Archive for January, 2014

January 29, 2014

Risposta di Silvano Tagliagambe: “Quale scuola?”

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Caro Bolognesi,

in risposta alla sua intelligente provocazione (https://bolognesu.wordpress.com/2014/01/18/intervento-di-silvano-tagliagambe-sullistruzione-ma-pigliaru-non-lo-ascolta/) le mando qui di seguito il testo dell’intervento che ho fatto leri, lunedì 27, alla Mediateca di Cagliari nell’ambito del convegno Sardegna: Terra della conoscenza e della comunità educante” alla presenza di Francesco Pigliaru.
Cordialmente
Silvano Tagliagambe

Quel messaggio dalla Mediateca di Cagliari
Silvano Tagliagambe

C’è voluta la genialità di Alan Turing per farci capire già nel 1936, con la sua idea di macchina universale, ovvero un modello astratto capace di eseguire ogni tipo di calcolo su numeri e simboli, che per saper elaborare l’informazione (e a maggior ragione trattare e gestire la conoscenza) occorre disporre di un supporto materiale dotato di uno stato interno e di specifiche capacità. Nel caso in questione le capacità richieste e imprescindibili sono racchiuse in una testina che si sposta lungo un nastro, immaginato di lunghezza infinita, diviso in quadratini dette celle, scrivendo oppure cancellando simboli nelle celle del nastro. La macchina analizza il nastro, una cella alla volta, iniziando dalla cella che contiene il simbolo più a sinistra nel nastro, e a ogni passo legge un simbolo sul nastro e, in accordo al suo stato interno corrente, decide il suo prossimo stato interno, scrive un simbolo sul nastro e stabilisce se spostare o meno la testina a sinistra o a destra di una posizione. Se non fosse dotata di questo stato interno capace di prendere decisioni, di questa testina materiale e delle cose che sa fare, la macchina non sarebbe in grado di eseguire algoritmi e calcoli e di avere un comportamento intelligente.
Trasferita dall’intelligenza artificiale a quella naturale di noi esseri umani questo straordinario risultato significa che ciò che ci rende capaci di acquisire conoscenza e di elaborarla in modo attivo è la disponibilità di un supporto materiale (il nostro cervello e i processi mentali che esso esprime) senza le cui capacità e competenze non saremmo in grado di ricevere e di trasmettere a nostra volta alcun dato informativo. Ne consegue che l’insegnamento non può essere un semplice processo di trasmissione di informazioni e conoscenze, ma è un’impegnativa attività il cui obiettivo primario è quello di plasmare questo supporto materiale, corredandolo di tutte le capacità che lo mettono in condizione di percepire, pensare e immaginare. Queste capacità sono ben note: si chiamano analisi, astrazione, analogia, induzione, deduzione, abduzione, uso euristico dei modelli.
Ci sono voluti i progressi delle neuroscienze di questi ultimi anni per mettere in evidenza che questo supporto materiale non può essere fatto soltanto di processi mentali, ma per funzionare bene e in modo completo ed efficace esige il riferimento a un sistema motorio e alle capacità di cui è dotato il nostro corpo nella sua interezza e complessità. La percezione, porta d’accesso alle funzioni cognitive superiori, è indissolubilmente legata al movimento e all’azione. Come scrive Giacomo Rizzolatti: “Quando ci troviamo di fronte a un oggetto qualunque, ad esempio una comune tazzina da caffé, da parte dell’uomo che si pone di fronte a essa si ha un vedere che non è fine a se stesso, indiscriminato e incondizionato, ma è piuttosto orientato a guidare la mano. Per questo esso si presenta anche, se non soprattutto, un vedere con la mano, rispetto al quale l’oggetto percepito appare immediatamente codificato come un insieme determinato di ipotesi d’azione. La percezione, dunque, funge da implicita preparazione dell’organismo a rispondere e ad agire: da essa scaturisce, di conseguenza, un tipo di comprensione che ha una natura eminentemente pragmatica, che non determina di per sé alcuna rappresentazione ‘semantica’ dell’oggetto, in base alla quale esso verrebbe, per esempio, identificato e riconosciuto come una tazzina da caffé, e non semplicemente come qualcosa di afferrabile con la mano”.
Ci sono voluti il concorso e la convergenza di scienze della natura e scienze umane quali la genetica, lo studio dell’evoluzione naturale e dei suoi rapporti con l’evoluzione culturale, l’archeologia, la paleoantropologia, la linguistica, a partire dagli studi pionieristici di Luigi Luca Cavalli Sforza sulla genetica delle popolazioni e sul suo collegamento con la linguistica, per farci capire l’importanza della capacità di mantenere in vita la comunicazione e di assicurarne la continuità anche in presenza del salto da un codice a un altro, anche sensibilmente diverso, ad esempio da un linguaggio in cui i parlanti si comprendono facendo leva sulle proprietà iconiche e motivate dei simboli a un linguaggio che ha perso l’iconicità originaria e i cui simboli siano convenzionali. L’unica possibilità per l’uomo di superare con successo lo scoglio costituito da questo arduo passaggio è che la comunicazione non conosca intoppi e continui ad andare avanti attraverso l’integrazione del nuovo segno nel flusso comunicativo precedente. Questo mantenere in vita la comunicazione è la condizione essenziale perché si possa avviare e realizzare con successo il processo di familiarizzazione dei parlanti con il nuovo codice in costruzione: soltanto se risulta comprensibile attraverso questa continuità la nuova espressione può sedimentarsi nelle pratiche comunicative in uso, passando da una situazione di mancata o insufficiente trasparenza del contenuto informativo che essa veicola a uno stato di piena comprensione del suo significato.
Quest’ultimo risultato ci fa capire quanto sia essenziale, ai fini dell’acquisizione di nuovi codici e di nuove modalità espressive, procedere in continuità con i linguaggi e le relative competenze precedentemente disponibili, anziché sradicando questo patrimonio. È questa la chiave per quello che io chiamo un uso intelligente, in senso cognitivo, del bilinguismo nei processi di apprendimento, che può essere ben esemplificato riferendosi al bel racconto della propria esperienza personale di Giampaolo Cassitta nel suo articolo Il sapere dei diversi “sardi”. Quella di un bambino la cui adolescenza è stata costruita tra l’italiano, il logudorese, il gallurese e l’algherese, che ha studiato e imparato l’italiano innestandolo su questo ricco ventaglio di disponibilità pregresse, che sono state così opportunamente valorizzate, anziché essere sradicate per far posto alla nuova lingua. Quel bambino, crescendo, ha potuto così rendersi conto “che la lingua era uno strumento per comprendere ma dovevi saperla dosare. Ho, nel mio personale cassetto di parole, locuzioni e modi di dire in diverse lingue e li uso ‘alla bisogna’ o quando mi trovo nei contesti giusti. Perché la ‘visione del mondo’ non è solo ed esclusivamente sapere le cose e saperle bene”.
La conclusione che ne viene tratta è equilibrata, istruttiva e convincente: “Dovremmo, se ancora ci riusciamo, provare a parlare, naturalmente, ai nostri nipoti l’italiano e il sardo. Non significa riportare al gregge il proprio cucciolo, ci mancherebbe. Significa, invece raccontare che esistono lingue e modi di dire a volte intraducibili e rappresentano la nostra identità. Non dobbiamo avere paura del nostro passato e non dobbiamo avere paura di poter costruire un futuro con le vecchie parole dei nonni. Che sono modi di dire e modi di vivere. Io penso e scrivo in italiano. Ma quando sorrido, mi indigno, o scruto l’orizzonte lo faccio in sardo. Con quale sardo dipende dall’orizzonte che ho davanti. E mi piace, naufragare in questi ‘sardi’”.
Ecco, fare della Sardegna una “Terra della conoscenza e della comunità educante”, come ha proposto il bellissimo incontro di lunedi alla Mediateca di Cagliari, è un sogno tutt’altro che irrealizzabile se la scuola diventa un patrimonio inscindibile dei luoghi in cui è inserita, strumento insostituibile per il riconoscimento della loro identità, se questa integrazione si estende dal territorio alla comunità che lo abita, che diventa così comunità educante, capace di sostenere nel modo migliore sia l’attività degli insegnanti, sia la funzione educativa delle famiglie, e se questa integrazione scuola-territorio-comunità viene opportunamente alimentata e supportata dalle tre conquiste alle quali ho fatto qui riferimento. Riepiloghiamole brevemente:
• quella di Turing sul necessario riferimento alla costruzione e al progressivo potenziamento del supporto materiale dell’informazione e della conoscenza;
• quella delle neuroscienze sull’alleanza tra la mente e il corpo, tra i processi cognitivi e la manualità;
• e quella del filone di ricerche avviato dagli studi pionieristici di Cavalli Sforza sull’importanza della continuità della comunicazione nel passaggio da un linguaggio all’altro.
Tradotte in applicazioni metodologiche e didattiche queste acquisizioni significano, rispettivamente:
• riferimento all’importanza di un curriculum verticale che garantisca un’effettiva prosecuzione tra scuola dell’infanzia, scuola primaria e scuola secondaria almeno di primo grado proprio al fine di costruire, senza soluzione di continuità, quel supporto materiale;
• riforma dei processi di insegnamento delle scienze all’interno di questi cicli scolastici fruendo della preziosa esperienza avviata in Francia con l’operazione La main à la pâte, che coniuga appunto capacità mentali e manualità;
• e valorizzazione del bilinguismo in modo da evitare che i bambini sardi rischino di essere gettati, in seguito all’operazione di sradicamento della propria identità, in un vuoto linguistico e culturale riempito alla bell’e meglio da un italiano regionale non sempre ben assimilato, come dimostrano i dati allarmanti sui deficit di comprensione anche di semplici testi letterari.
Da una scuola siffatta possono e devono scaturire politiche autocentrate di sviluppo e la capacità di valorizzare il lavoro attraverso l’integrazione di saperi taciti (le tradizioni orali degli anziani, patrimonio prezioso della Sardegna) e saperi codificati dei giovani maggiormente scolarizzati.
Se poi si avesse la lungimiranza e la capacità, attraverso un’intelligente operazione di uso delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, di introdurre in questa scuola non soltanto apparati, come le LIM e i tablet, ma contenuti, processi e metodologie basati sui linguaggi digitali, si potrebbe cominciare a familiarizzare i sardi fin da giovani alle più che promettenti frontiere del Cognitive computing, grazie alle quali l’Intelligenza artificiale sta oggi incontrando il business intelligence, riuscendo così a chiudere il cerchio. Il risultato sarebbe quello di mostrare concretamente come si possa riuscire a elaborare e a dare un senso nuovo e più ricco a quella gran massa di dati, quali video, immagini, simboli e linguaggio naturale, di cui le persone e le organizzazioni dispongono in forme non strutturate. A tal scopo si stanno realizzando progetto basati su un nuovo design di chip di computer che trae ispirazione dal funzionamento del cervello umano e dalle sue capacità cognitive, realizzando quell’alleanza tra intelligenza naturale e intelligenza artificiale che era il sogno di Alan Turing, dal quale ha preso le mosse la nostra riflessione. Se non si capisce che il senso di un’operazione di digitalizzazione della scuola sta proprio nel metterla in condizione di preparare i giovani alla sfida non di un futuro remoto, ma di un presente fatto di organizzazioni e imprese, come l’IBM, che investe un miliardo di dollari in queste ricerche, Google, che ha appena acquisito per 500 milioni di dollari una stratup di 50 persone che si occupano di queste nuove frontiere, e Forrester, che ha appena costituito un team sul cognitive computing, proprio per integrare tecnologia e biologia, sintetizzandole in una nuova epistemologia, le chiavi di accesso alla comprensione non di un futuro lontano, lo ripeto, ma del presente che stiamo vivendo rischiano di restare irrimediabilmente fuori dalle mura degli edifici scolastici, siano brutti e vecchi o, com’è lecito augurarsi e com’è auspicabile, belli e nuovi.
È questo il messaggio che dalla mediateca di Cagliari le associazioni Lamas e Terra di pace e solidarietà hanno voluto inviare ai candidati alla presidenza della regione, presenti e assenti più o meno giustificati, per dare concretezza e spessore ai loro programmi.
Con la speranza che chi vinca lo sappia raccogliere, per il bene della nostra terra e per dare una speranza alle giovani generazioni.

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January 28, 2014

Anche i ponti bisogna saperli costruire

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Se vi dicessero che un ponte–progettato da una commissione costituita da  uno storico dell’arte, convinto che i ponti si possano costruire solo dove esistono già, da due autodidatti, autoproclamatisi ingegneri, da quattro ginecologi, un odontotecnico e un unico ingegnere, il cui parere nella commissione conta quanto quello degli altri–è crollato, ne concludereste che è impossibile progettare ponti, oppure che chi ha messo insieme una simile commissione è un coglione?

January 25, 2014

Pigliaru, non bastano le palestre

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Adesso che tutti–o quasi–stanno scoprendo che–ohibò–esiste quell’animale strano chiamato “dispersione scolastica” (http://www.sardegnasoprattutto.com/archives/1675),

mi sembra il caso di riproporvi una cosa scritta 15 anni fa, ricollegandomi al lavoro Elisa Spanu Nivola, l’unica docente dell’università italiana di Sardegna che mai si sia posta il problema di questi ragazzi senza futuro:  Un programma esperimentale di educazione linguistica in Sardegna

Forse non sarebbe male se Francesco Pigliaru se lo leggesse: non bastano le palestre, le biblioteche e i banchi nuovi per convincere i ragazzi a restare a scuola: http://www.youtube.com/watch?v=Lut4C0rYQLM.

Per i miei ammiratori: l’articolo non contiene alcuna parola polemica, non fa riferimento alla LSC, fa solo delle proposte, oggi forse un po’ datate, ma basate sul buon senso e sul lavoro di quella grande donna che è stata Elisa. Ah, allora lavoravo ancora per l’Università di Amsterdam.

Qualcuno ne aveva mai sentito parlare?

Questo è quello che succede a chi si occupa di qualcosaltro che non siano le etimologie e la conferma dell’esistenza di un muro di Berlino tra logudorese e campidanese.

January 24, 2014

Francesco Pigliaru non ha mai imparato il sardo perché…

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“Ma visto che la competenza linguistica del sardo si può solo acquisire partecipando all’interazione linguistica, ne risulta che questa competenza – e quindi la porzione di identità che ne deriva – è riconducibile al principio (1) proposto da Mary Bucholtz e Kira Hall, confermandolo: la competenza linguistica del sardo e l’identità linguistica sarda sono effettivamente il prodotto di pratiche linguistiche e non la loro fonte.

Questa constatazione ci permette immediatamente di mettere a nudo la pretestuosità di un argomento spesso usato da quei Sardi che hanno soltanto una competenza passiva della lingua: “Io non parlo il sardo, perché a casa mia si parlava italiano.”

Queste persone considerano la loro identità linguistica – frutto della loro competenza (quasi) monolingue in italiano – come un dato psicologico immutabile, esistenziale, frutto del loro essere e non del loro agire (o, piuttosto, non agire). Se, da un lato, è vero che la loro esclusione durante l’infanzia dalle interazioni linguistiche in sardo ha comportato l’impossibilità di acquisire un’adeguata competenza in questa lingua, d’altro canto è anche vero che nella situazione sarda, in cui, nell’interazione sociale al di fuori della famiglia, tutti sono continuamente esposti a produzioni linguistiche in sardo – con l’eccezione, forse, di alcuni settori sociali urbani – soltanto l’autoesclusione da queste interazioni in sardo può spiegare la mancata acquisizione di una competenza attiva. E una conferma di questa analisi viene dallo scarto di oltre 40 punti percentuali che esiste tra i ragazzi che dichiarano di avere una competenza attiva del sardo al momento del loro ingresso nella scuola e i ragazzi alla fine delle scuole medie inferiori: all’età di 6 anni, i ragazzi che dichiarano di avere una competenza attiva del sardo sono il 22,5%, mentre all’età di 14 anni, la percentuale passa al 63,6 (Le lingue dei Sardi:38).

La giustificazione fornita dai non-parlanti del sardo per la loro non-competenza ricade quindi sotto il principio (5) proposto da Bucholz e Hall: «l’identità può essere parzialmente intenzionale, in parte abituale e meno che pienamente conscia, in parte un risultato di una negoziazione interattiva, in parte un costrutto delle percezioni e rappresentazioni altrui e in parte il risultato di processi e strutture ideologici più vasti.»

L’ideologia sottostante a questo rifiuto di partecipare alle interazioni in sardo – e quindi ad acquisire una competenza linguistica attiva – sembra essere: “Quelli nati nel mio ambiente non imparano il sardo”. Lo stigma sull’uso del sardo – interiorizzato soprattutto grazie al terrorismo psicologico praticato nel passato dalla scuola italiana – e il rifiuto attivo del suo apprendimento, in questi tempi in cui l’atteggiamento generale verso la lingua è mutato radicalmente in senso positivo, vengono razionalizzati e contrabbandati per una supposta impossibilità a imparare il sardo al di fuori della famiglia.

Insomma, queste persone sono i figli o i nipoti di quelle mamme che negli anni ’60  e ’70 si sentivano proclamare: “Mi’ che non voglio a parlarlo in sardo a mio figlio!””

(da Le identità linguistiche dei Sardi)

January 24, 2014

L’italiano: il cimitero delle nostre parole

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L’operaio conosce 100 parole, il padrone 1000, per questo è lui il padrone (Don Milani)

Tra lacrime di coccodrillo e trionfalismo ingiustificato, il PD ha scoperto che

“L’OCSE lancia l’allarme: in Italia analfabetismo di ritorno”

http://www.partitodemocratico.it/doc/261180/loperaio-conosce-100-parole-il-padrone-1000-per-questo-lui-il-padrone-don-milani.htm

Esiste uno specifico problema italiano?

“Siamo all’ultimo posto dei 23 paesi che fanno parte dell’Ocse per competenze alfabetiche e matematiche: è questo uno dei dati contenuti nella ricerca internazionale PIAAC (Programme for the International Assessment for the Adult Competencies), dati che indicano con drammatica precisione lo stato di una popolazione di nuovi analfabeti.”

Esiste.

E una delle cause non può che essere la guerra che il fascismo linguistico italiano ha condotto e conduce contro le lingue minoritarie e i cosiddetti “dialetti”.

L’italiano che si parla in Sardegna–ma non solo–è una lingua “creolizzata”: una lingua appresa come L1 da bambini, i cui genitori (e l’ambiente circostante) conoscevano solo approssimativamente. Questa lingua è dissimile grammaticalmente dall’italiano standard, la cui conoscenza è data per scontata dalla scuola, e possiede un lessico ridotto, rispetto sia all’italiano standard, sia alla lingua che ha sostituito.

In altre parole: un parlante dell’italiano regionale di Sardegna (ma non solo)  conosce meno parole di un parlante del sardo che abbia appreso questa lingua come L1, da genitori che la padroneggiavano a sufficienza. Questo per me è diventato evidente con la traduzione di Su cuadorzu, di Nanni Falconi.

Naturalmente i linguisti italiani di Sardegna e non si sono guardati bene dall’investigare il fenomeno. L’ultimo lavoro sull’italiano regionale di Sardegna è di 31 aani fa.

Bisogna quindi correggere la famosa frase di Don Milani: “I padroni sono tali, perché ti costringono, o hanno costretto i tuoi genitori, a parlare in una lingua che non padroneggi a sufficienza”.

Ai Sardi–ma non solo ai Sardi–è stato levato il terreno di sotto i piedi, per poterli controllare meglio–pardon!–per costruire la nazione italiana.

Per capirci: se oggi vi costringessero a parlare in inglese, vi sentireste così sicuri del fatto vostro?

Eppure la maggior parte di voi, l’inglese, l’ha studiato per anni.

E cosa succederebbe se le donne sarde decidessero oggi di parlare in inglese con i propri figli?

Che lingua ne salterebbe fuori?

Questo è esattamente quello che è successo quando le donne sarde hanno deciso–a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta–di parlare in “italiano” con i propri figli.

E questo è successo anche in tante altre regioni dello stato italiano.

I Sardi hanno rinunciato alla loro lingua ricca e normale in cambio di una semilingua creolizzata e impoverita.

Rileggetevi il post di Marco Zurru: https://bolognesu.wordpress.com/2014/01/22/marco-zurru-sulla-non-lingua-degli-italiani/

E leggetevi o rileggetevi questo mio post vecchissimo, in cui offro un’abbozzo di spiegazione: https://bolognesu.wordpress.com/2010/09/29/la-legge-di-gersham-e-lignoranza-selettiva-degli-intellettuali-italiani/

Adesso anche il PD sta scoprendo l’acqua calda, anche se naturalmente non violano il tabù che vieta di parlare di questione linguistica: non fia mai!

Solo Pigliaru pensa di risolvere il problema della dispersione scolastica costruendo scuole più belle: come voler convincere dei clienti troppo poveri per acquistare il prodotto, a comprarlo–senza soldi–rendendo la confezione più attraente.

E meno male che è un economista!

January 22, 2014

Marco Zurru sulla non-lingua degli Italiani

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Dissipatio Ignorantia Generis

21 gennaio 2014 alle ore 15.17

Il cielo non vuole sputare il sole questa mattina. Tutto è nero notte, stelle e luna hanno aderito allo sciopero europeo e stanno rinchiusi in chissà quale antro, buio anch’esso. Nero fuori e nero dentro. “C’è qualcosa più nero del mio animo stamane?”. Le risposte sono nere anch’esse. “Lascia perdere”, mi dico infilando giacca e con essa infilando la porta di casa.

Nero l’asfalto, nero il selciato, nere le scarpe che evitano merda nera lasciata in dono da gatto nero. Nere le insegne, spente. Porte aperte: Auchan, Le vele, Corte del Sole, porte aperte. Meraviglia delle meraviglie, novello Giardino delle Delizie che neanche quegli immensi serbatoi di emozioni e simboli che avevano il nome di Bosch e di Bruegel avrebbero avuto la fortuna di immaginare e di regalare all’umanità con tratto di mano geniale.

Immenso impero, spazio di raduno e di conferma identitaria prima che possibilità di consumo. All’interno si sedimentano sub-spazi immensi dove, in una gerarchia inversa rispetto a tutto ciò che si addensa nella parola cultura, scorgo la controfigura dell’homo ludens di Huizinga che si diverte nascostamente a spacciare alla misera controfigura dell’homo oeconomicus di Ricardo e di Walras dell’hi tech condensato in apparecchi che servono a tutto eccetto che a telefonare: vedere film, fare foto e film, registrare voci, navigare in web ma, soprattutto, mostrare il proprio rango all’esterno e godere di gonfio orgoglio di appartenenza identitaria nel proprio intimo. Io sono il mio nokia, sono il mio …

Strano. Solitamente questi sono gli spazi saturi della lunga attesa in file da cui rimbombano rumori assordanti e odori di spasmodica frenesia: se finisce l’ultimo modello non ho più speranza di rinnovare il mio guardaroba identitario. Vuoto come il vuoto, come il nero di stamane. Oggi la scena è inversa. La libreria affianco solitamente mesta e abbandonata come una puttana con cui si è speso l’ultima illusione di seduzione, oggi freme di vita vera. E anche qui nella gerarchia di settori, nei sub-spazi di vendita sono quelli con le proposte più impegnate a sentire il sudore degli astanti con i culi incollati alle sedie a sfogliare, leggere o semplicemente toccare libri, contenitori di idee, di occhiali per vedere la vita vera o quella sperata o quella mai immaginata, interpretarla, goderla, per pensare scenari nuovi magari anche solo a casa propria, senza addentrarsi in langhe lontane, o magari per farsi sfiorare dalla brezza che arriva da territori lontani, dove allevare lo spirito è cosa sacra e bella insieme.

Entro a fatica, facendomi spazio tra la calca silenziosa e pensante. Anch’io prendo un libro in mano. Lo sfoglio come fanno in tanti. E’ “La cultura degli italiani”, di Tullio De Mauro. A me i De Mauro sono sempre piaciuti: il fratello di Tullio l’hanno ammazzato i mafiosi perché si ostinava a fare un lavoro che tutti gli altri colleghi caduti in servitù del potente di turno avevano smesso di fare, il giornalista. Anche il figlio fa il giornalista e dirige un osservatorio di news internazionale, Internazionale appunto.

Il libro è costruito sotto forma di intervista: duplice via per rendere appetibili temi solitamente ingabbiati da esigenze accademiche e, nello stesso tempo, costruire per l’intervistatore-giornalista spazi di seria visibilità al proprio impegno. Molti punti trattati li conosco da tempo, ma è sempre bene tornarci su. La cultura: “quel complesso di elaborazioni, condizionate dal patrimonio genetico di una specie vivente, ma non dettate da questo, nascenti dal rispondere ai bisogni che quella specie trova sul suo cammino. Trasmissione, per imitazione, ricombinazione, di elementi già dati, invenzione, sono le tre radici della cultura intesa in questo modo”.

In Italia le agenzie che ispessiscono da sempre questa possibilità sono in crisi: famiglia e scuola, per ragioni diverse ma che a tratti si intersecano, annaspano. La scuola può anche essere eccellente, ma se la famiglia è analfabeta..: “bambine e bambini che vengono da ambienti familiari in cui non c’è un libro o ci sono meno di 50 libri, si trovano in seria difficoltà nella comprensione dei testi” … “In Italia solo poco più di un quinto della popolazione adulta, dai 25 ai 64 anni, è coinvolto in attività di istruzione e formazione permanente. Nella stessa situazione ci sono Irlanda e Belgio; peggior situazione la vive il Portogallo. Ma in Germania e in Inghilterra la percentuale è più del doppio; per non parlare di Svezia, Danimarca o Finlandia.”

“In Italia (ma sono misurazioni un po’ datate; ora è peggio..) ha il diploma appena il 42% della popolazione adulta; la media europea è del 59%. Francia e Inghilterra sono al 62%, la Germania è all’81%. La Grecia è intorno al 50%. Peggio dell’Italia solo la Spagna e Portogallo” (…) “Solo il 9% degli italiani adulti possiede una laurea; la media europea è del 21%, quella inglese del 25%, quella tedesca del 23%, quella francese del 21%” (. ..) “In una indagine europea il 5% della popolazione adulta italiana non riesce neanche a leggere il primo e più semplice dei questionari, ed è da considerarsi radicalmente analfabeta. Al primo dei cinque questionari si ferma il 33% degli italiani adulti e non va oltre: tenga conto che questo primo questionario è composto da frasi assolutamente elementari e di calcoli altrettanto elementari. Un secondo 33% si ferma al secondo questionario. Traduco: più di 2 milioni di adulti sono analfabeti completi, quasi quindici milioni sono semianalfabeti, altri quindici milioni sono a rischio di ripiombare in tale condizione e, in ogni caso, sono ai margini inferiori della capacità di comprensione e di calcolo necessarie in una società complessa come ormai è la nostra e in una società che voglia non solo dirsi, ma essere democratica”.

Mi assale la nausea e mi sale un conato di vomito. Ripongo con fatica il libro nello scaffale e una luce silenziosa mi avvolge. Sgrano gli occhi stupito: nessuno. Non c’è più nessuno, o non c’è mai stato nessuno, come al solito. Affianco, come al solito, lo spaccio tecnologico di status vive la vita di sempre, ribolle di umano genere, per dirla alla Morselli.

Torno a casa e il pensiero va alle macerie, all’immenso cumulo di detriti in cui cammina il protagonista di O. 1984. Cosa siamo diventati? Siamo come loro, siamo loro, siamo un’opinione pubblica senza opinione. Stracciate in mille coriandoli tutte le strutture che possono lentamente sedimentare le capacità critiche, verso se stessi, verso gli altri; le possibilità di gustare con gioia le idee altrui, la nascita e la crescita delle proprie, il confronto tra le proprie e quelle altrui, lo scontro con quelle altrui.

Con pazienza, la sintesi arriva sempre, anche (soprattutto) dallo scontro. Siamo solo pubblico in qualità della quantità, del numero. Siamo pubblico in quanto tanti, non in omaggio alla elevata considerazione che una collettività dovrebbe avere verso ciò che appartiene a tutti, commons good, beni pubblici, appunto. E la cultura non è anche questo forse? Non è uno dei beni primari a cui riservare energie, risorse, attenzioni? Non è la possibilità di evitare o almeno limitare la prostituzione dell’epidermide delle proprie convinzioni, svendute spesso per convenienza, spesso per soldi, spesso per ricatto, spesso per fame, ma sempre svendute spesso al potente di turno?

Perché allora stupirsi di questa pubblica opinione incapace di resistere, di insistere e perseverare nelle richieste di tutela di condizioni di giustizia e dignità del vivere a chi ci governa? Se anche la morte di un bambino non smuove alcuno, la pubblica opinione si è smarrita nel privato interesse, e la strada per riportarla nei propri confini sarà lunga, lunghissima, per tutti.

January 18, 2014

Il bilinguismo reale di Pigliaru

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“Cominciamo il domani significa dare centralità alla nostra identità e quindi affrontare il tema della  lingua sarda che non si riflette in sterili slogan e dubbie politiche ma trova coraggio e sostanza nel riconoscimento di un bilinguismo reale in ossequio alla politica dell’UE nei confronti delle lingue regionali in attuazione dell’articolo 22 della carta europea dei diritti fondamentali. in questo contesto la promozione della lingua sarda nelle sue varianti linguistiche non è soltanto una questione di identità, di rispetto della storia e delle tradizioni culturali della sardegna, ma apre prospettive di sviluppo nel campo della scuola, del lavoro e della rappresentanza politica.”

Pagu già est pagu, ma su logu pro bi ponner un’ambiguidade manna ke Monte Marganai, già dd’ant agatadu.

Eus a biri.

January 18, 2014

Intervento di Silvano Tagliagambe sull’istruzione: ma Pigliaru non lo ascolta

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“La scuola come patrimonio inscindibile dei luoghi in cui è inserita, strumento insostituibile per il riconoscimento della loro identità. Questo legame, oltre a prestarsi a una valorizzazione intelligente del bilinguismo in chiave di sviluppo cognitivo, esige interventi strutturali volti a radicare la scuola nel suo territorio, a incorporarla con esso fino a farla diventare sua parte integrante, facendo in modo che il territorio assicuri alla scuola qualità degli spazi, funzionalità e sicurezza e la scuola, a sua volta, dia al territorio la chiave per la comprensione del tempo in cui viviamo e gli fornisca le competenze e le energie di cui ha bisogno per il suo sviluppo. Dal territorio questa integrazione si deve estendere alla comunità che lo abita, che deve diventare comunità educante, sostenendo sia l’attività degli insegnanti, sia la funzione educativa delle famiglie e interagendo con tutti coloro che nel quartieri delle città e nei paesi rappresentano un presidio sociale e intercettano le persone in crescita. Da questa integrazione scuola-territorio-comunità possono e devono scaturire politiche autocentrate di sviluppo e la capacità di valorizzare il lavoro attraverso l’integrazione di saperi taciti (le tradizioni orali degli anziani, patrimonio prezioso della Sardegna) e saperi codificati dei giovani maggiormente scolarizzati.”

http://www.sardegnasoprattutto.com/archives/1555

Tagliagambe ha pubblicato quest’articolo alcuni giorni fa, e dice anche “Francesco Pigliaru, ha iniziato nel modo giusto il suo cammino di candidato alla Presidenza della Regione dicendo che l’istruzione è il problema centrale della Sardegna e  che l’autentica politica industriale da perseguire e sviluppare  è il recupero della dispersione.”

Peccato che Pigliaru, ieri, durante la presentazione del suo programma, sia riuscito a non dire una parola sul bilinguismo e il suo rapporto con l’istruzione e–ma neanche Tagliagambe lo fa–chiedersi quale sia il rapporto tra situazione linguistica in Sardegna e dispersione scolastica: doppia rispetto alla media europea e costantemente ai primi posti tra le regioni dello stato italiano.

Esiste uno specifico problema sardo dell’istruzione: Pigliaru pensa a costruire edifici scolastici nuovi, anziché chiedersi se è vero che i ragazzi sardi parlino tutti, veramente, l’italiano che la scuola pretende da loro. Neanche una parola sulla necessità di capire cosa rende–questa volta sì–la Sardegna così speciale, speciale come le altre regioni in cui vivono minoranze linguistiche. La curiosità di Pigliaru si ferma lì.

January 17, 2014

Anziché dire che Pigliaru non ha niente da dire sulla dispersione scolastica: Ladies and Gentlemen, Fiorenzo Caterini!

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Scusate, ma è la prima volta, per me…

Le urla nel silenzio di Roberto Bolognesi.

Di Fiorenzo Caterini

Ho dichiarato guerra al carpobrotus acinaciformis.
Carpoche?
Carpobrotus acinaciformis.

fiori
E’ una pianta grassa, semirampicante, strisciante. Fa dei bei fiorellini, e per questo i turisti continentali, dal lontano Sudafrica, l’hanno portata in Sardegna, e innestata nei giardini. Poi si è sparpagliata per l’isola. E’ una pianta infestante, una sciagura.
Ma fa bei fiorellini.
Quando parte non la ferma nessuno. Colonizza le garighe costiere, che in Sardegna sono ricchissime di biodiversità e di endemismi floristici. La meravigliosa flora sarda viene così invasa da questa disgrazia, soffocata da questa pianta che striscia nel terreno e ogni tanto fittona e si divide, si ramifica in due, tre tentacoli, a formare una rete che corre al ritmo di decine di metri all’anno, passando sopra tutto, rocce e cespugli, sotto la terra, giungendo fino alle ultime pietre salmastre, fino alla spiaggia. I turisti ne acclamano la fioritura tanto appariscente quanto insulsa, mentre la flora rara ed endemica sotto scompare, soffocata.
Io gli ho dichiarato guerra a questa sciagura, ma mi rendo conto che l’impresa di debellarla è ardua, e la presa di coscienza della gravità della cosa è ancora all’inizio.
Fa bei fiorellini!
Capisco perciò le battaglie di Roberto Bolognesi sulla lingua sarda, che scompare come la preziosa flora sarda, soffocata dall’italiano, dall’inglese, dalla televisione e dalla scuola.
Bolognesi, inascoltato, si è reso conto di una cosa. Un’intuizione suffragata da dati statistici. Comparando i dati sulla dispersione scolastica, si è accorto che essa era maggiore nelle regioni a minoranza linguistica, come la Valle d’Aosta, per cui ha messo in correlazione i due fatti, giungendo a sostenere che vi sia una stretta correlazione.
Bolognesi è un linguista, e io, che ho studiato antropologia, non lo avrei mai detto. Io, che ho studiato antropologia, avrei messo in correlazione la dispersione scolastica della Sardegna con una sottovalutazione della cultura sarda, della storia, della civiltà nuragica, degli scrittori sardi, di Grazia Deledda. Un minore interesse per materie e programmi scolastici strutturati sulla cultura italiana. Una regione come la Sardegna, che ha una cultura stratificata, millenaria, accentuata dall’isolamento geografico, produce un codice che è linguistico e culturale che cozza con un codice linguistico e culturale esterno. Sono strutture mentali che gli antropologi come Levi – Strauss hanno studiato, mutuandole proprio dai linguisti, come De Saussure.
Antonio Pigliaru senior, il grande intellettuale sardo degli anni ’60, che ha studiato il codice di leggi non scritto della barbagia pastorale, mi avrebbe capito. Ci avrebbe capito.
Il figlio di Antonio, Pigliaru Francesco, che è un economista, ha messo al primo punto del suo programma elettorale l’istruzione. E qui è d’accordo con Bolognesi, e con me. Poi ha dichiarato guerra alla dispersione scolastica. E qui è d’accordo con Bolognesi, e con me. Poi ha detto che bisogna investire risorse contro questo fenomeno. Una roba da economisti, insomma. E l’accordo con Bolognesi termina qui.
Sia Cappellacci che la Murgia si sono espressi per un impegno a favore della promozione della lingua sarda. La convinzione è quella di un doveroso omaggio a qualcosa che non nuoce, non solleva diatribe contro. Se non interne.
Niente come la lingua sarda, infatti, pare dividere gli osservatori e gli specialisti.
Eppure, Bolognesi ce lo insegna, la lingua di un popolo è l’elemento base della condivisione sociale, è la struttura elementare e primitiva di una società. La divisione dei linguisti sul tema pare la diretta manifestazione di quell’ansia di redenzione, dello stesso disorientamento creato dal vuoto linguistico, dalla sua assenza e dalla sua sostituzione con una sovrastruttura linguistica a suo tempo imposta.
Recuperare il tessuto linguistico originario significa favorire processi positivi di ricostituzione di una comunità, che poi non è altro che la base per ritrovare obbiettivi determinati, un ruolo nel mondo, una missione comune. La frammentazione politica di oggi, con miriadi di partitini, con una marea di candidati, con le forze dell’area sardista-indipendentista sparpagliate su tutti i numerosi fronti, non è solo il prodotto di una difficoltà di scorgere obbiettivi comuni chiari. E’ qualcosa di più profondo.
Non sappiamo cosa siamo, non sappiamo chi siamo. Ci sono mancate sotto i piedi, nella transizione tra un passato storico ed un futuro incerto, delle certezze strutturate, sociali, culturali, e linguistiche, perse per strada e ritrovabili, sopravvissute, qua e là.
Intanto il carpobrotus acinaciformis, la pianta maledetta, tentacolare, avanza, cancellando dalla faccia della terra la preziosa flora sarda. Ho deciso di assestarmi sulla linea difensiva, nei pochi luoghi superstiti, incontaminati, e di non farla passare, maledetta pianta infestante.
Ma non so, da solo, quanto ancora potrò resistere.

January 16, 2014

Istruzione di qualità e misera realtà

022-2

Ho mandato Bolognesu a riposarsi per un po’, forse fino alla fine della campagna elettorale.

In questi giorni a sparare cazzate, ridursi a caricature, semplificare fino all’osso, esagerare, ci pensano già i candidati e i loro tifosi: troppa concorrenza.

Vorrei parlare allora dell’unico tema serio tirato fuori da uno dei candidati alla presidenza.

L’unico che tema che dimostra la capacità di guardare oltre l’emergenza eterna della nostra povera isola.

Un tema, tra l’altro, introdotto già prima che il candidato presidente venisse nominato tale, almeno per quanto ne sappiamo noi dal di fuori.

Francesco Pigliaru ha introdotto la questione dell’istruzione, nel seguente articolo: http://francescopigliaru.blogspot.it/2013/12/la-nuova-industria-istruzione-di-qualita_30.html

“Questa visione delle cose è confermata da un recente studio del governo britannico su “Il futuro della manifattura”. Sostiene quel documento che oggi hanno successo le imprese capaci di “adattare rapidamente le loro infrastrutture fisiche e intellettuali per sfruttare i continui cambiamenti in tecnologia”, nelle quali forza lavoro e management sono sempre più competenti nelle aree scientifiche, tecnologiche, ingegneristiche e matematiche. In una parola, nella nuova manifattura lo spazio per il lavoro non qualificato si restringerà sempre di più.
Se questo è il futuro che ci aspetta, una conclusione dovrebbe essere condivisa da tutti: la principale risorsa per affrontarlo è una popolazione con competenze adeguate e diffuse. E dovremmo condividere tutti anche ciò che questa conclusione implica. Per esempio, che per far crescere quella risorsa sono essenziali sistemi di orientamento e di formazione continua che funzionino davvero, che consentano anche a chi è già entrato nel mercato del lavoro senza le competenze oggi richieste di acquisirle in tempi decenti, per evitare un destino di disoccupazione cronica. E soprattutto che non possiamo fare a meno di un sistema di istruzione di qualità, capace di dare tutta la preparazione necessaria a chi entrerà nel mercato del lavoro nei prossimi anni.

Come arrivare al “sistema di istruzione di qualità”, Pigliaru non ce lo dice.

Si limita a constatare, e in modo poco preciso, che “Il dramma per la Sardegna è che tutti i nostri dati rivelano quanto siamo impreparati per un futuro con queste caratteristiche. Orientamento e formazione sono l’eterno disastro di cui sappiamo, e i risultati scolastici della nostra regione rimangono sconfortanti, come ci ricordano gli indici sugli apprendimenti scolastici dei nostri giovani misurati dai test Pisa-Ocse e Invalsi. Come se non bastasse, continuiamo ad avere pochi laureati, soprattutto nelle materie scientifiche, e un indice di dispersione scolastica tra i più alti d’Europa.”

In seguito Pigliaru corregge il tiro, ma ancora in modo poco preciso: la dispersione scolastica in Sardegna è del 26% (“http://www.sardiniapost.it/politica/scuola-pigliaru-26-studenti-fermo-terza-media-istruzione-e-tema-centrale/“).

Pigliaru non dice che quel 26% va suddiviso tra un 20% che riguarda le femmine e un 30% che riguarda i maschi.

Poi, continua a non dire che l’Italia, con il 17,6% detiene il record europea della dispersione scolastica ((http://espresso.repubblica.it/attualita/2013/12/30/news/scuola-l-abbandono-e-di-nuovo-emergenza-ecco-dove-i-ragazzi-non-vanno-piu-in-classe-1.147385)) e che la Sardegna è stabilmente, da almeno un decennio, ai primissimi posti tra le regioni dello stato italiano.

Quello che Pigliaru tralascia di dire è che tra gli studenti maschi della Sardegna, la dispersione scolastica è quasi il doppio della media italiana, la quale è la più alta d’Europa.

Perché non ce lo dice?

Sarebbe grave se un docente di economia e candidato alla presidenza della RAS non leggesse L’Espresso,  ma sarebbe ancora più gravce se non conoscesse i dettagli della dispersione scolastica in Sardegna.

E Pigliaru è una persona seria e preparata…

Non è credibile, proprio non è credibile.

Allora ripeto la domanda: perché non ci parla dei dettagli crudeli della dispersione scolastica in Sardegna?

Sta a lui considerare la mia come una domanda retorica o una domanda vera.

La risposta alla domanda retorica è ovvia:  gli manca la volontà politica di parlarne.

E perché mai non avrebbe la convenienza politica a parlarne?

Mi pare ovvio: esistono cause specifiche per la dispersione scolastica in Sardegna che vanno ben oltre le cause, pur gravissime, che la determinano in Italia.

Esiste una specificità sarda che viene pesantemente punita dalla scuola italiana.

Pigliaru di queste cause non vuole parlarne.

In questo non non si scosta di un millimetro dal resto dell’accademia italiana: ho denunciato tantissime volte  la latitanza della cultura italiana su questo tema (https://bolognesu.wordpress.com/2012/06/07/italiano-di-sardegna-e-dispersione-scolastica/https://bolognesu.wordpress.com/2013/06/06/dispersione-scolastica-e-lingua/)

La media delle bocciature in Sardegna è analoga a quella delle altre regioni in cui vivono minoranze linguistiche e in controtendenza rispetto al meridione d’Italia: https://bolognesu.wordpress.com/2013/06/07/ritardo-scolastico-e-lingua/

Quali sono le cause della mostruosa dispersione scolastica in Sardegna? E dagli anni  ‘Ottanta, con i lavori di Maria Teresa Pinna Catte e Elisa Spanu Nivola che non si affronta seriamente il problema.

In questi giorni è apparsa, sul blog di Maninchedda, questa analisi, penosa, ma soprattutto autoassolutoria: http://www.sardegnaeliberta.it/cuore-e-risorse-per-la-scuola/

Queste parole si commentano da sole: [Il ragazzo sardo] sceglie scorciatoie lavorative non sempre sicure, o sceglie di rimanere a casa la mattina, nell’oblio della noia, al sicuro di un letto caldo difficile da lasciare per un mondo un po’ nemico.”

Non sarà che invece che al “mondo nemico” il ragazzo sardo sfugga alla “scuola nemica” che nega la sua identità e la punisce?

Fino a prova contraria, queste sono le cose di cui Pigliaru non ci parla.

E, se è per quello, neanche gli altri candidati alla presidenza della RAS.

Ecco perché nessuno avrà il mio voto.

Rispetto a Pigliaru, c’è l’aggravante che lui ci promette il Sol dell’avvenire di un “sistema di istruzione di qualità”, mentre si ostina a tacere dell’esistenza di una realtà scolastica che discrimina i giovani sardi.

Il piano di Pigliaru allora si rivela velleitario, se non demagogico.

Questo post è già troppo lungo….

Nel prossimo parlerò delle proposte di Tagliagambe sul bilinguismo e la sua funzione economica, anche rispetto all’istruzione.