L’italiano: il cimitero delle nostre parole

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L’operaio conosce 100 parole, il padrone 1000, per questo è lui il padrone (Don Milani)

Tra lacrime di coccodrillo e trionfalismo ingiustificato, il PD ha scoperto che

“L’OCSE lancia l’allarme: in Italia analfabetismo di ritorno”

http://www.partitodemocratico.it/doc/261180/loperaio-conosce-100-parole-il-padrone-1000-per-questo-lui-il-padrone-don-milani.htm

Esiste uno specifico problema italiano?

“Siamo all’ultimo posto dei 23 paesi che fanno parte dell’Ocse per competenze alfabetiche e matematiche: è questo uno dei dati contenuti nella ricerca internazionale PIAAC (Programme for the International Assessment for the Adult Competencies), dati che indicano con drammatica precisione lo stato di una popolazione di nuovi analfabeti.”

Esiste.

E una delle cause non può che essere la guerra che il fascismo linguistico italiano ha condotto e conduce contro le lingue minoritarie e i cosiddetti “dialetti”.

L’italiano che si parla in Sardegna–ma non solo–è una lingua “creolizzata”: una lingua appresa come L1 da bambini, i cui genitori (e l’ambiente circostante) conoscevano solo approssimativamente. Questa lingua è dissimile grammaticalmente dall’italiano standard, la cui conoscenza è data per scontata dalla scuola, e possiede un lessico ridotto, rispetto sia all’italiano standard, sia alla lingua che ha sostituito.

In altre parole: un parlante dell’italiano regionale di Sardegna (ma non solo)  conosce meno parole di un parlante del sardo che abbia appreso questa lingua come L1, da genitori che la padroneggiavano a sufficienza. Questo per me è diventato evidente con la traduzione di Su cuadorzu, di Nanni Falconi.

Naturalmente i linguisti italiani di Sardegna e non si sono guardati bene dall’investigare il fenomeno. L’ultimo lavoro sull’italiano regionale di Sardegna è di 31 aani fa.

Bisogna quindi correggere la famosa frase di Don Milani: “I padroni sono tali, perché ti costringono, o hanno costretto i tuoi genitori, a parlare in una lingua che non padroneggi a sufficienza”.

Ai Sardi–ma non solo ai Sardi–è stato levato il terreno di sotto i piedi, per poterli controllare meglio–pardon!–per costruire la nazione italiana.

Per capirci: se oggi vi costringessero a parlare in inglese, vi sentireste così sicuri del fatto vostro?

Eppure la maggior parte di voi, l’inglese, l’ha studiato per anni.

E cosa succederebbe se le donne sarde decidessero oggi di parlare in inglese con i propri figli?

Che lingua ne salterebbe fuori?

Questo è esattamente quello che è successo quando le donne sarde hanno deciso–a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta–di parlare in “italiano” con i propri figli.

E questo è successo anche in tante altre regioni dello stato italiano.

I Sardi hanno rinunciato alla loro lingua ricca e normale in cambio di una semilingua creolizzata e impoverita.

Rileggetevi il post di Marco Zurru: https://bolognesu.wordpress.com/2014/01/22/marco-zurru-sulla-non-lingua-degli-italiani/

E leggetevi o rileggetevi questo mio post vecchissimo, in cui offro un’abbozzo di spiegazione: https://bolognesu.wordpress.com/2010/09/29/la-legge-di-gersham-e-lignoranza-selettiva-degli-intellettuali-italiani/

Adesso anche il PD sta scoprendo l’acqua calda, anche se naturalmente non violano il tabù che vieta di parlare di questione linguistica: non fia mai!

Solo Pigliaru pensa di risolvere il problema della dispersione scolastica costruendo scuole più belle: come voler convincere dei clienti troppo poveri per acquistare il prodotto, a comprarlo–senza soldi–rendendo la confezione più attraente.

E meno male che è un economista!

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