Cosa possiamo imparare da un giovane reazionario olandese

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Chi ha letto l’articolo di Thierry Baudet sui disastri combinati dal Sessantottismo in Olanda e in Europa si sarà probabilmente stupito molto.

Non solo io sono notoriamente un sessantottino tutt’altro che pentito, ma sono anche uno di quegli stranieri che Thierry accusa di avergli stravolto l’Olanda.

Io ovviamente non sono d’accordo con lui.

Oltretutto, come oggi gli è stato replicato sullo stesso giornale (NRC) che ha pubblicato il suo articolo, Thierry parla di un’Olanda che non è mai esistita.

L’Olanda di cui lui ha nostalgia non l’avrebbe mai potuta conoscere, visto che è nato nel 1983, e i processi di immigrazione e “modernizzazione” che avrebbero sconvolto la vita della sua “casa Olanda” erano già in corso da molto tempo.

Thierry è un reazionario e in quanto tale si è scelto un periodo del passato a cui tornare per essere felici come “nei bei tempi andati”.

Ma facendo questo, non fa altro che ripetere, ribaltandola, la ribellione giovanile della mia generazione, che lui vuole spazzare via, come noi abbiano cercato di spazzare via quella dei nostri genitori.

Infatti come già noi ai nostri tempi, Thierry si autoproclama “avanguardia”.

Niente di nuovo sul fronte occidentale.

Io ho fatto in tempo a conoscere l’Olanda di prima che nascesse Thierry e vi giuro che si mangiava da cani!

E vi giuro anche che gli Olandesi–o almeno quelli delle città–ci sono molti grati, a noi stranieri, per avergli insegnato a mangiare e–un po’ meno bene–a cucinare.

Mi ricordo–correva l’anno del Signore 1972, undici anni prima che nascesse Thierry–il primo incontro ravvicinato del terzo tipo di un Olandese con una melanzana.

L’Olandese era un mio concorrente in amore e col cazzo che gli spiegavo come si friggono le melanzane!

L’ho lasciato fare e gli ho anche lasciato concludere che le melanzane–cucinate da lui–fanno schifo.

Come qualcuno ha spiegato oggi al giovane Thierry sullo stesso giornale, l’Olanda è un po’–anzi molto–più complessa di come se l’immagina lui, ed è sempre stata più complessa della “casa, dolce casa” della sua immagine letteraria, poi sconvolta dagli immigrati e dalla globalizzazione.

Thierry tralascia–anche lui, è chiaro–di dire che l’immigrazione massiccia di Turchi e Marocchini è stata voluta, negli anni ’70, dalle industrie olandesi a corto di personale non qualificato e studiata e regolamentata, fino alla scelta degli individui da far immigrare sotto contratto, dalle stesse imprese, dirette da persone che mai avrebbero avuto gli immigrati come vicini di casa. Che poi i progressisti-chique che abitano nella cintura dei canali di Amsterdam abbiano proclamato la loro tolleranza a distanza, è secondario.

Eppure nella sua denuncia degli eccessi del Sessantottismo–in Olanda molto meno politico e molto più edipico–e del modernismo, del rifiuto di avere un’identità nazionale, della ricerca del nuovo per il nuovo, suona una voglia sincera di rinnovamento.

E, paradossalmente, un rinnovamento che non può che essere la ricerca di nuovi limiti e di nuove frontiere che vanno riconosciuti da noi stessi per primi, ma anche dagli altri.

La voglia di ridefinirsi come nazione, di riavere un’identità.

Risuona nel suo articolo il sano–sanissimo–rifiuto del principio giacobino della “égalité”.

Il rifiuto di quel “siamo tutti uguali” che, al di fuori dei tribunali–dove effettivamente dovremmo essere tutti uguali–funziona soltanto come ghigliottina per eliminare chi uguale non è: non linguisticamente, non culturalmente.

Uguali–e solo fino a un certo punto–sono soltanto i cosmopoliti colti, che si sono abbeverati agli standard internazionali della cultura.

Gli altri sono molto meno uguali, tra di loro, ma anche meno uguali dei cosmopoliti.

E essere meno uguale, in questo mondo che pretende di essere abitato da uguali, vuole semplicemente dire che sei di meno.

È vero che siamo tutti uguali per l’UE, per la Corte Europea di Strasburgo, per il Tribunale Internazionale dell’Aja e per l’Organizzazione Mondiale del Commercio.

Ma non lo siamo per i nostri vicini che si ritrovano con noi che non parliamo la loro lingua–ancora un gravissimo problema in Olanda–ma chi ci ha scelto, con quali criteri? Dove abitano quelli che ci hanno scelto? Lo vorresti un vicino con cui non puoi parlare nemmeno del tempo infame?

Non lo siamo per il macellaio olandese che fallisce perché nel quartiere non si mangia quasi più carne di maiale, o comunque non halal, e se gli spieghi che il mercato funziona così e che la colpa è sua che non si è adattato alle mutate condizioni, forse ti accoltella.

I processi di globalizzazione, voluti e/o salutati con gioia dalle élite colte e cosmopolite–a seconda degli interessi economici, ma comunque guidati dai neoliberisti e tollerati dai “progressisti”–hanno fatto e fanno ancora molte vittime in Europa.

Da inchieste svolte in questi anni passati, risulta che la motivazione per votare i partiti populisti in Olanda era più identitaria, culturale, che economica

Thierry parla anche a nome di queste vittime, di questa gente diventata “estranea in casa propria”, oltre che parlare a nome di una generazione di giovani che si trova la strada bloccata–politicamente, ma anche economicamente–dalla mia generazione di anziani ben sistemati.

La mia generazione con le sue belle pensioni sociali, pagate e che continueranno a essere pagate dai giovani, anziani con i loro diritti acquisiti che i politici non osano mettere in discussione, pena la perdita di moltissimi voti.

Insomma, Thierry sta gettando le basi culturali per una nuova rivolta e per un nuovo patto sociale.

Cosa significa questo per noi Sardi?

In un prossimo post vedrò se riesco a capirlo e a raccontarlo.

6 Comments to “Cosa possiamo imparare da un giovane reazionario olandese”

  1. A proposito, l’Esercito dei Paesi Bassi inquadrato nelle Nazioni Unite ufficialmente accusato di codardia per gli ormai lontani fatti di Bosnia. Paese che vai, paese di merda che trovi. Codardia, ecco l’esito della splendida civiltà olandese.

  2. E insaras, funt gent”e merda, egoisti e spocchiosi. La codardia per una forza armata è quanto di più umiliante possa esistere. Altro che Schettino !!! Tottu unu casinu per un napoletano distratto da una moldava, e gli italiani erano tutti Schettino. Non è questo che hanno scritto i giornali olandesi? Loro invece hanno permesso la strage di migliaia di prigionieri, stando a guardare. Lo scalcagnato Esercito Italiano non lo avrebbe permesso, il che è tutto dire. Infatti li abbiamo bombardati !!! Anzi, D’Alema li ha bombardati.
    P.S. Callona at a èssiri tzia tua🙂

    • Tzias non ndi tengu prus😦 Is Olandesus funt cagonis, ma in Indonesia funt stetius che is Giaponesus: bestias. Ma ita bolis nai? Is Italianus funt stetius is primus a imperai is aereus (in Libia) e su gas (Etiopia) contras a sa populatzioni civili. Ma ita nc’intru deu? E ita nc’intrat totu custu cun is cosas bonas de Olanda? Ita totu ses ghetendi a pari?

  3. Nci intrat, nci intrat. Prova a ddu preguntai a is gregus su chi dd’ant cumbinau is populus nordicus ordinaus e civilis. Ant a tènniri arrughixeddas meda po is biciclettas, ma candu s’est trattau de bogai dinai po unu pobulu prus poberu de issus, amigu e alleau, tanallas funt stetius, cun su didixeddu stantargiu che una maistedda.
    Guai a ddi toccai sa bucciacca !! Mancai, po nai sa beridadi, non spendint dinai po si comprai su bidet po issus e tottu.
    P.S. là ca ddu sciu ita ant fattu is italianus brava gente in Africa, ma fiat 70 annus a oi e nci fiat su fascismu. Deu seu chistionendi de s’Unione Europea, ca fatta coment’est no serbit a nudda, antzis, nosi funt boghendi su sanguni. Curpas ndi teneus ma candu est troppu est troppu. Eus a accabai cun s’euro germanicu e s’euro gregu-latinu. Impari no nos’agguantaus.

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