Il dimezzamento del sardo fra scienza e politica

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Non facciamola troppo difficile e lasciamo in pace il povero Popper.

Esiste una teoria sul sardo che dice: “Il sardo è diviso in due varietà: il campidanese e il logudorese”.

Lasciamo stare come sia nata questa teoria: leggetevi pure il mio libro.

Infatti non è assolutamente interessante, da un punto di vista scientifico, come sia nata una certa teoria e da chi sia stata proposta.

L’unica cosa che conta è poter verificare se questa teoria sia giusta o sbagliata.

L’errore compiuto dal linguisti tradizionali–evidentemente digiuni di metodologia scientifica–è stato quello di comportarsi non da scienziati, ma da avvocati della suddetta teoria.

Non sono cioè andati a cercarsi tutti i dati disponibili, ma soltanto “le prove a favore”.

Questo va benissimo in un processo: l’avvocato ha il compito di far vincere la causa al suo cliente.

Ma non va bene nella scienza, la quale non ha il compito di far prevalere questa o quella di teoria, ma solo di verificarle (dovrei dire di falsificarle, ma lasciamo andare).

Il primo che ha sottoposto a verifica la teoria della divisione in due del sardo è stato Michel Contini.

Probabilmente questa non era nemmeno la sua intenzione, visto che anche Contini si considera un debitore di Wagner, ma di fatto le cose stanno così.

Cosa ha fatto Contini?

Ha preso in considerazione una massa imponente di dati, e non solo quelli che potevano confermare o falsificare la teoria.

Il risultato lo presento qui sotto, per l’ennesima volta.

cartina_pag17

Traete da voi le vostre conclusioni.

L’altra verifica l’ho fatta io, con l’aiuto determinante di Wilbert Heeringa, per la parte computazionale.

La metodologia impiegata è tutta dichiarata nel mio libro: COMPRATEVELO!

Questa metodologia garantisce la presa in considerazione di tutti–ma secondo Popper TUTTI non si può dire–o quasi tutti i fenomeni fonetici esistenti all’interno della parole in 75 dialetti sardi.

E il risultato è ancora una volta il seguente.

cartina senza divisioni

Ma ovviamente, fin qui abbiamo giocato al gioco degli avvocati della divisione del sardo, che usano soltanto argomenti fonetici.

La lingua, però, non consiste soltanto di suoni e di parole, ma anche di un lessico, di una sintassi e di una morfologia.

Insomma, se vogliamo affrontare il problema seriamente, non possiamo limitarci a prendere in considerazione soltanto quello che ci fa comodo, perché allora si fa politica e non scienza.

Io questo lavoro l’ho fatto e, se non avete voglia di cercare nell’archivio del blog, potete aspettare che esca il libro: ormai ci vuole poco.

Risultato della mia ricerca: dal punto di vista fonetico, qualsiasi dialetto sardo differisce mediamente del 20% da qualsiasi altro, con le distanze più grandi che non arrivano al 40% e rimangono nettamente inferiori a quelle tra un qualsiasi dialetto sardo e l’italiano; il lessico è unitario per almeno il 90% circa, tenendo presente che le stesse parole sono pronunciate diversamente in varietà differenti; stesso discorso per la sintassi: unitaria per almeno il 90%; la morfologia è ugualmente praticamente identica, ma mostra una grande variazione in termini di composizione fonematica dei morfeni nel paradigma verbale, il quale è–dal punto di vista della composizione fonematica–estremamente variabile e questa variabilità non è riconducibile alla tradizionale (politica) suddivisione del sardo in “campidanese” e “logudorese”.

Stabilito questo, visto che il libro affronta il problema generale delle identità linguistiche dei Sardi, le conclusioni che traggo sono le seguenti:

i margini individuali dell’identità linguistica di un Sardo sono definiti in modo obiettivo dalle strutture condivise da tutte le varietà della lingua. Dato che, alla fine, l’identità è una questione individuale, nessuno può (e nemmeno vuole) impedire, per esempio, al nostro amatissimo Mauro Podda di sentirsi linguisticamente “campidanese” e non sardo, e di comportarsi di conseguenza, ma dato che i margini linguistici della sua identità sono quello che sono–molto ristretti–sarà costretto a contorcersi come un’anguilla–cosa che fa effettivamente–per negare che la sua identità è di natura psicologico-politica e non linguistica. Così potrà forse pretendere di non capire un Orunese, ma non può impedire che un Orunese capisca lui!

E ora, visto che la discussione sull’altro post si è ridotta a una specie di seduta spiritica, in cui i fantasmi dei linguisti delle caverne svolazzano, disturbando il sonno dei giusti, se volete ricevere delle risposte, firmatevi con nome e cognome.

Altrimenti sarete bannati.

4 Comments to “Il dimezzamento del sardo fra scienza e politica”

  1. Condivido pienamente l’analisi.

  2. L’analisi pienamente condivido. In non so quale italiano.

  3. Ottimo il servizio sul “complottismo” nel nuovo numero di Focus… Mi ha sfatato qualche leggenda metropolitana, ben fatto come al solito…

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