RISPOSTA A ROBERTO BOLOGNESI di Emiliano Deiana

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Io e Roberto Bolognesi di persona non ci conosciamo. Ma solo nel senso che non ci siamo ancora incontrati di persona. In realtà ci si (ri)conosce prima di conoscerci.

Andò così: una volta scrissi una roba che descriveva uno dei paradigmi negativi della Sardegna. Scrissi sulle miniere, sui minatori. E ne scrissi – che di bortigiadesi ce ne andarono a decine a farsi infettare i polmoni e l’anima in fondo alla terra – in maniera sentimentale, chiedendo che si facesse una riflessione normalmente seria sull’ipotesi che quella epopea finisse, per il bene di questa terra. Roberto riprese quel pezzo e il suo Blog (già molto seguito) schizzò, numericamente, ad oltre 25.000 accessi in poche ore.

Nessuno dice che 25.000 persone la pensassero come noi, ma è del tutto evidente che quel tema costituiva un argomento di riflessione per un così vasto numero di persone.

Oggi Roberto mi scrive un po’ con intento consolatorio, un po’ con intento paternalistico, un po’ a prendere per il culo che le persone come noi sono dotate di un tanto di auto-ironia che ci fa sopravvivere alle schifezze della vita.

Gli avrei voluto scrivere in gallurese, ma non voglio costringere tutti i lettori a capire cosa significa “imbirriatu” o “trubbitu e abbilandratu”. Gli scrivo in italiano, che già va bene così. Che già si capisce anche oltre confine e anche oltre il mare.

Oggi ho chiesto a mia nipotina se si sentisse più di Bortigiadas o di Aggius (paese nel quale vive). E siccome Clara – così si chiama – non è tipa da banalità mi ha risposto che lei si sente di Aglientu. Io speravo (speravo!) che rispondesse che era di Bortigiadas – cuore di zio – ma soprattutto che non si sentisse né di Tempio né di Olbia. La sua risposta, come tutte le risposte dei bambini, mi ha spiazzato: la sua patria è il mondo intero. Ed anche la mia.

Ma per vedere il mondo devo conoscere il mio territorio, il mio spazio, le mie parole.

Le parole, per me, si mettono fra cuore e mondo e lo descrivono questo mondo che ci ospita. E in questo mondo, ti assicuro Robè!, non c’è spazio per la delusione di una mancata candidatura. C’è semmai la sconfitta – temporanea, perché lo so che alla fine vinco! – per i temi che ancora una volta non hanno cittadinanza e si costringono all’esilio del dibattito politico.

Per una candidatura sarebbe stato facile un cambio di casacca in corsa, la scommessa sul raggiungimento del quoziente di un partitino a livello provinciale e un posto per me (non per i miei temi) in Consiglio Regionale. Dire no – perché proposte ce ne sono state a bizzeffe – a me non è costato nulla. Anzi. Chiunque abbia mai avuto con me una frequentazione anche minima avrebbe indovinato la mia risposta.

Per quei temi occorre la fatica della scrittura, l’obbligo del ragionamento, la costruzione quotidiana – e solitaria – di ponti. Io, l’ho detto, mi immagino una terra che si apre al mondo. Una terra che si apre al mondo ma che ha piena coscienza di sé, dei luoghi, delle lingue, degli spazi, dei sogni. Le mie indipendenze (plurale!) si fondano sull’apertura al mondo. E per aprirsi al mondo c’è bisogno che quei 25 (mila) lettori leggano quello che hanno letto, ci ragionino sopra, si incazzino, annuiscano, si grattino la testa, vomitino quel residuo di rancore che gli resta appeso fra l’aorta e l’intenzione.

Io sono un solitario. Sono un solitario allegro.

Non conosco rancore anche quando sono acido nei rapporti, nelle prese di posizione. Ho, a distanza, infinito amore per gli altri. Non sono un capopopolo, non sono uno che ha ambizione.

Sono un artigiano della parola. Di quelli, come te Robè!, che la notte si costringono ad alzarsi dal letto – magari dopo l’amore – per il presagio di una intuizione, per la costruzione di una frase, per l’ipotesi di una parola nuova. O antica.

E so – penso di intuire – quali siano le possibilità infinite della parola e della lingua. Della lingua che sputa terra, che determina parole che hanno il senso della terra.

Da bambino ero un contadino. Ci andavo con mio zio, nel luogo dell’anima mia, che era ancora notte, prima di albeggiare. C’era un fiume, da guadare. E costruimmo, io e lui, un ponticello fra il fusto degli ontani. Quando l’inverno impazzava. Ci vestivamo di incerata e andavamo, a cavallo ad un asino, verso questo luogo.

Era un pezzo piccolo di mondo, era tutto il mio mondo.

Il mio mondo negli occhi. Ci fu una volta che venne qualcuno, di notte, per dirci che una vacca era caduta in un dirupo. Ci preparammo, in silenzio. Mia madrina preparava la colazione, silenziosa.

Dovevamo andare. Andammo.

Non ho più memoria se poi, con l’aiuto dei molti (di quella solidarietà che c’è sempre, quando manca il tempo) riuscimmo a salvarla. Non ho più memoria perché troppe morti si sono portate via l’abbraccio di parole di cui avrei ancora bisogno. Ma ricordo, nitido, il rumore di pioggia. Ho il ricordo nitido di una difficoltà. È lo stesso rumore che sento adesso, per la mia terra.

Ed è tempo di alzarsi. Di andare.

Anche quando piove. E fa freddo. E ci si sente soli. Terribilmente soli.

Gli altri arriveranno.

Ne sono certo.

[Emiliano Deiana]

 

2 Comments to “RISPOSTA A ROBERTO BOLOGNESI di Emiliano Deiana”

  1. Siete insopportabili voi blogger quando cinguettate tra di voi…

  2. Oh Deiana, mi’ ki la linga “gallurese”, commu la ciammi tuni, no è istranghja a lu Saldu (a lu mancu, no cussì abbeddhu/meda) e no è ki Roberto no la cumpréndia….

    Ah, la linga ki si faeddha, si ciamma Saldu-Cóssu. Lu “Gaddhuresu” è lu ki si faeddha da Tempiu fintz’a Lungoni. Si sei di Bultigghjata, ghjà la sai bearèddhu ki lu dialettu bultigghjatesu è diffarenti abbeddhu da lu timpiesu e s’accosta di piùni a l’agghjesu (e “agghjesu” e “gaddhuresu” pa’ difinitzioni, sò dui dialetti divversi di lu Saldu-Cóssu), ancora si cambia umbè da l’agghjesu puru. Dapoi, fai tuni. Solu kistu vulìa díni. Abàli, pòi puru turrà a trubbì e a abbilandrà a Roberto..😉

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