Dealfabetizzarsi

023

Vi ricordate il giorno che la maestra vi ha detto che la lettera U era la stessa cosa del suono /u/?

Ovviamente non ve ne ricordate.

O forse qualcuno se lo ricorda pure.

Io mi ricordo cose di quando avevo tre anni, ma quello non me lo ricordo.

E la mia “maestra” era il maestro Fenu, di Cagliari.

Beh, comunque sia, la maestra vi ha mentito, in buona fede, ma vi ha mentito.

Andate davanti allo specchio e guardate quello che fate quando pronunciate il “suono” /u/.

State arrotondando le labbra fino a quasi chiuderle.

Adesso mettete il dito sul pomo d’Adamo–gli uomini–o la zona corrispondente–le donne.

Sentite delle vibrazioni.

Quelle che vibrano sono le corde vocali.

Aprite le labbra appena un po’di pù: state producendo il suono /o/.

Adesso chiudete interamente le labbra e continuate a far vibrare le corde vocali.

Se tutto va bene adesso l’aria che spingete leggermente dai polmoni esce dal naso e voi state producendo il “suono” /m/.

E adesso smettete di far vibrare le corde vocali, ma continuate a creare una leggera pressione nel cavo orale, poi aprite di scatto le labbra.

Se tutto va bene avrete pronunciato il suono /p/.

Ora, con le labbra chiuse, fate vibrare le corde vocali, ma senza far uscire dal naso l’aria proveniente dai polmoni e poi aprite di scatto le labbra.

Se tutto va bene, avrete pronunciato il “suono” /b/.

E infine, socchiudete le labbra fino a una fessura quasi invisibile, in modo che l’aria emessa dai polmoni possa uscire con difficoltà–le labbra vibrano leggermente–e fate vibrare le corde vocali.

Il suono emesso sarà quello della consonante iniziale della parola “pane” preceduta da una vocale: es. “su βane”.

Cioè, la fricativa bilabiale sonora: β dell’alfabeto IPA.

Questi suoni sono rappresentati  nello scritto da lettere ben distinte l’una dall’altra: U/O, M, P, B, β.

Nella realtà della lingua parlata, invece, questi suoni non sono altro che variazioni minime di alcune variabili: l’abbassamento della lingua per le vocali, l’apertura delle labbra, l’emissione dell’aria dal naso o dalla bocca, e la vibrazione delle code vocali.

Cambiando il punto in cui il flusso dell’aria emessa dai polmoni viene interrotto parzialmente o totalmente, si ottengono tutti i suoni del sardo, o quasi.

Occludendo il flusso dell’aria con il dorso della lingua che preme contro il palato molle si ottengono le “velari”: A, NG (nasale velare: es. king), K, G, γ (affricata velare, come in “su γane”).

L’occlusione del cavo orale con la parte media della lingua contro il palato produce le “alveo-palatali”, cioè i suoni prodotti spingendo in avanti la lingua e, nel caso delle consonanti, ostruendo almeno in parte il cavo orale: I/E, GN (nasale palatale: es. gnomo), t∫ (città), d3 (giro), 3 (affricata alveo-palatale: fr. jour)

Infine, nella maggior parte dei dialetti sardi e nell’italiano, la serie è chiusa dalle alveo-dentali: N, T, D, ð, L, R.

Questa, un po’ semplificata, è la fonetica articolatoria che sta alla base dell’alfabeto, più o meno come ce l’ha raccontato la maestra, ma si vede già che le differenze tra i vari suoni non sono così nette come suggeriscono le lettere dell’alfabeto: basta cambiare una delle variabili per ottenere un suono rappresentato da una lettera completamente distinta.

Nella realtà delle parole, i suoni /p/ e /k/ servono a distinguere significati differenti (es. /panna/ ~ /canna/)–e per questo percepiamo  i suoni in questione come nettamente distinti–ma nella realtà della fonetica, /p/ e /k/ differiscono unicamente rispetto al punto il flusso dell’aria viene bloccato: le labbra, nel primo caso; il palato molle, nel secondo.

I suoni /p/ e /k/ costituiscono perciò dei fonemi, cioè dei suoni nella loro funzione di unità distintive.

E questa semplificazione funziona abbastanza bene per lingue come l’italiano, che per secoli sono state surgelate nello scritto, senza che qualcuno le pronunciasse.

Funzionerebbero anche per il sardo, s-e-i-l-s-a-r-d-o-v-e-n-i-s-s-e-p-r-o-n-u-n-c-i-a-t-o-c-o-m-e-s-i-s-c-r-i-v-e.

Cioè, l’alfabeto non tiene conto della velocità con cui si pronunciano le parole e le frasi nelle lingue naturali.

Perché le parole “su” e “pane” si pronunciano “su βane” quando una precede l’altra?

E perché in bittese si pronuncia “su pane”?

E nella Sardegna meridionale “su βãi” o  su βani”?

Come abbiamo visto i suoni rappresentati dalle lettere U/O, M, P, B, β differiscono minimamente l’uno dall’altro e basta pochissimo–al contrario delle lettere, immutabili–a trasformarli in un’altro di quei suoni.

Per capire come mai succedano queste trasformazioni di un fonema in un suo allofono non bastano l’alfabeto e la fonetica, ma occorre la fonologia, cioè lo studio dell’organizzazione mentale delle regole di pronuncia.

La maestra, di fonologia, non ne sapeva nulla e quindi neanche voi.

Un po’ di umiltà, allora, prima di parlare di “lingue di plastica create a tavolino”.

(continua)

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