Marco Zurru sulla non-lingua degli Italiani

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Dissipatio Ignorantia Generis

21 gennaio 2014 alle ore 15.17

Il cielo non vuole sputare il sole questa mattina. Tutto è nero notte, stelle e luna hanno aderito allo sciopero europeo e stanno rinchiusi in chissà quale antro, buio anch’esso. Nero fuori e nero dentro. “C’è qualcosa più nero del mio animo stamane?”. Le risposte sono nere anch’esse. “Lascia perdere”, mi dico infilando giacca e con essa infilando la porta di casa.

Nero l’asfalto, nero il selciato, nere le scarpe che evitano merda nera lasciata in dono da gatto nero. Nere le insegne, spente. Porte aperte: Auchan, Le vele, Corte del Sole, porte aperte. Meraviglia delle meraviglie, novello Giardino delle Delizie che neanche quegli immensi serbatoi di emozioni e simboli che avevano il nome di Bosch e di Bruegel avrebbero avuto la fortuna di immaginare e di regalare all’umanità con tratto di mano geniale.

Immenso impero, spazio di raduno e di conferma identitaria prima che possibilità di consumo. All’interno si sedimentano sub-spazi immensi dove, in una gerarchia inversa rispetto a tutto ciò che si addensa nella parola cultura, scorgo la controfigura dell’homo ludens di Huizinga che si diverte nascostamente a spacciare alla misera controfigura dell’homo oeconomicus di Ricardo e di Walras dell’hi tech condensato in apparecchi che servono a tutto eccetto che a telefonare: vedere film, fare foto e film, registrare voci, navigare in web ma, soprattutto, mostrare il proprio rango all’esterno e godere di gonfio orgoglio di appartenenza identitaria nel proprio intimo. Io sono il mio nokia, sono il mio …

Strano. Solitamente questi sono gli spazi saturi della lunga attesa in file da cui rimbombano rumori assordanti e odori di spasmodica frenesia: se finisce l’ultimo modello non ho più speranza di rinnovare il mio guardaroba identitario. Vuoto come il vuoto, come il nero di stamane. Oggi la scena è inversa. La libreria affianco solitamente mesta e abbandonata come una puttana con cui si è speso l’ultima illusione di seduzione, oggi freme di vita vera. E anche qui nella gerarchia di settori, nei sub-spazi di vendita sono quelli con le proposte più impegnate a sentire il sudore degli astanti con i culi incollati alle sedie a sfogliare, leggere o semplicemente toccare libri, contenitori di idee, di occhiali per vedere la vita vera o quella sperata o quella mai immaginata, interpretarla, goderla, per pensare scenari nuovi magari anche solo a casa propria, senza addentrarsi in langhe lontane, o magari per farsi sfiorare dalla brezza che arriva da territori lontani, dove allevare lo spirito è cosa sacra e bella insieme.

Entro a fatica, facendomi spazio tra la calca silenziosa e pensante. Anch’io prendo un libro in mano. Lo sfoglio come fanno in tanti. E’ “La cultura degli italiani”, di Tullio De Mauro. A me i De Mauro sono sempre piaciuti: il fratello di Tullio l’hanno ammazzato i mafiosi perché si ostinava a fare un lavoro che tutti gli altri colleghi caduti in servitù del potente di turno avevano smesso di fare, il giornalista. Anche il figlio fa il giornalista e dirige un osservatorio di news internazionale, Internazionale appunto.

Il libro è costruito sotto forma di intervista: duplice via per rendere appetibili temi solitamente ingabbiati da esigenze accademiche e, nello stesso tempo, costruire per l’intervistatore-giornalista spazi di seria visibilità al proprio impegno. Molti punti trattati li conosco da tempo, ma è sempre bene tornarci su. La cultura: “quel complesso di elaborazioni, condizionate dal patrimonio genetico di una specie vivente, ma non dettate da questo, nascenti dal rispondere ai bisogni che quella specie trova sul suo cammino. Trasmissione, per imitazione, ricombinazione, di elementi già dati, invenzione, sono le tre radici della cultura intesa in questo modo”.

In Italia le agenzie che ispessiscono da sempre questa possibilità sono in crisi: famiglia e scuola, per ragioni diverse ma che a tratti si intersecano, annaspano. La scuola può anche essere eccellente, ma se la famiglia è analfabeta..: “bambine e bambini che vengono da ambienti familiari in cui non c’è un libro o ci sono meno di 50 libri, si trovano in seria difficoltà nella comprensione dei testi” … “In Italia solo poco più di un quinto della popolazione adulta, dai 25 ai 64 anni, è coinvolto in attività di istruzione e formazione permanente. Nella stessa situazione ci sono Irlanda e Belgio; peggior situazione la vive il Portogallo. Ma in Germania e in Inghilterra la percentuale è più del doppio; per non parlare di Svezia, Danimarca o Finlandia.”

“In Italia (ma sono misurazioni un po’ datate; ora è peggio..) ha il diploma appena il 42% della popolazione adulta; la media europea è del 59%. Francia e Inghilterra sono al 62%, la Germania è all’81%. La Grecia è intorno al 50%. Peggio dell’Italia solo la Spagna e Portogallo” (…) “Solo il 9% degli italiani adulti possiede una laurea; la media europea è del 21%, quella inglese del 25%, quella tedesca del 23%, quella francese del 21%” (. ..) “In una indagine europea il 5% della popolazione adulta italiana non riesce neanche a leggere il primo e più semplice dei questionari, ed è da considerarsi radicalmente analfabeta. Al primo dei cinque questionari si ferma il 33% degli italiani adulti e non va oltre: tenga conto che questo primo questionario è composto da frasi assolutamente elementari e di calcoli altrettanto elementari. Un secondo 33% si ferma al secondo questionario. Traduco: più di 2 milioni di adulti sono analfabeti completi, quasi quindici milioni sono semianalfabeti, altri quindici milioni sono a rischio di ripiombare in tale condizione e, in ogni caso, sono ai margini inferiori della capacità di comprensione e di calcolo necessarie in una società complessa come ormai è la nostra e in una società che voglia non solo dirsi, ma essere democratica”.

Mi assale la nausea e mi sale un conato di vomito. Ripongo con fatica il libro nello scaffale e una luce silenziosa mi avvolge. Sgrano gli occhi stupito: nessuno. Non c’è più nessuno, o non c’è mai stato nessuno, come al solito. Affianco, come al solito, lo spaccio tecnologico di status vive la vita di sempre, ribolle di umano genere, per dirla alla Morselli.

Torno a casa e il pensiero va alle macerie, all’immenso cumulo di detriti in cui cammina il protagonista di O. 1984. Cosa siamo diventati? Siamo come loro, siamo loro, siamo un’opinione pubblica senza opinione. Stracciate in mille coriandoli tutte le strutture che possono lentamente sedimentare le capacità critiche, verso se stessi, verso gli altri; le possibilità di gustare con gioia le idee altrui, la nascita e la crescita delle proprie, il confronto tra le proprie e quelle altrui, lo scontro con quelle altrui.

Con pazienza, la sintesi arriva sempre, anche (soprattutto) dallo scontro. Siamo solo pubblico in qualità della quantità, del numero. Siamo pubblico in quanto tanti, non in omaggio alla elevata considerazione che una collettività dovrebbe avere verso ciò che appartiene a tutti, commons good, beni pubblici, appunto. E la cultura non è anche questo forse? Non è uno dei beni primari a cui riservare energie, risorse, attenzioni? Non è la possibilità di evitare o almeno limitare la prostituzione dell’epidermide delle proprie convinzioni, svendute spesso per convenienza, spesso per soldi, spesso per ricatto, spesso per fame, ma sempre svendute spesso al potente di turno?

Perché allora stupirsi di questa pubblica opinione incapace di resistere, di insistere e perseverare nelle richieste di tutela di condizioni di giustizia e dignità del vivere a chi ci governa? Se anche la morte di un bambino non smuove alcuno, la pubblica opinione si è smarrita nel privato interesse, e la strada per riportarla nei propri confini sarà lunga, lunghissima, per tutti.

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