Dealfabetizzarsi (2)

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Chi chiacchiera avventatamente di “lingua di plastica”, riferendosi alla LSC–e chissà cosa diranno della GSC–ignora o fa finta di ignorare che noi non parliamo e non leggiamo per singoli suoni, ma per parole o perfino frasi intiere.

Anzi è chiaro che parliamo per frasi, non per parole isolate.

L’idea che le lettere dell’alfabeto riproducano o debbano riprodurre fedelmente il parlato è un’idea che non tiene conto della realtà.

Ancora più assurda è poi l’idea che sia il parlato a doversi adeguare allo scritto.

Se così fosse, dovremmo parlare in s-t-a-c-c-a-t-o.

Invece pronunciamo una media di quattro parole al secondo.

A questa velocità di pronuncia, è inevitabile che suoni adiacenti si influenzino a vicenda e nel passaggio tra un suono e l’altro è anche inevitabile che due suoni si fondano tra loro per una durata di alcuni centesimi di secondo.

Il fenomeno è conosciuto come coarticolazione e avviene in tutte le lingue del mondo.

Quello in cui le lingue variano è la durata della coarticolazione.

Questa può limitarsi a una manciata di centesimi di secondo e essere quindi impercettibile, o può essere grammaticalizzata–cioè diventare una regola di pronuncia caratteristica di una data lingua–e quindi estesa a tutta la durata di un dato suono.

Qualunque parlante del sardo sa che, nella maggior parte dei dialetti, i suoni iniziali e finali delle parole si pronunciano in modo differente a seconda del contesto.

Le consonanti sorde–cioè quelle pronunciate senza far vibrare le corde vocali–iniziali diventano sonore quando sono precedute da una vocale e, se si tratta di plosive, diventano fricative, cioè possono essere pronunciate per un tempo più lungo delle plosive, facendo fuoriuscire l’aria dall’occlusione non totale del cavo orale: pensate alla differenza tra la B di binu  e la β di su pane = su βane.

Perché succede?

Le vocali sono intrinsicamente sonore e continuanti: cioè, non è possibile pronunciare una vocale senza far vibrare le corde vocali liberamente, senza interruzioni di sorta.

Nel passaggio–che dura alcuni centesimi di secondi–tra l’articolazione della vocale e quella della consonante sorda è inevitabile che le corde vocali continuino a vibrare nella porzione iniziale della consonante e, nel caso delle plosive (/p/, /t/, /k/), è impossibile occludere immediatamente il cavo orale: per una frazione di secondo l’aria continua a uscire.

Questo succede anche nell’italiano standard e nei dialetti bittesi-baroniesi del sardo, in cui si pronuncia su pane.

Se si taglia la registrazione nel momento della transizione, si sente chiaramente la produzione–brevissima–della fricativa sonora.

L’esistenza della coarticolazione, però, non spiega interamente il fenomeno della lenizione, presente nella maggior parte dei dialetti sardi.

A un certo punto della sua storia, la comunità linguistica dei Sardi–della maggior parte dei Sardi–ha deciso di estendere la coarticolazione a tutta la durata delle consonanti sorde e di introdurre la lenizione come regola nella sua grammatica.

Così è diventato obbligatorio pronunciare sa taula –> sa δaula, meta –> meδa e, di conseguenza, di eliminare dall’interno della parola, ma spesso anche dall’inizio, le fricative sonore derivate dalle plosive latine: es. coδa –> coa. Questo per evitare la confusione (“neutralizzazione”) tra suoni uguali, ma di origine differente.

Nei dialetti che non hanno adottato la lenizione infatti troviamo sa coda, anziché sa γoa, come nella maggior parte dei dialetti.

Fin qui tutto relativamente semplice e si può anche pensare che la lenizione sia dovuta alla pigrizia dei Sardi, che preferirebbero una pronuncia più “comoda”: ci sono dei fonetisti che hanno proposto seriamente questa spiegazione.

Ma se il mondo fisico dei fonetisti è in fondo semplice, la lingua appartiene soprattutto al mondo molto più complesso della mente umana.

Ecco perché è nata la fonologia.

I parlanti nativi del sardo sanno che uno degli errori di pronuncia più comuni, commesso da chi il sardo l’ha appreso in modo imperfetto, è quello di applicare sempre e comunque la lenizione, quando una vocale precede una consonante sorda.

Questa invece non si applica dopo le congiunzioni E e O, che in latino erano chiuse da una consonante (ET, AUT).

La consonante è sparita, ma non del tutto: è rimasta una traccia che impedisce la lenizione.

Ovviamente un parlante medio del sardo non ha la più pallida idea di quale fosse la forma latina delle due congiunzioni: tutto quello che sa è che si dice deo e tue–e non deo e δue–e o deo o cussu–e non o deo o γussu.

Evidenza dell’esistenza di questa tracce di suoni scomparsi si trova in diverse lingue, fra cui l’italiano e il francese.

Così si vede come il mondo delle regole di pronuncia di una lingua sia un mondo molto complesso e spesso contraddittorio, un mondo che si estende ben oltre la semplicità della fonetica articolatoria o acustica.

Un altro esempio dell’influenza che i suoni non pronunciati possono avere sugli altri suoni di una frase viene dal fenomeno del troncamento: il troncare un nome proprio sull’ultima sillaba accentata (es. Robbé).

In sardo–ma anche nell’italiano scalcagnato di Sardegna–esiste il fenomeno della metafonesi: una vocale medio-bassa (E, O) si pronuncia medio-alta (e/o) quando è seguita da una vocale alta (i/u).

Di nuovo, anche qui si parte da una base fonetica e si finisce nel mondo mentale della fonologia.

La base fonetica è molto semplice: quando pronunciamo una vocale media, già ci prepariamo a pronunciare la vocale alta e così abbiamo bElla, ma bellu, ecc.

Durante la pronuncia di quella che dovrebbe essere una /E/, la lingua si solleva già prima di pronunciare la /u/, vocale che richiede l’innalzamente massimo della lingua.

Ma quella /u/ non c’è affatto bisogno di pronunciarla, basta pensarla.

Infatti vediamo che le forme troncate dei nomi Antiogu e AntiOga continuano a mostrare la stessa differenza tra vocale medio-bassa (/O/: AntiOga = AntiO’) e medio-alta (/o/: Antiogu = Antio’).

E vediamo anche che nei dialetti meridionali del sardo, quelli in cui i prestiti dall’italiano che fisiscono in vocali medie mostrano al loro posto vocali alte (es.: badante = badanti; frigorifero = frigoriferu), non mostrano la metafonesi in quelle parole che nei dialetti settentrionali mostrano una vocale media finale: cOrO vs. cOru; bEnE vs. bEni, ecc.

Così vediamo che esistono coppie di parole distinte unicamente dall’apertura della consonante media che precede la consonante alta finale: Oru vs. oru, bEni vs. beni (imp.).

Ma guarda caso, la parola settentrionale corrispondente alla parola meridionale che mostra la vocale medio-bassa non ha una vocale alta finale (OrO, bEnE).

In altre parole, anche in questo caso a guidare l’applicazione della regola della metafonesi  è la rappresentazione mentale, astratta della parola, non la sua esecuzione concreta.

La lingua è un fenomeno mentale, che poggia su delle basi fisiche, ma che da queste basi si distacca ogni volta che una comunità linguistica decide di farlo.

Questi pochi esempi mostrano qualcosa delle regole astratte che regolano la pronuncia di una lingua, ma esistono anche regole molto più astratte e completamente slegate dalla fonetica, cioè dal mondo materiale della fisica acustica e della fisiologia.

Chi se la sente può sempre comprare il mio libro: The Phonology of Campidanian Sardinian, Edizioni NOR, Aristanis.

Sono solo 500 pagine ed è la mia tesi di dottorato.

Chissà, forse quelli che oggi parlano tanto di lingua “naturale” e di lingua “di plastica fatta a tavolino”, chissà, forse si renderebbero conto che la fonologia non è così semplice come la presentano i giornali.

È probabilmente inevitabile che tutti si sentano autorizzati a parlare di lingua, ma questo non cambia niente al fatto che non tutti siamo linguisti.

Un po’ più di umiltà, signori, non guasterebbe.

Blaterate un po’ meno, ecco.

E blaterino anche meno i linguisti fai-da-te che vogliono passare alla storia.

13 Comments to “Dealfabetizzarsi (2)”

  1. Perché l’italiano dei sardi è “scalcagnato”?
    Mancai est a carronis trottus, ma chene carronis!

  2. Domanda-ddu a sa scola italiana. E tui ge ndi scis cosa! Comenti mai unu cuartu de is piciocus sardus non arribbat a si pigai su diploma?

  3. Tengu duas cosas de ddi nai:
    po su chi pertocat sa frasi” Ma quella /u/ non c’è affatto bisogno di pronunciarla, basta pensarla.”, . E ita est sa lìngua totu unu pensai de sighida? … biu sa U in su fueddu “domu”… pensu ca est una U ma ita ddi naru DomO o antzis (non dda biu!) dda tzèrriu Dom? … biu una frasi pensu ca est sardu ma ddu lìgiu francesu… cun sa menti si podit fai totu, finas pensai de ligi in àteras lìnguas!!!!!!!
    S’àtera frasi “Infatti vediamo che le forme troncate dei nomi Antiogu e AntiOga continuano a mostrare la stessa differenza tra vocale medio-bassa (/O/: AntiOga = AntiO’) e medio-alta (/o/: Antiogu = Antio’).” càstia tui … est una caraterìstica chi tenint is cabasusesus, su de struncai is nòminis tzerriendi!

  4. Scarescia: “Ovviamente un parlante medio del sardo non ha la più pallida idea di quale fosse la forma latina delle due congiunzioni: tutto quello che sa è che si dice deo e tue–e non deo e δue–e o deo o cussu–e non o deo o γussu.”
    deu naru “deu o yussu” e non “deu o cussu”.

    • De aundi ses? E cantus annus tenis? Deu is datus ddus apu pigaus de una dexina de becius de Sestu chi agiumai non fueddant nudda italianu. E dd’apu verificau in Iglesias puru de atrus becius.
      Su chi naras in s’atru cummentu non apoddat a nisciunu logu.

  5. Passièntzia chi no apoddat! Bolit nai ca… is manus non funt brutas!🙂
    A comenti narat cuddu, seu de àrea linguìstica “campidanesu orientali o rùsticu” e non seu bèciu pisali!
    Creu chi s’indibilitamentu de sa “c” est de incurpai a cussa i- chi nci poneus a in antis de “cussu”, a chini narat ca est prostètica a chini narat ca est etimològica. E t’asseguru ca ddu narant finas is bècius pisali!
    Saludus

  6. Naraus finas aici! “deu o iyussu” “deu e iyussu” “apu intèndiu a iyussu”, “bai a cheiyussu” ma naraus finas “Cussu de inguni” e “yussu de inguni” comenti chi sa y giai giai non s’intendit! No est fàcili a ddu istabiliri chi est nexi de cussa “i”, poita provendi a non dda pronuntziai sa “c” est indibilitada a su matessi!

  7. Naru sèmpiri “o yussu o s’atru”

  8. Giustu po si ddu nai, in conca mia arraxonu fadendi-mì una carrela de preguntas po lompi a sa frasi:
    – Cali bolis?
    – Unu bastit chi siat! O yussu o s’atru, est agualis!
    – Ma cali est chi bolis?
    – Toca toca… beti-mì yussu!
    – Cali???
    – (arrennegau…) Cussu!!!! T’apu nau ca yussu o s’atru fiat agualis!!!

    Non dda sciu agiudai mellus po cumprendi custa cosa…

  9. “deu o yussu” in effetti non l’avevo sentito mai, o comunque non vi ho mai fatto caso, segno della scarsa frequenza in area cagliaritana. Però, a pensarci bene “cussu oi yuddu, un’ar essi!” l’ho sentito eccome, in Casteddu. Mah, quella I est unu misteru. In effetti si sente sia “a cussu” sia “ai yussu”, cussu e cuddu” ma anche “cussu ei yuddu. Boh, bai e sci !!
    toccat a dda studiai beni custa I.

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