelle parole.

La nazione non è nient’altro che una tecnologia sociale e allora: nazione non si nasce, si diventa.

Chi vuole definire la nazione sarda in termini di blut und boden si accomodi pure in fondo a destra, nel letamaio della storia.

Si diventa nazione quando si decide di esserlo, collettivamente, e definendosi tramite l’identità: storica, linguistica, culturale.

Da alcuni decenni, una minoranza importante di Sardi si è messa su questa strada e i frutti stiamo cominciando a raccoglierli.

Ma possiamo essere nazione, UNA nazione, se parliamo lingue differenti?

In Sardegna le lingue storiche sono quattro: il sardo, il complesso linguistico sardo-corso (gallurese e sassarese: si veda Bolognesi & Heeringa, 2005), il catalano di Alghero e il tabarkino.

Cosa hanno in comune queste lingue?

La non italianità.

E hanno un comune nemico: l’italiano, che le sta fagocitando.

In questo, nella minaccia che l’italiano costituisce per tutte le lingue sarde, si può costruire l’unità linguistica della nazione sarda.

Con buona pace degli indipendentisti all’amatriciana e dei loro sogni irlandesi: i Sardi sono dei pessimi cattolici, uguali uguali agli Italiani, almeno da questo punto di vista.

Quale deve essere il rapporto tra il sardo–lingua della stragrande maggioranza–e le altre lingue sarde?

Mi sembra che la legge 26/97 (Art. 2, comma 4) abbia messo in chiaro, e in modo molto corretto, quale debba essere questo rapporto: “La medesima valenza attribuita alla cultura ed alla lingua sarda è riconosciuta con riferimento al territorio interessato, alla cultura ed alla lingua catalana di Alghero, al tabarchino delle isole del Sulcis, al dialetto sassarese e a quello gallurese.” (http://www.regione.sardegna.it/j/v/86?v=9&c=72&s=1&file=1997026)

Mi è sembrato di cogliere nella risposta di Riccardo Mura–ma potrei anche sbagliarmi–una sottile polemica gallurese nei confronti dello “strapotere” del sardo.

Nel caso, vorrei fargli notare che finora sono stati esclusivamente i Sardi sardofoni a portare avanti la battaglia linguistica, anche a loro favore e che, se si esclude il suo esempio, le minoranze interne della Sardegna ben poco hanno fatto per tutelare i loro diritti linguistici, per non parlare poi dell’unirsi alla lotta comune per difenderse le nostre lingue dall’italiano.

L’unica cosa di cui sono stato testimone è stato l’intervento antisardo di un attivista gallurese a Macomer, nel 2008.

Spero che si trattasse di un individuo isolato.

E l’italiano?

Mura auspica l’inclusione dell’italiano di Sardegna tra le lingue nazionali dei Sardi.

Evidentemente soffre anche lui di fregola irlandese e dimentica di citare il fatto che l’italiano scalcagnato di Sardegna continua a espandersi ai danni di tutte le lingue sarde e che, grazie alla penosa illusione dei Sardi di parlare un ottimo italiano, contribuisce a raddoppiare la dispersione scolastica rispetto alla media italiana.

Mura in questo non differisce dagli altri “irlandesi”: si tratta soltanto di sindrome di Stoccolma.

Speriamo che gli passi.

One Comment to “Del sardo e delle altre lingue nazionali sarde”

  1. “Mi è sembrato di cogliere nella risposta di Riccardo Mura–ma potrei anche sbagliarmi–una sottile polemica gallurese nei confronti dello “strapotere” del sardo.

    Nel caso, vorrei fargli notare che finora sono stati esclusivamente i Sardi sardofoni a portare avanti la battaglia linguistica, anche a loro favore e che, se si esclude il suo esempio, le minoranze interne della Sardegna ben poco hanno fatto per tutelare i loro diritti linguistici, per non parlare poi dell’unirsi alla lotta comune per difenderse le nostre lingue dall’italiano.”

    Se sassaresi, galluresi e tabarchino non mostrano lo stesso afflato dei sardofoni (già basso peraltro) per la difesa dei loro idiomi, una ragione ci sarà, e questa ragione è chiara ed esplicita: sono varietà di tipo italiano e la percezione “dialettale” del loro idioma, cui soprattutto galluresi e carlofortini sono legatissimi, è loro chiara. D’altro canto, se il carlofortino è una lingua “sarda”, allora lo sarebbe anche il genovese, di cui è una varietà, cosa palesemente illogica. Come palesemente illogica sarebbe l’idea di considerare l’algherese una lingua sarda, perchè allora lo sarebbe anche il catalano standard di Barcellona.
    L’unica vera minoranza-maggioranza linguistica della Sardegna è il sardo.
    Ciò non vuol dire che, come chiarisce la legge regionale, gli altri idiomi non siano meritevoli di tutela; ma a livello diverso: pensare ad un’amministrazione regionale bilingue è ragionevole (ammesso di considerare un sardo unificato), ma pensarla pentalingue è assurdo.
    Ma il bilinguismo italiano-sardo non per questo deve essere in contraddizione con la tutela di queste varietà linguistiche, che possono benissimo essere insegnate nelle scuole e utilizzate dalle amministrazioni locali al posto del sardo. Che problema c’è?

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