Vecchio è bello?

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L’articolo di Thierry Baudet mi ha fatto tornare in mente una domanda che regolarmente mi faccio: come mai troviamo belle certe cose e altre le troviamo brutte?

Perché troviamo questo garofano di montagna così bello?

Cosa c’è nel nostro cervello che ci porta a trovare bella la natura?

È plausibile che il nostro senso estetico sia in qualche modo plasmato dall’evoluzione e che noi siamo geneticamente programmati per apprezzare forme e colori naturali.

Cioè, esisterebbe un senso della bellezza che non è frutto di convenzioni, ma è già presente dentro di noi, in attesa soltanto di essere risvegliato da un oggetto che possiede certe caratteristiche.

In questo modo avrebbe ragione Baudet nel rifiutare l’arte che non riproduce la natura e nel condannare il modernismo, che ha buttato via il bambino (la bellezza) assieme all’acqua sporca (le convenzioni su ciò che costituisce l’arte), in nome del nuovo per il nuovo.

In questo senso, allora, Baudet è un reazionario, perché vuole tornare a un’arte che che si muove all’interno di convenzioni sottoscritte dai nostri predecessori e non inventa altre possibili rappresentazioni della realtà.

Vecchio è bello, ci dice Baudet, i nostri antenati si muovevano in un mondo fatto di bellezza e armonia.

Non è vero niente, naturalmente: ancora agli inizi degli anni Sessanta i canali di Amsterdam erano praticamente delle fogne a cielo aperto, molta gente viveva ancora in appartamenti malsani, senza bagno–altro che il bagno distrutto della sua parabola–e per farsi la doccia andava ai bagni pubblici, il sabato.

Ecco perché molti degli abitanti si sono trasferiti nei casermoni anonimi della periferia o delle cittadine dormitorio attorno ad Amsterdam.

Vecchio non è necessariamente bello.

Da buon reazionario, Baudet rimpiange “i bei tempi andati”, facendo un’accurata selezione dei fatti.

Conosce gli orrendi casermoni di oggi, ma non ha conosciuto lo squallore delle case del centro–oggi restaurate e abitate da yuppies–in cui si viveva prima che venissero tirati sugli scatoloni  a poco prezzo, negli anni Sessanta e Settanta.

Probabilmente non ha idea neanche di come fosse squallido e monotono il modo di mangiare degli Olandesi prima dell’immigrazione di massa e della globalizzazione: calvinismo alimentare, il loro, nemico del sapore e del colore.

Ma vecchio non è neanche necessariamente brutto, come i modernisti cercano ancora di farci credere.

Baudet conclude il suo articolo auspicando un “ritorno a casa” della mia generazione.

Sono completamente d’accordo, ma è anche vero che la casa prima andava restaurata: non distrutta, ma ristrutturata e anche radicalmente.

E oggi abbiamo bisogno di una nuova ristrutturazione che tenga conto di quei bisogni che la mia generazione ha trascurato: la dimensione umana, l’identità, il calore, la vicinanza.

Postmodernismo, quindi, non antimodernismo.

E la Sardegna?

Proita, non fiat e non est sa propriu cosa de s’Olanda?

 

 

4 Comments to “Vecchio è bello?”

  1. Nois “su betzu” nche l’amus frundidu in su muntonàrgiu. Benit male fintzas a l’acontzare.

  2. e deu aciungiu ca no totus agatant bella sa naturalesa, medas sindi frigant e due andant a fai su pic-nic ca est de moda, candu sind’andant s’aliga da lassant ingunis ca no bint perunu cambiamentu in s’estetica de su padenti. e ita nd’est istetiu de sa bellesa architetonica de is domus sardas? isciusciau totu ca fiat iscuriosu e umidu. is de is tempus andaus no teniant totu cust’atinu pro sa bellesa issoro. sunt ideas modernas liadas a su benessere. custu puru andat imparau in s’iscola ca is pipius puru depent gosari de una bellesa culturalmente cumpartida, ma antis de ndi gosari depent isciri ita est!

  3. No est totu beru chi in su tempus coladu no ischiant ite fiat sa bellesa. Pro esempru: cando fia minore sas mamas istaiant semper misurende sos fìgios cun sos àteros piseddos de sa carrera. Nde risurtaiat chi si fias su prus artu fias su prus bellu, sanu e proite nono: abbistu puru. Fiant àteros tempos ma su cuntzetu est imbaradu in su connotu, mancari siat unu pregiudìtziu chi galu si sighit a imparare chene bi dare atentzione. Sa bellesa, cando bi damus, est cudda cosa chi non nos paret fea, est unu sentidu. Onni cosa podet èssere bella o fea, e comente narat vostè:bi s’educatzione pro los pòdere seberare; non nos benit dae s’istintu. Est una chistione culturale. Sos sardos, a dolu mannu, non sunt educados a sa bellesa de sa terra issoro, antzis…

  4. Bi cheret s’educatzione.

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